lunedì 17 ottobre 2011

LE BUGIE HANNO LE GAMBE CORTE

A proposito della presunta congiura del "Diavolo Iraniano" contro le ambasciate stanziate negli Stati Uniti


Chi ha una buona memoria ricorderà che uno dei primi atti di politica estera di Barack Obama, appena eletto presidente degli Stati Uniti, fu il discorso tenuto presso l'università di Al-Azhar del Cairo, con la quale il neo presidente dichiarò solennemente e, almeno parve, con sincerità di accenti di non voler perpetuare lo stato di tensione che le imprese del suo predecessore avevano determinato tra gli Stati Uniti e il mondo islamico, a cominciare dalla guerra, sanguinosa e rovinosa, contro l'Iraq.

"Sono  felice di trovarmi al Cairo, in questa città eterna, ospite di due importanti istituzioni.
Da più di mille anni Al-Azhar rappresenta il faro della cultura islamica e da oltre un secolo l'Università del Cairo è la culla del progresso dell'Egitto. Insieme, queste due istituzioni rappresentano il connubio di tradizione e progresso.
Sono grato di questa accoglienza che il popolo egiziano mi ha riservato. Sono anche orgoglioso di portare con me in questo viaggio le buone intenzioni del popolo americano, e di portarvi il saluto di pace delle comunità musulmane del mio Paese: assalaamu alaykum.
Ci incontriamo qui in un momento di forte tensione tra gli Stati Uniti e i musulmani in tutto il mondo, tensione che ha le sue radici nelle forze storiche che prescindono da qualsiasi attuale dibattito politico. Il rapporto tra Islam e Occidente ha alle spalle secoli di coesistenza e cooperazione, ma anche di conflitto e di guerre di religione. In tempi più recenti, questa tensione è stata alimentata dal colonialismo, che ha negato diritti e opportunità a molti musulmani, e da una Guerra Fredda nella quale i Paesi a maggioranza musulmana troppo spesso sono stati trattati come Paesi che agivano per procura, senza tener conto delle loro legittime aspirazioni. Oltretutto, i cambiamenti radicali prodotti dal processo di modernizzazione e dalla globalizzazione hanno indotto molti musulmani a considerare l'Occidente ostile nei confronti delle tradizioni dell'Islam.
Violenti estremisti hanno saputo sfruttare queste tensioni in una minoranza, esigua ma forte, di musulmani. Gli attentati dell'11 settembre 2001 e gli sforzi continui di questi estremisti volti a perpetrare atti di violenza contro civili inermi ha di conseguenza indotto alcune persone nel mio Paese a considerare l'Islam come inevitabilmente ostile non soltanto nei confronti dell'America e dei Paesi occidentali in genere, ma anche dei diritti umani. Tutto ciò ha comportato maggiori paure, maggiori diffidenze.
Fino a quando i nostri rapporti saranno definiti dalle nostre differenze, daremo maggior potere a coloro che perseguono l'odio invece della pace, coloro che si adoperano per lo scontro invece che per la collaborazione che potrebbe aiutare tutti i nostri popoli a ottenere giustizia e a raggiungere il benessere. Adesso occorre porre fine a questo circolo vizioso di sospetti e discordia.
Io sono qui oggi per cercare di dare il via a un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo; l'inizio di un rapporto che si basi sull'interesse reciproco e sul mutuo rispetto; un rapporto che si basi su una verità precisa, ovvero che America e Islam non si escludono a vicenda, non devono necessariamente essere in competizione tra loro. Al contrario, America e Islam si sovrappongono, condividono medesimi principi e ideali, il senso di giustizia e di progresso, la tolleranza e la dignità dell'uomo.
Sono qui consapevole che questo cambiamento non potrà avvenire nell'arco di una sola notte. Nessun discorso o proclama potrà mai sradicare completamente una diffidenza pluriennale. Né io sarò in grado, nel tempo che ho a disposizione, di porre rimedio e dare soluzione a tutte le complesse questioni che ci hanno condotti a questo punto. Sono però convinto che per poter andare avanti dobbiamo dire apertamente ciò che abbiamo nel cuore, e che troppo spesso viene detto soltanto a porte chiuse. Dobbiamo promuovere uno sforzo sostenuto nel tempo per ascoltarci, per imparare l'uno dall'altro, per rispettarci, per cercare un terreno comune di intesa. Il Sacro Corano dice: "Siate consapevoli di Dio e dite sempre la verità". Questo è quanto cercherò di fare: dire la verità nel miglior modo possibile, con un atteggiamento umile per l'importante compito che devo affrontare, fermamente convinto che gli interessi che condividiamo in quanto appartenenti a un unico genere umano siano molto più potenti ed efficaci delle forze che ci allontanano in direzioni opposte.
In parte le mie convinzioni si basano sulla mia stessa esperienza: sono cristiano, ma mio padre era originario di una famiglia del Kenya della quale hanno fatto parte generazioni intere di musulmani. Da bambino ho trascorso svariati anni in Indonesia, e ascoltavo al sorgere del Sole e al calare delle tenebre la chiamata dell'azaan. Quando ero ragazzo, ho prestato servizio nelle comunità di Chicago presso le quali molti trovavano dignità e pace nella loro fede musulmana.
Ho studiato Storia e ho imparato quanto la civiltà sia debitrice nei confronti dell'Islam. Fu l'Islam infatti - in istituzioni come l'Università Al-Azhar - a tenere alta la fiaccola del sapere per molti secoli, preparando la strada al Rinascimento europeo e all'Illuminismo. Fu l'innovazione presso le comunità musulmane a sviluppare scienze come l'algebra, a inventare la bussola magnetica, vari strumenti per la navigazione; a far progredire la maestria nello scrivere e nella stampa; la nostra comprensione di come si diffondono le malattie e come è possibile curarle. La cultura islamica ci ha regalato maestosi archi e cuspidi elevate; poesia immortale e musica eccelsa; calligrafia elegante e luoghi di meditazione pacifica. Per tutto il corso della sua Storia, l'Islam ha dimostrato con le parole e le azioni la possibilità di praticare la tolleranza religiosa e l'eguaglianza tra le razze.
So anche che l'Islam ha avuto una parte importante nella Storia americana. La prima nazione a riconoscere il mio Paese è stato il Marocco. Firmando il Trattato di Tripoli nel 1796, il nostro secondo presidente, John Adams, scrisse: "Gli Stati Uniti non hanno a priori alcun motivo di inimicizia nei confronti delle leggi, della religione o dell'ordine dei musulmani". Sin dalla fondazione degli Stati Uniti, i musulmani americani hanno arricchito il mio Paese: hanno combattuto nelle nostre guerre, hanno prestato servizio al governo, si sono battuti per i diritti civili, hanno avviato aziende e attività, hanno insegnato nelle nostre università, hanno eccelso in molteplici sport, hanno vinto premi Nobel, hanno costruito i nostri edifici più alti e acceso la Torcia Olimpica. E quando di recente il primo musulmano americano è stato eletto come rappresentante al Congresso degli Stati Uniti, egli ha giurato di difendere la nostra Costituzione utilizzando lo stesso Sacro Corano che uno dei nostri Padri Fondatori - Thomas Jefferson - custodiva nella sua biblioteca personale.
Ho pertanto conosciuto l'Islam in tre continenti, prima di venire in questa regione nella quale esso fu rivelato agli uomini per la prima volta. Questa esperienza illumina e guida la mia convinzione che una partnership tra America e Islam debba basarsi su ciò che l'Islam è, non su ciò che non è. Ritengo che rientri negli obblighi e nelle mie responsabilità di presidente degli Stati Uniti lottare contro qualsiasi stereotipo negativo dell'Islam, ovunque esso possa affiorare.
Ma questo medesimo principio deve applicarsi alla percezione dell'America da parte dei musulmani. Proprio come i musulmani non ricadono in un approssimativo e grossolano stereotipo, così l'America non corrisponde a quell'approssimativo e grossolano stereotipo di un impero interessato al suo solo tornaconto. Gli Stati Uniti sono stati una delle più importanti culle del progresso che il mondo abbia mai conosciuto. Sono nati dalla rivoluzione contro un impero. Sono stati fondati sull'ideale che tutti gli esseri umani nascono uguali e per dare significato a queste parole essi hanno versato sangue e lottato per secoli, fuori dai loro confini, in ogni parte del mondo. Sono stati plasmati da ogni cultura, proveniente da ogni remoto angolo della Terra, e si ispirano a un unico ideale: E pluribus unum. "Da molti, uno solo".
Si sono dette molte cose e si è speculato alquanto sul fatto che un afro-americano di nome Barack Hussein Obama potesse essere eletto presidente, ma la mia storia personale non è così unica come sembra. Il sogno della realizzazione personale non si è concretizzato per tutti in America, ma quel sogno, quella promessa, è tuttora valido per chiunque approdi alle nostre sponde, e ciò vale anche per quasi sette milioni di musulmani americani che oggi nel nostro Paese godono di istruzione e stipendi più alti della media.
E ancora: la libertà in America è tutt'uno con la libertà di professare la propria religione. Ecco perché in ogni Stato americano c'è almeno una moschea, e complessivamente se ne contano oltre 1.200 all'interno dei nostri confini. Ecco perché il governo degli Stati Uniti si è rivolto ai tribunali per tutelare il diritto delle donne e delle giovani ragazze a indossare l'hijab e a punire coloro che vorrebbero impedirglielo.
Non c'è dubbio alcuno, pertanto: l'Islam è parte integrante dell'America. E io credo che l'America custodisca al proprio interno la verità che, indipendentemente da razza, religione, posizione sociale nella propria vita, tutti noi condividiamo aspirazioni comuni, come quella di vivere in pace e sicurezza, quella di volerci istruire e avere un lavoro dignitoso, quella di amare le nostre famiglie, le nostre comunità e il nostro Dio. Queste sono le cose che abbiamo in comune. Queste sono le speranze e le ambizioni di tutto il genere umano.
Naturalmente, riconoscere la nostra comune appartenenza a un unico genere umano è soltanto l'inizio del nostro compito: le parole da sole non possono dare risposte concrete ai bisogni dei nostri popoli. Questi bisogni potranno essere soddisfatti soltanto se negli anni a venire sapremo agire con audacia, se capiremo che le sfide che dovremo affrontare sono le medesime e che se falliremo e non riusciremo ad avere la meglio su di esse ne subiremo tutti le conseguenze.
Abbiamo infatti appreso di recente che quando un sistema finanziario si indebolisce in un Paese, è la prosperità di tutti a patirne. Quando una nuova malattia infetta un essere umano, tutti sono a rischio. Quando una nazione vuole dotarsi di un'arma nucleare, il rischio di attacchi nucleari aumenta per tutte le nazioni. Quando violenti estremisti operano in una remota zona di montagna, i popoli sono a rischio anche al di là degli oceani. E quando innocenti inermi sono massacrati in Bosnia e in Darfur, è la coscienza di tutti a uscirne macchiata e infangata. Ecco che cosa significa nel XXI secolo abitare uno stesso pianeta: questa è la responsabilità che ciascuno di noi ha in quanto essere umano.
Si tratta sicuramente di una responsabilità ardua di cui farsi carico. La Storia umana è spesso stata un susseguirsi di nazioni e di tribù che si assoggettavano l'una all'altra per servire i loro interessi. Nondimeno, in questa nuova epoca, un simile atteggiamento sarebbe autodistruttivo. Considerato quanto siamo interdipendenti gli uni dagli altri, qualsiasi ordine mondiale che dovesse elevare una nazione o un gruppo di individui al di sopra degli altri sarebbe inevitabilmente destinato all'insuccesso.
Indipendentemente da tutto ciò che pensiamo del passato, non dobbiamo esserne prigionieri. I nostri problemi devono essere affrontati collaborando, diventando partner, condividendo tutti insieme il progresso.
Ciò non significa che dovremmo ignorare i motivi di tensione. Significa anzi esattamente il contrario: dobbiamo far fronte a queste tensioni senza indugio e con determinazione. Ed è quindi con questo spirito che vi chiedo di potervi parlare quanto più chiaramente e semplicemente mi sarà possibile di alcune questioni particolari che credo fermamente che dovremo in definitiva affrontare insieme.
Il primo problema che dobbiamo affrontare insieme è la violenza estremista in tutte le sue forme. Ad Ankara ho detto chiaramente che l'America non è - e non sarà mai - in guerra con l'Islam. In ogni caso, però, noi non daremo mai tregua agli estremisti violenti che costituiscono una grave minaccia per la nostra sicurezza. E questo perché anche noi disapproviamo ciò che le persone di tutte le confessioni religiose disapprovano: l'uccisione di uomini, donne e bambini innocenti. Il mio primo dovere in quanto presidente è quello di proteggere il popolo americano.
La situazione in Afghanistan dimostra quali siano gli obiettivi dell'America, e la nostra necessità di lavorare insieme. Oltre sette anni fa gli Stati Uniti dettero la caccia ad Al Qaeda e ai Taliban con un vasto sostegno internazionale. Non andammo per scelta, ma per necessità. Sono consapevole che alcuni mettono in dubbio o giustificano gli eventi dell'11 settembre. Cerchiamo però di essere chiari: quel giorno Al Qaeda uccise circa 3.000 persone. Le vittime furono uomini, donne, bambini innocenti, americani e di molte altre nazioni, che non avevano commesso nulla di male nei confronti di nessuno. Eppure Al Qaeda scelse deliberatamente di massacrare quelle persone, rivendicando gli attentati, e ancora adesso proclama la propria intenzione di continuare a perpetrare stragi di massa. Al Qaeda ha affiliati in molti Paesi e sta cercando di espandere il proprio raggio di azione. Queste non sono opinioni sulle quali polemizzare: sono dati di fatto da affrontare concretamente.
Non lasciatevi trarre in errore: noi non vogliamo che le nostre truppe restino in Afghanistan. Non abbiamo intenzione di impiantarvi basi militari stabili. È lacerante per l'America continuare a perdere giovani uomini e giovani donne. Portare avanti quel conflitto è difficile, oneroso e politicamente arduo. Saremmo ben lieti di riportare a casa anche l'ultimo dei nostri soldati se solo potessimo essere fiduciosi che in Afghanistan e in Pakistan non ci sono estremisti violenti che si prefiggono di massacrare quanti più americani possibile. Ma non è ancora così.
