Siria, appello di Annan: "Agire ora"
Abbattuto un aereo militare turco
NEW YORK - Agire ora, subito. Per evitare che la Siria sprofondi in un processo di pace senza fine: l'appello alla comunità internazionale arriva per bocca di Kofi Annan. Un richiamo drammatico alla necessità di prendere provvedimenti rapidi di fronte a una situazione degenerata, che non lascia intravedere speranze. Intanto, cresce la tensione con la Turchia: un caccia di Ankara è stato abbattuto in acque siriane dalla contraerea siriana. Dopo ore di incertezza, la conferma è arrivata direttamente da Damasco.
"Più tempo aspettiamo, più il futuro della Siria sarà nero", ammonisce l'inviato speciale dell'Onu e della Lega Araba. Che critica le iniziative di alcuni governi, che "stanno mettendo in pericolo il processo di pace in Siria, rischiando di scatenare una lotta distruttiva nel Paese". E sostiene la necessità di coinvolgere tutti gli attori possibili per arrivare a una soluzione del conflitto, Iran compreso: secondo l'ex segretario generale dell'Onu, anche Teheran deve fare parte di quel gruppo di Paesi chiamati a lavorare per una soluzione della crisi in Siria.
L'inviato ha chiesto di alzare il livello di pressione sul regime di Damasco. "E' tempo che i governi con più influenza alzino il livello di pressione sulle parti e le convincano a fermare le uccisioni e iniziare il dialogo", ha detto Annan in una conferenza a Ginevra. "Ho avuto intense consultazioni nelle capitali del mondo sulla possibilità di concordare una riunione per discutere le misure da adottare" per applicare il piano di pace, ha aggiunto Annan. "È tempo" che i vari Paesi della comunità internazionale "aumentino la pressione" sulle parti coinvolte, "è tempo di agire ora," ha ripetuto. Una conferenza internazionale, ha annunciato, è in programma a fine mese in Svizzera, con l'obiettivo di trovare una soluzione alla crisi siriana.
"Il mio desiderio personale - ha spiegato Annan - è di fare appello a tutti i combattenti affinché depongano le armi per il bene del popolo". L'inviato speciale ha quindi ribadito come la situazione umanitaria continui a deteriorarsi ogni giorno. "Ora sono 1,5 milioni i siriani che necessitano di assistenza", ha detto, sottolineando come servano 180 milioni di dollari da inviare nel Paese, mentre sinora ne sono stati raccolti solo 42,7 milioni.
Annan ha spiegato anche di aver contattato direttamente il governo di Damasco per chiedere che la popolazione civile intrappolata ad Homs abbia la possibilità di essere rilasciata.
Caccia turco scompare in acque siriane. Sul terreno, intanto, la situazione si fa sempre più complicata e ad aumentare la tensione si è aggiunto oggi il caso di un cacciabombardiere turco precipitato in acque territoriali siriane: per ore non è stato chiaro se fosse stato abbattuto o se si trattasse di un incidente, poi, a tarda sera, sua il premier turco Erdogan che le autorità siriane hanno confermato la prima ipotesi.
"Un aereo militare turco - ha dichiarato l'esercito di Damasco - è stato colpito da un colpo diretto, dopo essere entrato nello spazio aereo siriano. Si è schiantato in mare nelle acque territoriali siriane a circa 10 km dalle coste della provincia di Latakia". I radar siriani avevano individuato un "obiettivo non identificato" che era penetrato nello spazio aereo siriano a grande velocità e a bassa altitudine. La difesa anti-aerea ha ricevuto quindi l'ordine di aprire il fuoco.
Il governo di Ankara deciderà la sua risposta non appena saranno noti tutti i dettagli, si legge nella nota diffusa al termine di una riunione d'emergenza a cui hanno partecipato i vertici militari e dell'intelligence turchi.
Nave russa riparte sotto scorta. Mosca sembra aver trovato una soluzione per il caso della nave russa con a bordo elicotteri destinati alla Siria che era stata costretta a invertire la rotta al largo delle coste scozzesi. Il cargo ripartirà con bandiera russa e sotto scorta, hanno riferito fonti "militari-diplomatiche" all'agenzia Interfax. Martedì scorso l'imbarcazione aveva rinunciato a raggiungere la Siria, poiché bloccata dalla compagnia d'assicurazione, che ha comunicato la revoca della copertura. Il mistero sul carico è stato sciolto dal ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov in persona, che ha confermato che a bordo c'erano due elicotteri siriani revisionati e "sistemi di difesa antiaerea", a loro volta di proprietà siriana, spediti in Russia per manutenzione.
Jet turco precipita in mare «Abbattuto da Damasco»
Un episodiomisterioso che può cambiare il volto alla crisi in Siria. Un caccia turco è stato abbattuto dalla contraerea siriana perché — secondo una versione — ha violato lo spazio aereo del Paese arabo. Una verità emersa nel cuore della notte dopo tesi contrastanti e spiegazioni bizzarre, a conferma del timore per le conseguenze. Ankara non può restare a guardare ma neppure agire di impulso. Ecco perché il governo prima vuol chiarire i fatti e poi muoverà i «passi necessari con decisione». Questa lunga giornata inizia alle 10 del mattino quando due Phantom turchi decollano da Erhac, vicino a Malatya. I caccia sono impegnati in una missione non lontano dal territorio siriano. Zona ad alto rischio. Ed è qui che, 90 minuti più tardi, avviene qualcosa. Secondo due tv libanesi filo-iraniane il jet è stato abbattuto dalla contraerea di Damasco ed è caduto in mare davanti a Latakia. Da Ankara confermano di aver perso i contatti radar. Seguono notizie confuse sui due piloti. Sono «in vita » rilanciano i media turchi. Prigionieri, insistono quelli libanesi. Li cercano i mare anche con l’intervento di navi siriane. Le informazioni operative si intrecciano con quelle diplomatiche. Sale la tensione, cala la Lira turca. Ma è il premier Recep Tayyip Erdogan a stabilizzare il «termometro». Rientrato dal summit in Brasile, convoca una conferenza stampa e per 15 minuti parla d’altro. Poi, finalmente, affronta la questione del caccia. E quando gli chiedono se è vero che Damasco si è scusata sostiene di non essere sicuro neppure di quello. Affermazione quanto meno strana. Non sono d’aiuto neppure gli americani. Dal Pentagono dicono: «Il caccia era nel raggio del sistema siriano, però non possiamo confermare l’abbattimento. Una linea cauta che cambia dopo il vertice (e probabilmente contatti con gli alleati) al quale partecipano Erdogan, i principali ministri e i generali. Il comunicato passato ai media accusa la Siria di aver abbattuto il Phantom e apre scenari imprevedibili. La Turchia è un membro della Nato e potrebbe anche invocare l’assistenza dei partner. Damasco, muta per l’intera giornata, rompe il silenzio. E sostiene che il Phantom era ad appena un chilometro dalla costa siriana. Quindi la difesa ha reagito scoprendo solo dopo che si trattava di un caccia turco. Ma che cosa ha spinto la Siria a un gesto che può costare caro? La prima risposta è che pensavano potesse essere un jet israeliano. La seconda è che sia un monito disperato agli altri avversari. Da mesi sono segnalati voli da parte di droni americani, aerei spia U2 e velivoli turchi che sgancerebbero strani «oggetti elettronici». Missioni per tenere d’occhio l’esercito di Assad che si aggiungono all’appoggio agli insorti. In Turchia — dove ci sono 32 mila profughi—hanno rifugi e centri di coordinamento. Il regime ha voluto lanciare un messaggio? E’ un’ipotesi. Se volevano potevano evitare di sparare. La distruzione del caccia è forse anche un modo per rimediare al colpo della fuga del colonnello a bordo di unMig e ricompattare i ranghimentre si moltiplicano sussurri su defezioni importanti. La tesi di Damasco potrebbe anche nascondere manovre all’interno del regime. Siamo nella terra degli intrighi. Una terra dove c’è spazio anche per il ruolo di Mosca. I russi hanno una stazione radar (e d’ascolto) a Kessab, base che «guarda» verso la Turchia e decine di consiglieri militari si occupano dei missili siriani. Possibile che abbiano lasciato fare? Mosca appoggia il regime ma non le avventure. Il punto è che nel conflitto — marcato ieri da altre stragi—tutti hanno qualcosa da nascondere.
Guido Olimpio
Questo Blog si propone di dare risposta agli interrogativi e alle polemiche che più frequentemente hanno per oggetto la religione islamica e il Corano. Tale attività è particolarmente necessaria in Italia, data la totale disinformazione che gli italiani hanno sulla religione di un miliardo seicento milioni di musulmani in tutto il mondo.
sabato 23 giugno 2012
LA GIUNTA MILITARE COSTRUISCE A RALLENTATORE IL GOLPE
I militari egiziani minacciano la piazza
Le decine di migliaia di persone che hanno rioccupato Tahrir, le pressioni esplicite degli Usa e dell’Europa che per la prima volta hanno messo in guardia la Giunta, il compromesso che pare raggiunto tra i Fratelli musulmani e i generali starebbero finalmente per mettere fine al caos seguito alle presidenziali di domenica. Il nuovo raìs, ha reso noto la tv di Stato, sarà proclamato oggi. E sarà, sostengono molte fonti, Mohammed Morsi. Il candidato della Fratellanza aveva già annunciato la vittoria dopo la chiusura dei seggi, i giudici indipendenti avevano poi confermato il risultato. Ma lo sfidante Ahmed Shafiq, ultimo premier di Mubarak, ha continuato a contestarlo. Soprattutto, i militari al potere da un anno e mezzo non lo hanno riconosciuto, ritardando l’annuncio. Insieme allo scioglimento del Parlamento a maggioranza islamica e al decreto che concentra enormi poteri sulla Giunta, l’evidente resistenza di quest’ultima ad ammettere un raìs islamico ha creato un clima tesissimo, accresciuto dalle voci più allarmistiche: tra le tante, quella della «morte» di Mubarak, mai avvenuta e nemmeno sfiorata. La protesta a Tahrir, ancora in corso, è ben diversa da quella di un anno e mezzo fa. Questa volta è guidata dagli islamici, Fratelli e salafiti. Alcuni giovani della Rivoluzione e liberali l’hanno appoggiata ma in piazza ieri erano essenzialmente uomini barbuti a urlare «abbasso la Giunta», «oh nostra patria», qualche «Allahu Akbar» e «Morsi presidente». Non ci sono state violenze, ma il segnale era chiaro: i vertici della Fratellanza si sono impegnati a mantenere pacifiche le proteste ma la piazza, hanno avvertito, può sfuggire anche a loro. I veri giochi però sono dietro alle quinte, non a Tahrir. Con la minaccia di una rivolta islamica (e non solo) e le pressioni degli Usa, la Giunta ha dovuto trattare con la Fratellanza. Con la minaccia di far vincere Shafiq, la Fratellanza è stata costretta, o così pare, ad accettare molti limiti per avere il suo presidente. Quest’ultima ha poi dovuto trattare con la parte della Rivoluzione che ha appoggiato Morsi pur di battere Shafiq. Ieri Morsi ha così tenuto una conferenza stampa dove per la prima volta non si è detto vincitore, ha riconosciuto il «patriottismo» dei militari pur criticandone «recenti errori». Ha detto che «se sarà eletto» formerà un governo di unità nazionale. Al suo fianco c’erano il capo dei giovani Ahmed Maher, il noto editorialista Hamdi Qandil e l’attivista Wael Ghoneim, tre leader laici della Rivoluzione. E con lui da vicepresidenti dovrebbero trovare posto due aspiranti raìs, sconfitti ma con molti voti: il nasseriano Hamdin Sabahi e l’ex Fratello Abul Futuh. Anche il Nobel Mohammed El Baradei potrebbe avere un ruolo, forse di «mediatore». Ancora una volta nulla è certo fino all’ultimo nel più importante Paese arabo. E la Giunta ha ribadito ieri che agirà «con estrema fermezza» contro ogni tentativo di destabilizzare l’Egitto. Ma pare si sia rassegnata, se non convinta, ad accettare Morsi come il male minore. Un annuncio diverso, oggi, avrebbe conseguenze ben più gravi.
Cecilia Zecchinelli
Migliaia a piazza Tahrir contro i militari
Ma il Consiglio promette il pugno duro
IL CAIRO - Decine di migliaia di persone scese nuovamente in piazza 1Tahrir al Cairo per manifestare contro la riforma costituzionale varata la scorsa settimana dal Consiglio militare. Alla massiccia presenza dei dimostranti, affluiti verso la piazza simbolo della primavera araba, i militari hanno reagito con durezza: "Affronteremo tutti i tentativi di mettere a rischio il paese con la più grande fermezza e forza", hanno messo in guardia, mentre la tensione nel Paese sale alle stelle.
I Fratelli musulmani e altre forze politiche hanno chiamato la gente in piazza dopo la preghiera del venerdì
per una nuova protesta contro il "colpo di Stato" dello scioglimento del parlamento egiziano 2, ispirato dai militari. A centinaia hanno dormito accampati, mentre il paese attende nervosamente i risultati ufficiali del ballottaggio delle presidenziali.
In un comunicato diffuso dal Consiglio militare egiziano letto alla televisione di Stato i militari promettono di usare il pugno duro contro chi, dicono, minaccia di mettere a rischio il paese e difendono quello che per i manifestanti invece è un golpe: la dichiarazione costituzionale, sostengono, è "una necessità imposta dalle condizioni della gestione del Paese in questo periodo critico". E se la prendono con i candidati alle presidenziali per aver annunciato prematuramente la loro vittoria, creando divisioni politiche e confusione. La dichiarazione anticipata dei risultati delle presidenziali egiziane è "completamente ingiustificata ed è una delle ragioni della divisione attuale", si sostiene nel comunicato.
Essam El-Erian, numero 2 del partito Giustizia e Libertà, espressione dei Fratelli Musulmani, ha dichiarato che il sit-in continuerà fino a quando non sarà reinsediato il Parlamento uscito dalle elezioni svoltesi a cavallo tra fine 2011 e inizio 2012. I Fratelli rivendicano con forza la vittoria del loro candidato Mohammed Morsi e sono impegnati in colloqui con gli altri movimenti laici sulla crisi politica in corso. Dal canto suo, anche il rivale Ahmed Shafiq, ex premier sotto Mubarak, si dice vincitore 4.
Le tensioni si sono acuite dopo che il Supremo consiglio delle forze armate, che governa il paese dalla caduta di Hosni Mubarak, ha preso il controllo del potere legislativo, approfittando della decisione della Corte suprema del Cairo di sciogliere il parlamento, in cui i Fratelli musulmani avevano la maggioranza.
