giovedì 12 gennaio 2012

SI AGGRAVA LA TRAGEDIA SIRIANA

La morte del primo giornalista occidentale

Aveva vinto lo scorso anno il «Premio Ilaria Alpi» Gilles Jacquier, il giornalista di France 2 ucciso ieri a Homs in circostanze ancora da chiarire. Primo cronista occidentale a morire in Siria dall'inizio delle proteste dieci mesi fa, Jacquier, 43 anni, era giunto in Siria qualche giorno fa, su invito delle autorità di Damasco.
Più parti hanno condannato l'accaduto. Usa e Onu «deplorano». Il ministro degli esteri francese Alain Juppè ha chiesto che venga fatta piena luce sulla morte di Jacquier, ucciso assieme a sette civili da colpi di mortaio, o forse da un razzo «Rpg», sparati contro un edificio e che hanno ferito un altro reporter, Steven Wassenaar (olandese) e 24 persone. Juppé ha puntato l'indice contro il regime ma i primi indizi portano alla direzione opposta, ossia ai disertori del cosiddetto «Esercito siriano libero» che da qualche settimana affrontano in modo aperto le forze armate lealiste. 
A quanto si è saputo il giornalista di France 2 è stato colpito mentre stava visitando Akrama e Al-Nouzha, due quartieri di Homs fedeli a Bashar Assad, dove si stava svolgendo una manifestazione a sostegno del presidente siriano. Un testimone, citato dalla agenzia britannica Reuters, ha detto che ad uccidere Jacquier è stato un razzo «Rpg» sparato durante il corteo pro-Assad. Più completo il resoconto fatto da un fotografo dell'agenzia Afp che ha parlato di tre colpi. «Una granata è caduta su un edificio, quando stavamo intervistando i manifestanti pro-Assad», ha detto il fotografo «allora siamo saliti sul tetto, ho visto un morto e ho iniziato a fotografarlo. Altri giornalisti invece sono scesi a vedere cosa accadeva (in strada). Quelli che sono andati fuori dall'edificio hanno ricevuto in pieno una granata. Scendendo, ho visto Gilles che giaceva in una pozza di sangue». La televisione di stato siriana poco dopo ha accusato un «gruppo terrorista» di aver sparato colpi contro «giornalisti stranieri impegnati in un incontro con cittadini vittime del terrorismo». Gli oppositori a Homs invece hanno attribuito tutte le responsabilità al regime di Assad.
L'accaduto ha reso ancora più teso il quadro della situazione mentre avanza tra molte difficoltà la missione degli osservatori inviati dalla Lega araba e arrivato in Siria il 26 dicembre. Il team è soggetto a forti pressioni, da parte delle autorità e delle opposizioni. A sorpresa un osservatore algerino Anwar Malek ha sospeso il suo incarico e ha subito lasciato la Siria. Ma non ha raggiunto la sede della Lega araba al Cairo per presentare il suo rapporto. Malek invece è andato a Doha ed è apparso negli studi della tv al Jazeera dove ha accusato le autorità siriane di aver deviato appositamente il loro convoglio, due giorni fa, lungo la strada Homs-Damasco, per esporlo a un attacco armato ma non ha fornito elementi concreti a sostegno di questa tesi. «Durante la missione mi sono sentito come se difendessi il regime» ha affermato Malek «ho capito che non appartenevo a nessuna missione indipendente di monitoraggio della situazione, che stavo dando al regime ulteriore tempo per uccidere e che non avevo possibilità di fermare le uccisioni».
Frasi simili a quelle che da giorni pronunciano i rappresentanti dell'opposizione siriana che auspicano la fine (o il fallimento) della missione dei monitors della Lega araba per portare la Siria sul tavolo del Consiglio di sicurezza dell'Onu ed ottenere un voto a favore di un intervento militare internazionale contro Bashar Assad, simile a quello contro Muammar Ghaddafi in Libia. «C'è ora bisogno di un chiaro e deciso intervento del Consiglio di sicurezza Onu», ha detto ieri a Berlino Steffen Seibert, portavoce della cancelliera Angela Merkel.
Nel conflitto mediatico in corso, parallelo a quello armato nelle strade, il regime continua a fare la sua parte. Ieri Bashar Assad è apparso in pubblico a Damasco per rassicurare i suoi sostenitori. «State tranquilli. Siamo alla fase finale e la Siria sconfiggerà il complotto», ha detto in diretta davanti alle telecamere della televisione di stato. Ma sul terreno lo spargimento di sangue continua e le opposizioni denunciano che la repressione attuata dalle forze di sicurezza avrebbe fatto oltre 400 morti da quando è cominciata la missione degli osservatori della Lega araba.