Questo è il motivo per cui siamo parte di una coalizione di 46 Paesi. Malgrado le spese e gli oneri che ciò comporta, l'impegno dell'America non è mai venuto e mai verrà meno. In realtà, nessuno di noi dovrebbe tollerare questi estremisti: essi hanno colpito e ucciso in molti Paesi. Hanno assassinato persone di ogni fede religiosa. Più di altri, hanno massacrato musulmani. Le loro azioni sono inconciliabili con i diritti umani, il progresso delle nazioni, l'Islam stesso.
Il Sacro Corano predica che chiunque uccida un innocente è come se uccidesse tutto il genere umano. E chiunque salva un solo individuo, in realtà salva tutto il genere umano. La fede profonda di oltre un miliardo di persone è infinitamente più forte del miserabile odio che nutrono alcuni. L'Islam non è parte del problema nella lotta all'estremismo violento: è anzi una parte importante nella promozione della pace.
Sappiamo anche che la sola potenza militare non risolverà i problemi in Afghanistan e in Pakistan: per questo motivo stiamo pianificando di investire fino a 1,5 miliardi di dollari l'anno per i prossimi cinque anni per aiutare i pachistani a costruire scuole e ospedali, strade e aziende, e centinaia di milioni di dollari per aiutare gli sfollati. Per questo stesso motivo stiamo per offrire 2,8 miliardi di dollari agli afgani per fare altrettanto, affinché sviluppino la loro economia e assicurino i servizi di base dai quali dipende la popolazione.
Permettetemi ora di affrontare la questione dell'Iraq: a differenza di quella in Afghanistan, la guerra in Iraq è stata voluta, ed è una scelta che ha provocato molti forti dissidi nel mio Paese e in tutto il mondo. Anche se sono convinto che in definitiva il popolo iracheno oggi viva molto meglio senza la tirannia di Saddam Hussein, credo anche che quanto accaduto in Iraq sia servito all'America per comprendere meglio l'uso delle risorse diplomatiche e l'utilità di un consenso internazionale per risolvere, ogniqualvolta ciò sia possibile, i nostri problemi. A questo proposito potrei citare le parole di Thomas Jefferson che disse: "Io auspico che la nostra saggezza cresca in misura proporzionale alla nostra potenza e ci insegni che quanto meno faremo ricorso alla potenza tanto più saggi saremo".
Oggi l'America ha una duplice responsabilità: aiutare l'Iraq a plasmare un miglior futuro per se stesso e lasciare l'Iraq agli iracheni. Ho già detto chiaramente al popolo iracheno che l'America non intende avere alcuna base sul territorio iracheno, e non ha alcuna pretesa o rivendicazione sul suo territorio o sulle sue risorse. La sovranità dell'Iraq è esclusivamente sua. Per questo ho dato ordine alle nostre brigate combattenti di ritirarsi entro il prossimo mese di agosto. Noi onoreremo la nostra promessa e l'accordo preso con il governo iracheno democraticamente eletto di ritirare il contingente combattente dalle città irachene entro luglio e tutti i nostri uomini dall'Iraq entro il 2012. Aiuteremo l'Iraq ad addestrare gli uomini delle sue Forze di Sicurezza, e a sviluppare la sua economia. Ma daremo sostegno a un Iraq sicuro e unito da partner, non da dominatori.
E infine, proprio come l'America non può tollerare in alcun modo la violenza perpetrata dagli estremisti, essa non può in alcun modo abiurare ai propri principi. L'11 settembre è stato un trauma immenso per il nostro Paese. La paura e la rabbia che quegli attentati hanno scatenato sono state comprensibili, ma in alcuni casi ci hanno spinto ad agire in modo contrario ai nostri stessi ideali. Ci stiamo adoperando concretamente per cambiare linea d'azione. Ho personalmente proibito in modo inequivocabile il ricorso alla tortura da parte degli Stati Uniti, e ho dato l'ordine che il carcere di Guantánamo Bay sia chiuso entro i primi mesi dell'anno venturo.
L'America, in definitiva, si difenderà rispettando la sovranità altrui e la legalità delle altre nazioni. Lo farà in partenariato con le comunità musulmane, anch'esse minacciate. Quanto prima gli estremisti saranno isolati e si sentiranno respinti dalle comunità musulmane, tanto prima saremo tutti più al sicuro.
La seconda più importante causa di tensione della quale dobbiamo discutere è la situazione tra israeliani, palestinesi e mondo arabo. Sono ben noti i solidi rapporti che legano Israele e Stati Uniti. Si tratta di un vincolo infrangibile, che ha radici in legami culturali che risalgono indietro nel tempo, nel riconoscimento che l'aspirazione a una patria ebraica è legittimo e ha anch'esso radici in una storia tragica, innegabile.
Nel mondo il popolo ebraico è stato perseguitato per secoli e l'antisemitismo in Europa è culminato nell'Olocausto, uno sterminio senza precedenti. Domani mi recherò a Buchenwald, uno dei molti campi nei quali gli ebrei furono resi schiavi, torturati, uccisi a colpi di arma da fuoco o con il gas dal Terzo Reich. Sei milioni di ebrei furono così massacrati, un numero superiore all'intera popolazione odierna di Israele.
Confutare questa realtà è immotivato, da ignoranti, alimenta l'odio. Minacciare Israele di distruzione - o ripetere vili stereotipi sugli ebrei - è profondamente sbagliato, e serve soltanto a evocare nella mente degli israeliani il ricordo più doloroso della loro Storia, precludendo la pace che il popolo di quella regione merita.
D'altra parte è innegabile che il popolo palestinese - formato da cristiani e musulmani - ha sofferto anch'esso nel tentativo di avere una propria patria. Da oltre 60 anni affronta tutto ciò che di doloroso è connesso all'essere sfollati. Molti vivono nell'attesa, nei campi profughi della Cisgiordania, di Gaza, dei Paesi vicini, aspettando una vita fatta di pace e sicurezza che non hanno mai potuto assaporare finora. Giorno dopo giorno i palestinesi affrontano umiliazioni piccole e grandi che sempre si accompagnano all'occupazione di un territorio. Sia dunque chiara una cosa: la situazione per il popolo palestinese è insostenibile. L'America non volterà le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese alla dignità, alle pari opportunità, a uno Stato proprio.
Da decenni tutto è fermo, in uno stallo senza soluzione: due popoli con legittime aspirazioni, ciascuno con una storia dolorosa alle spalle che rende il compromesso quanto mai difficile da raggiungere. È facile puntare il dito: è facile per i palestinesi addossare alla fondazione di Israele la colpa del loro essere profughi. È facile per gli israeliani addossare la colpa alla costante ostilità e agli attentati che hanno costellato tutta la loro storia all'interno dei confini e oltre. Ma se noi insisteremo a voler considerare questo conflitto da una parte piuttosto che dall'altra, rimarremo ciechi e non riusciremo a vedere la verità: l'unica soluzione possibile per le aspirazioni di entrambe le parti è quella dei due Stati, dove israeliani e palestinesi possano vivere in pace e in sicurezza.
Questa soluzione è nell'interesse di Israele, nell'interesse della Palestina, nell'interesse dell'America e nell'interesse del mondo intero. È a ciò che io alludo espressamente quando dico di voler perseguire personalmente questo risultato con tutta la pazienza e l'impegno che questo importante obiettivo richiede. Gli obblighi per le parti che hanno sottoscritto la Road Map sono chiari e inequivocabili. Per arrivare alla pace, è necessario ed è ora che loro - e noi tutti con loro - facciamo finalmente fronte alle rispettive responsabilità.
I palestinesi devono abbandonare la violenza. Resistere con la violenza e le stragi è sbagliato e non porta ad alcun risultato. Per secoli i neri in America hanno subito i colpi di frusta, quando erano schiavi, e hanno patito l'umiliazione della segregazione. Ma non è stata certo la violenza a far loro ottenere pieni ed eguali diritti come il resto della popolazione: è stata la pacifica e determinata insistenza sugli ideali al cuore della fondazione dell'America. La stessa cosa vale per altri popoli, dal Sudafrica all'Asia meridionale, dall'Europa dell'Est all'Indonesia. Questa storia ha un'unica semplice verità di fondo: la violenza è una strada senza vie di uscita. Tirare razzi a bambini addormentati o far saltare in aria anziane donne a bordo di un autobus non è segno di coraggio né di forza. Non è in questo modo che si afferma l'autorità morale: questo è il modo col quale l'autorità morale al contrario cede e capitola definitivamente.
È giunto il momento per i palestinesi di concentrarsi su quello che possono costruire. L'Autorità Palestinese deve sviluppare la capacità di governare, con istituzioni che siano effettivamente al servizio delle necessità della sua gente. Hamas gode di sostegno tra alcuni palestinesi, ma ha anche delle responsabilità. Per rivestire un ruolo determinante nelle aspirazioni dei palestinesi, per unire il popolo palestinese, Hamas deve porre fine alla violenza, deve riconoscere gli accordi intercorsi, deve riconoscere il diritto di Israele a esistere.
Allo stesso tempo, gli israeliani devono riconoscere che proprio come il diritto a esistere di Israele non può essere in alcun modo messo in discussione, così è per la Palestina. Gli Stati Uniti non ammettono la legittimità dei continui insediamenti israeliani, che violano i precedenti accordi e minano gli sforzi volti a perseguire la pace. È ora che questi insediamenti si fermino.
Israele deve dimostrare di mantenere le proprie promesse e assicurare che i palestinesi possano effettivamente vivere, lavorare, sviluppare la loro società. Proprio come devasta le famiglie palestinesi, l'incessante crisi umanitaria a Gaza non è di giovamento alcuno alla sicurezza di Israele. Né è di giovamento per alcuno la costante mancanza di opportunità di qualsiasi genere in Cisgiordania. Il progresso nella vita quotidiana del popolo palestinese deve essere parte integrante della strada verso la pace e Israele deve intraprendere i passi necessari a rendere possibile questo progresso.
Infine, gli Stati Arabi devono riconoscere che l'Arab Peace Initiative è stato sì un inizio importante, ma che non pone fine alle loro responsabilità individuali. Il conflitto israelo-palestinese non dovrebbe più essere sfruttato per distogliere l'attenzione dei popoli delle nazioni arabe da altri problemi. Esso, al contrario, deve essere di incitamento ad agire per aiutare il popolo palestinese a sviluppare le istituzioni che costituiranno il sostegno e la premessa del loro Stato; per riconoscere la legittimità di Israele; per scegliere il progresso invece che l'incessante e autodistruttiva attenzione per il passato.
L'America allineerà le proprie politiche mettendole in sintonia con coloro che vogliono la pace e per essa si adoperano, e dirà ufficialmente ciò che dirà in privato agli israeliani, ai palestinesi e agli arabi. Noi non possiamo imporre la pace. In forma riservata, tuttavia, molti musulmani riconoscono che Israele non potrà scomparire. Allo stesso modo, molti israeliani ammettono che uno Stato palestinese è necessario. È dunque giunto il momento di agire in direzione di ciò che tutti sanno essere vero e inconfutabile.
Troppe sono le lacrime versate; troppo è il sangue sparso inutilmente. Noi tutti condividiamo la responsabilità di dover lavorare per il giorno in cui le madri israeliane e palestinesi potranno vedere i loro figli crescere insieme senza paura; in cui la Terra Santa delle tre grandi religioni diverrà quel luogo di pace che Dio voleva che fosse; in cui Gerusalemme sarà la casa sicura ed eterna di ebrei, cristiani e musulmani insieme, la città di pace nella quale tutti i figli di Abramo vivranno insieme in modo pacifico come nella storia di Isra, allorché Mosé, Gesù e Maometto (la pace sia con loro) si unirono in preghiera.
Terza causa di tensione è il nostro comune interesse nei diritti e nelle responsabilità delle nazioni nei confronti delle armi nucleari. Questo argomento è stato fonte di grande preoccupazione tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica iraniana. Da molti anni l'Iran si distingue per la propria ostilità nei confronti del mio Paese e in effetti tra i nostri popoli ci sono stati episodi storici violenti. Nel bel mezzo della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno avuto parte nel rovesciamento di un governo iraniano democraticamente eletto. Dalla Rivoluzione Islamica, l'Iran ha rivestito un ruolo preciso nella cattura di ostaggi e in episodi di violenza contro i soldati e i civili statunitensi. Tutto ciò è ben noto. Invece di rimanere intrappolati nel passato, ho detto chiaramente alla leadership iraniana e al popolo iraniano che il mio Paese è pronto ad andare avanti. La questione, adesso, non è capire contro cosa sia l'Iran, ma piuttosto quale futuro intenda costruire.
Sarà sicuramente difficile superare decenni di diffidenza, ma procederemo ugualmente, con coraggio, con onestà e con determinazione. Ci saranno molti argomenti dei quali discutere tra i nostri due Paesi, ma noi siamo disposti ad andare avanti in ogni caso, senza preconcetti, sulla base del rispetto reciproco. È chiaro tuttavia a tutte le persone coinvolte che riguardo alle armi nucleari abbiamo raggiunto un momento decisivo. Non è unicamente nell'interesse dell'America affrontare il tema: si tratta qui di evitare una corsa agli armamenti nucleari in Medio Oriente, che potrebbe portare questa regione e il mondo intero verso una china molto pericolosa.
Capisco le ragioni di chi protesta perché alcuni Paesi hanno armi che altri non hanno. Nessuna nazione dovrebbe scegliere e decidere quali nazioni debbano avere armi nucleari. È per questo motivo che io ho ribadito con forza l'impegno americano a puntare verso un futuro nel quale nessuna nazione abbia armi nucleari. Tutte le nazioni - Iran incluso - dovrebbero avere accesso all'energia nucleare a scopi pacifici se rispettano i loro obblighi e le loro responsabilità previste dal Trattato di Non Proliferazione. Questo è il nocciolo, il cuore stesso del Trattato e deve essere rispettato da tutti coloro che lo hanno sottoscritto. Spero pertanto che tutti i Paesi nella regione possano condividere questo obiettivo.