Le decine di migliaia di persone che hanno rioccupato Tahrir, le pressioni esplicite degli Usa e dell’Europa che per la prima volta hanno messo in guardia la Giunta, il compromesso che pare raggiunto tra i Fratelli musulmani e i generali starebbero finalmente per mettere fine al caos seguito alle presidenziali di domenica. Il nuovo raìs, ha reso noto la tv di Stato, sarà proclamato oggi. E sarà, sostengono molte fonti, Mohammed Morsi. Il candidato della Fratellanza aveva già annunciato la vittoria dopo la chiusura dei seggi, i giudici indipendenti avevano poi confermato il risultato. Ma lo sfidante Ahmed Shafiq, ultimo premier di Mubarak, ha continuato a contestarlo. Soprattutto, i militari al potere da un anno e mezzo non lo hanno riconosciuto, ritardando l’annuncio. Insieme allo scioglimento del Parlamento a maggioranza islamica e al decreto che concentra enormi poteri sulla Giunta, l’evidente resistenza di quest’ultima ad ammettere un raìs islamico ha creato un clima tesissimo, accresciuto dalle voci più allarmistiche: tra le tante, quella della «morte» di Mubarak, mai avvenuta e nemmeno sfiorata. La protesta a Tahrir, ancora in corso, è ben diversa da quella di un anno e mezzo fa. Questa volta è guidata dagli islamici, Fratelli e salafiti. Alcuni giovani della Rivoluzione e liberali l’hanno appoggiata ma in piazza ieri erano essenzialmente uomini barbuti a urlare «abbasso la Giunta», «oh nostra patria», qualche «Allahu Akbar» e «Morsi presidente». Non ci sono state violenze, ma il segnale era chiaro: i vertici della Fratellanza si sono impegnati a mantenere pacifiche le proteste ma la piazza, hanno avvertito, può sfuggire anche a loro. I veri giochi però sono dietro alle quinte, non a Tahrir. Con la minaccia di una rivolta islamica (e non solo) e le pressioni degli Usa, la Giunta ha dovuto trattare con la Fratellanza. Con la minaccia di far vincere Shafiq, la Fratellanza è stata costretta, o così pare, ad accettare molti limiti per avere il suo presidente. Quest’ultima ha poi dovuto trattare con la parte della Rivoluzione che ha appoggiato Morsi pur di battere Shafiq. Ieri Morsi ha così tenuto una conferenza stampa dove per la prima volta non si è detto vincitore, ha riconosciuto il «patriottismo» dei militari pur criticandone «recenti errori». Ha detto che «se sarà eletto» formerà un governo di unità nazionale. Al suo fianco c’erano il capo dei giovani Ahmed Maher, il noto editorialista Hamdi Qandil e l’attivista Wael Ghoneim, tre leader laici della Rivoluzione. E con lui da vicepresidenti dovrebbero trovare posto due aspiranti raìs, sconfitti ma con molti voti: il nasseriano Hamdin Sabahi e l’ex Fratello Abul Futuh. Anche il Nobel Mohammed El Baradei potrebbe avere un ruolo, forse di «mediatore». Ancora una volta nulla è certo fino all’ultimo nel più importante Paese arabo. E la Giunta ha ribadito ieri che agirà «con estrema fermezza» contro ogni tentativo di destabilizzare l’Egitto. Ma pare si sia rassegnata, se non convinta, ad accettare Morsi come il male minore. Un annuncio diverso, oggi, avrebbe conseguenze ben più gravi.
Cecilia Zecchinelli
Migliaia a piazza Tahrir contro i militari
Ma il Consiglio promette il pugno duro
IL CAIRO - Decine di migliaia di persone scese nuovamente in piazza 1Tahrir al Cairo per manifestare contro la riforma costituzionale varata la scorsa settimana dal Consiglio militare. Alla massiccia presenza dei dimostranti, affluiti verso la piazza simbolo della primavera araba, i militari hanno reagito con durezza: "Affronteremo tutti i tentativi di mettere a rischio il paese con la più grande fermezza e forza", hanno messo in guardia, mentre la tensione nel Paese sale alle stelle.
I Fratelli musulmani e altre forze politiche hanno chiamato la gente in piazza dopo la preghiera del venerdì
per una nuova protesta contro il "colpo di Stato" dello scioglimento del parlamento egiziano 2, ispirato dai militari. A centinaia hanno dormito accampati, mentre il paese attende nervosamente i risultati ufficiali del ballottaggio delle presidenziali.
In un comunicato diffuso dal Consiglio militare egiziano letto alla televisione di Stato i militari promettono di usare il pugno duro contro chi, dicono, minaccia di mettere a rischio il paese e difendono quello che per i manifestanti invece è un golpe: la dichiarazione costituzionale, sostengono, è "una necessità imposta dalle condizioni della gestione del Paese in questo periodo critico". E se la prendono con i candidati alle presidenziali per aver annunciato prematuramente la loro vittoria, creando divisioni politiche e confusione. La dichiarazione anticipata dei risultati delle presidenziali egiziane è "completamente ingiustificata ed è una delle ragioni della divisione attuale", si sostiene nel comunicato.
Essam El-Erian, numero 2 del partito Giustizia e Libertà, espressione dei Fratelli Musulmani, ha dichiarato che il sit-in continuerà fino a quando non sarà reinsediato il Parlamento uscito dalle elezioni svoltesi a cavallo tra fine 2011 e inizio 2012. I Fratelli rivendicano con forza la vittoria del loro candidato Mohammed Morsi e sono impegnati in colloqui con gli altri movimenti laici sulla crisi politica in corso. Dal canto suo, anche il rivale Ahmed Shafiq, ex premier sotto Mubarak, si dice vincitore 4.
Le tensioni si sono acuite dopo che il Supremo consiglio delle forze armate, che governa il paese dalla caduta di Hosni Mubarak, ha preso il controllo del potere legislativo, approfittando della decisione della Corte suprema del Cairo di sciogliere il parlamento, in cui i Fratelli musulmani avevano la maggioranza.
lunedì 18 giugno 2012
SIRIA
La coscienza dell' Occidente e il mattatoio di Damasco
MI AUGURO che un giorno Bashar al-Assad, non più presidente, compaia davanti alla Corte penale internazionale per rispondere dell' accusa di crimini contro l' umanità. Le violenze a opera di altre forze nel conflitto che ormai in Siria ha assunto le caratteristiche di guerra civile non possono sminuire le sue responsabilità. Va ricordato che tutto è iniziato sotto forma di manifestazioni non violente, nel miglior stile della vera Primavera araba. Assad avrebbe potuto rispondervi attuando importanti riforme, di cui ha accarezzato l' idea: aprire negoziati, oppure consentire una transizione pacifica con una onorevole e soddisfacente uscita di scena per sé e per la sua famiglia. Ha scelto invece di mantenere il potere ricorrendo ad una brutale repressione, come già suo padre prima di lui, arrivando a bombardare indiscriminatamente la popolazione civile. Mentre la sua elegantissima moglie, Asma, educata in Gran Bretagna, falcava pavimenti di marmo sui tacchi delle sue Christian Louboutin i soldati e i feroci miliziani di Assad massacravano donne e bambini innocenti nella polvere. L' opposizione popolare in Siria si è mantenuta rigorosamente non violenta di fronte alla spietata repressione, poi ha perduto la disciplina. Le defezioni dall' esercito e le armi provenienti dall' esterno l' hanno trasformata dapprima in insurrezione armata. Poi l' hanno fatta diventare una guerra civile, con il regime assediato, l' opposizione spaccata, alawiti, sunniti e rispettivi sostenitori esterni tutti impegnati in un conflitto complesso, a tratti torbido. La rivoltante novità è che oltre a massacrare i civili, l' esercito e la milizia hanno usato i bambini come scudi umani. Anche alcuni ribelli avrebbero reclutato minorenni nelle loro fila. Ma come ha dichiarato lo stesso Assad in un' intervista televisiva prima che tutto avesse inizio, la responsabilità di ciò che accade in Siria è la sua. Se non avesse scelto la via della repressione il suo Paese non sarebbe arrivato alla guerra civile. Forse Assad ha pianto, in privato, sulla spalla profumata di Asma, io lo vedo come un uomo debole che cerca di esser forte. Ma, come ha scritto W. H. Auden invertendo i verbi di una frase famosa, "quando pianse, i bambini morivano per strada". Come è logico si levano sempre più alti gli appelli all' intervento per porre fine alla carneficina. In un discorso tenuto in aprile al Museo dell' Olocausto di Washington, Elie Wiesel si è chiesto se la storia ci abbia insegnato qualcosa, «se sì, come mai Assad è ancora al potere?», ha aggiunto. Se l' unico requisito necessario a giustificare l' intervento umanitario fosse il numero di morti e feriti trai civili innocenti, la Siria lo avrebbe soddisfatto. Ma la teoria della responsabilità di proteggere, approvata dall' Onu, ossia il sistema più rigoroso ed equo di cui disponiamo oggi per riflettere su questo genere di sfide, prevede che l' azione abbia prospettive ragionevoli di successo. L' intervento è attuabile se, sulla base di una valutazione informata, è verosimilmente in grado di migliorare la situazione nel Paese in oggetto. Questo requisito ahimè non è soddisfatto dalla Siria. Bernard-Henri Levy potrà anche sentenziare disinvoltamente che l' intervento è «realizzabile e possibile», ma cosa ne sa? Il problema non è limitato alle dimensioni, agli armamenti e al livello di addestramento delle forze di repressione di Assad, e alle fratture regionalie settarie interne al Paese. Esiste anche un coinvolgimento diretto di potenze regionali e globali che appoggiano apertamente o meno le varie parti in lotta nella guerra civile. È chiarissimo che l' Iran sciita e la Russia putinista sostengono direttamente il regime di Assad, simpatizzando con la sua base alawita, mentre le potenze sunnite, come l' Arabia Saudita e il Qatar, armerebbero i ribelli. Il russo rispondeva a Hillary Clinton che ha accusato il suo Paese di fornire elicotteri d' attacco al regime di Assad. Nel frattempo gli appelli all' intervento si fanno sempre più insistenti in seno al congresso e sui media americani, ma non al Pentagono, che procede a una lucida analisi delle possibili implicazioni. È facile che un intervento umanitario ai minimi termini possa trasformarsi in un' occupazione travagliata e prolungata, o addirittura in una sorta di guerra per procura. Al contempo le opzioni puramente politiche finora ipotizzate appaiono deboli o irrealizzabili. Il piano di pace di Kofi Annan è andato in fumo. Un inasprimento delle sanzioni contro la famiglia Assad e i suoi accoliti potrebbe portare ad un crollo degli ordini via internet di scarpe Christian Louboutin, ma non fermerà un dittatore con le spalle al muro, che lotta per evitare di fare la fine di Gheddafi. C' è chi propone un fronte popolare interno per la pace in Siria, che veda la stretta collaborazione tra Usa e Arabia Saudita, Iran e Russia. È un' ipotesi probabile quanto un matrimonio tra il papa e Madonna (la popstar). L' idea di un' opposizione siriana più coesa, che si impegni per una transizione non violenta e negoziata, è valida per il passato e per il futuro, ma non è una soluzione per il presente nel bel mezzo di una guerra civile. La posizione della Russia sulla Siria è scioccante, menzognera e indifendibile. I russi hanno più volte bloccato le iniziative tese ad ottenere dall' Onu misure più drastiche per la soluzione del conflitto, ricorrendo ad argomentazioni ipocrite che non celano l' interesse nazionale russo a mantenere un punto d' appoggio militare, economico e politico in Medio Oriente. Sono stati i russi ad addestrare l' esercito siriano che massacra i civili e oggi, se va dato credito alla Clinton, forniscono elicotteri d' attacco per aiutare gli uomini di Assad a uccidere ancora. Non si vergognano? Domanda inutile nel caso della Russia di Putin. Non hanno altri interessi nazionali che in fin dei conti potrebbero contare di più? Questa invece è una domanda utile. Se davvero vogliamo fermare la carneficina in Siria noi in Occidente dobbiamo riflettere su come usare al meglio il bastone e la carota , anche a nostre spese, per far cambiare atteggiamento ai russi. La via di Damasco passa per Moscae la conversione di Putin non sarà opera di nessun Dio.
Timothy Garton Ash
sabato 16 giugno 2012
I TENTATIVI DI GOLPE IN EGITTO, SOGNI AD OCCHI APERTI DEGLI PSEUDO DEMOCRATICI DI CASA NOSTRA
Nel probabile tentativo di bloccare il secondo turno delle elezioni presidenziali egiziane, la corte suprema egiziana, quasi certamente ispirata da quei componenti delle forze armate che sperano con un golpe di bloccare l'irreversibile processo in atto nel paese egiziano, ha annullato le elezioni del parlamento accampando l'incostituzionalità della legge che ne regola lo svolgimento.
Come al solito in Italia vi è stato chi ha visto recepite le preghiere che invocavano, senza confessarlo esplicitamente, un "ritorno all'ordine", e cioè alla dittatura nel più grande paese musulmano del Mediterraneo. Fortunatamente ci sono stati anche giornalisti che, per intima condizione e per pudore o decenza, non sono stati così smaccatamente entusiasti per l'eventualità.
Riportiamo così due di questi articoli e poi, come titolo di perenne vergogna per la giornalista che l'ha scritto, un florilegio di sciocchezze che sembrano ispirate dalla penna di Oriana Fallaci.
LA TRINCEA DEI GENERALI
NELLE rivoluzioni quel che è accaduto nelle ultime ore al Cairo si chiama di solito un tentativo di restaurazione.
O più brutalmente un golpe. Un colpo di Stato "legale", perché attuato con decreti emessi dalla Corte costituzionale, dicono i più puntigliosi. O più semplicemente una mossa controrivoluzionaria, promossa dai generali. Per la società militare egiziana la democrazia equivale a un suicidio, significa la perdita di un potere che si estende all'economia, alla finanza, alla giustizia, alla polizia e alla politica estera, in quanto garante degli accordi di Camp David con Israele. Quindi, alla vigilia di una elezione presidenziale (prevista per questo week end, il 16e il 17 giugno) che rischia o rischiava di esautorarli, i generali hanno sciolto il Parlamento.
EHANNO creato le condizioni per facilitare l'ascesa alla massima carica dello Stato di un autorevole collega in pensione, l'ex generale Ahmed Shafiq. La Corte costituzionale che ha decretato lo scioglimento del Parlamento è ancora quella nominata dall'ex rais, Hosni Mubarak, appena condannato all'ergastolo. Come del resto sono stati nominati da Mubarak i componenti del Supremo comando delle Forze armate, nelle cui mani risiede il vero potere, e al quale i giudici dell'Alta Corte devono obbedienza. E sempre un uomo dell'ergastolano Mubarak è il generale Shafiq, il quale è stato il suo ultimo primo ministro. Il tentativo di restaurare sostanzialmente il vecchio regime, sia pure in modo gattopardesco (cambiando perché nulla cambi) è evidente. Hosni Mubarak, nelle ultime ore dato per moribondo nella prigione militare in cui è rinchiuso, è stato sacrificato dai suoi compagni d'arme, nel febbraio 2011, per placare la rivoluzione. Ma egli resta un punto di riferimento, in quanto espressione della casta militare. Ci si chiede adesso come reagirà piazza Tahrir, ossia la rivoluzione rimasta ai margini dello scontro tra militari e Fratelli musulmani, questi ultimi dominanti nel Parlamento, insieme ai Salafiti, gli integralisti islamici.