Michele Giorgio

giovedì 5 gennaio 2012

LO SPREAD PIU' GRAVE DI CUI SOFFRE L'ITALIA




Da qualche mese è diventato di uso comune e di moda il termine "Spread", parola inglese che serve a definire il divario esistente tra due entità: in particolare lo spread a cui si fa riferimento in questa fase di grave crisi economica, che, per l'insipienza irresponsabile del governo Berlusconi e per la pochezza delle forze politiche italiane, ha condotto l'Italia sull'abisso di una crisi rovinosa grave quanto una guerra, è la forbice esistente tra i buoni del tesoro tedeschi (Bond) e quelli italiani.
Nessuno ha pensato che lo spread più grave riguardante il nostro paese è quello che esiste tra il livello medio della civiltà europea (fa eccezione l'Ungheria che sta scivolando verso un regime di tipo fascista) e il livello medio di inciviltà italiana, di cui la xenofobia, tradotta in leggi dello stato e in comportamenti delle istituzioni cosiddette democratiche, è il segno più evidente:
Solo in Italia esistono leggi (si fa per dire) che impongono agli immigrati soprusi che dovrebbero suscitare l'indignazione di ogni persona dotata di un minimo senso di umanità.
Caso limite è il balzello da 80 a 200 euro che ogni immigrato deve pagare per ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno: una porcata di questo genere, tipica di personaggi come Calderoli, che in porcate sono pregevoli professionisti, non esiste e non è mai esistita in nessun paese d'Europa e del mondo che abbiano conosciuto estesi fenomeni di immigrazione.
Le restrizioni all'immigrazione nel nostro paese furono a suo tempo motivate dalle bande leghiste e forzeitaliote  con la necessità di garantire la sicurezza dei cittadini dalle orbe  degli immigrati. Si è visto a quali risultati hanno portato le imprese legislative dei leghisti e alleati: negli ultimi 2 anni la cronaca italiana registra centinaia di morti ammazzati, assassinii, stupri, rapine a mano armata. L'aspetto grottesco della questione sta nel fatto che capita a chi come me ha abbracciato l'Islam di sentirsi interpellare da qualche energumeno di stirpe berica con espressioni tipo "Ti che te ghé abbraccià l'Islam te si in compagnia de quei che coppa e donne": negli ultimi 3 anni in Italia circa 400 donne sono state assassinate dai mariti, dai fidanzati, dagli amanti, da aspiranti violentatori tutti o quasi di nazionalità italiana e di presumibile religione cattolica.
L'aspetto grave della questione sta nel fatto che la Lega e i leghisti sono i germi infettivi attivi del fenomeno razzista, ma se si scava in giro si scopre che il morbo barbarico si insinua in maniera più o meno appariscente nella generalità delle persone, anche se assume forme mascherate che trovano riscontro nella sistematica ignoranza anche nella stampa più "nobile": un giornale campione di "democrazia" non si è vergognato di tradurre l'espressione araba "Sharia" con le parole "Guerra Santa". Sono di uso comune i termini "islamico", "islamista", "fondamentalista" e simili per definire i musulmani.
Che siano razzisti confessi personaggi spregevoli come i dirigenti della Lega non può meravigliare: il razzismo più becero è il loro programma politico insieme alle idiozie sul cosiddetto federalismo e sulla Padania. Ma che rigurgiti più o meno razzisti si manifestino anche in partiti politici che si autodefiniscono di sinistra come ad esempio l'Italia dei Valori diretta dal "letterato" Antonio di Pietro, è circostanza certamente inquietante perché sta a significare che il populismo è un morbo molto più diffuso di quello che si pensa. Probabilmente a favorire il contagio è l'ignoranza crassa che caratterizza la cosiddetta gente.
La vicenda della moschea di Genova contro la quale i prodi seguaci dell'ex P.M. di Tangentopoli si sono caratterizzati allineandosi con i leghisti pronti a cortei e gloriose imprese da crociati, è sotto questo profilo estremamente significativa, anche perché si verifica nella città di Fabrizio de André, grande appassionato cantore delle civiltà mediterranee e autore di canzoni come "Sidun" (dedicata a un bambino palestinese ammazzato dai caccia israeliani), o come Giamilah (una prostituta algerina presentata come una antica divinità che ricorda Astarte e le dispensatrici di amore e di piacere).
Vorrei anche richiamare una circostanza che è sfuggita ai più: all'indomani del massacro dei musulmani senegalesi a Firenze tutti hanno fatto a gara nella retorica della grande manifestazione di solidarietà anti razzista di cui avrebbe dato prova la cittadinanza di Firenze. Tutte balle. A onorare le vittime del nazifascista seguace di Julius Evola, c'erano presenti al funerale circa 10 mila persone di cui 9000 senegalesi. I fiorentini saranno stati poco più di un migliaio, su una popolazione di 350 mila abitanti. Un pò pochini per parlare di "Corale "NO" al razzismo".