Il quarto argomento di cui intendo parlarvi è la democrazia. Sono consapevole che negli ultimi anni ci sono state controversie su come vada incentivata la democrazia e molte di queste discussioni sono riconducibili alla guerra in Iraq. Permettetemi di essere chiaro: nessun sistema di governo può o deve essere imposto da una nazione a un'altra.
Questo non significa, naturalmente, che il mio impegno in favore di governi che riflettono il volere dei loro popoli, ne esce diminuito. Ciascuna nazione dà vita e concretizza questo principio a modo suo, sulla base delle tradizioni della sua gente. L'America non ha la pretesa di conoscere che cosa sia meglio per ciascuna nazione, così come noi non presumeremmo mai di scegliere il risultato in pacifiche consultazioni elettorali. Ma io sono profondamente e irremovibilmente convinto che tutti i popoli aspirano a determinate cose: la possibilità di esprimersi liberamente e decidere in che modo vogliono essere governati; la fiducia nella legalità e in un'equa amministrazione della giustizia; un governo che sia trasparente e non si approfitti del popolo; la libertà di vivere come si sceglie di voler vivere. Questi non sono ideali solo americani: sono diritti umani, ed è per questo che noi li sosterremo ovunque.
La strada per realizzare questa promessa non è rettilinea. Ma una cosa è chiara e palese: i governi che proteggono e tutelano i diritti sono in definitiva i più stabili, quelli di maggior successo, i più sicuri. Soffocare gli ideali non è mai servito a farli sparire per sempre. L'America rispetta il diritto di tutte le voci pacifiche e rispettose della legalità a farsi sentire nel mondo, anche qualora fosse in disaccordo con esse. E noi accetteremo tutti i governi pacificamente eletti, purché governino rispettando i loro stessi popoli.
Quest'ultimo punto è estremamente importante, perché ci sono persone che auspicano la democrazia soltanto quando non sono al potere: poi, una volta al potere, sono spietati nel sopprimere i diritti altrui. Non importa chi è al potere: è il governo del popolo ed eletto dal popolo a fissare l'unico parametro per tutti coloro che sono al potere. Occorre restare al potere solo col consenso, non con la coercizione; occorre rispettare i diritti delle minoranze e partecipare con uno spirito di tolleranza e di compromesso; occorre mettere gli interessi del popolo e il legittimo sviluppo del processo politico al di sopra dei propri interessi e del proprio partito. Senza questi elementi fondamentali, le elezioni da sole non creano una vera democrazia.
Il quinto argomento del quale dobbiamo occuparci tutti insieme è la libertà religiosa. L'Islam ha una fiera tradizione di tolleranza: lo vediamo nella storia dell'Andalusia e di Cordoba durante l'Inquisizione. Con i miei stessi occhi da bambino in Indonesia ho visto che i cristiani erano liberi di professare la loro fede in un Paese a stragrande maggioranza musulmana. Questo è lo spirito che ci serve oggi. I popoli di ogni Paese devono essere liberi di scegliere e praticare la loro fede sulla sola base delle loro convinzioni personali, la loro predisposizione mentale, la loro anima, il loro cuore. Questa tolleranza è essenziale perché la religione possa prosperare, ma purtroppo essa è minacciata in molteplici modi.
Tra alcuni musulmani predomina un'inquietante tendenza a misurare la propria fede in misura proporzionale al rigetto delle altre. La ricchezza della diversità religiosa deve essere sostenuta, invece, che si tratti dei maroniti in Libano o dei copti in Egitto. E anche le linee di demarcazione tra le varie confessioni devono essere annullate tra gli stessi musulmani, considerato che le divisioni di sunniti e sciiti hanno portato a episodi di particolare violenza, specialmente in Iraq.
La libertà di religione è fondamentale per la capacità dei popoli di convivere. Dobbiamo sempre esaminare le modalità con le quali la proteggiamo. Per esempio, negli Stati Uniti le norme previste per le donazioni agli enti di beneficienza hanno reso più difficile per i musulmani ottemperare ai loro obblighi religiosi. Per questo motivo mi sono impegnato a lavorare con i musulmani americani per far sì che possano obbedire al loro precetto dello zakat.
Analogamente, è importante che i Paesi occidentali evitino di impedire ai cittadini musulmani di praticare la religione come loro ritengono più opportuno, per esempio legiferando quali indumenti debba o non debba indossare una donna musulmana. Noi non possiamo camuffare l'ostilità nei confronti di una religione qualsiasi con la pretesa del liberalismo.
È vero il contrario: la fede dovrebbe avvicinarci. Ecco perché stiamo mettendo a punto dei progetti di servizio in America che vedano coinvolti insieme cristiani, musulmani ed ebrei. Ecco perché accogliamo positivamente gli sforzi come il dialogo interreligioso del re Abdullah dell'Arabia Saudita e la leadership turca nell'Alliance of Civilizations. In tutto il mondo, possiamo trasformare il dialogo in un servizio interreligioso, così che i ponti tra i popoli portino all'azione e a interventi concreti, come combattere la malaria in Africa o portare aiuto e conforto dopo un disastro naturale.
Il sesto problema di cui vorrei che ci occupassimo insieme sono i diritti delle donne. So che si discute molto di questo e respingo l'opinione di chi in Occidente crede che se una donna sceglie di coprirsi la testa e i capelli è in qualche modo "meno uguale". So però che negare l'istruzione alle donne equivale sicuramente a privare le donne di uguaglianza. E non è certo una coincidenza che i Paesi nei quali le donne possono studiare e sono istruite hanno maggiori probabilità di essere prosperi.
Vorrei essere chiaro su questo punto: la questione dell'eguaglianza delle donne non riguarda in alcun modo l'Islam. In Turchia, in Pakistan, in Bangladesh e in Indonesia, abbiamo visto Paesi a maggioranza musulmana eleggere al governo una donna. Nel frattempo la battaglia per la parità dei diritti per le donne continua in molti aspetti della vita americana e anche in altri Paesi di tutto il mondo.
Le nostre figlie possono dare un contributo alle nostre società pari a quello dei nostri figli, e la nostra comune prosperità trarrà vantaggio e beneficio consentendo a tutti gli esseri umani - uomini e donne - di realizzare a pieno il loro potenziale umano. Non credo che una donna debba prendere le medesime decisioni di un uomo, per essere considerata uguale a lui, e rispetto le donne che scelgono di vivere le loro vite assolvendo ai loro ruoli tradizionali. Ma questa dovrebbe essere in ogni caso una loro scelta. Ecco perché gli Stati Uniti saranno partner di qualsiasi Paese a maggioranza musulmana che voglia sostenere il diritto delle bambine ad accedere all'istruzione, e voglia aiutare le giovani donne a cercare un'occupazione tramite il microcredito che aiuta tutti a concretizzare i propri sogni.
Infine, vorrei parlare con voi di sviluppo economico e di opportunità. So che agli occhi di molti il volto della globalizzazione è contraddittorio. Internet e la televisione possono portare conoscenza e informazione, ma anche forme offensive di sessualità e di violenza fine a se stessa. I commerci possono portare ricchezza e opportunità, ma anche grossi problemi e cambiamenti per le comunità località. In tutte le nazioni - compresa la mia - questo cambiamento implica paura. Paura che a causa della modernità noi si possa perdere il controllo sulle nostre scelte economiche, le nostre politiche, e cosa ancora più importante, le nostre identità, ovvero le cose che ci sono più care per ciò che concerne le nostre comunità, le nostre famiglie, le nostre tradizioni e la nostra religione.
So anche, però, che il progresso umano non si può fermare. Non ci deve essere contraddizione tra sviluppo e tradizione. In Paesi come Giappone e Corea del Sud l'economia cresce mentre le tradizioni culturali sono invariate. Lo stesso vale per lo straordinario progresso di Paesi a maggioranza musulmana come Kuala Lumpur e Dubai. Nei tempi antichi come ai nostri giorni, le comunità musulmane sono sempre state all'avanguardia nell'innovazione e nell'istruzione.
Quanto ho detto è importante perché nessuna strategia di sviluppo può basarsi soltanto su ciò che nasce dalla terra, né può essere sostenibile se molti giovani sono disoccupati. Molti Stati del Golfo Persico hanno conosciuto un'enorme ricchezza dovuta al petrolio, e alcuni stanno iniziando a programmare seriamente uno sviluppo a più ampio raggio. Ma dobbiamo tutti riconoscere che l'istruzione e l'innovazione saranno la valuta del XXI secolo, e in troppe comunità musulmane continuano a esserci investimenti insufficienti in questi settori. Sto dando grande rilievo a investimenti di questo tipo nel mio Paese. Mentre l'America in passato si è concentrata sul petrolio e sul gas di questa regione del mondo, adesso intende perseguire qualcosa di completamente diverso.
Dal punto di vista dell'istruzione, allargheremo i nostri programmi di scambi culturali, aumenteremo le borse di studio, come quella che consentì a mio padre di andare a studiare in America, incoraggiando un numero maggiore di americani a studiare nelle comunità musulmane. Procureremo agli studenti musulmani più promettenti programmi di internship in America; investiremo sull'insegnamento a distanza per insegnanti e studenti di tutto il mondo; creeremo un nuovo network online, così che un adolescente in Kansas possa scambiare istantaneamente informazioni con un adolescente al Cairo.
Per quanto concerne lo sviluppo economico, creeremo un nuovo corpo di volontari aziendali che lavori con le controparti in Paesi a maggioranza musulmana. Organizzerò quest'anno un summit sull'imprenditoria per identificare in che modo stringere più stretti rapporti di collaborazione con i leader aziendali, le fondazioni, le grandi società, gli imprenditori degli Stati Uniti e delle comunità musulmane sparse nel mondo.
Dal punto di vista della scienza e della tecnologia, lanceremo un nuovo fondo per sostenere lo sviluppo tecnologico nei Paesi a maggioranza musulmana, e per aiutare a tradurre in realtà di mercato le idee, così da creare nuovi posti di lavoro. Apriremo centri di eccellenza scientifica in Africa, in Medio Oriente e nel Sudest asiatico; nomineremo nuovi inviati per la scienza per collaborare a programmi che sviluppino nuove fonti di energia, per creare posti di lavoro "verdi", monitorare i successi, l'acqua pulita e coltivare nuove specie. Oggi annuncio anche un nuovo sforzo globale con l'Organizzazione della Conferenza Islamica mirante a sradicare la poliomielite. Espanderemo inoltre le forme di collaborazione con le comunità musulmane per favorire e promuovere la salute infantile e delle puerpere.
Tutte queste cose devono essere fatte insieme. Gli americani sono pronti a unirsi ai governi e ai cittadini di tutto il mondo, le organizzazioni comunitarie, gli esponenti religiosi, le aziende delle comunità musulmane di tutto il mondo per permettere ai nostri popoli di vivere una vita migliore.
I problemi che vi ho illustrato non sono facilmente risolvibili, ma abbiamo tutti la responsabilità di unirci per il bene e il futuro del mondo che vogliamo, un mondo nel quale gli estremisti non possano più minacciare i nostri popoli e nel quale i soldati americani possano tornare alle loro case; un mondo nel quale gli israeliani e i palestinesi siano sicuri nei loro rispettivi Stati e l'energia nucleare sia utilizzata soltanto a fini pacifici; un mondo nel quale i governi siano al servizio dei loro cittadini e i diritti di tutti i figli di Dio siano rispettati. Questi sono interessi reciproci e condivisi. Questo è il mondo che vogliamo. Ma potremo arrivarci soltanto insieme.
So che molte persone - musulmane e non musulmane - mettono in dubbio la possibilità di dar vita a questo nuovo inizio. Alcuni sono impazienti di alimentare la fiamma delle divisioni, e di intralciare in ogni modo il progresso. Alcuni lasciano intendere che il gioco non valga la candela, che siamo predestinati a non andare d'accordo, e che le civiltà siano avviate a scontrarsi. Molti altri sono semplicemente scettici e dubitano fortemente che un cambiamento possa esserci. E poi ci sono la paura e la diffidenza. Se sceglieremo di rimanere ancorati al passato, non faremo mai passi avanti. E vorrei dirlo con particolare chiarezza ai giovani di ogni fede e di ogni Paese: "Voi, più di chiunque altro, avete la possibilità di cambiare questo mondo".
Tutti noi condividiamo questo pianeta per un brevissimo istante nel tempo. La domanda che dobbiamo porci è se intendiamo trascorrere questo brevissimo momento a concentrarci su ciò che ci divide o se vogliamo impegnarci insieme per uno sforzo - un lungo e impegnativo sforzo - per trovare un comune terreno di intesa, per puntare tutti insieme sul futuro che vogliamo dare ai nostri figli, e per rispettare la dignità di tutti gli esseri umani.
È più facile dare inizio a una guerra che porle fine. È più facile accusare gli altri invece che guardarsi dentro. È più facile tener conto delle differenze di ciascuno di noi che delle cose che abbiamo in comune. Ma nostro dovere è scegliere il cammino giusto, non quello più facile. C'è un unico vero comandamento al fondo di ogni religione: fare agli altri quello che si vorrebbe che gli altri facessero a noi. Questa verità trascende nazioni e popoli, è un principio, un valore non certo nuovo. Non è nero, non è bianco, non è marrone. Non è cristiano, musulmano, ebreo. É un principio che si è andato affermando nella culla della civiltà, e che tuttora pulsa nel cuore di miliardi di persone. È la fiducia nel prossimo, è la fiducia negli altri, ed è ciò che mi ha condotto qui oggi.
Noi abbiamo la possibilità di creare il mondo che vogliamo, ma soltanto se avremo il coraggio di dare il via a un nuovo inizio, tenendo in mente ciò che è stato scritto. Il Sacro Corano dice: "Oh umanità! Sei stata creata maschio e femmina. E ti abbiamo fatta in nazioni e tribù, così che voi poteste conoscervi meglio gli uni gli altri". Nel Talmud si legge: "La Torah nel suo insieme ha per scopo la promozione della pace". E la Sacra Bibbia dice: "Beati siano coloro che portano la pace, perché saranno chiamati figli di Dio".