L'elezione del Parlamento, avvenuta in condizioni democraticamente accettabili nella primavera scorsa, costituiva una minaccia per il potere militare.
L'imminente nomina, altrettanto democratica, del capo dello Stato significherebbe l'esautorazione del Supremo consiglio delle Forze armate (Scaf) incaricato di gestire la transizione tra la destituzione del rais e il promesso avvento della democrazia. Bisognava dunque azzerare il Parlamento dichiarando incostituzionale la sua elezione. Il pretesto è stato trovato nel doppio sistema di scrutinio, in parte uninominale e in parte alla proporzionale.
Due procedure ritenute illegali perché non avrebbero garantito identici diritti ai candidati. La Corte costituzionale ha così tolto di mezzo gli eletti, disarmati ma forti dei loro mandati e quindi in grado di infastidire i generali. Anche grazie alla capillare organizzazione dei Fratelli musulmani, la cui espressione parlamentare era il Partito della libertà e della giustizia. I deputati avevano già affrontato i generali dichiarando ineleggibili i ministri e i gerarchi del passato regime. La legge colpiva direttamente il generale Shafiq, il quale poteva essere escluso dal ballottaggio con l'esponente dei Fratelli musulmani, Mohammed Morsi, un eventuale capo dello Stato scomodo per i militari. La Corte costituzionale ha scavalcato la legge del Parlamento e ha deciso che Shafiq potrà concorrere per la presidenza della Repubblica. Ma si è forse dimenticata, almeno per ora, di sciogliere l'Assemblea costituente, formata in gran parte da membri del Parlamento giudicato illegale. Quindi la suddetta Corte costituzionale esercita la sua funzione sulla base dei principi del vecchio regime, non essendo neppure cominciati i lavori per la nuova promessa Costituzione democratica. In sostanza il potere resta nelle mani dei generali e il nuovo presidente, se verrà eletto, dipenderà da loro.
Le mosse ora precipitose ora tardive dei militari rivelano la grande confusione che regna negli stati maggiore e nelle caserme. Ed è un'indecisione che apre uno spazio di manovra ai movimenti democratici, laicio religiosi, di piazza Tahrir. Nel primo turno delle elezioni i loro candidati, il giornalista Hamden Sabahi e il musulmano moderato Abdel Moneim Abul Fotouh sono arrivati a ridosso dei primi due, del fratello musulmano Morsi e del generale Shafiq. Uniti li avrebbero superati. Essi non sono comunque usciti di scena e nelle ultime ore sono comparsi in piazza Tahrir, con l'intenzione di creare un "comitato presidenziale" incaricato di sorvegliare lo svolgimento dell'elezione di sabato e domenica prossimi. Li ha raggiunti Morsi, il fratello musulmano, appena è arrivata la notizia dello scioglimento del Parlamento. Si è dunque formata un'opposizione ai militari molto ampia. La dinamica accesa dai moti insurrezionali del febbraio 2011 non si è del tutto fermata.
I militari non vogliono perdere il potere, a tratti esitano, danno l'impressione di assecondare la svolta democratica, temono il giudizio degli americani (dai quali ricevono un sostanziale aiuto in dollari e in armi), ma al momento delle scelte indietreggiano, rinnegano gli impegni, o compiono precipitose fughe in avanti. Si considerano una forza laica capace di arginare l'ondata islamica, provocata dal successo elettorale dei moderati Fratelli musulmani e dei salafiti integralisti, e contano su una parte della popolazione intimorita dalla svolta religiosa e dalle punte di fanatismo. Sia pur approssimativi, e probabilmente non del tutto attendibili, i sondaggi davano negli ultimi giorni alla pari i due finalisti delle presidenziali: il generale e il musulmano. Ma l'astensione di protestaè molto ampia e quindi quelle indagini d'opinione non riflettono gli umori del paese. Oltre che sul timore che ispirano i musulmani in alcuni strati della società, i militari contano sulla crisi economica e il desiderio di un ritorno all'ordine.
Per ora hanno deciso di non rinviare il voto. Ma se avverrà sul serio non mancherà la protesta. E non sarà facile arginarla. La restaurazione è stata tentata, ma non è detto che la "Primavera araba" sia morta in Egitto. La provocazione può ridarle energia.
Bernardo Valli
Nell'Egitto che torna in piazza: "Avete sciolto il parlamento, questo è un nuovo golpe"
IL CAIRO - Quindici mesi dopo, la rivoluzione egiziana sembra tornata al punto di partenza. «Ladri», urlano le centinaia di manifestanti fuori della Corte Suprema lungo la Corniche El Nil, incuranti del sole impietoso che brucia anche il respiro, all'indirizzo dei giudici che hanno appena dichiarato decaduto il Parlamento dominato dagli islamisti e dichiarato eleggibile Ahmad Shafiq, l'ultimo premier di Hosni Mubarak, alle presidenziali di sabato e domenica prossima.
Il palazzo che ospita l'Alta Corte è incartato nel filo spinato e i blindati dell'esercito tengono a distanza la folla. Urla. Maledizioni. Un vecchio agita verso gli impassibili soldati le scarpe e mostra la suola dove ha incollato la foto di Shafiq e di Mubarak, il massimo segno di disprezzo per un arabo. Ma nessun tentativo di forzare il blocco, nessuna violenza. Perché lo schieramento in divisa è impressionante e perché la Fratellanza Musulmana ha dato ordini chiari: nessun incidente deve turb a r e q u e s t i giorni che precedono le elezioni. La Confraternita e il suo candidato Mohammed Morsi pensano di avere la vittoria in tasca, annunciano che riconosceranno solo il voto che porterà questo ingegnere, senza nessuna esperienza né parlamentare né di governo, alla guida del più popoloso e influente Paese del Medio Oriente. Non mancano le voci che nella dirigenza della Fratellanza denunciano la decisione della Corte come «un golpe strisciante» e passeranno cinque lunghe ore - con il Politbjuro islamista riunito per decidere come reagire alle due sentenze che rimescolano completamente le carte - prima che Mohammed Morsi annunci in serata che «le decisioni della Corte vanno rispettate» e confermando la sua candidatura al voto che si apre tra meno di 24 ore. Ma il potere di fatto è tornato nelle mani della Giunta militare.
È stato certamente un boccone amaro da deglutire per Morsi lo scioglimento del Parlamento, per vizio di alcuni articoli della legge elettorale, dominato dal suo Partito e dai salafiti di "Al Nour". Certo la Camera in questi mesi non ha dato una grande prova di sé, per l'inconsistenza del dibattito politico, per l'insensatezza delle proposte di legge, incapace di designare una Assemblea Costituente, mentre l'Egitto continuava a scivolare in una transizione post-Mubarak segnata più volte dal sangue, dalla violenza, dalle stragi.
La seconda sentenza ha scaldato gli animi degli islamisti anche più della prima. La Corte ha giudicato illegittimo il provvedimento che escludeva dalla vita politica gli esponenti dell'ex regime, come appunto Ahmed Shafiq, che nel ballottaggio di domanie domenica sfiderà Mohammed Morsi. Dopo la sentenza la corsa presidenziale di Shafiq è senza ostacoli, le intenzioni di voto lo danno in crescita costante. La Fratellanza con le proposte sulla sharia, il ruolo preminente della religione nella società, ha allarmato molti musulmani moderati, i laici e la minoranza cristiana, vede i suoi consensi scendere.
Poco dopo l'annuncio della Corte in una conferenza stampa fra sostenitori entusiasti, che si è aperta sulle note dell'inno egiziano Shafiq commentava: «È una giornata storica, perché è storica la sentenza della Corte Costituzionale che chiude l'era della resa dei conti». Una sua possibile vittoria alle elezioni presidenziali sarebbe stata inconcepibile appena un anno fa con quel fervore anti-regime che animava l'Egitto. È stato l'ultimo primo ministro del Faraone, investito quando ormai la rivolta divampava e licenziato dalla Giunta militare solo due settimane più tardi. Ma l'ex comandante dell'Aviazionee amico personale di Mubarak, sta raccogliendo ampi consensi. Ha fatto una campagna elettorale apertamente come candidato anti-rivoluzione, puntando sulla sicurezzae stabilità, cercando i voti di quegli egiziani esasperati dai continui disordini e dalla disastrosa situazione economica in cui versa l'Egitto dopo la sua "Primavera" e spaventati dalle proposte islamiste.
Sospesi tra lo spettro di un passato che potrebbe tornare e un salto nel vuoto verso l'islamizzazione, oltre cinquanta milioni di egiziani sono chiamati alle urne da domani in un clima «da film di Bollywood», dice Raghed Mohammed, leader del Movimento 6 aprile, che ha svolto un ruolo preminente durante la rivoluzione di gennaio. Il primo turno è stato dominato dall'astensione e poco meno di 13 milioni hanno espresso voti validi. Il risultato premiò Morsi con il 25 per cento seguitoa ruota da Shafiq con il 24; il 22 andò a un candidato della sinistra, il nasseriano Hamdeen Sabbahi, il 18 a un ex Fratello Musulmano, islamico moderato, Abdel Aboul Fotouh, e l'11 per cento ad Amr Mussa, al quale sondaggi risultati inattendibili attribuivano una concreta possibilità di vittoria. Per il secondo turno resta l'incognita se l'astensionismo, che la commissione elettorale ha rilevato a poco meno del 60 per cento nel primo, terrà ancora lontano dalle urne molta parte del popolo egiziano o se gli avvenimenti delle ultime ore indurranno una partecipazione più sostenuta. A favore di questa seconda possibilità potrebbero contribuire tanto un maggior impegno nel raccogliere voti per Morsi da parte della potente confraternita dei Fratelli Musulmani, quanto un risvegliato interesse di tutti coloro che rifiutano la prospettiva di uno Stato guidato da un presidente dalla forte caratterizzazione islamica, e per scongiurare questo sono pronti a votare per l'ex premier di Mubarak.
Dello "spirito" di Piazza Tahrir è rimasto ben poco. Ieri sera poche centinaia di manifestanti si sono riversati nel luogo simbolo della rivoluzione per protestare contro le sentenze. La gente è arrivata in piazza alla rinfusa, senza che ci fosse una convocazione da parte dei gruppi di attivisti, mandando in tilt l'intera zona, tra ingorghi e lunghe file di auto. La piccola folla ha lanciato soprattutto slogan religiosi. Non c'era il popolo di Facebook, non c'erano i ragazzi delle università, gli avvocati e gli ingegneri, i medici e le donne, che hanno animato per mesi la Piazza con la loro presenza, con le loro speranze, dandole un'anima che adesso non c'è più. «L'egoismo dei partiti e delle Confraternite ci ha fatto perdere la rivoluzione», dice scura in volto Sally Torna, leader della Coalizione dei giovani rivoluzionari, «e adesso hanno perso anche loro».
Fabio Scuto
Come esempio di articolo di impronta "fallaciana" vogliamo citare un articolo pubblicato dal Corriere della Sera a firma di Cecilia Zecchinelli.
L’Egitto torna in mano ai militari
Una doppia sentenza dell’Alta Corte Costituzionale sembra aver messo fine in pochi minuti al sogno di potere dei Fratelli musulmani e alla paura del mondo di un nuovo Califfato sulle rive del Nilo. Ma ha anche cancellato, secondo molti egiziani, la Rivoluzione più importante e in apparenza vittoriosa delmondo arabo, i 16 mesi di «transizione » difficile ma tollerata perché premessa di democrazia, le speranze di chi vedeva l’era Mubarak chiusa per sempre. La cautela è necessaria nell’immaginare cosa accadrà in un Paese che ha finora smentito ogni previsione. Di certo c’è comunque che ieri i 18 membri del massimo tribunale egiziano, riuniti nell’edificio neofaraonico di Maadi tra filo spinato, blindati e agenti antisommossa, hanno riscombinato ogni gioco. «Incostituzionale», secondo il loro giudizio inappellabile, è infatti il Parlamento eletto in inverno dove la Fratellanza e i salafiti controllano quasi il 70 per cento dei seggi. Un terzo dei candidati avrebbe dovuto essere scelto tra gli «indipendenti», mentre molti erano uomini di partito: l’intera Assemblea è da ieri sciolta e nuove elezioni si terranno in autunno. E difficilmente i partiti islamici avranno ancora così tanti voti. «Incostituzionale» è anche la legge che avrebbe proibito all’ex generale e ultimo premier di Mubarak, Ahmed Shafiq, di presentarsi al ballottaggio in programma domani e dopo per nominare il nuovo raìs, proprio perché colluso con il regime abbattuto. Dato per favorito contro il candidato dei Fratelli musulmani Mohammed Morsi—che al primo turno in maggio si era piazzato primo per pochi voti—Shafiq si troverà presidente di un Paese senza Costituzione né Parlamento. Restano in carica il Senato, ma con ben poco potere, e il governo, dove però si prevede presto un rimpasto. E resta fermamente in controllo del Paese la Giunta guidata dal maresciallo Hussein Tantawi. Nel caso, meno probabile, di una vittoria di Morsi lo scenario non è comunque più semplice. Avversati dai militari, dai cristiani, dallo «Stato profondo» dei burocrati, dal business, da molti laici e perfino da alcuni integralisti islamici, i Fratelli musulmani e il loro raìs si troverebbero soli. «Rispettiamo la decisione della Corte», ha dichiarato Morsi, smentendo le voci di un suo ritiro dal ballottaggio. Ma, nella notte, ha sostenuto che le sentenze indicano che «qualcuno trama contro l’Egitto», accusando i «criminali del regime di Mubarak» ancora al potere. Alti dirigenti della Fratellanza hanno quindi accusato la Giunta e i giudici di «colpo di Stato» e previsto che il Paese entrerà in «un tunnel oscuro se il Parlamento sarà davvero dissolto» (e lo sarà). Di golpe ha parlato chiaramente Abdel Moneim Abul Futuh, islamico moderato ed ex Fratello, battuto al primo turno in maggio: «Non solo per i due verdetti ma per la legge che permette ai militari di arrestare i civili», ha spiegato riferendosi a una norma approvata tre giorni fa senza clamore, che di fatto reintroduce le leggi d’emergenza appena abolite. Mohammed ElBaradei, il premio Nobel amato dalla Rivoluzione ma ritiratosi dalle presidenziali, ha definito la situazione dell’Egitto — un raìs senza Costituzione né Parlamento — come «degna della peggiore dittatura». E commenti simili sono arrivati dai blog, dalle tv, da tutti gli indignati. Da quelli che non pensano, come Shafiq, che ieri la Corte abbia invece emesso «due sentenze storiche ». Una parte dell’Egitto che però non è maggioritaria, ed è comunque estenuata: mentre si moltiplicavano le promesse di nuove proteste oceaniche, la piazza simbolo della Rivoluzione, Tahrir, ieri sera era vuota.