IRAN





LIBIA




TUNISIA

mercoledì 4 gennaio 2012

IRAN

L´Iran sfida le sanzioni di Obama testato un missile "invisibile"

"Haaretz": conflitto probabile prima delle elezioni Usa   Il segretario alla Difesa Panetta ha
ammesso: "Se dobbiamo farlo lo faremo"  Teheran ha anche ostentato la prima barra "fatta in
casa" di uranio arricchito         Provocazione dopo provocazione, il conflitto tra Iran e Occidente
si aggrava ogni giorno e già c´è chi specula dalla data di un futuro conflitto: tra nove mesi,
scrive un commentatore su Haaretz, poco prima delle elezioni americane, quando l´Iran
raggiungerà quella che il ministro della Difesa israeliano Barak ha definito la "zona d´immunità",
oltre la quale l´acquisizione della bomba atomica non potrà essere più fermata. Il Segretario alla
Difesa Usa Panetta ha ammesso: «Se dobbiamo farlo lo faremo».  Per ora si misurano le forze
nel Golfo persico. Teheran ieri ha testato un nuovo missile terra-aria capace di colpire gli aerei
rendendosi invisibile alle loro apparecchiature elettroniche e ha ostentato la prima barra "fatta in
casa" di uranio arricchito al 20 per cento (con cui alimenterà il piccolo reattore sperimentale di
Teheran). Tutto questo poche ore dopo che Obama dalla sua vacanza alle Hawai firmava le
nuove sanzioni che colpiscono la Banca centrale iraniana, e che veniva annunciata una nuova
vendita di armi americane nel Golfo (dopo gli 84 jet da combattimento venduti all´Arabia
Saudita, gli Emirati hanno comprato dagli Usa un sistema antimissile per 3,5 miliardi di dollari).
La Banca centrale iraniana era rimasta l´unico strumento del regime per aggirare le sanzioni
finanziarie e ricevere i pagamenti delle esportazioni di petrolio e l´Iran aveva minacciato di
bloccare lo stretto di Hormuz nel caso di nuove sanzioni.  «Alle minacce risponderemo con le
minacce», aveva detto il leader Khamenei, e il vicepresidente Rahimi aveva avvertito che
«nemmeno una goccia di petrolio» sarebbe più passata dal Golfo Persico, mandando alle stelle
il prezzo del petrolio e provocando così il collasso dell´economia mondiale già provata dalla crisi
finanziaria. In effetti il prezzo del petrolio è subito salito, e secondo molti esperti è questo, per il
momento, l´obiettivo delle provocazioni iraniane: far salire il prezzo del petrolio per fare cassa e
bilanciare le conseguenze delle sanzioni.  Dopo la firma di Obama sulle nuove sanzioni (che
colpiscono anche le banche non americane che abbiano relazioni con la Banca centrale
iraniana) ieri anche il presidente Ahmadinejad ha fatto sentire la sua voce. «Teheran non si
piegherà alle pressioni dei nemici», ha scritto in una lettera alla Banca centrale pubblicata dal
suo sito web. «Dobbiamo difendere la nazione ai complotti dei nemici», ha affermato, pur
aggiungendo che l´economia iraniana è in buona salute e non ha «nessun problema».
Ahmadinejad era stato insolitamente silenzioso da quando erano cominciate le manovre della
Marina iraniana nello Stretto destinate a simulare, come aveva detto il comandante dei
Pasdaran, «una situazione di guerra». Simulare o preparare, non era chiaro.  Allo stesso tempo
però da Teheran sono arrivati anche segnali concilianti. Il capo negoziatore del dossier nucleare
Said Jalili e il ministro degli Esteri Salehi hanno detto che il governo iraniano è pronto a
riprendere il negoziato sul nucleare, congelato da quasi un anno; e l´ammiraglio Mahmud
Moussavi ha annunciato alla tv iraniana che il test missilistico sarebbe stato rinviato (è invece
avvenuto con un solo giorno di ritardo). Da tutti i centri del potere iraniano - inclusi sempre più
frequentemente anche i Pasdaran che sono ormai diventati, oltre che un esercito, un
potentissimo conglomerato finanziario - arrivano segnali contraddittori. Gli iraniani, in patria e
all´estero, lanciano messaggi a Obama perché torni a negoziare. Pensano che un attacco
americano o israeliano potrebbe essere quello che serve al regime, come accadde con Saddam
negli Anni ‘80. Qualsiasi azione militare potrebbe rinviare per anni un processo di cambiamento
della Repubblica islamica dall´interno, mentre il regime è sempre più alle strette tra divisioni
interne e la prospettiva di non poter riportare gli iraniani alle urne il prossimo marzo. I riformatori
- non solo Moussavi e Karroubi dagli arresti domiciliari, ma anche il moderato Rafsanjani -
hanno chiesto agli iraniani di boicottare il voto.