Sì, i popoli della Terra possono convivere in pace. Noi sappiamo che questo è il volere di Dio. E questo è il nostro dovere su questa Terra.
Grazie, e che la pace di Dio sia con voi."


Naturalmente i contenuti tanto ricchi e impegnativi del discorso, tanto ricchi e impegnativi, furono accolti con grande entusiasmo e apprezzamento da quasi tutti i governi degli stati a maggioranza islamica. Solo il "cattivo di turno", quel "discolaccio" del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejād rilasciò una dichiarazione niente affatto conciliante: "Abbiamo sentito un bel discorso fatto di tante parole. Ora aspettiamo i fatti". C'è da dire che da Obama qualche segnale distensivo è arrivato immediatamente dopo: il principale di essi fu il parziale ritiro delle truppe americane dall'Iraq e lo spostamento della caccia ad Osama Bin-Laden in territori più credibili come possibile rifugio del capo di Al Qaeda, che in tutti gli anni successivi all'11 Settembre aveva sempre trovato ospitalità e tranquillo rifugio nelle regioni al confine tra Afghanistan e Pakistan. Anche le dichiarazioni di severa condanna della politica degli insediamenti abusivi israeliani in Cisgiordania vennero giudicati positivamente da quei governi islamici più pronti a dare credito un pò subalterno alle promesse di "Pulcinella", sempre pronunciate da tutti i governi americani. I fatti successivi gettarono parecchia acqua sul fuoco, infatti da un certo momento in poi la gioventù dei paesi arabi preferì imboccare la strada delle rivoluzioni contro i dittatori dei loro paesi (fedeli servitori degli Stati Uniti) piuttosto che aspettare il passaggio di Obama dalle parole ai fatti. 
Solo l'Iran non ebbe alcun motivo di dare qualche credito agli impegni proclamati nello storico discorso. Seguitarono infatti le rituali giaculatorie per denunciare la sistematica violazione dei diritti umani e la provocatoria e ripetuta teoria del presidente iraniano sulla mancanza di fondamento dell'olocausto ebraico ad opera dei nazisti ("è un'invenzione propagandistica dell'occidente e degli israeliani per coprire le loro azioni criminali contro il popolo palestinese"); seguitarono le accuse rivolte all'Iran di volersi dotare di armi atomiche, nonostante che l'apposita commissione nominata dall'ONU dichiarasse a più riprese che le loro risultanze confermavano che le ricerche iraniane in materia nucleare avevano finalità pacifiche e riguardavano la produzione di energia elettrica; per un certo periodo l'Iran fu seriamente impegnato a porre un freno e a reprimere le incursioni talebane che partivano dall'Afghanistan, ma nonostante ciò il segretario di stato Hilary Clinton seguitò a ripetere come un disco che i talebani ricevevano armi e sostegno logistico dalla repubblica islamica degli Ayatollah; naturalmente la politica statunitense nei confronti di Israele non cambiò di una virgola e andò dal silenzio fragoroso nei giorni in cui l'aviazione israeliana bombardò Gaza con bombe al fosforo fino alla querula accusa al governo iraniano di sostenere i movimenti di Ezbollah al confine di Israele e di Hamas nella striscia di Gaza.
Poi, a misura che la crisi economica e finanziaria attanagliò gli Stati Uniti in misura sempre più grave, ripresero le minacce di interventi armati contro l'intollerabile regime islamista iraniano. Forse per controbilanciare la passiva subalternità della politica estera statunitense nei confronti di Israele, culminata nella minaccia di porre il veto all'eventuale riconoscimento dello stato Palestinese nel consiglio di sicurezza dell'ONU, ha spinto 
Obama, quasi sicuramente su ispirazione di quel "genio politico" che è Hilary Clinton, a inventare di sana pianta la balla della complotto iraniano contro l'ambasciata saudita a Washington. Il vicepresidente americano Biden ha ritenuto di cogliere l'occasione per uscire dall'anonimato del suo incarico (Roosevelt definì la vicepresidenza USA la carica politica più inutile del mondo) per agitare addirittura la minaccia di un intervento punitivo armato contro l'Iraq. La farsa è durata 3 giorni, poi su di essa è calato un pudico silenzio. 


domenica 16 ottobre 2011

LIBIA, Incendi, terrore, caccia all'uomo La città dei neri non esiste più


TAWARGHA - Le palazzine bruciano piano. Un lavoro metodico, svolto senza fretta. Quelle che non si incendiano subito restano dimenticate per qualche giorno: porte e finestre sfondate, tracce di fumo sui muri, stracci di vestiti e schegge di mobili sparsi attorno. Poi gli attivisti della rivoluzione tornano ad appiccare il fuoco aiutandosi con la benzina ed il risultato è assicurato. Nei viottoli sporchi sono abbandonati alla loro sorte cani, galline, conigli, muli, pecore, mucche. Ogni tanto giunge una vettura dalla carrozzeria dipinta con i simboli del fronte anti-Gheddafi e si porta via gli animali. Gli orti sono secchi, è dai primi di agosto che nessuno si occupa di irrigarli. A parte il crepitare sommesso degli incendi, il silenzio regna sovrano. Una calma immobile, minacciosa, inquietante, spaventosa. Un benzinaio sulla provinciale poco lontano ci ha detto che non sarebbe difficile trovare la terra smossa delle fosse comuni. Ma è pericoloso, le pattuglie della guerriglia non amano curiosi da queste parti.