Cecilia Zecchinelli appartiene di diritto a quella categoria di giornalisti che confondono gli avvenimenti con le loro intime aspirazioni. La giornalista è fra coloro che considerano l'Islam la sentina di tutti i mali e l'Occidente il più fulgido esempio di democrazie realizzate. Se in qualche parte del mondo una forza politica non europea ne americana vince alla grande libere elezioni senza brogli e con una entusiasmante partecipazione di popolo come è stato nelle elezioni legislative egiziane, e i militari, colonnelli o generali, fanno un bel golpe, la democrazia occidentale è ugualmente in marcia. Per la Zecchinelli i Fratelli Musulmani che ella pervicacemente seguita a chiamare "Islamisti" o "Fondamentalisti Islamici", un golpe organizzato dai fedeli di quel ladrone assassino che un tribunale egiziano ha condannato a morte per tutto quel che ha combinato da ultra-trentennale dittatore, è sicuramente una vittoria per i democratici, anche perché secondo quelli come lei, l'eventuale vittoria elettorale di forze politiche che, tutte assieme, non arrivano a raccogliere più del 20% dei voti, è il non-plus-ultra della vera democrazia rappresentativa.
L'argomento principe utilizzato dalla signora e da chi è come lei è che i Fratelli Musulmani farebbero ripiombare il mondo arabo e l'Islam in genere nel più profondo Medioevo. La stessa convinzione è espressa da scrittori di origine medio orientale tipo Cristiano Magdi Allam e il marocchino Tahar Ben Jelloun.
Questi personaggi sembrano dimenticare:
I - Ciò che noi chiamiamo Medioevo è stato per l'Islam l'epoca di massimo splendore e di massima fioritura culturale ed economica, non solo in medio oriente o in Egitto, ma anche in parti d'Europa come la Sicilia e la Spagna. Il sogno dei musulmani è quello che faceva negli anni della prima guerra mondiale lo sceicco hascemita Feisal: "Ma io sogno l'università araba di Toledo, i giardini di Palermo e i kilometri di illuminazione pubblica notturna di Cordoba";
II - Non c'erano nel Medioevo arabo mostruosità che somigliassero al Sant'Uffizio, all'Inquisizione e alla totale libertà di pensiero che hanno imperato in Europa fino alla Rivoluzione Francese; e non fa capo all'Islam la sequela di atrocità senza limite come le guerre di religione che hanno sconvolto l'Europa per oltre 200 anni, le 2 guerre mondiali e le prodezze delle camicie brune naziste e di quelle nere fasciste (e neppure lo sterminio di interi popoli e la tratta dei neri d'Africa);
III - Il Medioevo arabo è iniziato e si è affermato quando le potenze coloniali europee si sono avventate sui paesi musulmani come locuste affamate e hanno tolto a popolazioni di antichissima civiltà l'indipendenza politica la dignità culturale, la creatività e il senso della libertà. Da musulmani non possiamo che auspicare che uomini come Erdogan, i Fratelli Musulmani d'Egitto e il partito Ennahda, vincitore delle elezioni in Tunisia, restituiscano ai loro popoli lo splendore di un tempo, spazzando via dittatori e bande di pretoriani armati. Ci riusciranno perché Dio è il più Grande, Allahu Akbar.
Egitto, tra i fedeli che si ribellano al golpe “Reagiremo, la presidenza sarà di Morsi”
IL CAIRO — I bravi fedeli hanno messo giù i tappeti anche per strada invadendo la Main
Street di Giza, il centro urbano cresciuto attorno alle Piramidi e che è ormai inglobato
dall’avanzare del Cairo, che ogni anno attira mezzo milione di nuovi abitanti e allarga i suoi
slumfatti di fango e sabbia dove la Fratellanza musulmana ha la sua base elettorale. La piccola
moschea El Rahman non può ospitare tutti dentro, ogni venerdì la gente viene qui anche dai
centri vicini perché il verbo del Sayyed Ali Ben Hassa è suadente come una musica per le loro
orecchie. Un arabo morbido, dai toni pacati, che sa far breccia nel cuore del fedele. Il sermone
non tocca temi squisitamente politici in un Paese scosso dagli eventi delle ultime 24 ore come
lo scioglimento del Parlamento e la corsa alle presidenziali, ma è parallelo: verte sulla centralità
dell’Islam nella vita sociale. I commenti su quel che sta succedendo in Egitto in questi giorni
vengono fuori alla fine, quando i fedeli riavvolgono il tappeto da preghiera e si incamminano
verso i caffè più vicini.
«Si era capito fin dalla sentenza contro Mubarak che le cose non stavano andando per il verso
giusto », dice secco Nabil, che di mestiere fa l’ingegnere, «e lo scioglimento del Parlamento è
stato un golpe, molto soft ma sempre un golpe. Ma reagiremo, vinceremo le presidenziali e
anche quelle per la nuova Assemblea del popolo». Non ci sono dubbi nel popolo dei fedeli sulla
certa elezione di Mohammed Morsi — il candidato della Fratellanza musulmana — alla
presidenza. Nessuno parla delle aspettative o delle speranze nate da Piazza Tahrir, la libertà, la
democrazia, il cambiamento. Quella rivoluzione — a cui peraltro la Confraternita aderì
tardivamente
solo dopo la caduta di Mubarak — è stata lentamente sfiancata, erosa e alla fine soffocata dai
Partiti e dalle Confraternite, adesso viene esibita come un feticcio ogni volta che torna comodo.
Il movimento islamico adesso sostiene che «tutte le conquiste democratiche ottenute con la
rivoluzione potrebbero essere spazzate via con la salita al potere di uno dei simboli dell’era
precedente », Ahmad Shafiq, l’ultimo premier di Mubarak prima del crollo riammesso alla corsa
presidenziale per il voto di oggi e domani.
Il massimalismo della Fratellanza, il velo alle donne, la Sharia in tribunale, le spiagge del Mar
Rosso chiuse ai bagnanti in costume, il divieto di vendere alcolici, l’obbligo della preghiera negli
uffici pubblici e altre imposizioni di stile integralista, hanno spaventato l’elettorato islamico
moderato, i laici, la minoranza cristiana (10 milioni). Non ci sono sondaggi affidabili in Egitto —
è ancora troppo “giovane” il voto libero — ma i consensi per Morsi scendono, al primo turno ha
ottenuto quasi 5 milioni di voti, cioè metà di quelli che il suo partito ha aveva ricevuto solo 6
mesi prima alle legislative. Ahmad Shafiq invece vede i suoi consensi salire. Sicurezza,
stabilità, progresso, ha ripetuto come un mantra per tutta la campagna elettorale, e nel caos
istituzionale in cui si trova l’Egitto potrebbe essere un messaggio vincente. I giovani dei gruppi
che hanno animato la rivolta contro Mubarak solo un anno fa, sono stanchi, delusi, divisi. Come
se quella scintilla che li ha accesi e resi protagonisti della Storia si fosse persa adesso in buio
cosmico. C’è chi sostiene Morsi come il Movimento del 6 aprile e chi Shafik come i Giovani
della Rivoluzione.
Da oggi 52 milioni di egiziani vanno alle urne per scegliere il loro presidente tra un ingegnere
religiosissimo e un ex generale dell’Aviazione. Finora tutti i presidenti egiziani — Gamal Abdel
Nasser, Anwar Sadat e Hosni Mubarak — sono venuti dalle fila della Difesa. Al primo turno le
elezioni sono state dominate dall’astensionismo e solo 13 milioni di schede sono state giudicate valide. Gli egiziani votano per un capo di Stato i cui poteri ancora non sono stati stabiliti, perché
nella sua breve vita il Parlamento non è stato in grado di nominare un Assemblea Costituente
che redigesse una nuova Carta dopo l’abolizione
di quella in vigore sotto Mubarak. Il presidente di norma giura davanti al Parlamento, ma
l’Assemblea del popolo è stata sciolta giovedì dall’Alta Corte. È il caos istituzionale perfetto,
nemmeno nei political thriller di Ahmed Mourad c’è un finale così incerto. I vincitori del voto
saranno comunque i militari della Giunta, che hanno dimostrato in questa complessa partita una
raffinatezza e un’astuzia politica che nessuno in Egitto gli attribuiva. Sciolto il Parlamento — ieri
sera è stato sigillato dall’Esercito per impedire l’ingresso agli ormai ex-deputati — il potere
legislativo è tornato nelle loro mani, il neo-presidente dovrà giurare davanti al maresciallo
Mohammed Tantawi e ai suoi generali. «Da voi si chiama democrazia una roba così?», mi
chiede senza giri di parole Ahmed Kamel, che fa un mestiere difficile in Egitto: l’avvocato della
Lega per i diritti umani.
Fabio Scuto
Sarebbe troppo fisicamente impegnativo pubblicare tutti gli articoli con le loro varie sciocchezze che la gran parte della stampa italiana ha scritto sulle elezioni egiziane: brilla fra tutti la recidiva Cecilia Zecchinelli, ma non sono da meno gli stringati servizi che tutte le reti televisive hanno dedicato alle elezioni egiziane. Eppure l'Egitto è uno dei più grandi paesi che si affaccia sul "Mare Nostrum" e, con la Turchia, è uno dei più importanti centri del mondo culturale e spirituale islamico. L'Egitto è anche una delle principali mete turistiche degli italiani in vacanza: senza contare che i maestosi reperti della sua antichissima storia sono tra le principali mete dei viaggiatori di tutto il mondo. Naturalmente i mezzi di informazione italiani, nella settimana precedente il voto di ballottaggio tra i due candidati alla carica di presidente della repubblica, hanno fatto un tifo quasi da stadio per l'ex primo ministro dell'ultimo governo di Mubarak: è superfluo ricordare che questo signore era in carica quando il suo principale si rendeva responsabile dei massacri di massa per i quali un tribunale egiziano l'ha condannato all'ergastolo.
Voglio soltanto limitarmi a mettere in evidenza talune stranezze presenti nei commenti giornalistici italiani, che non riteniamo meritevoli di pubblicazione integrale, e che tuttavia hanno al loro interno talune idiozie che qualificano il livello di incultura spaziosa e rozza dei loro autori e delle loro autrici:
I - La Zecchinelli, sempre lei, ha scritto che le elezioni di Domenica si sono svolte con i seggi elettorali in mano ai militari. La gentile signora finge di ignorare che anche in Italia e in tutta Europa quando si vota i seggi sono presidiati da poliziotti e da carabinieri per ovvi motivi di ordine pubblico;
II - Sempre la Zecchinelli ha ripetuto fino alla nausea che il candidato della giunta militare, contrapposto a quello dei Fratelli Musulmani, era in costante crescita nei sondaggi pre-voto. La signora dispone evidentemente di un suo personale sondaggista perché fino a questo momento non è stato possibile sapere da una televisione italiana chi abbia vinto le elezioni egiziane. Con molte reticenze si arriva a dire che, sembra, il candidato dei Fratelli Musulmani è in testa: naturalmente quello della giunta militare sostiene che i dati sono incompleti e, comunque, viziati da gravi brogli nel voto;
III - I finti seguaci della democrazia, che si appoggiano su possibili movimenti golpisti, si danno tempo prima di svelare l'arcana verità: e cioè che gli "islamisti" hanno stravinto con una percentuale vicino al 60% dei voti. Naturalmente i campioni nostrani della democrazia sono sempre pronti a brindare a un'eventuale colpo di mano che annulli le elezioni presidenziali come già è stato fatto per quelle del parlamento.
P.S: Chissà se qualche telespettatore non ha notato fra le signore egiziane in fila nei seggi, delle donne completamente vestite di nero con tanto di velo integrale a coprire la testa e un paio di guanti dello stesso colore a coprire persino le mani? Siamo costretti a deludere i tanti numerosi anti-musulmani presenti in Italia: quelle signore portavano sul petto una vistosa croce di legno, segno evidente che erano di religione cristiano-copta.
Come al solito in Italia vi è stato chi ha visto recepite le preghiere che invocavano, senza confessarlo esplicitamente, un "ritorno all'ordine", e cioè alla dittatura nel più grande paese musulmano del Mediterraneo. Fortunatamente ci sono stati anche giornalisti che, per intima condizione e per pudore o decenza, non sono stati così smaccatamente entusiasti per l'eventualità.
Riportiamo così due di questi articoli e poi, come titolo di perenne vergogna per la giornalista che l'ha scritto, un florilegio di sciocchezze che sembrano ispirate dalla penna di Oriana Fallaci.
LA TRINCEA DEI GENERALI
NELLE rivoluzioni quel che è accaduto nelle ultime ore al Cairo si chiama di solito un tentativo di restaurazione.
O più brutalmente un golpe. Un colpo di Stato "legale", perché attuato con decreti emessi dalla Corte costituzionale, dicono i più puntigliosi. O più semplicemente una mossa controrivoluzionaria, promossa dai generali. Per la società militare egiziana la democrazia equivale a un suicidio, significa la perdita di un potere che si estende all'economia, alla finanza, alla giustizia, alla polizia e alla politica estera, in quanto garante degli accordi di Camp David con Israele. Quindi, alla vigilia di una elezione presidenziale (prevista per questo week end, il 16e il 17 giugno) che rischia o rischiava di esautorarli, i generali hanno sciolto il Parlamento.
EHANNO creato le condizioni per facilitare l'ascesa alla massima carica dello Stato di un autorevole collega in pensione, l'ex generale Ahmed Shafiq. La Corte costituzionale che ha decretato lo scioglimento del Parlamento è ancora quella nominata dall'ex rais, Hosni Mubarak, appena condannato all'ergastolo. Come del resto sono stati nominati da Mubarak i componenti del Supremo comando delle Forze armate, nelle cui mani risiede il vero potere, e al quale i giudici dell'Alta Corte devono obbedienza. E sempre un uomo dell'ergastolano Mubarak è il generale Shafiq, il quale è stato il suo ultimo primo ministro. Il tentativo di restaurare sostanzialmente il vecchio regime, sia pure in modo gattopardesco (cambiando perché nulla cambi) è evidente. Hosni Mubarak, nelle ultime ore dato per moribondo nella prigione militare in cui è rinchiuso, è stato sacrificato dai suoi compagni d'arme, nel febbraio 2011, per placare la rivoluzione. Ma egli resta un punto di riferimento, in quanto espressione della casta militare. Ci si chiede adesso come reagirà piazza Tahrir, ossia la rivoluzione rimasta ai margini dello scontro tra militari e Fratelli musulmani, questi ultimi dominanti nel Parlamento, insieme ai Salafiti, gli integralisti islamici.
L'elezione del Parlamento, avvenuta in condizioni democraticamente accettabili nella primavera scorsa, costituiva una minaccia per il potere militare.
L'imminente nomina, altrettanto democratica, del capo dello Stato significherebbe l'esautorazione del Supremo consiglio delle Forze armate (Scaf) incaricato di gestire la transizione tra la destituzione del rais e il promesso avvento della democrazia. Bisognava dunque azzerare il Parlamento dichiarando incostituzionale la sua elezione. Il pretesto è stato trovato nel doppio sistema di scrutinio, in parte uninominale e in parte alla proporzionale.