Vanna Vannuccini



L´Iran: "Niente portaerei Usa nel Golfo o agiremo"

Le esercitazioni della Marina militare iraniana nel Golfo persico sono terminate, ma il braccio di ferro con l´Occidente continua. L´Iran ha minacciato di "agire" nel caso che gli Stati Uniti rimandino nel Golfo Persico una portaerei, come era avvenuto in questi giorni. «La portaerei americana è stata trasferita nel Golfo dell´Oman e raccomando vivamente che non torni indietro. Se lo facesse agiremo. E non lo ripeteremo due volte» ha detto il generale Salehi, comandante delle Forze armate di Teheran. È la dichiarazione più aggressiva dopo settimane di provocazioni e minacce cominciate dopo l´annuncio di nuove sanzioni americane ed europee. Puntualmente un portavoce della Difesa americana ha ribattuto che il dispiegamento della marina nel Golfo continuerà: «Si tratta di movimenti programmati per la stabilità della regione». Ma poi il Pentagono ha moderato i toni: «Il nostro interesse è garantire la sicurezza del traffico marittimo, ma nessuno cerca lo scontro su Hormuz. È importante abbassare la temperatura».
Dopo anni di sanzioni morbide, che il regime iraniano ha aggirato senza difficoltà, il provvedimento firmato da Obama il 31 dicembre mette in gioco per la prima volta sanzioni che possono paralizzare l´economia iraniana. L´Iran non esporterebbe più petrolio (che costituisce il 70 per cento dell´export): un blocco dello Stretto di Hormuz alla rovescia. Le nuove sanzioni colpiscono infatti tutte le istituzioni finanziarie che abbiano rapporti con la Banca centrale iraniana, attraverso cui passava ormai il denaro pagato per il petrolio iraniano dai Paesi importatori. In due giorni la moneta iraniana, il rial, è crollato: ce ne vogliono 16.000 per comprare un dollaro, fino a ieri ne bastavano 11.600. A Teheran si sono viste code davanti alle banche per comprare dollari, ma le banche non vendono più valuta. Perfino la Cina, il maggiore acquirente di petrolio iraniano e contraria alle nuove sanzioni, ha ridotto di quasi la metà le sue importazioni di petrolio iraniano sostituendolo con quello russo e vietnamita (e chiedendo all´Iran sconti per quello che continua a comprare).
Il pericolo maggiore è che accanto alla retorica belligerante non ci sia l´ombra di un´azione diplomatica, mai come oggi indispensabile, dice Trita Parsi, presidente dell´Associazione degli iraniani americani e firmatario di un appello a negoziare rivolto a Obama da numerosi esperti e diplomatici: una richiesta utopica nell´attuale campagna elettorale americana. Mentre la Marina sparava missili nel Golfo, esponenti del governo iraniano hanno rilanciato i negoziati con la Ue sul nucleare, interrotti un anno fa, ma l´Ue ha ribattuto che aspetta la risposta a una lettera inviata agli iraniani. Alain Juppé ha chiesto all´Europa di allinearsi con le sanzioni americane (la decisione europea è attesa a fine mese) e gli Usa hanno cominciato a riarmare i Paesi arabi amici, o comunque nemici del nemico.
La situazione può sfuggire di mano anche a causa delle crescenti tensioni politiche interne al regime, provocate da una lotta senza quartiere tra fautori del Leader supremo Khamenei (primo fra tutti il comandante dei Pasdaran Qassem Suleimani) e sostenitori di Ahmadinejad (che sembra aver perso terreno negli ultimi mesi), mentre si preparano le legislative che il regime considera una prova della propria legittimità. Ieri Faezeh Rafsanjani, figlia dell´ex presidente ed ex deputata che nel 2009 era stata vicina ai riformatori, è stata condannata "per propaganda contro il regime" a sei mesi di carcere e al divieto di attività politica per cinque anni. Il giorno prima il sito web del padre era stato bloccato dal regime, una misura impensabile fino a poco fa. Il boicottaggio delle elezioni (auspicato dai riformatori) sarà considerato un reato penale, ha detto la magistratura, mentre i Pasdaran hanno annunciato che anche loro, dopo la Marina, daranno il via a esercitazioni nel Golfo.

Vanna Vannuccini