Sono le immagini della pulizia etnica di Tawargha, piccola cittadina una trentina di chilometri a sud-est di Misurata. Ricordano i villaggi vuoti della ex-Jugoslavia negli anni Novanta. L'episodio che con maggior forza due giorni fa ci ha trasmesso la gravità immanente dei crimini consumati in questa zona è stato l'incontro con quattro ragazzi della «Qatiba Namr», una delle brigate di Misurata nota per le doti di coraggio e resistenza dimostrati al tempo dell'assedio delle milizie scelte di Gheddafi contro la «città martire della rivoluzione» in primavera. «Qui vivevano solo neri. Negri stranieri. Nemici dalla pelle scura che stavano con Gheddafi. Ucciderli è giusto. Se fossi in loro scapperei subito verso sud, in Africa. Qui non hanno più nulla da fare, se non morire», affermano sprezzanti. Viaggiano su di una Toyota dalla carrozzeria coperta di fango. Sono tutti armati di Kalashnikov. Portano scarpe da tennis, magliette scure e blu jeans. Dicono di avere diciannove anni, ma potrebbero essere anche più giovani. Brufoli e sguardo di sfida, con il dito sul grilletto si sentono padroni del mondo. «Siamo venuti ad assicurarci che nessun cane nero cerchi di tornare. Devono sapere che non hanno futuro in Libia», sbotta quello che sta al volante. Sostiene di chiamarsi Mustafa Akil, però non vuole essere fotografato, così neppure gli altri.
A Tawargha ci siamo arrivati quasi per caso. Tornando da Sirte verso Tripoli, giunti poco prima delle periferie orientali di Misurata, è stato impossibile non vedere le colonne di fumo degli incendi. Sono almeno una ventina. Si nota in particolare una palazzina a cinque piani divorata dalle fiamme rosse che si allungano dai balconi. Nel parcheggio sottostante sono fermi almeno cinque pick up delle forze della rivoluzione. Ci avviciniamo. Ma i miliziani ordinano di restare lontani. «C'erano circa 40.000 negri. Sono partiti tutti. Tawargha non esiste più. Ora c'è solo Misurata», si limita a ripetere uno di loro, barba fluente e occhiali neri. Sui cartelli stradali il nome della città è stato cancellato con vernice bianca, al suo posto è scritto quello di «Nuova Tommina», un villaggio delle vicinanze che era stato attaccato dai lealisti in aprile.
La storia non è nuova. Le cronache della resa delle truppe fedeli al Colonnello a Tawargha contro le colonne dei ribelli di Misurata sostenuti dai bombardamenti Nato era arrivata il 13 agosto. E quasi subito Amnesty International e altre organizzazioni per la difesa dei diritti umani avevano denunciato massacri, abusi di ogni tipo e soprattutto deportazioni di massa. Unica scusa addotta dai ribelli era stata che proprio gli abitanti di Tawargha erano stati tra i più crudeli «mercenari africani» nelle file nemiche. Ma poi le cronache della caduta di Tripoli e gli sviluppi seguenti avevano preso il sopravvento. Il 18 settembre un inviato del Wall Street Journal citava il presidente del Consiglio Nazionale Transitorio, Mustafa Abdel Jalil, che dava il suo placet alla totale distruzione della cittadina. «Il fato di Tawargha è nelle mani della gente di Misurata», sosteneva Jalil, giustificando così appieno i crimini di guerra.
La novità verificata sul campo è però che la pulizia etnica continua. Nonostante le rassicurazioni contro ogni politica razzista e in difesa delle minoranze nere in Libia fornite a più riprese alla comunità internazionale dai dirigenti della rivoluzione, a Tawargha si sta portando a termine del tutto indisturbati ciò che era iniziato ad agosto. I muri delle case devastate sono imbrattati di slogan freschi contro i «murtazaka», come qui chiamano i «mercenari» pagati dalla dittatura di Gheddafi. Sono firmati in certi casi dalle «brigate per la punizione degli schiavi neri» e trasudano il razzismo più virulento. In verità, molti degli abitanti nella regione di Tawargha sono discendenti delle vittime delle razzie a caccia di schiavi organizzate in larga scala dai mercanti arabi della costa per secoli sino alla metà dell'Ottocento nel cuore dell'Africa sub-sahariana. Libici a tutti gli effetti, figli di libici, sono ora tra le vittime più deboli del caos e delle incertezze in cui è scivolato il Paese. Nessuno conosce ancora le cifre dei loro morti e feriti. Le nuove autorità di Tripoli non rendono noti i numeri dei prigionieri.
E quando la fanno sono spesso contradditori e impossibili da verificare. Di tanto in tanto si viene a conoscenza di ex abitanti di Tawargha arrestati nei campi profughi e nei quartieri poveri attorno a Tripoli. Le voci di violenze carnali contro le donne sono ricorrenti. Molti giovani sarebbero ora tra i combattenti irriducibili negli assedi di Sirte e a Bani Walid. Altri sarebbero riusciti ad unirsi ai Tuareg nel deserto verso Sabha. Sono motivati dalla consapevolezza che la «caccia al negro» non si ferma. Due giorni fa, durante gli scontri a Tripoli tra milizie della rivoluzione e sostenitori di Gheddafi, i primi ad essere arrestati erano i passanti di pelle nera.


Lorenzo Cremonesi



sabato 15 ottobre 2011

LIBIA, 15 Ottobre


Sirte, tra i guerriglieri all'assalto degli ultimi irriducibili di Gheddafi

SIRTE — Per raccontare due giorni della battaglia per Sirte cominciamo dalla fine. E cioè da ieri sera, quando, scornate per l'ennesima volta dalla tenace resistenza offerta dalle milizie pro-Gheddafi, le unità della guerriglia rivoluzionaria si sono leggermente ritirate dalle posizioni conquistate durante la giornata e hanno spostato carri armati russi T-55 e T-75 assieme ai mortai pesanti per essere pronte nelle prossime ore a bombardare a tappeto i cosiddetti «quartieri uno e due», che sono le zone residenziali in prossimità del mare dove sono asserragliati gli ultimi irriducibili. Tutto questo per dire che ancora adesso la battaglia continua. Cento volte i leader militari legati al Consiglio nazionale transitorio (Cnt) hanno promesso nelle ultime settimane che la vittoria finale è «solo una questione di ore», ma cento volte si sono trovati a dover rilanciare la lotta. Ieri mattina oltretutto la giornata si era aperta con la notizia della cattura di Mutassim, il figlio di Gheddafi che più di ogni altro era stato identificato con il braccio di ferro per Sirte. Ma poi è stato via via evidente che si trattava dell'ennesima bufala.

Già arrivando a Sirte da Tripoli mercoledì mattina si sono presentati evidenti alcuni elementi che gettano pesanti ipoteche sulla Libia del futuro. In primo luogo, i ribelli-soldati hanno imparato poco da otto mesi di guerra. Qui tra le loro «Qatiba», le unità combattenti, ci sono tanti, troppi predoni, che sparano a casaccio, spesso colpiscono solo i loro commilitoni, ma rubano bene. «È la vendetta di Misurata contro Sirte», sosteneva allegro un corpulento e barbuto guerrigliero impegnato a distribuire panini ripieni di hummus e fagioli all'ultimo posto di blocco. Detto fatto: i guerriglieri entrano in città con i loro veicoli vuoti ed escono carichi di bottino. Televisioni, antenne paraboliche, vestiti, scarpe, persino auto e trattori. In prima linea non mettono piede, ma approfittano a piene mani. Non tutti. Però molti. Ieri pomeriggio abbiamo visto tra gli altri una decina di ragazzini in mimetica che stavano saccheggiando lo «Ouagadougou», il centro congressi voluto da Gheddafi con il meglio del marmo di Carrara e giganteschi lampadari di cristallo per la sede dell'Unione pan-africana. Gli appartamenti vengono svuotati palmo a palmo. Ciò che non può essere preso, viene distrutto. Non a caso tre giorni fa il presidente del Cnt, Mustafa Abdel Jalil, nella sua visita lampo, quando sembrava che la città fosse ormai del tutto presa, si era dilungato in un appello contro gli abusi sui prigionieri e contro i saccheggi. Elemento fondamentale è che finalmente la litoranea diventa percorribile. Di fatto da tre giorni la Libia non è più divisa in due. Per qualsiasi cittadino è ora possibile viaggiare con la propria auto da Bengasi a Tripoli (circa 1.300 chilometri) e viceversa. Lo stesso non si può ancora dire dell'entroterra. Il deserto resta pericoloso. Ci sono i tuareg pro-Gheddafi, ladri, zone non bonificate dalla guerriglia. Bani Walid, la roccaforte della tribù Warfallah legata alla dittatura, resta invitta. Sarà il cuore della prossima battaglia. La continuità territoriale è comunque assicurata. Nei prossimi giorni il Cnt dichiarerà la «vittoria» della Rivoluzione del 17 febbraio e l'inizio del processo politico democratico, che in otto mesi dovrebbe condurre alle libere elezioni.

Eppure i lealisti combattenti a Sirte gridano al Paese e al mondo che occorre attendere prima di vendere la pelle dell'orso. Quanti sono? «Non lo sappiamo con precisione. Un numero compreso tra 500 e 800», diceva ieri mattina Issa Wafa, comandante 42enne della «Qatiba Jawara», 300 uomini forgiati direttamente dai bombardamenti terribili su Misurata tra marzo e aprile. «Contro di loro le forze della rivoluzione hanno messo in campo 20.000 guerriglieri. Abbiamo armi e munizioni a volontà. Ma poche radio e dunque grandi difficoltà di coordinamento. Per fortuna c'è la Nato che ci garantisce copertura aerea e logistica», aggiunge. Sembra di vedere i filmati della primavera, ma con le parti in campo rovesciate. Allora erano i miliziani di Gheddafi, forti, arroganti e fiduciosi, a sparare a casaccio sui civili. I misuratini facevano la fame, tiravano con il contagocce per risparmiare munizioni, i loro ospedali erano in realtà cliniche di fortuna con poche medicine e costantemente sotto tiro. Oggi le condizioni dei combattenti filo-Gheddafi sono a dir poco terribili. Abbiamo visto quelli di loro feriti o prigionieri: in molti casi scheletri viventi, la pelle gialla, scavati dalla fame, stanchi da morire, ridotti a bere l'acqua piovana. Tanti sono originari del Ciad o della Mauritania, quasi tutti con passaporto libico. Ma ci sono anche arabi «bianchi», libici a tutti gli effetti. I 100 mila abitanti di Sirte sono in stragrande maggioranza legati al Colonnello a filo doppio. Qui sono le tribù dei Qadhafah e Magariha: da sempre il nocciolo duro del regime. «Gheddafi ci ha continuamente aiutato. Ha portato ricchezza alla nostra città. Perché dovremmo odiarlo?», dice una donna da un'auto di profughi diretta verso Tripoli.

Da un balcone al quarto piano di una palazzina presso l'ospedale Ibn Sina, nel cuore della città, seguiamo per diverse ore le fasi della battaglia. I gheddafiani sparano poco, usano con abbondanza i cecchini, sono soldati esperti, se non ci fosse stata la Nato avrebbero avuto la meglio molti mesi fa. La guerriglia rivoluzionaria attacca in modo confuso, caotico. La sua arma preferita restano le contraeree da 23 millimetri di fabbricazione russa montate sui pick up mimetizzati. Ovvio che tra i suoi ranghi c'è molto più senso strategico che nei mesi difficili degli scontri sul fronte orientale tra Bengasi e Ras Lanuf da febbraio a giugno. Resta l'entusiasmo di allora. Tra le unità si avverte la coesione e il senso di fratellanza dei veterani. Eppure imperano ancora improvvisazione, volontarismo e soprattutto il gravissimo pericolo del «fuoco amico». Non esistono statistiche, ma se fosse possibile studiare la casistica delle vittime, quasi certamente il numero di ribelli uccisi o feriti dai loro compagni sarebbe più alto di quelli colpiti dal nemico. Ieri in molti casi si sono sparate addosso le formazioni provenienti da Misurata e quelle di Bengasi. Andare in pattuglia con loro significa assistere in continuazione alle scene di scambi urlati tra diverse unità dello stesso campo per chiedere il cessate il fuoco immediato. «Ogni comandante di Qatiba in teoria possiede due radio: una per le conversazioni con gli altri comandanti e una per essere in contatto con i suoi soldati. Però non sempre funziona», ammette il responsabile del settore Ibn Sina. Dal balcone si vede una città devastata, ormai quasi del tutto vuota di abitanti, priva di acqua, telefoni ed elettricità dai primi di settembre, con le strade ingombre di immondizia e tre alte colonne di fumo nero che si alzano dalla zona di palazzi grigi dove stanno trincerati i lealisti. I combattimenti sono un susseguirsi di scoppi intensi, continui e fasi con poche raffiche, spari isolati. Con la notte diminuiscono. E una luna bianco intenso illumina impietosamente le distruzioni.