Due procedure ritenute illegali perché non avrebbero garantito identici diritti ai candidati. La Corte costituzionale ha così tolto di mezzo gli eletti, disarmati ma forti dei loro mandati e quindi in grado di infastidire i generali. Anche grazie alla capillare organizzazione dei Fratelli musulmani, la cui espressione parlamentare era il Partito della libertà e della giustizia. I deputati avevano già affrontato i generali dichiarando ineleggibili i ministri e i gerarchi del passato regime. La legge colpiva direttamente il generale Shafiq, il quale poteva essere escluso dal ballottaggio con l'esponente dei Fratelli musulmani, Mohammed Morsi, un eventuale capo dello Stato scomodo per i militari. La Corte costituzionale ha scavalcato la legge del Parlamento e ha deciso che Shafiq potrà concorrere per la presidenza della Repubblica. Ma si è forse dimenticata, almeno per ora, di sciogliere l'Assemblea costituente, formata in gran parte da membri del Parlamento giudicato illegale. Quindi la suddetta Corte costituzionale esercita la sua funzione sulla base dei principi del vecchio regime, non essendo neppure cominciati i lavori per la nuova promessa Costituzione democratica. In sostanza il potere resta nelle mani dei generali e il nuovo presidente, se verrà eletto, dipenderà da loro.
Le mosse ora precipitose ora tardive dei militari rivelano la grande confusione che regna negli stati maggiore e nelle caserme. Ed è un'indecisione che apre uno spazio di manovra ai movimenti democratici, laicio religiosi, di piazza Tahrir. Nel primo turno delle elezioni i loro candidati, il giornalista Hamden Sabahi e il musulmano moderato Abdel Moneim Abul Fotouh sono arrivati a ridosso dei primi due, del fratello musulmano Morsi e del generale Shafiq. Uniti li avrebbero superati. Essi non sono comunque usciti di scena e nelle ultime ore sono comparsi in piazza Tahrir, con l'intenzione di creare un "comitato presidenziale" incaricato di sorvegliare lo svolgimento dell'elezione di sabato e domenica prossimi. Li ha raggiunti Morsi, il fratello musulmano, appena è arrivata la notizia dello scioglimento del Parlamento. Si è dunque formata un'opposizione ai militari molto ampia. La dinamica accesa dai moti insurrezionali del febbraio 2011 non si è del tutto fermata.
I militari non vogliono perdere il potere, a tratti esitano, danno l'impressione di assecondare la svolta democratica, temono il giudizio degli americani (dai quali ricevono un sostanziale aiuto in dollari e in armi), ma al momento delle scelte indietreggiano, rinnegano gli impegni, o compiono precipitose fughe in avanti. Si considerano una forza laica capace di arginare l'ondata islamica, provocata dal successo elettorale dei moderati Fratelli musulmani e dei salafiti integralisti, e contano su una parte della popolazione intimorita dalla svolta religiosa e dalle punte di fanatismo. Sia pur approssimativi, e probabilmente non del tutto attendibili, i sondaggi davano negli ultimi giorni alla pari i due finalisti delle presidenziali: il generale e il musulmano. Ma l'astensione di protestaè molto ampia e quindi quelle indagini d'opinione non riflettono gli umori del paese. Oltre che sul timore che ispirano i musulmani in alcuni strati della società, i militari contano sulla crisi economica e il desiderio di un ritorno all'ordine.
Per ora hanno deciso di non rinviare il voto. Ma se avverrà sul serio non mancherà la protesta. E non sarà facile arginarla. La restaurazione è stata tentata, ma non è detto che la "Primavera araba" sia morta in Egitto. La provocazione può ridarle energia.
Bernardo Valli
Nell'Egitto che torna in piazza: "Avete sciolto il parlamento, questo è un nuovo golpe"
IL CAIRO - Quindici mesi dopo, la rivoluzione egiziana sembra tornata al punto di partenza. «Ladri», urlano le centinaia di manifestanti fuori della Corte Suprema lungo la Corniche El Nil, incuranti del sole impietoso che brucia anche il respiro, all'indirizzo dei giudici che hanno appena dichiarato decaduto il Parlamento dominato dagli islamisti e dichiarato eleggibile Ahmad Shafiq, l'ultimo premier di Hosni Mubarak, alle presidenziali di sabato e domenica prossima.
Il palazzo che ospita l'Alta Corte è incartato nel filo spinato e i blindati dell'esercito tengono a distanza la folla. Urla. Maledizioni. Un vecchio agita verso gli impassibili soldati le scarpe e mostra la suola dove ha incollato la foto di Shafiq e di Mubarak, il massimo segno di disprezzo per un arabo. Ma nessun tentativo di forzare il blocco, nessuna violenza. Perché lo schieramento in divisa è impressionante e perché la Fratellanza Musulmana ha dato ordini chiari: nessun incidente deve turb a r e q u e s t i giorni che precedono le elezioni. La Confraternita e il suo candidato Mohammed Morsi pensano di avere la vittoria in tasca, annunciano che riconosceranno solo il voto che porterà questo ingegnere, senza nessuna esperienza né parlamentare né di governo, alla guida del più popoloso e influente Paese del Medio Oriente. Non mancano le voci che nella dirigenza della Fratellanza denunciano la decisione della Corte come «un golpe strisciante» e passeranno cinque lunghe ore - con il Politbjuro islamista riunito per decidere come reagire alle due sentenze che rimescolano completamente le carte - prima che Mohammed Morsi annunci in serata che «le decisioni della Corte vanno rispettate» e confermando la sua candidatura al voto che si apre tra meno di 24 ore. Ma il potere di fatto è tornato nelle mani della Giunta militare.
È stato certamente un boccone amaro da deglutire per Morsi lo scioglimento del Parlamento, per vizio di alcuni articoli della legge elettorale, dominato dal suo Partito e dai salafiti di "Al Nour". Certo la Camera in questi mesi non ha dato una grande prova di sé, per l'inconsistenza del dibattito politico, per l'insensatezza delle proposte di legge, incapace di designare una Assemblea Costituente, mentre l'Egitto continuava a scivolare in una transizione post-Mubarak segnata più volte dal sangue, dalla violenza, dalle stragi.
La seconda sentenza ha scaldato gli animi degli islamisti anche più della prima. La Corte ha giudicato illegittimo il provvedimento che escludeva dalla vita politica gli esponenti dell'ex regime, come appunto Ahmed Shafiq, che nel ballottaggio di domanie domenica sfiderà Mohammed Morsi. Dopo la sentenza la corsa presidenziale di Shafiq è senza ostacoli, le intenzioni di voto lo danno in crescita costante. La Fratellanza con le proposte sulla sharia, il ruolo preminente della religione nella società, ha allarmato molti musulmani moderati, i laici e la minoranza cristiana, vede i suoi consensi scendere.
Poco dopo l'annuncio della Corte in una conferenza stampa fra sostenitori entusiasti, che si è aperta sulle note dell'inno egiziano Shafiq commentava: «È una giornata storica, perché è storica la sentenza della Corte Costituzionale che chiude l'era della resa dei conti». Una sua possibile vittoria alle elezioni presidenziali sarebbe stata inconcepibile appena un anno fa con quel fervore anti-regime che animava l'Egitto. È stato l'ultimo primo ministro del Faraone, investito quando ormai la rivolta divampava e licenziato dalla Giunta militare solo due settimane più tardi. Ma l'ex comandante dell'Aviazionee amico personale di Mubarak, sta raccogliendo ampi consensi. Ha fatto una campagna elettorale apertamente come candidato anti-rivoluzione, puntando sulla sicurezzae stabilità, cercando i voti di quegli egiziani esasperati dai continui disordini e dalla disastrosa situazione economica in cui versa l'Egitto dopo la sua "Primavera" e spaventati dalle proposte islamiste.
Sospesi tra lo spettro di un passato che potrebbe tornare e un salto nel vuoto verso l'islamizzazione, oltre cinquanta milioni di egiziani sono chiamati alle urne da domani in un clima «da film di Bollywood», dice Raghed Mohammed, leader del Movimento 6 aprile, che ha svolto un ruolo preminente durante la rivoluzione di gennaio. Il primo turno è stato dominato dall'astensione e poco meno di 13 milioni hanno espresso voti validi. Il risultato premiò Morsi con il 25 per cento seguitoa ruota da Shafiq con il 24; il 22 andò a un candidato della sinistra, il nasseriano Hamdeen Sabbahi, il 18 a un ex Fratello Musulmano, islamico moderato, Abdel Aboul Fotouh, e l'11 per cento ad Amr Mussa, al quale sondaggi risultati inattendibili attribuivano una concreta possibilità di vittoria. Per il secondo turno resta l'incognita se l'astensionismo, che la commissione elettorale ha rilevato a poco meno del 60 per cento nel primo, terrà ancora lontano dalle urne molta parte del popolo egiziano o se gli avvenimenti delle ultime ore indurranno una partecipazione più sostenuta. A favore di questa seconda possibilità potrebbero contribuire tanto un maggior impegno nel raccogliere voti per Morsi da parte della potente confraternita dei Fratelli Musulmani, quanto un risvegliato interesse di tutti coloro che rifiutano la prospettiva di uno Stato guidato da un presidente dalla forte caratterizzazione islamica, e per scongiurare questo sono pronti a votare per l'ex premier di Mubarak.
Dello "spirito" di Piazza Tahrir è rimasto ben poco. Ieri sera poche centinaia di manifestanti si sono riversati nel luogo simbolo della rivoluzione per protestare contro le sentenze. La gente è arrivata in piazza alla rinfusa, senza che ci fosse una convocazione da parte dei gruppi di attivisti, mandando in tilt l'intera zona, tra ingorghi e lunghe file di auto. La piccola folla ha lanciato soprattutto slogan religiosi. Non c'era il popolo di Facebook, non c'erano i ragazzi delle università, gli avvocati e gli ingegneri, i medici e le donne, che hanno animato per mesi la Piazza con la loro presenza, con le loro speranze, dandole un'anima che adesso non c'è più. «L'egoismo dei partiti e delle Confraternite ci ha fatto perdere la rivoluzione», dice scura in volto Sally Torna, leader della Coalizione dei giovani rivoluzionari, «e adesso hanno perso anche loro».
Fabio Scuto
Come esempio di articolo di impronta "fallaciana" vogliamo citare un articolo pubblicato dal Corriere della Sera a firma di Cecilia Zecchinelli.
L’Egitto torna in mano ai militari
Una doppia sentenza dell’Alta Corte Costituzionale sembra aver messo fine in pochi minuti al sogno di potere dei Fratelli musulmani e alla paura del mondo di un nuovo Califfato sulle rive del Nilo. Ma ha anche cancellato, secondo molti egiziani, la Rivoluzione più importante e in apparenza vittoriosa delmondo arabo, i 16 mesi di «transizione » difficile ma tollerata perché premessa di democrazia, le speranze di chi vedeva l’era Mubarak chiusa per sempre. La cautela è necessaria nell’immaginare cosa accadrà in un Paese che ha finora smentito ogni previsione. Di certo c’è comunque che ieri i 18 membri del massimo tribunale egiziano, riuniti nell’edificio neofaraonico di Maadi tra filo spinato, blindati e agenti antisommossa, hanno riscombinato ogni gioco. «Incostituzionale», secondo il loro giudizio inappellabile, è infatti il Parlamento eletto in inverno dove la Fratellanza e i salafiti controllano quasi il 70 per cento dei seggi. Un terzo dei candidati avrebbe dovuto essere scelto tra gli «indipendenti», mentre molti erano uomini di partito: l’intera Assemblea è da ieri sciolta e nuove elezioni si terranno in autunno. E difficilmente i partiti islamici avranno ancora così tanti voti. «Incostituzionale» è anche la legge che avrebbe proibito all’ex generale e ultimo premier di Mubarak, Ahmed Shafiq, di presentarsi al ballottaggio in programma domani e dopo per nominare il nuovo raìs, proprio perché colluso con il regime abbattuto. Dato per favorito contro il candidato dei Fratelli musulmani Mohammed Morsi—che al primo turno in maggio si era piazzato primo per pochi voti—Shafiq si troverà presidente di un Paese senza Costituzione né Parlamento. Restano in carica il Senato, ma con ben poco potere, e il governo, dove però si prevede presto un rimpasto. E resta fermamente in controllo del Paese la Giunta guidata dal maresciallo Hussein Tantawi. Nel caso, meno probabile, di una vittoria di Morsi lo scenario non è comunque più semplice. Avversati dai militari, dai cristiani, dallo «Stato profondo» dei burocrati, dal business, da molti laici e perfino da alcuni integralisti islamici, i Fratelli musulmani e il loro raìs si troverebbero soli. «Rispettiamo la decisione della Corte», ha dichiarato Morsi, smentendo le voci di un suo ritiro dal ballottaggio. Ma, nella notte, ha sostenuto che le sentenze indicano che «qualcuno trama contro l’Egitto», accusando i «criminali del regime di Mubarak» ancora al potere. Alti dirigenti della Fratellanza hanno quindi accusato la Giunta e i giudici di «colpo di Stato» e previsto che il Paese entrerà in «un tunnel oscuro se il Parlamento sarà davvero dissolto» (e lo sarà). Di golpe ha parlato chiaramente Abdel Moneim Abul Futuh, islamico moderato ed ex Fratello, battuto al primo turno in maggio: «Non solo per i due verdetti ma per la legge che permette ai militari di arrestare i civili», ha spiegato riferendosi a una norma approvata tre giorni fa senza clamore, che di fatto reintroduce le leggi d’emergenza appena abolite. Mohammed ElBaradei, il premio Nobel amato dalla Rivoluzione ma ritiratosi dalle presidenziali, ha definito la situazione dell’Egitto — un raìs senza Costituzione né Parlamento — come «degna della peggiore dittatura». E commenti simili sono arrivati dai blog, dalle tv, da tutti gli indignati. Da quelli che non pensano, come Shafiq, che ieri la Corte abbia invece emesso «due sentenze storiche ». Una parte dell’Egitto che però non è maggioritaria, ed è comunque estenuata: mentre si moltiplicavano le promesse di nuove proteste oceaniche, la piazza simbolo della Rivoluzione, Tahrir, ieri sera era vuota.
Cecilia Zecchinelli appartiene di diritto a quella categoria di giornalisti che confondono gli avvenimenti con le loro intime aspirazioni. La giornalista è fra coloro che considerano l'Islam la sentina di tutti i mali e l'Occidente il più fulgido esempio di democrazie realizzate. Se in qualche parte del mondo una forza politica non europea ne americana vince alla grande libere elezioni senza brogli e con una entusiasmante partecipazione di popolo come è stato nelle elezioni legislative egiziane, e i militari, colonnelli o generali, fanno un bel golpe, la democrazia occidentale è ugualmente in marcia. Per la Zecchinelli i Fratelli Musulmani che ella pervicacemente seguita a chiamare "Islamisti" o "Fondamentalisti Islamici", un golpe organizzato dai fedeli di quel ladrone assassino che un tribunale egiziano ha condannato a morte per tutto quel che ha combinato da ultra-trentennale dittatore, è sicuramente una vittoria per i democratici, anche perché secondo quelli come lei, l'eventuale vittoria elettorale di forze politiche che, tutte assieme, non arrivano a raccogliere più del 20% dei voti, è il non-plus-ultra della vera democrazia rappresentativa.
L'argomento principe utilizzato dalla signora e da chi è come lei è che i Fratelli Musulmani farebbero ripiombare il mondo arabo e l'Islam in genere nel più profondo Medioevo. La stessa convinzione è espressa da scrittori di origine medio orientale tipo Cristiano Magdi Allam e il marocchino Tahar Ben Jelloun.
Questi personaggi sembrano dimenticare:
I - Ciò che noi chiamiamo Medioevo è stato per l'Islam l'epoca di massimo splendore e di massima fioritura culturale ed economica, non solo in medio oriente o in Egitto, ma anche in parti d'Europa come la Sicilia e la Spagna. Il sogno dei musulmani è quello che faceva negli anni della prima guerra mondiale lo sceicco hascemita Feisal: "Ma io sogno l'università araba di Toledo, i giardini di Palermo e i kilometri di illuminazione pubblica notturna di Cordoba";
II - Non c'erano nel Medioevo arabo mostruosità che somigliassero al Sant'Uffizio, all'Inquisizione e alla totale libertà di pensiero che hanno imperato in Europa fino alla Rivoluzione Francese; e non fa capo all'Islam la sequela di atrocità senza limite come le guerre di religione che hanno sconvolto l'Europa per oltre 200 anni, le 2 guerre mondiali e le prodezze delle camicie brune naziste e di quelle nere fasciste (e neppure lo sterminio di interi popoli e la tratta dei neri d'Africa);
III - Il Medioevo arabo è iniziato e si è affermato quando le potenze coloniali europee si sono avventate sui paesi musulmani come locuste affamate e hanno tolto a popolazioni di antichissima civiltà l'indipendenza politica la dignità culturale, la creatività e il senso della libertà. Da musulmani non possiamo che auspicare che uomini come Erdogan, i Fratelli Musulmani d'Egitto e il partito Ennahda, vincitore delle elezioni in Tunisia, restituiscano ai loro popoli lo splendore di un tempo, spazzando via dittatori e bande di pretoriani armati. Ci riusciranno perché Dio è il più Grande, Allahu Akbar.
Egitto, tra i fedeli che si ribellano al golpe “Reagiremo, la presidenza sarà di Morsi”
IL CAIRO — I bravi fedeli hanno messo giù i tappeti anche per strada invadendo la Main
Street di Giza, il centro urbano cresciuto attorno alle Piramidi e che è ormai inglobato
dall’avanzare del Cairo, che ogni anno attira mezzo milione di nuovi abitanti e allarga i suoi
slumfatti di fango e sabbia dove la Fratellanza musulmana ha la sua base elettorale. La piccola
moschea El Rahman non può ospitare tutti dentro, ogni venerdì la gente viene qui anche dai
centri vicini perché il verbo del Sayyed Ali Ben Hassa è suadente come una musica per le loro
orecchie. Un arabo morbido, dai toni pacati, che sa far breccia nel cuore del fedele. Il sermone
non tocca temi squisitamente politici in un Paese scosso dagli eventi delle ultime 24 ore come
lo scioglimento del Parlamento e la corsa alle presidenziali, ma è parallelo: verte sulla centralità
dell’Islam nella vita sociale. I commenti su quel che sta succedendo in Egitto in questi giorni
vengono fuori alla fine, quando i fedeli riavvolgono il tappeto da preghiera e si incamminano
verso i caffè più vicini.
«Si era capito fin dalla sentenza contro Mubarak che le cose non stavano andando per il verso
giusto », dice secco Nabil, che di mestiere fa l’ingegnere, «e lo scioglimento del Parlamento è
stato un golpe, molto soft ma sempre un golpe. Ma reagiremo, vinceremo le presidenziali e
anche quelle per la nuova Assemblea del popolo». Non ci sono dubbi nel popolo dei fedeli sulla
certa elezione di Mohammed Morsi — il candidato della Fratellanza musulmana — alla
presidenza. Nessuno parla delle aspettative o delle speranze nate da Piazza Tahrir, la libertà, la
democrazia, il cambiamento. Quella rivoluzione — a cui peraltro la Confraternita aderì
tardivamente
solo dopo la caduta di Mubarak — è stata lentamente sfiancata, erosa e alla fine soffocata dai
Partiti e dalle Confraternite, adesso viene esibita come un feticcio ogni volta che torna comodo.
Il movimento islamico adesso sostiene che «tutte le conquiste democratiche ottenute con la
rivoluzione potrebbero essere spazzate via con la salita al potere di uno dei simboli dell’era
precedente », Ahmad Shafiq, l’ultimo premier di Mubarak prima del crollo riammesso alla corsa
presidenziale per il voto di oggi e domani.
Il massimalismo della Fratellanza, il velo alle donne, la Sharia in tribunale, le spiagge del Mar
Rosso chiuse ai bagnanti in costume, il divieto di vendere alcolici, l’obbligo della preghiera negli
uffici pubblici e altre imposizioni di stile integralista, hanno spaventato l’elettorato islamico
moderato, i laici, la minoranza cristiana (10 milioni). Non ci sono sondaggi affidabili in Egitto —
è ancora troppo “giovane” il voto libero — ma i consensi per Morsi scendono, al primo turno ha
ottenuto quasi 5 milioni di voti, cioè metà di quelli che il suo partito ha aveva ricevuto solo 6
mesi prima alle legislative. Ahmad Shafiq invece vede i suoi consensi salire. Sicurezza,
stabilità, progresso, ha ripetuto come un mantra per tutta la campagna elettorale, e nel caos
istituzionale in cui si trova l’Egitto potrebbe essere un messaggio vincente. I giovani dei gruppi
che hanno animato la rivolta contro Mubarak solo un anno fa, sono stanchi, delusi, divisi. Come
se quella scintilla che li ha accesi e resi protagonisti della Storia si fosse persa adesso in buio
cosmico. C’è chi sostiene Morsi come il Movimento del 6 aprile e chi Shafik come i Giovani
della Rivoluzione.
Da oggi 52 milioni di egiziani vanno alle urne per scegliere il loro presidente tra un ingegnere
religiosissimo e un ex generale dell’Aviazione. Finora tutti i presidenti egiziani — Gamal Abdel
Nasser, Anwar Sadat e Hosni Mubarak — sono venuti dalle fila della Difesa. Al primo turno le
elezioni sono state dominate dall’astensionismo e solo 13 milioni di schede sono state giudicate valide. Gli egiziani votano per un capo di Stato i cui poteri ancora non sono stati stabiliti, perché
nella sua breve vita il Parlamento non è stato in grado di nominare un Assemblea Costituente
che redigesse una nuova Carta dopo l’abolizione
di quella in vigore sotto Mubarak. Il presidente di norma giura davanti al Parlamento, ma
l’Assemblea del popolo è stata sciolta giovedì dall’Alta Corte. È il caos istituzionale perfetto,
nemmeno nei political thriller di Ahmed Mourad c’è un finale così incerto. I vincitori del voto
saranno comunque i militari della Giunta, che hanno dimostrato in questa complessa partita una
raffinatezza e un’astuzia politica che nessuno in Egitto gli attribuiva. Sciolto il Parlamento — ieri
sera è stato sigillato dall’Esercito per impedire l’ingresso agli ormai ex-deputati — il potere
legislativo è tornato nelle loro mani, il neo-presidente dovrà giurare davanti al maresciallo
Mohammed Tantawi e ai suoi generali. «Da voi si chiama democrazia una roba così?», mi
chiede senza giri di parole Ahmed Kamel, che fa un mestiere difficile in Egitto: l’avvocato della
Lega per i diritti umani.
Fabio Scuto
Sarebbe troppo fisicamente impegnativo pubblicare tutti gli articoli con le loro varie sciocchezze che la gran parte della stampa italiana ha scritto sulle elezioni egiziane: brilla fra tutti la recidiva Cecilia Zecchinelli, ma non sono da meno gli stringati servizi che tutte le reti televisive hanno dedicato alle elezioni egiziane. Eppure l'Egitto è uno dei più grandi paesi che si affaccia sul "Mare Nostrum" e, con la Turchia, è uno dei più importanti centri del mondo culturale e spirituale islamico. L'Egitto è anche una delle principali mete turistiche degli italiani in vacanza: senza contare che i maestosi reperti della sua antichissima storia sono tra le principali mete dei viaggiatori di tutto il mondo. Naturalmente i mezzi di informazione italiani, nella settimana precedente il voto di ballottaggio tra i due candidati alla carica di presidente della repubblica, hanno fatto un tifo quasi da stadio per l'ex primo ministro dell'ultimo governo di Mubarak: è superfluo ricordare che questo signore era in carica quando il suo principale si rendeva responsabile dei massacri di massa per i quali un tribunale egiziano l'ha condannato all'ergastolo.
Voglio soltanto limitarmi a mettere in evidenza talune stranezze presenti nei commenti giornalistici italiani, che non riteniamo meritevoli di pubblicazione integrale, e che tuttavia hanno al loro interno talune idiozie che qualificano il livello di incultura spaziosa e rozza dei loro autori e delle loro autrici:
I - La Zecchinelli, sempre lei, ha scritto che le elezioni di Domenica si sono svolte con i seggi elettorali in mano ai militari. La gentile signora finge di ignorare che anche in Italia e in tutta Europa quando si vota i seggi sono presidiati da poliziotti e da carabinieri per ovvi motivi di ordine pubblico;
II - Sempre la Zecchinelli ha ripetuto fino alla nausea che il candidato della giunta militare, contrapposto a quello dei Fratelli Musulmani, era in costante crescita nei sondaggi pre-voto. La signora dispone evidentemente di un suo personale sondaggista perché fino a questo momento non è stato possibile sapere da una televisione italiana chi abbia vinto le elezioni egiziane. Con molte reticenze si arriva a dire che, sembra, il candidato dei Fratelli Musulmani è in testa: naturalmente quello della giunta militare sostiene che i dati sono incompleti e, comunque, viziati da gravi brogli nel voto;
III - I finti seguaci della democrazia, che si appoggiano su possibili movimenti golpisti, si danno tempo prima di svelare l'arcana verità: e cioè che gli "islamisti" hanno stravinto con una percentuale vicino al 60% dei voti. Naturalmente i campioni nostrani della democrazia sono sempre pronti a brindare a un'eventuale colpo di mano che annulli le elezioni presidenziali come già è stato fatto per quelle del parlamento.
P.S: Chissà se qualche telespettatore non ha notato fra le signore egiziane in fila nei seggi, delle donne completamente vestite di nero con tanto di velo integrale a coprire la testa e un paio di guanti dello stesso colore a coprire persino le mani? Siamo costretti a deludere i tanti numerosi anti-musulmani presenti in Italia: quelle signore portavano sul petto una vistosa croce di legno, segno evidente che erano di religione cristiano-copta.
venerdì 8 giugno 2012
SIRIA
Nuova strage in Siria «Donne e bambini uccisi casa per casa»
Ameno di due settimane dalla strage di Hula, un altro massacro viene alla luce in Siria, stavolta poco più a nord, nella provincia di Hama. Sarebbero almeno 86 i cadaveri ritrovati, 100 secondo altre fonti, tra cui 20 donne e 20 bambini. A dare la notizia ieri notte sono stati i Comitati di coordinamento locale, la rete di attivisti che organizza le proteste sul campo in Siria. Secondo la prima ricostruzione — per il momento impossibile da verificare alla stampa estera—la nuova strage ricorderebbe da vicino quella del 25 maggio a Hula, in provincia di Homs (108 morti tra cui 49 bambini). Prima i due villaggi di Qubeir e Maarzaf sarebbero stati martellati dall’artiglieria dell’esercito. Poi sarebbero intervenutemilizie irregolari del regime note con il nome di shabiha (che significa «i fantasmi»): passando casa per casa, avrebbero finito i sopravvissuti a colpi di coltello e di pistola. La maggior parte delle vittime—almeno 78—sarebbero state trovate nel villaggio di Qubeir, 20 chilometri a ovest di Hama: 35 di esse apparterrebbero alla stessa famiglia, e 12 cadaveri sarebbero stati dati alle fiamme. Qubeir conterebbe un totale di 150 abitanti, secondo il corrispondente della Cnn: se i numeri della strage fossero veri, sarebbe stata sterminata gran parte della popolazione del piccolo centro. Il precedente è inquietante: Hama è la città dove trent’anni fa Hafez Assad, il padre dell’attuale presidente Bashar Assad, represse una rivolta lanciata dalla Fratellanza musulmana: non si sa tuttora quanti furono i morti, le stime vanno dai 7 mila ai 40 mila. Mohammed Sermini, portavoce del Consiglio nazionale siriano, il principale gruppo di opposizione con sede all’estero, ha chiesto agli osservatori Onu presenti nel Paese di recarsi immediatamente nella zona della strage. «Se la loro missione consiste nel guardare i siriani morire durante le violazioni del cessate il fuoco, anziché contribuire a impedire le violazioni, allora non vogliamo il loro aiuto», ha commentato l’Osservatorio siriano sui diritti umani. Il massacro avviene alla vigilia di un nuovo rapporto dell’inviato Onu Kofi Annan all’Assemblea generale delle Nazioni Unite sulla tregua da lui negoziata con regime e ribelli ad aprile,ma mai rispettata. Secondo fonti diplomatiche citate dai quotidiani Le Monde e Washington Post, Annan dovrebbe presentare oggi al Consiglio di Sicurezza una nuova proposta per tentare di salvare il suo piano di pace: si punterebbe alla creazione di un «gruppo di contatto» che riunisca Usa, Francia, Gran Bretagna, Russia, Cina, insieme ai principali attori regionali che hanno influenza sul governo di Damasco o sull’opposizione, come Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Iran. Ad una iniziale proposta russa di includere l’Iran nei colloqui, ieri il segretario di Stato Usa Hillary Clinton aveva risposto freddamente («difficile immaginare di invitare un Paese che sta aiutando Assad ad attaccare il suo popolo»), precisando però di voler parlare con Annan prima di decidere. Anche i ministri degli Esteri di Italia, Francia e Gran Bretagna si sono detti scettici. L’obiettivo ribadito in serata da Washington è quello di convincere gli alleati di Damasco, prima fra tutti la Russia, ad appoggiare una «transizione politica» che conduca Assad a farsi da parte. Un diplomatico avrebbe detto all’editorialista del Washington Post David Ignatius che, se il gruppo di contatto proposto da Annan dovesse accettare la transizione, «Assad presumibilmente partirebbe per la Russia, che si dice gli abbia offerto asilo». Fino a ieri poco faceva immaginare che una soluzione fosse vicina: i ribelli da lunedì hanno ripreso a combattere, dicendosi non più vincolati dalla tregua; e il presidente Assad ha nominato un premier a lui fedele, Riad Farid Hijab, tra le critiche di America e Francia. Il ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi lancia l’allarme: «In Siria si rischia il genocidio se non si interviene immediatamente».