Lorenzo Cremonesi

venerdì 14 ottobre 2011

GLI USA HANNO LA PASSIONE DELLA GUERRA


L´ira degli Usa contro Teheran "Nessuna reazione è esclusa"

NEW YORK - Allerta mondiale per gli americani all´estero, su di loro c´è il rischio di «attività terroristiche» dirette da Teheran. I rapporti già tesi fra Stati Uniti e Iran precipitano verso una nuova crisi, Barack Obama riunisce i responsabili della sicurezza nazionale incluso Leon Panetta, segretario alla Difesa. «Nessuna reazione è esclusa», dice la Casa Bianca e lancia un´offensiva a tutto campo verso la comunità internazionale per una condanna dell´Iran, possibilmente assortita da nuove sanzioni Onu.
E´ la reazione del giorno dopo, alle rivelazioni sullo sventato attacco a Washington: una storia incredibile, densa di interrogativi irrisolti. Due agenti iraniani pronti a pagare 1,5 milioni di dollari ai narcos messicani, per l´assassinio dell´ambasciatore saudita a Washington e un attentato all´esplosivo contro la sede diplomatica. Un complotto sventato dall´Fbi, che Obama aveva subito definito «una violazione flagrante della legalità internazionale». Ieri il suo vice Joe Biden ha rincarato la dose: «L´Iran ha superato ogni limite, è decisivo che il mondo si unisca per isolarlo». Hillary Clinton ha chiesto che il regime di Teheran sia «tenuto a rispondere delle sue responsabilità per un atto sciagurato». Il segretario di Stato ha chiamato «tutte le nazioni a condannare questa minaccia alla pace e alla sicurezza mondiale». La rappresentante Usa alle Nazioni Unite, Susan Rice, ha avviato un giro di consultazioni il cui obiettivo finale è di riuscire a varare sanzioni più severe di quelle già in vigore. Anche dall´Arabia Saudita è giunta la richiesta che l´Iran «paghi il prezzo» per questo complotto.
In Europa i primi ad esprimere sostegno agli Stati Uniti sono stati Gran Bretagna e Francia, con accenni alla disponibilità per nuove sanzioni in seno al Consiglio di sicurezza Onu. Da Teheran oltre alle smentite sono giunte delle reazioni di scherno: «E´ un trucco per dirottare l´attenzione dell´opinione pubblica americana dalle proteste contro Wall Street, il capitalismo Usa sta crollando». Così ha detto l´ayatollah Ali Khamenei in persona: il leader massimo secondo alcuni esperti americani «non poteva non sapere» dei preparativi per l´attentato, mentre gli stessi servizi Usa non escludono che il presidente Ahmadinejad possa essere rimasto all´oscuro.
Anche negli Stati Uniti non sono mancate reazioni di stupore, incredulità e perfino scetticismo di fronte alla versione data martedì dal segretario alla Giustizia Eric Holder. Due i protagonisti dell´operazione battezzata in codice "Chevrolet". Manssor Arbabsiar, 56enne di origine iraniana ma naturalizzato americano, è l´unico a essere finito nella rete dell´Fbi. Viveva in Texas, per affari viaggiava spesso in Messico. E´ là che insieme al suo complice Gholam Shakuri (sfuggito alla cattura, probabilmente già tornato in Iran) avrebbe contattato i narcos per un "contratto" speciale, che prevedeva l´attacco terroristico all´ambasciata saudita di Washington. Fbi e Dipartimento di Giustizia non hanno dubbi: i due lavorano per la Forza Quds, una divisione speciale dei Guardiani della rivoluzione iraniani. Avrebbero portato fino in fondo il progetto, se non fossero stati traditi dai presunti narcos, in realtà informatori della Drug Enforcement Agency. Tra i dubbi su questa versione il primo riguarda l´ingenuità: come pensare che i narcos messicani siano così spericolati da lanciarsi nel terrorismo per conto terzi, così diverso dal loro "business" tradizionale? E quale vantaggio politico avrebbe ricavato l´Iran dall´uccisione del diplomatico saudita? Un´ipotesi è quella che gli iraniani pensassero di poter davvero nascondere il loro ruolo, nel qual caso l´attentato avrebbe messo a dura prova l´alleanza fra Stati Uniti e Arabia Saudita. Robert Bauer, ex responsabile Cia in Medio Oriente, è «colpito dal dilettantismo», ma non esclude che «ci siano fratture a Teheran, con gruppi incontrollati che vogliono creare agitazione». La destra Usa rilanciato l´allarme sui piani nucleari dell´Iran, critica Obama per non avere ridotto il pericolo, e nei suoi ranghi parte la richiesta di un´azione militare.



Federico Rampini























La primavera nascosta di Teheran

TEHERAN. Teheran è diventata una città muta, da rumorosa e assordante che era. Nei taxi collettivi, termometro affidabile degli umori dei cittadini, la gente tace. Dalle automobili non esce più musica a tutto volume, e dalle case quella delle band iraniane che mischiano rock e musica tradizionale. «Questo silenzio non è il risultato dei divieti. È che tutti sono troppo depressi per aver voglia di sentir musica» dice Soheila, un´amica. I divieti non hanno cambiato le abitudini. Le ragazze continuano ad andare in giro nelle loro giacchettine attillate, strette quest´anno dalle cinture, e i ragazzi esibiscono pettinature tutte gel e ciuffi ritti sulla testa. Le parabole, che permettono l´ascolto delle tv estere, vengono confiscate e subito dopo ricomprate. Sulla via Shariati gli inquilini di uno stabile discutono chi di loro abbia aperto la porta del palazzo ai poliziotti, che sul marciapiede esibiscono una decina di parabole raccolte sui tetti dello stabile. Anche i gruppi che suonavano negli scantinati sono partiti, dice Soheila: chi per la Germania, chi per gli Stati Uniti. Lei quest´anno ha rinunciato al lavoro in uno studio di architettura: per chi non sa immaginare un futuro, dice, tutto diventa indifferente.
Davanti ai consolati occidentali - che fanno in modo di non rendere le file troppo visibili - ci sono fin dalla mattina presto studenti in attesa di visto. Ai corsi d´italiano per adulti, nella scuola italiana di Teheran, studiano circa 2000 studenti. Amore per la lingua italiana? Anche. Ma soprattutto la speranza di un visto per l´Italia, dove possibilmente rimanere (anche se le borse di studio che il governo italiano concedeva sono state tagliate da quest´anno) o da dove proseguire per altre destinazioni.
L´Iran è il paese con il più massiccio esodo di cervelli al mondo. Ogni anno quasi 300.000 giovani laureati se ne vanno. Il tasso ufficiale di disoccupazione è del 16, ma quello reale secondo gli economisti del 30 per cento.
L´altra ragione del silenzio, sottolinea Soheila, è che tutti sono affannati a far quadrare i conti, pagare le bollette, le tasse scolastiche. File interminabili di macchine si formano ai distributori di gas liquido perché il gas costa molto meno della benzina, aumentata del 500 per cento in un mese (sessanta litri al mese restano a prezzi calmierati), ma i distributori mancano. Ahmadinejad ha scommesso tutto sulla riforma economica, che ha abolito i sussidi su carburante e energia. Ma nelle grandi città i 30 euro al mese a persona non compensano l´inflazione che è salita alle stelle. Nelle campagne invece, dove 30 euro equivalgono quasi al salario di una settimana, il presidente si è guadagnato un posto nel cuore dei poveri. «Ho quattro figli, due senza lavoro, uno che va ancora a scuola e il maggiore che guadagna 200 euro al mese. 180 euro mi permettono di respirare» mi ha detto un uomo che scaricava tappeti da un camioncino nel bazar di Rasht, sul Caspio.
Il problema è che il risparmio per lo Stato che doveva venire dalla riforma e doveva essere destinato a investimenti, non c´è stato. Cifre alla mano, la Corte dei Conti dice che lo Stato anzi spende di più di quanto non spendesse per i sussidi.
«Sarà l´economia a decidere del futuro di Ahmadinejad» dice un economista alla festa nazionale dell´ambasciata tedesca. «Per il leader Khamenei la linea rossa è quella». In perfetto persiano l´ambasciatore tedesco cita la lettera che Goethe scrisse al suo editore nel 1815 per illustrargli che cosa l´avesse spinto a scrivere il Diwan, la grande raccolta di liriche ispirate alla poesia persiana. «La mia intenzione è collegare l´Occidente e l´Oriente, il presente e il passato, il persiano e il tedesco e lasciare che gli usi e le mentalità si intersechino». Nonostante le sanzioni, l´interscambio iraniano-tedesco resta significativo, il primo in occidente. «La Germania mantiene un equilibro tra il dire e il fare» dice il nostro interlocutore: «La Francia minaccia ma fa affari, mentre l´Italia arretra, eclissata da un´interpretazione estensiva delle sanzioni: tra poco non esporterà più nemmeno scarpe da tennis, non solo i prodotti "dual use" (vietati perché potrebbero essere utilizzati per l´arma atomica)».
La questione delle sanzioni divide gli esperti. Funzionano? Non funzionano? Secondo gli europei (meno la Gran Bretagna) finora le sanzioni hanno danneggiato tutto quello che di moderato c´era in Iran a livello economico e politico, e hanno mandato in rovina il settore privato permettendo così ai pasdaran di espandere la loro forza economica. Senza cambiare il comportamento del governo. Le nuove sanzioni che si preparano a Washington non daranno risultati diversi. Il prezzo del petrolio schizzerà ancora più in alto, mentre basterebbe un minimo allentamento della tensione a farlo calare di almeno 8 dollari al barile (cosa che significherebbe 8 miliardi di dollari in meno nelle casse dello Stato iraniano).
Incontro vecchi amici e nuove conoscenze. Uno è tornato nel mondo da poco, in un piccolo ufficio su una strada appartata cerca di ritrovare una vita normale. Non è facile, perché la sua scarcerazione è provvisoria, definitiva lo diventa solo per chi "confessa". Era stato un politico riformatore conosciuto, fu arrestato nel giugno 2009 - il giorno stesso delle elezioni. Un arresto preventivo, per così dire. I primi quattro mesi li aveva passati in totale isolamento, in un stanzino «grande quanto questa tavola».
Un altro ha salito molte scale del potere. L´avevo conosciuto giornalista squattrinato e sottoccupato, ma capace di prevedere fino ai decimali dei risultati elettorali che nessuno si aspettava. Dall´agenzia Mehr all´agenzia Fars, seguendo sempre più da vicino il presidente Ahmadinejad, ora è approdato all´Young Journalist Club, una agenzia politica che ha la sede in una palazzina accanto all´Irib, la televisione di Stato, a cui fornisce il materiale. In Iran le cose funzionano spesso così: accanto all´istituzione prevista dalla legge ne viene creata un´altra che la controlla o ne condivide il potere. E a chi faccia capo la seconda nessuno esattamente lo sa.
Un terzo viene a fare una chiacchierata in albergo. È benevolo, informatissimo, competente, ironico. Parla sempre al plurale, "noi". Chi intende con noi?. «Ahmadinejad dice io quando parla di un errore, noi quando parla di una cosa importante che ha fatto: intende il popolo iraniano», risponde. Si concede una battuta quando il suo accompagnatore ci fissa un appuntamento per l´indomani: «Noi ci rivediamo alle dieci», dice l´accompagnatore e l´altro caustico: «Noi chi?».
Dalle montagne dell´Alborz arrivai un venticello autunnale. L´estate ormai è finita ma la primavera non c´è stata. Quella politica, che molti aspettavano, dopo Tunisi, il Cairo, la Libia. Ma a Teheran tutto è tranquillo. Le prigioni sono piene. Il numero delle esecuzioni ha raggiunto livelli record. I leader dell´opposizione sono agli arresti domiciliari. Qualche protesta, raramente, si leva negli stadi, il solo luogo dove masse di giovani possano raccogliersi senza insospettire le autorità: la più recente, contro il prosciugamento del grande lago salato Orumiyeh, provocato dalla costruzione di dighe inutili, costruite perché qualcuno voleva guadagnarci sopra.
«Il mio è il governo meno corrotto che l´Iran abbia avuto» si è vantato Ahmadinejad a New York. Ma non aveva fatto in tempo a dirlo che i suoi nemici (ne ha sempre di più numerosi tra i conservatori che l´avevano appoggiato alle elezioni) hanno portato alla luce lo scandalo finanziario più clamoroso della storia della Repubblica islamica: una frode bancaria di quasi 3 miliardi di dollari, pari all´uno per cento del prodotto interno lordo. Nelle tre banche coinvolte, due direttori sono stati licenziati, il terzo, della Banca Melli, si è dimesso riconoscendo le proprie responsabilità e il giorno dopo è filato in Canada. «Una pugnalata alle spalle» ha detto il presidente. La lotta all´interno del regime è diventata febbrile in vista delle elezioni parlamentari a marzo. Ahmadinejad vorrebbe crearsi in parlamento una base che gli permetta poi, alle presidenziali del 2013, quando non potrà più candidarsi per un terzo mandato, di candidare alla presidenza un suo uomo; ma il Leader Khamenei è deciso ad impedirglielo. Le elezioni qui servono a misurare il peso di ciascuna fazione politica rispetto alle altre, ma oggi il vero problema è come riportare la gente a votare. Le elezioni del 2009 hanno ucciso qualsiasi fiducia residua dei cittadini nel valore del voto.
La settimana scorsa il Young Journalist Club è stato il primo a dare la notizia dell´arresto di sei documentaristi accusati di collaborare con la Bbc. Dopo i politici riformatori e i giornalisti tocca alla gente del cinema essere presa di mira con l´accusa di collaborare «con l´impero mediatico del nemico». Attori sono in carcere, ad altri è stato tolto il passaporto, altri ancora sono già stati convocati in tribunale.