Osservatori Onu nel villaggio della strage
Ban Ki-moon: "Spari contro di loro"
DAMASCO - Nonostante la "dissuasione" del regime di Bashar Al Assad, al secondo tentativo gli osservatori delle Nazioni Unite sono riusciti a entrare a Mazraat al Qubeir, il piccolo villaggio nei pressi della città di Hama, teatro dell'ultima strage di civili che ha inorridito la diplomazia internazionale meno di due settimane dopo quello di Hula. Lo riferisce una fonte dell'Onu. Il primo tentativo di raggiungere la zona era fallito ieri, quando la missione era stata respinta a colpi d'arma da fuoco. Stanotte, in una riunione a porte chiuse con il Consiglio di Sicurezza, il segretario delle Nazioni unite, Ban Ki-moon, ha raccontato con dovizia di particolari l'accaduto, come ha riportato un funzionario coperto da anonimato.
Ban ha riferito di ripetuti episodi di spari vicino agli osservatori, probabilmente allo scopo di costringerli a ritirarsi. Il segretario dell'Onu, in particolare, ha riferito di un episodio verificatosi proprio ad Hama, dove un colpo di artiglieria pesante è caduto a circa 150 metri dagli osservatori che andavano a incontrare membri dell'opposizione. In seguito, gli inviati Onu hanno notato un drone di sorveglianza che sorvolava la zona. Ban ha anche parlato di un veicolo Onu colpito da proiettili perforanti vicino a Kafr Zeta, senza causare vittime perché al momento sul mezzo non c'erano passeggeri.
Intanto, un video-choc diffuso dalla televisione Al Arabiya documenta l'orrore vissuto dalla popolazione di Mazraat al Qubeir. Il filmato mostra soldati e miliziani del regime siriano che
ridono tra di loro mentre ammassano i cadaveri di una decina di civili in una casa e poi danno l'ordine di bombardarla, radendola al suolo. Secondo l'opposizione siriana, le immagini si riferiscono proprio all'ultimo massacro, avvenuto mercoledì nel piccolo villaggio di contadini abitato da non più di 130 persone. Dopo essere stato oggetto di un inteso bombardamento, Mazraat al Qubeir è stata presa d'assalto dai cosiddetti "Shabiha", miliziani al servizio del regime, e dalle forze di sicurezza di Assad. Il bilancio, pesantissimo, parla di almeno 87 persone uccise, tra cui donne e bambini, per lo più con armi bianche.
Ma la violenza continua, in quello che è il 65mo venerdì di preghiera e di protesta consecutivo con manifestazioni in tutto il Paese, da Idlib e Aleppo al nord ai sobborghi di Damasco, fino alla regione meridionale di Daraa, dove oltre un anno fa è iniziata la rivolta. Almeno sei le vittime civili rimaste uccise nel corso dei cortei, riferiscono i Comitati locali di coordinamento della rivoluzione (Clc). Le fonti dei ribelli riportano anche di combattimenti a Damasco tra i soldati fedeli al presidente e gli insorti dell'esercito siriano libero (Esl). L'osservatorio siriano per i diritti dell'uomo (Sohr) parla invece di almeno 18 persone uccise oggi in Siria.
L'agenzia di stampa di Stato siriana, Sana, invece, dà spazio alla morte di tre poliziotti a Qudsaya, sobborgo della capitale, nell'esplosione di un'autobomba al passaggio di un pullman delle forze dell'ordine. Altre cinque persone, di cui due agenti di polizia e tre civili, sono state uccise - secondo Sana - nell'esplosione di un'autobomba a Idlib, nel nord-ovest della Siria. L'agenzia aggiunge di "gruppi terroristici" che hanno attaccato unità militari nella provincia di Deir el-Zour. Al momento dell'assalto, i soldati stavano proteggendo il campo petrolifero al-Omar della compagnia petrolifera al-Furat. Nei combattimenti, conclude l'agenzia di stampa, sono morti diversi uomini armati.
Sul fronte diplomatico, resta la posizione russa il nodo più importante da sciogliere. Allo scopo, non è servito l'incontro a Mosca tra l'inviato degli Usa Frederic Hof e i rappresentanti del Cremlino. Il compito di Hof era tentare di convincere la Russia a cambiare il proprio atteggiamento sulla crisi in Siria. Mosca, membro permanente del Consiglio di Sicurezza, blocca ogni inasprimento internazionale nei riguardi di Assad lamentando la violazione del piano di pace Onu anche da parte degli oppositori del regime. In un laconico comunicato delle autorità russe si legge che i colloqui con l'inviato Usa sono stati incentrati sulla necessità di "mobilitare il sostegno internazionale" per il piano di pace dell'inviato Onu e della Lega Araba Kofi Annan. Inoltre, si è discusso di alcuni "aspetti pratici" relativi all'iniziativa russa di una conferenza internazionale sulla Siria.
Sulla Russia preme anche la Germania, che esorta il Cremlino ad abbandonare il sostegno al regime siriano e a permettere una dura condanna di Damasco da parte del Consiglio di sicurezza Onu. Così il portavoce Steffen Seibert, precisando che per Berlino il presidente siriano Bashar al-Assad ha perso ogni "leggitimità" e una soluzione politica è orma "impensabile". Dopo il nuovo massacrodi Mazraat al Qubeir, "la posizione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu sarà decisiva per il futuro", ha aggiunto il portavoce. "La Russia", ha spiegato Seibert, "come già ribadito una settimana fa dal cancelliere Angela Merkel a Vladimir Putin, ha qui una particolare responsabilità". La Germania, ha aggiunto il portavoce, chiede le dimissioni di Assad, perché "le leadership che consentono tali azioni perdono la loro legittimità".
A Sky Tg24, il ministro degli Esteri, Giulio Terzi sposa invece la linea di una persuasione più morbida nei riguardi della Russia. "Sbagliato contestare" il ruolo di Mosca in Medio Oriente, meglio farle capire che ha "tutto da guadagnare risolvendo la crisi e tutto da perdere col mondo arabo se questo non avviene". Per Terzi, occorre "coinvolgere Mosca" perché "la Russia deve diventare un partner attivo e positivo nella soluzione della crisi. Non c'è tempo da perdere. La crisi sta accelerando, si sta aggravando e sta assumendo una portata preoccupante con un potenziale di grande devastazione".
Intanto, l'inviato di Onu e Lega araba è a colloquio a Washington con il segretario di Stato americano, Hillary Clinton. Annan ha anticipato che si discuterà di come esercitare "pressioni aggiuntive sul governo e sulle parti per ottenere l'attuazione del piano" di pace, anche alla luce dei nuovi massacri.
L’aviazione siriana spara sui civili «Nuovo massacro»
Il regime siriano ha bombardato ieri con gli elicotteri Rastan e Talbiseh, due roccaforti dell’opposizione a nord di Homs. È la prima volta che sono gli osservatori delle Nazioni Unite a dare l’annuncio di «pesanti combattimenti» che coinvolgono gli elicotteri — oltre che «l’artiglieria, mortai, mitragliatrici e armi leggere». L’uso degli elicotteri era stato denunciato dall’opposizione con video diffusi su YouTube sin da fine marzo, fattisi più frequenti nell’ultima settimana. In quei filmati—la cui autenticità non è verificabile — secondo l’esperto di aviazione David Cenciotti, si vedono elicotteri da trasporto di fabbricazione russa, Mil Mi-8 e Mi-17, «che tuttavia possono essere dotati di armamento: razziere, missili anticarro, mitragliere», e in un video anche un Mil Mi-25, «un elicottero d’attacco più agile, corazzato». A fine maggio, il dipartimento di Stato Usa ha pubblicato sul web foto satellitari di «elicotteri d’attacco» parcheggiati in una base aerea a Sharyat, non lontano da Homs. Gli osservatori Onu hanno confermato ieri anche l’«escalation di violenza» a Homs e dintorni denunciata da giorni dagli attivisti dell’opposizione. «L’impatto dei colpi d’artiglieria e delle mitragliatrici—hanno detto — si sente e si vede a Khaldiyeh, nel centro della città ». È uno dei pochi quartieri rimasti in mano ai ribelli dopo che l’1 marzo erano stati costretti alla ritirata dal quartiere di Baba Amro, in seguito ai «bombardamenti senza pietà per i civili» di cui parlò la giornalista del Sunday Times Marie Colvin, prima di restare uccisa anche lei. Ieri gli osservatori si sono detti preoccupati per «l’ampio numero di civili, incluse donne e bambini intrappolati nella città, dei quali stiamo cercando di mediare l’evacuazione », e hanno chiesto non solo al governo, ma a «tutte le parti » di «cessare le uccisioni e gli abusi dei diritti umani». In Siria sono le armi a parlare. I ribelli hanno infatti annunciato che la tregua non li vincola più, e i combattimenti si sono fatti più violenti, anche in zone del Paese dove il regime si riteneva al sicuro, come in provincia di Latakia e a Damasco. All’indomani delle due stragi di Hula e di Qubair, Kofi Annan ha ammesso che il piano di pace da lui mediato ad aprile è stato finora fallimentare. Il bilancio dei morti sarebbe stato ieri di 63 civili e 21 soldati lealisti uccisi in tutto il Paese, secondo i dissidenti dell’Osservatorio siriano dei diritti umani. I ribelli ieri avrebbero catturato dei soldati a Talbiseh, conferma l’Onu. È una situazione di «stallo violento», dice al Corriere Randa Slim, esperta della New America Foundation: «il regime perde pian piano il controllo del territorio, mentre aumenta lentamente l’efficacia delle azioni di guerriglia dei ribelli», che stanno ricevendo «armi e fondi da fonti arabe, private o statali ». «Il regime resta in grado di sconfiggere l’Esercito Siriano Libero, ma non di tenere il territorio che conquista — continua la ricercatrice — Allo stesso tempo, però, l’opposizione non è in grado di sconfiggere l’esercito ». In questa situazione, gli elicotteri non sono l’unica minaccia per i civili, come testimoniano le stragi per cui gli attivisti accusano le milizie pro-regime e il governo accusa i «terroristi». Secondo gli Stati Uniti, il prossimo massacro potrebbe avvenire a Haffeh, città sunnita nel cuore della zona alauita pro-regime di Latakia, dove i ribelli hanno nei giorni scorsi preso una stazione di polizia e distrutto dei blindati.
«In Siria bimbi scudi umani»
Orrore senza fine, senza limiti. È l’inferno chiamato Siria. Secondo un rapporto dell’Onu dal titolo «Bambini nei Conflitti Armati», le truppe siriane hanno torturato bambini anche di solo 8 anni, li hanno uccisi, stuprati e usati come scudi umani nelle incursioni militari contro i ribelli.
Le Nazioni Unite definiscono il governo di Damasco come uno dei peggiori nella lista annuale della vergogna, che elenca le nazioni che si servono dei bambini nei conflitti armati. Secondo i gruppi a difesa dei diritti umani sono ormai circa 1.200 i bimbi morti nei 15 mesi di rivolta contro il regime di Bashar al-Assad. «Raramente dice Radhika Coomaraswamy, rappresentante speciale delle Nazioni Unite per i bambini nei conflitti armati ho visto tanta brutalità come in Siria, dove ragazzi e ragazze sono strati arrestati, torturati, giustiziati e usati come scudi umani». «Molti ex soldati hanno parlato di attacchi armati nelle aree abitate da civili e di aver visto bambini, alcuni molto piccoli, uccisi e mutilati», ha affermato la Coomaraswamy.
RACCONTI AGGHIACCIANTI
«Ci sono testimoni che hanno visto bambini torturati e abbiamo sentito che sono stati messi dei bambini sui tank e usati come scudi umani per evitare che si sparasse contro i carri armati», ha aggiunto. Ma non solo. Il 9 marzo scorso, nella provincia di Idlib, prima dell’attacco al villaggio di Ayn l’Arouz, le forze del governo hanno razziato decine di maschietti tra gli 8 e i 13 anni: i ragazzini furono «usati dai soldati e dai miliziani come scudi umani, messi dinanzi ai finestrini degli autobus che trasportavano il personale militare dentro il villaggio per il raid».
La rappresentante delle Nazioni Unite sottolinea tuttavia che anche l’Esercito libero siriano (Els), i soldati disertori che combattono le forze pro-Assad, hanno utilizzato i bambini nel conflitto. «Per la prima volta ha affermato abbiamo sentito di bambini reclutati dall’Els per il fronte». «Il rapporto che è stato completato prima del massacro di Hula, il 25 maggio, dove 49 delle 108 vittime erano proprio bambini, alcuni di due o tre anni, uccisi con colpi alla testa o ritrovati con il cranio spaccatodocumenta brutalità di ogni genere. «Molti bambini vittime di tortura hanno raccontato di esser stati picchiati, tenuti con gli occhi bendati, costretti in posizioni innaturali, legati a pesanti cavi elettrici, segnati da bruciature di sigarette e, in un caso documentato, sottoposti a scosse elettriche applicate ai genitali». Per Save the Children è «scioccante e desta grande preoccupazione» il caso di «bambini utilizzati come scudi umani ed impiegati sulle linee del fronte da entrambe le parti negli scontri armati in corso in Siria, segnalato dal report diffuso delle Nazioni Unite. «I responsabili di questi crimini devono essere perseguiti. Si tratta di un azione in contrasto con la legge internazionale».
NUOVI MASSACRI
«Vi prego, aiutateci, impedite un massacro». È questo l’appello lanciato in un collegamento con la televisione Al Jazira dal dottor Aba al Baraa, medico nel quartiere di Al Khaldiyeh, nella città di Homs, sottoposto a bombardamenti dell’artiglieria e degli elicotteri governativi, secondo il quale c’è il rischio di un nuovo «massacro». Al Baraa chiede alla comunità internazionale di fare in modo che possano essere portati aiuti alla popolazione civile, affermando che non è nemmeno possibile soccorrere i feriti. Un altro residente, Hadi al Abdullah, ha detto che gli attacchi portati contro Khaldiyeh sono «senza precedenti» e che i ribelli dell’Esercito libero siriano (Els) stanno cercando di impedire che le forze governative si impadroniscano del quartiere, temendo che si possa ripetere «un massacro» come quello avvenuto a Hula. Cronaca di guerra. Non si fermano i bombardamenti in varie città della Siria e in 24 ore il bilancio sarebbe già di quasi 100 morti. Almeno 38 persone hanno perso la vita ieri mattina, vittime degli attacchi governativi in diverse località. Fra queste, come riferiscono i Comitati locali di coordinamento dell’opposizione, 11 sono state uccise a Jbeibleh, nella provincia orientale di Deir Ezzor. Le truppe siriane hanno bombardato diverse aree del Paese, tra cui al-Haffa, dove si teme un nuovo massacro. Gli osservatori Onu che ieri hanno cercato di raggiungere al-Haffa «hanno affrontato una folla inferocita, che ha circondato il convoglio, impedendo di proseguire. La folla, in apparenza residenti dell’area, ha lanciato pietre e sbarre di metallo contro i veicoli. Siamo tornati indietro».