Vanna Vannuccini



Attacchi sventati, l´ira di Obama "Nessuna opzione è esclusa"

NEW YORK.  "Verso l´Iran nessuna opzione è esclusa", annuncia Barack Obama rifiutando di escludere a priori un´azione militare, come risposta al complotto di Teheran per uccidere l´ambasciatore saudita a Washington. Quel complotto per la Casa Bianca è un atto di guerra, una violazione della convenzione Onu sulla protezione dei diplomatici.
48 ore dopo l´annuncio dell´attentato sventato, il presidente torna a parlare per ribadire la ferma condanna degli Stati Uniti, fugare ogni dubbio sulla gravità della minaccia, e organizzare una reazione dura: partendo dall´ipotesi di un nuovo giro di sanzioni che isolino ulteriormente l´Iran. «I dirigenti di quel Paese devono pagare per le loro responsabilità, per il loro comportamento sciagurato». Paragona l´Iran alla Corea del Nord: «C´è lo stesso disprezzo per la legalità internazionale, fuori da ogni norma accettabile per la comunità mondiale».
Il presidente attiva le sue risorse diplomatiche per un´iniziativa a tutto campo: manda degli inviati ad Ankara e a Mosca, per cercare di costruire il consenso su sanzioni più severe. Affronta anche i dubbi e le perplessità che sono state sollevate sulla versione dell´Fbi, su quello strano complotto con due sicari iraniani che avrebbero dovuto ingaggiare i narcos messicani (per un magro compenso: 1,5 milioni) e sono finiti invece nelle mani di informatori della Drug Enforcement Agency (Dea). «I fatti sono a disposizione di tutti, le prove ci sono», dichiara Obama. Rivela che nel protestare il Dipartimento di Stato Usa è arrivato fino al "contatto diretto" col governo iraniano, nonostante non esistano relazioni diplomatiche fra i due paesi.
Obama ha la certezza che «qualcuno sapeva, ai vertici del governo iraniano, perciò dovranno risponderne». Quand´anche l´ordine non sia arrivato «dai livelli più elevati, di sicuro qualcuno era coinvolto all´interno del governo». Uno dei due terroristi, Mansour Arbabsiar, l´unico ad essere stato arrestato dall´Fbi, secondo il presidente «aveva contatti diretti con il governo di Teheran, era pagato da loro, guidato da loro», anche se i mandanti speravano di confondere le acque e puntavano sull´attribuzione dell´attentato ad Al Qaeda. Questa ipotesi di depistaggio spiegherebbe anche un certo dilettantismo dell´operazione, che continua a sconcertare gli esperti. Il progetto di assassinare l´ambasciatore saudita e far esplodere la sede diplomatica «rientra in un modello di comportamento sistematico, distruttivo e irresponsabile», dice Obama. Del resto, assicura, le prove del coinvolgimento diretto di Teheran sono già state fornite a tutti i governi alleati. Che non sembrano avere dubbi, a giudicare per esempio dalla dura reazione inglese e soprattutto saudita. Il principe Saud al-Faisal riecheggia la posizione americana: «L´Arabia saudita non si piega, l´Iran dovrà rispondere dei suoi atti».



Federico Rampini

mercoledì 12 ottobre 2011

12 Ottobre 2011 - Palestina




Naturalmente per i fondamentalisti evangelici e per i sionisti cristiani questo piccolo passo in direzione della pace allontana dal giorno del giudizio finale, nel quale tutti i sopravvissuti all'Armagedon diventeranno cristiani.


LA TEOPOLITICA DEI FONDAMENTALISTI CRISTIANI AMERICANI

Esiste una diffusa convinzione secondo la quale la politica di totale schieramento dei governi americani con quella dei governi israeliani sia dovuta al grande potere che le lobbies finanziarie ebraiche sono in grado di esercitare sulle scelte USA. Ciò è vero solo in minima parte: in realtà i legami fra Stati Uniti e stato di Israele sono ben più profondi e affondano le loro radici nella grande influenza ideologico-religiosa che i fondamentalisti cristiani statunitensi sono in grado di esercitare sull'opinione pubblica.
L'11 Settembre, il permanere dei conflitti in medio oriente, la guerra contro l'Iraq e il conflitto aperto con l'Iran hanno dato forti impulsi ai movimenti cosiddetti "apocalittici", secondo i quali gli eventi che riguardano Israele sono i segni del compimento delle profezie bibliche. Essi hanno già avviato una sorta di conto alla rovescia che si concluderà con l'Armagedon, lo scontro finale che determinerà la fine del mondo, il ritorno di Gesù, la conversione dei popoli alla sua predicazione e l'instaurazione del regno di Dio. Questa lettura teologica della storia assume rilievo geopolitico perché ricorre negli interventi di autorevoli esponenti dell'establishment, che non esitano ad intrecciare l'Esegesi biblica e strategie internazionali, profezie del Vecchio Testamento e sostegno militare incondizionato a Israele: nel corso di una seduta del senato americano, il senatore repubblicano dell'Oklahoma, James Inhofe ha tenuto questo discorso: "La Bibbia afferma che Abramo spostò le sue tende e si è stabilito nella pianura di Hebron. Li, egli, ha costruito un altare a Dio, e questo fa della Cisgiordania il luogo nel quale Dio è apparso ad Abramo e gli ha detto: "Io ti do questa terra"...Quella del medio oriente non è una battaglia politica, è il contesto nel quale si chiarisce se la parola di Dio è vera o no".
Il presidente di American Values, Gary Bauer, candidato repubblicano alle primarie presidenziali del 2000, gli ha fatto eco con queste parole: "Credo che la Bibbia sia assolutamente chiara circa il fatto che la Palestina è la terra del patto che Dio ha fatto con gli ebrei, per cui quella terra sarebbe stata la loro terra".
Il fatto che in America esistano visioni escatologiche che suggeriscono comportamenti estremi e radicali non è una novità: l'intera storia del Cristianesimo statunitense e dei movimenti religiosi che si attaccano alla sua radice, ad esempio i Testimoni di Geova e i Mormoni, è costellata di profezie più o meno bibliche e più o meno inquietanti che hanno avuto conseguenze etiche rilevanti. La novità degli ultimi anni è data dall'uso politico delle tesi apocalittiche che, uscendo dai confini della disputa ideologica hanno finito per contaminare il dibattito pubblico e hanno animato veri e propri estremisti della fede. E' il caso di ricordare che la parola "fondamentalismo oggi associata con molta facilità all'Islam, nasce in realtà nel contesto della teologia cristiana americana e in particolare nell'ambito della sua componente evangelical. Ai primi del 900' fu infatti un gruppo di teologi dei seminari evangelici degli USA che pubblicò un'opera divulgativa tesa a riaffermare "i principi fondamentali della fede cristiana" con l'obiettivo esplicito di dimostrare che il destino-manifesto degli Stati Uniti d'America aveva il riconoscimento dell'ispirazione divina e fondamento in ogni pagina delle sacre scritture.
I fondamentalisti hanno seguitato ad agire sulla scena politica assumendo varie denominazioni e vari punti d'attacco riguardanti la concezione della famiglia, i valori tradizionali dell'America e la violenta polemica creazionista contro le teorie dell'evoluzione della specie. Tra le tante varianti del fondamentalismo merita menzione particolare la corrente dei crociati dell'apocalisse: per essi una bomba che scoppia a Gerusalemme o la costruzione di un nuovo insediamento nei territori della Cisgiordania non sono semplici episodi di un conflitto politico e militare, ma sono i segni che confermano le profezie bibliche e ci avvicinano alla fine dei tempi. Non occorre molta fantasia per immaginare quali emozioni abbiano destato in una coscienza segnata dal pensiero fondamentalista e dalla sua variante apocalittica fatti come la costituzione dello stato d'Israele del 1948, la guerra dei 6 giorni del 1967, la caduta dell'URSS, l'escalation della violenza in medio oriente e l'11 Settembre. I tempi dell'Armagedon sono vicini.
Non va trascurato che un sondaggio di News Week ha rivelato che il 45% degli americani ritiene che il mondo finirà con la battaglia di Armagedon, esattamente come si racconta nella Bibbia; lo stesso sondaggio afferma che il 47% degli intervistati ritiene che l'Anticristo sia già presente sulla terra (e una metà di essi lo identifica nell'assemblea dell'ONU sempre pronta a votare a favore dei palestinesi e a condannare Israele).
Nei giorni della guerra tra Stati Uniti e Iraq i fondamentalisti apocalittici illustrarono le ragioni bibliche dell'intervento armato contro Saddam Hussein: "Ascoltate il disegno che Dio ha concepito contro Babilonia e le decisioni che ha preso contro il paese dei Caldei. Sarà una guerra terribile, perché si compiranno i disegni dell'eterno contro Babilonia che sarà ridotta a una terra desolata senza abitanti". La citazione era tratta dal Profeta Geremia e i più fanatici dei fondamentalisti vi aggiungevano un passo delle profezie di Zaccaria: "Babilonia ha attaccato i figli di Israele, e chi osa farlo, chi tocca gli ebrei, tocca la pupilla del mio occhio, ed è Dio che parla.

Di matrice evangelico-fondamentalista è anche il variegato fenomeno del cosiddetto "sionismo cristiano". I suoi sostenitori sono andati oltre il recupero delle radici ebraiche del Cristianesimo e più che una corrente teologica costituiscono una lobby politica che agisce attraverso varie organizzazioni. La più nota e ramificata è l'international christian-ambacy, che opera a Gerusalemme dal 1980. La "Christian Friends for Israeli Comunities" promuove il sostegno politico, spirituale e materiale agli insediamenti ebraica in Cisgiordania soprattutto nelle parti di essa nominalmente trasferiti all'autorità nazionale palestinese.
Un'immaginaria carta geopolitica del sionismo cristiano mette Gerusalemme al centro del mondo e le frontiere intorno ad essa sono quelle che decideranno le sorti dell'umanità.
A questo punto è addirittura preonastico sottolineare che per i sionisti cristiani l'Islam è il peggiore nemico dell'umanità. Un ministro del governo Bush ha motivato il giudizio con queste parole: "L'Islam è una religione disumana nella quale Dio ti chiede di mandare tuo figlio a morire per lui, mentre il Cristianesimo è una religione e una fede in cui Dio manda suo figlio a morire per te".
Come è noto nei mesi seguiti all'11 Settembre il presidente Bush cercò in ogni modo, per opportunismo di distinguere tra Islam e terrorismo. Ma i suoi confratelli, seguaci del sionismo cristiano si rifiutarono di capire il senso della distinzione. John Glover, presidente del family policy network ha preso carta e penna e gli ha scritto: "Come cristiano evangelico condanno fortemente l'eventualità che venga ospitata una cerimonia per la fine del Ramadan alla Casa Bianca. Non si deve stravolgere il nefasto insegnamento dell'Islam, che si rivolge ai suoi seguaci invitando ad uccidere gli infedeli, chiamandola religione che insegna la pace.

martedì 11 ottobre 2011

EGITTO





I lettori avranno notato che normalmente mi avvalgo dei contenuti degli articoli del giornale La Repubblica e molto più raramente di quelli del Corriere della Serra: avremmo voluto in qualche occasione citare qualche articolo de La Stampa di Torino, ma abbiamo desistito quando abbiamo letto un articolo a firma del suo direttore Pierluigi Battista che concludeva perentoriamente che nel medio oriente c'è soltanto una democrazia, naturalmente "Israele" (le operazioni di sterminio eseguite mediante bombardamenti al fosforo su città di 1 milione e mezzo di abitanti come Gaza sono componenti essenziali di un evoluto sistema democratico). 
Questa volta abbiamo dovuto trascurare gli articoli della Repubblica. I loro autori hanno tratto spunto dalla deplorevole vicenda dei 26 egiziani copti uccisi negli scontri con la polizia (che di suo ha avuto dai 4 ai 7 
morti) per ripete la solita filastrocca contro l'estremismo islamico che si è impadronito della "Primavera Araba". Uno di essi ha raccontato con dovizia di particolari l'orrore suscitatogli da due corpi di dimostranti copti maciullati dai blindati polizieschi.
Consigliamo l'ultra sensibile corrispondente a rivedersi due documentari:
I - La piazzetta di Goradze, cittadina della Bosnia, bombardata a suo tempo dai mortai degli ortodossi serbi (copti) dove un centinaio di studenti bosniaci musulmani stavano festeggiando l'apertura dell'anno accademico.
Può allora soffermarsi sulle atrocità dei corpi mutilati dai proiettili e dalle schegge dei mortai sparati dalle "Tigri di Arkan" il cui segno di riconoscimento erano le 3 dita della mano destra alzata in onore della Santissima Trinità;
II - Le immagini dei 13 mila corpi di musulmani massacrati a Srebrenica dai miliziani del generale serbo-ortodosso Mladic, anch'egli convinto assertore della sacralità del gesto delle tre dita (normalmente l'uccisione dei musulmani bosniaci, 200.000 morti nell'intera guerra, avveniva al grido: "Scannate i turchi e violentate le p*****e delle loro mogli!"). 

sabato 8 ottobre 2011

BANLIEUE


Le periferie dell' islam 'Speranze deluse e degrado la miccia di lotte razziali'

Quartieri dormitorio, comunità straniere chiuse e impermeabili, disagio economico. L' Italia dei ghetti è una coperta d' Arlecchino: tanti colori, quanti sono i fattori di rischio. La miccia esplosiva? Le seconde generazioni di immigrati e la delusione delle loro aspettative. «Nel nostro Paese è in corso un processo di ghettizzazione del territorio - conferma Gian Carlo Blangiardo, esperto di immigrazione e direttore del dipartimento di statistica alla Bicocca di Milano - questo è dovuto sia alle catene migratorie che portano i cittadini stranieri ad abitare laddove trovano altri connazionali, sia allo status socio-economico che accomuna chi, italiano o non, abita nei quartieri periferici». Blangiardo fa gli esempi delle forti concentrazioni di cinesi e sudamericani in alcune zone di Milano. L' Italia dunque a rischio banlieue? In verità, la presenza dei migranti nel nostro Paese è distribuita in maniera piuttosto uniforme: un pulviscolo di nazionalità scarsamente concentrate. «Oltretutto - spiega Asher Colombo, docente di sociologia delle migrazioni internazionali a Bologna - gli immigrati creano anche dei flussi interni, in una situazione territoriale di grande fluidità». Crescono però le situazioni di degrado e sovraffollamento. In testa Roma e Milano con 300milae 217mila immigrati residenti rispettivamente. Un campanello d' allarme arriva da un studio dell' università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, secondo il quale «le periferie urbane si configurano come veri e propri incubatori di razzismo e xenofobia». C' è poi il caso Roma: «Gli ingenti flussi migratori che si sono riversati qui negli ultimi anni - si leggeva nel "Primo rapporto sugli immigrati in Italia" del Viminale datato 2007 - hanno dato luogo a fenomeni tangibili di segregazione residenziale, basata sul gruppo etnico di appartenenza». Quali sono le comunità più chiuse? «Generalmente quelle cinesi, indiane, pachistane e bengalesi - risponde Blangiardo - anche per le obiettive difficoltà di lingua». Una conferma arriva da una recentissima ricerca Abis per conto dell' associazione Genemaghrebina: i pachistani in Italia risultano spesso isolati, chiusi al mondo esterno, con «una minore integrazione delle donne che vivono quasi esclusivamente all' interno della comunità familiare allargata». In questo contesto, le tensioni possono arrivare dal crescente disagio economico: «In un periodo di crisi, quando i servizi sociali scarseggiano - sostiene Blangiardo - le determinanti di tensione aumentano». In vista però non ci sarebbero «scontri razziali, ma guerre tra poveri, anche perché va dato atto al nostro Paese di essere riuscito in un modo o nell' altro ad accogliere in poco tempo i cinque milioni di immigrati residenti». A rischio ghetto potrebbero essere allora le seconde generazioni, «che scontano - ricorda Colombo - una vecchia e inadeguata legge sulla cittadinanza». «Il milione di giovani immigrati che vive in Italia - prosegue Blangiardo - potrebbe costituire la futura miccia di tensioni razziali: non ora, ma quando e se le loro aspettative di vita e di eguaglianza con i coetanei italiani non venissero soddisfatte». Non solo. Altro fattore di rischio sono gli irregolari: «La crisi economica sta colpendo anche i lavoratori stranieri - avverte Colombo-e questi in base alla Bossi-Fini se perdono il lavoro rischiano di perdere pure il permesso di soggiorno, accrescendo così la già pericolosa area dell' irregolarità strutturale».


Vladimiro Polchi



"Speranze deluse e degrado la miccia di lotte razziali"

ROMA. Quartieri dormitorio, comunità straniere chiuse e impermeabili, disagio economico. L´Italia dei ghetti è una coperta d´Arlecchino: tanti colori, quanti sono i fattori di rischio. La miccia esplosiva? Le seconde generazioni di immigrati e la delusione delle loro aspettative.
«Nel nostro Paese è in corso un processo di ghettizzazione del territorio - conferma Gian Carlo Blangiardo, esperto di immigrazione e direttore del dipartimento di statistica alla Bicocca di Milano - questo è dovuto sia alle catene migratorie che portano i cittadini stranieri ad abitare laddove trovano altri connazionali, sia allo status socio-economico che accomuna chi, italiano o non, abita nei quartieri periferici». Blangiardo fa gli esempi delle forti concentrazioni di cinesi e sudamericani in alcune zone di Milano. L´Italia dunque a rischio banlieue? In verità, la presenza dei migranti nel nostro Paese è distribuita in maniera piuttosto uniforme: un pulviscolo di nazionalità scarsamente concentrate. «Oltretutto - spiega Asher Colombo, docente di sociologia delle migrazioni internazionali a Bologna - gli immigrati creano anche dei flussi interni, in una situazione territoriale di grande fluidità». Crescono però le situazioni di degrado e sovraffollamento. In testa Roma e Milano con 300mila e 217mila immigrati residenti rispettivamente. Un campanello d´allarme arriva da un studio dell´università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, secondo il quale «le periferie urbane si configurano come veri e propri incubatori di razzismo e xenofobia». C´è poi il caso Roma: «Gli ingenti flussi migratori che si sono riversati qui negli ultimi anni - si leggeva nel "Primo rapporto sugli immigrati in Italia" del Viminale datato 2007 - hanno dato luogo a fenomeni tangibili di segregazione residenziale, basata sul gruppo etnico di appartenenza».
Quali sono le comunità più chiuse? «Generalmente quelle cinesi, indiane, pachistane e bengalesi - risponde Blangiardo - anche per le obiettive difficoltà di lingua». Una conferma arriva da una recentissima ricerca Abis per conto dell´associazione Genemaghrebina: i pachistani in Italia risultano spesso isolati, chiusi al mondo esterno, con «una minore integrazione delle donne che vivono quasi esclusivamente all´interno della comunità familiare allargata».
In questo contesto, le tensioni possono arrivare dal crescente disagio economico: «In un periodo di crisi, quando i servizi sociali scarseggiano - sostiene Blangiardo - le determinanti di tensione aumentano». In vista però non ci sarebbero «scontri razziali, ma guerre tra poveri, anche perché va dato atto al nostro Paese di essere riuscito in un modo o nell´altro ad accogliere in poco tempo i cinque milioni di immigrati residenti».
A rischio ghetto potrebbero essere allora le seconde generazioni, «che scontano - ricorda Colombo - una vecchia e inadeguata legge sulla cittadinanza». «Il milione di giovani immigrati che vive in Italia - prosegue Blangiardo - potrebbe costituire la futura miccia di tensioni razziali: non ora, ma quando e se le loro aspettative di vita e di eguaglianza con i coetanei italiani non venissero soddisfatte». Non solo. Altro fattore di rischio sono gli irregolari: «La crisi economica sta colpendo anche i lavoratori stranieri - avverte Colombo - e questi in base alla Bossi-Fini se perdono il lavoro rischiano di perdere pure il permesso di soggiorno, accrescendo così la già pericolosa area dell´irregolarità strutturale».



Vladimiro Polchi

L'ISLAM IN EUROPA





Islam in Europa
   <1% (Bielorussia, Repubblica Ceca, Estonia, Finlandia, Ungheria, Islanda, Irlanda, Lettonia, Lituania, Malta, Moldavia, Monaco, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia, Ucraina)
   1%-2% (Andorra, Croazia)
   2%-4% (Italia, Lussemburgo, Norvegia, Serbia, Slovenia, Spagna)
   4%-5% (Danimarca, Grecia, Liechtenstein, Regno Unito)
   5%-10% (Austria, Belgio, Francia, Germania, Olanda, Svezia, Svizzera)
   10%-20% (Bulgaria, Montenegro, Russia)
   20%-30% (Cipro)
   30%-40% (Macedonia)
   40%-50% (Bosnia-Herzegovina)
   50%-60%
   60%-70%
   70%-80%
   80%-90% (Albania)
   90%-95% (Kosovo)
   >95%


Il recente conflitto nella Bosnia-Herzegovina ha riportato, a una per lo più distratta memoria, collettiva l'esistenza di un Islam dimenticato nel cuore d'Europa. La caduta del muro di Berlino ha contribuito al riemergere di altri mondi musulmani rimossi, dall'Albania alle repubbliche islamiche dell'ex URSS (Azerbaijan, Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan, Turkmenistan, Kirghizistan). E' ancora presto per valutare il tipo di Islam che emergerà da questa nuova situazione geopolitica, anche se diversi segnali vanno nel senso di una riaffermazione radicale dell'identità musulmana. 
La situazione inedita che si è creata a partire dagli anni 80' è la nascita di un Islam europeo che vuole identificarsi geograficamente con l'Europa ad ovest della Russia, frutto di flussi migratori e di immigrati di seconda e terza generazione, nati spesso sul suolo europeo, che hanno ottenuto per diritto o per naturalizzazione la cittadinanza di un paese europeo; e questa situazione si è creata mentre lo spazio economico e politico europeo si è andato consolidando. Il progetto di una maggiore omogeneità sul piano legislativo e politico ha fatto emergere la diversità di trattamento giuridico delle comunità islamiche nei diversi paesi dell'U.E: fin'ora ognuno dei paesi membri ha cercato di formulare una risposta ai nuovi interrogativi secondo la propria tradizione giuridica, le proprie dottrine politiche, la propria percezione del fenomeno religioso.
Il problema dell'inserimento dell'Islam nel quadro europeo sfocia in numerose problematiche come la futura cittadinanza europea e le sue condizioni di accesso, il rapporto fra cultura, religione e diritto e, infine, il tipo di relazioni che si instaureranno tra l'Islam europeo e quello dei paesi islamici. Le nuove comunità musulmane, nate in Europa, potranno entrare in conflitto con la cultura islamica originaria o saranno fattore di equilibrio fra nord e sud del Mediterraneo.
Non va sottovalutato il problema dell'organizzazione strutturale di queste comunità. Il recente tentativo di creare a Parigi un "concistoro di musulmani" rappresentativi dell'Islam in Francia va in questa direzione.
Dal punto di vista politico le due tendenze che si intravedono in Europa circa l'inserimento dell'Islam nella comunità riflettono le differenti filosofie politico-sociali dei diversi stati. si passa dal comunitarismo di tipo anglosassone ad un'integrazione alla francese. Esistono anche divergenze entro le stesse comunità islamiche riguardo alla strutturazione di una propria rappresentanza. La nascita di organismi e strutture comunitarie islamiche si inserisce nel dibattito fra la crescita numerica delle comunità e le loro richieste di un'intesa con i singoli stati. Le diverse comunità musulmane in Europa sono caratterizzate da un'accentuata frammentazione: si ripropone qui una problematica di partenza; l'assenza di una "chiesa" nell'Islam crea difficoltà per gli stati e per le istituzioni di trovare un interlocutore al di sopra delle parti.
Le situazioni sono spesso troppo recenti per formulare ipotesi conclusive e l'Islam europeo risente ovviamente delle dinamiche dei conflitti che attraversano in gran parte il mondo musulmano ma anche, ovviamente, del peso delle tendenze politiche, ideologiche e religiose delle popolazioni europee.