Umberto De Giovannangeli
Ameno di due settimane dalla strage di Hula, un altro massacro viene alla luce in Siria, stavolta poco più a nord, nella provincia di Hama. Sarebbero almeno 86 i cadaveri ritrovati, 100 secondo altre fonti, tra cui 20 donne e 20 bambini. A dare la notizia ieri notte sono stati i Comitati di coordinamento locale, la rete di attivisti che organizza le proteste sul campo in Siria. Secondo la prima ricostruzione — per il momento impossibile da verificare alla stampa estera—la nuova strage ricorderebbe da vicino quella del 25 maggio a Hula, in provincia di Homs (108 morti tra cui 49 bambini). Prima i due villaggi di Qubeir e Maarzaf sarebbero stati martellati dall’artiglieria dell’esercito. Poi sarebbero intervenutemilizie irregolari del regime note con il nome di shabiha (che significa «i fantasmi»): passando casa per casa, avrebbero finito i sopravvissuti a colpi di coltello e di pistola. La maggior parte delle vittime—almeno 78—sarebbero state trovate nel villaggio di Qubeir, 20 chilometri a ovest di Hama: 35 di esse apparterrebbero alla stessa famiglia, e 12 cadaveri sarebbero stati dati alle fiamme. Qubeir conterebbe un totale di 150 abitanti, secondo il corrispondente della Cnn: se i numeri della strage fossero veri, sarebbe stata sterminata gran parte della popolazione del piccolo centro. Il precedente è inquietante: Hama è la città dove trent’anni fa Hafez Assad, il padre dell’attuale presidente Bashar Assad, represse una rivolta lanciata dalla Fratellanza musulmana: non si sa tuttora quanti furono i morti, le stime vanno dai 7 mila ai 40 mila. Mohammed Sermini, portavoce del Consiglio nazionale siriano, il principale gruppo di opposizione con sede all’estero, ha chiesto agli osservatori Onu presenti nel Paese di recarsi immediatamente nella zona della strage. «Se la loro missione consiste nel guardare i siriani morire durante le violazioni del cessate il fuoco, anziché contribuire a impedire le violazioni, allora non vogliamo il loro aiuto», ha commentato l’Osservatorio siriano sui diritti umani. Il massacro avviene alla vigilia di un nuovo rapporto dell’inviato Onu Kofi Annan all’Assemblea generale delle Nazioni Unite sulla tregua da lui negoziata con regime e ribelli ad aprile,ma mai rispettata. Secondo fonti diplomatiche citate dai quotidiani Le Monde e Washington Post, Annan dovrebbe presentare oggi al Consiglio di Sicurezza una nuova proposta per tentare di salvare il suo piano di pace: si punterebbe alla creazione di un «gruppo di contatto» che riunisca Usa, Francia, Gran Bretagna, Russia, Cina, insieme ai principali attori regionali che hanno influenza sul governo di Damasco o sull’opposizione, come Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Iran. Ad una iniziale proposta russa di includere l’Iran nei colloqui, ieri il segretario di Stato Usa Hillary Clinton aveva risposto freddamente («difficile immaginare di invitare un Paese che sta aiutando Assad ad attaccare il suo popolo»), precisando però di voler parlare con Annan prima di decidere. Anche i ministri degli Esteri di Italia, Francia e Gran Bretagna si sono detti scettici. L’obiettivo ribadito in serata da Washington è quello di convincere gli alleati di Damasco, prima fra tutti la Russia, ad appoggiare una «transizione politica» che conduca Assad a farsi da parte. Un diplomatico avrebbe detto all’editorialista del Washington Post David Ignatius che, se il gruppo di contatto proposto da Annan dovesse accettare la transizione, «Assad presumibilmente partirebbe per la Russia, che si dice gli abbia offerto asilo». Fino a ieri poco faceva immaginare che una soluzione fosse vicina: i ribelli da lunedì hanno ripreso a combattere, dicendosi non più vincolati dalla tregua; e il presidente Assad ha nominato un premier a lui fedele, Riad Farid Hijab, tra le critiche di America e Francia. Il ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi lancia l’allarme: «In Siria si rischia il genocidio se non si interviene immediatamente».
Osservatori Onu nel villaggio della strage
Ban Ki-moon: "Spari contro di loro"
DAMASCO - Nonostante la "dissuasione" del regime di Bashar Al Assad, al secondo tentativo gli osservatori delle Nazioni Unite sono riusciti a entrare a Mazraat al Qubeir, il piccolo villaggio nei pressi della città di Hama, teatro dell'ultima strage di civili che ha inorridito la diplomazia internazionale meno di due settimane dopo quello di Hula. Lo riferisce una fonte dell'Onu. Il primo tentativo di raggiungere la zona era fallito ieri, quando la missione era stata respinta a colpi d'arma da fuoco. Stanotte, in una riunione a porte chiuse con il Consiglio di Sicurezza, il segretario delle Nazioni unite, Ban Ki-moon, ha raccontato con dovizia di particolari l'accaduto, come ha riportato un funzionario coperto da anonimato.
Ban ha riferito di ripetuti episodi di spari vicino agli osservatori, probabilmente allo scopo di costringerli a ritirarsi. Il segretario dell'Onu, in particolare, ha riferito di un episodio verificatosi proprio ad Hama, dove un colpo di artiglieria pesante è caduto a circa 150 metri dagli osservatori che andavano a incontrare membri dell'opposizione. In seguito, gli inviati Onu hanno notato un drone di sorveglianza che sorvolava la zona. Ban ha anche parlato di un veicolo Onu colpito da proiettili perforanti vicino a Kafr Zeta, senza causare vittime perché al momento sul mezzo non c'erano passeggeri.
Intanto, un video-choc diffuso dalla televisione Al Arabiya documenta l'orrore vissuto dalla popolazione di Mazraat al Qubeir. Il filmato mostra soldati e miliziani del regime siriano che
ridono tra di loro mentre ammassano i cadaveri di una decina di civili in una casa e poi danno l'ordine di bombardarla, radendola al suolo. Secondo l'opposizione siriana, le immagini si riferiscono proprio all'ultimo massacro, avvenuto mercoledì nel piccolo villaggio di contadini abitato da non più di 130 persone. Dopo essere stato oggetto di un inteso bombardamento, Mazraat al Qubeir è stata presa d'assalto dai cosiddetti "Shabiha", miliziani al servizio del regime, e dalle forze di sicurezza di Assad. Il bilancio, pesantissimo, parla di almeno 87 persone uccise, tra cui donne e bambini, per lo più con armi bianche.
Ma la violenza continua, in quello che è il 65mo venerdì di preghiera e di protesta consecutivo con manifestazioni in tutto il Paese, da Idlib e Aleppo al nord ai sobborghi di Damasco, fino alla regione meridionale di Daraa, dove oltre un anno fa è iniziata la rivolta. Almeno sei le vittime civili rimaste uccise nel corso dei cortei, riferiscono i Comitati locali di coordinamento della rivoluzione (Clc). Le fonti dei ribelli riportano anche di combattimenti a Damasco tra i soldati fedeli al presidente e gli insorti dell'esercito siriano libero (Esl). L'osservatorio siriano per i diritti dell'uomo (Sohr) parla invece di almeno 18 persone uccise oggi in Siria.
L'agenzia di stampa di Stato siriana, Sana, invece, dà spazio alla morte di tre poliziotti a Qudsaya, sobborgo della capitale, nell'esplosione di un'autobomba al passaggio di un pullman delle forze dell'ordine. Altre cinque persone, di cui due agenti di polizia e tre civili, sono state uccise - secondo Sana - nell'esplosione di un'autobomba a Idlib, nel nord-ovest della Siria. L'agenzia aggiunge di "gruppi terroristici" che hanno attaccato unità militari nella provincia di Deir el-Zour. Al momento dell'assalto, i soldati stavano proteggendo il campo petrolifero al-Omar della compagnia petrolifera al-Furat. Nei combattimenti, conclude l'agenzia di stampa, sono morti diversi uomini armati.
Sul fronte diplomatico, resta la posizione russa il nodo più importante da sciogliere. Allo scopo, non è servito l'incontro a Mosca tra l'inviato degli Usa Frederic Hof e i rappresentanti del Cremlino. Il compito di Hof era tentare di convincere la Russia a cambiare il proprio atteggiamento sulla crisi in Siria. Mosca, membro permanente del Consiglio di Sicurezza, blocca ogni inasprimento internazionale nei riguardi di Assad lamentando la violazione del piano di pace Onu anche da parte degli oppositori del regime. In un laconico comunicato delle autorità russe si legge che i colloqui con l'inviato Usa sono stati incentrati sulla necessità di "mobilitare il sostegno internazionale" per il piano di pace dell'inviato Onu e della Lega Araba Kofi Annan. Inoltre, si è discusso di alcuni "aspetti pratici" relativi all'iniziativa russa di una conferenza internazionale sulla Siria.
Sulla Russia preme anche la Germania, che esorta il Cremlino ad abbandonare il sostegno al regime siriano e a permettere una dura condanna di Damasco da parte del Consiglio di sicurezza Onu. Così il portavoce Steffen Seibert, precisando che per Berlino il presidente siriano Bashar al-Assad ha perso ogni "leggitimità" e una soluzione politica è orma "impensabile". Dopo il nuovo massacrodi Mazraat al Qubeir, "la posizione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu sarà decisiva per il futuro", ha aggiunto il portavoce. "La Russia", ha spiegato Seibert, "come già ribadito una settimana fa dal cancelliere Angela Merkel a Vladimir Putin, ha qui una particolare responsabilità". La Germania, ha aggiunto il portavoce, chiede le dimissioni di Assad, perché "le leadership che consentono tali azioni perdono la loro legittimità".
A Sky Tg24, il ministro degli Esteri, Giulio Terzi sposa invece la linea di una persuasione più morbida nei riguardi della Russia. "Sbagliato contestare" il ruolo di Mosca in Medio Oriente, meglio farle capire che ha "tutto da guadagnare risolvendo la crisi e tutto da perdere col mondo arabo se questo non avviene". Per Terzi, occorre "coinvolgere Mosca" perché "la Russia deve diventare un partner attivo e positivo nella soluzione della crisi. Non c'è tempo da perdere. La crisi sta accelerando, si sta aggravando e sta assumendo una portata preoccupante con un potenziale di grande devastazione".
Intanto, l'inviato di Onu e Lega araba è a colloquio a Washington con il segretario di Stato americano, Hillary Clinton. Annan ha anticipato che si discuterà di come esercitare "pressioni aggiuntive sul governo e sulle parti per ottenere l'attuazione del piano" di pace, anche alla luce dei nuovi massacri.
L’aviazione siriana spara sui civili «Nuovo massacro»
Il regime siriano ha bombardato ieri con gli elicotteri Rastan e Talbiseh, due roccaforti dell’opposizione a nord di Homs. È la prima volta che sono gli osservatori delle Nazioni Unite a dare l’annuncio di «pesanti combattimenti» che coinvolgono gli elicotteri — oltre che «l’artiglieria, mortai, mitragliatrici e armi leggere». L’uso degli elicotteri era stato denunciato dall’opposizione con video diffusi su YouTube sin da fine marzo, fattisi più frequenti nell’ultima settimana. In quei filmati—la cui autenticità non è verificabile — secondo l’esperto di aviazione David Cenciotti, si vedono elicotteri da trasporto di fabbricazione russa, Mil Mi-8 e Mi-17, «che tuttavia possono essere dotati di armamento: razziere, missili anticarro, mitragliere», e in un video anche un Mil Mi-25, «un elicottero d’attacco più agile, corazzato». A fine maggio, il dipartimento di Stato Usa ha pubblicato sul web foto satellitari di «elicotteri d’attacco» parcheggiati in una base aerea a Sharyat, non lontano da Homs. Gli osservatori Onu hanno confermato ieri anche l’«escalation di violenza» a Homs e dintorni denunciata da giorni dagli attivisti dell’opposizione. «L’impatto dei colpi d’artiglieria e delle mitragliatrici—hanno detto — si sente e si vede a Khaldiyeh, nel centro della città ». È uno dei pochi quartieri rimasti in mano ai ribelli dopo che l’1 marzo erano stati costretti alla ritirata dal quartiere di Baba Amro, in seguito ai «bombardamenti senza pietà per i civili» di cui parlò la giornalista del Sunday Times Marie Colvin, prima di restare uccisa anche lei. Ieri gli osservatori si sono detti preoccupati per «l’ampio numero di civili, incluse donne e bambini intrappolati nella città, dei quali stiamo cercando di mediare l’evacuazione », e hanno chiesto non solo al governo, ma a «tutte le parti » di «cessare le uccisioni e gli abusi dei diritti umani». In Siria sono le armi a parlare. I ribelli hanno infatti annunciato che la tregua non li vincola più, e i combattimenti si sono fatti più violenti, anche in zone del Paese dove il regime si riteneva al sicuro, come in provincia di Latakia e a Damasco. All’indomani delle due stragi di Hula e di Qubair, Kofi Annan ha ammesso che il piano di pace da lui mediato ad aprile è stato finora fallimentare. Il bilancio dei morti sarebbe stato ieri di 63 civili e 21 soldati lealisti uccisi in tutto il Paese, secondo i dissidenti dell’Osservatorio siriano dei diritti umani. I ribelli ieri avrebbero catturato dei soldati a Talbiseh, conferma l’Onu. È una situazione di «stallo violento», dice al Corriere Randa Slim, esperta della New America Foundation: «il regime perde pian piano il controllo del territorio, mentre aumenta lentamente l’efficacia delle azioni di guerriglia dei ribelli», che stanno ricevendo «armi e fondi da fonti arabe, private o statali ». «Il regime resta in grado di sconfiggere l’Esercito Siriano Libero, ma non di tenere il territorio che conquista — continua la ricercatrice — Allo stesso tempo, però, l’opposizione non è in grado di sconfiggere l’esercito ». In questa situazione, gli elicotteri non sono l’unica minaccia per i civili, come testimoniano le stragi per cui gli attivisti accusano le milizie pro-regime e il governo accusa i «terroristi». Secondo gli Stati Uniti, il prossimo massacro potrebbe avvenire a Haffeh, città sunnita nel cuore della zona alauita pro-regime di Latakia, dove i ribelli hanno nei giorni scorsi preso una stazione di polizia e distrutto dei blindati.
«In Siria bimbi scudi umani»
Orrore senza fine, senza limiti. È l’inferno chiamato Siria. Secondo un rapporto dell’Onu dal titolo «Bambini nei Conflitti Armati», le truppe siriane hanno torturato bambini anche di solo 8 anni, li hanno uccisi, stuprati e usati come scudi umani nelle incursioni militari contro i ribelli.
Le Nazioni Unite definiscono il governo di Damasco come uno dei peggiori nella lista annuale della vergogna, che elenca le nazioni che si servono dei bambini nei conflitti armati. Secondo i gruppi a difesa dei diritti umani sono ormai circa 1.200 i bimbi morti nei 15 mesi di rivolta contro il regime di Bashar al-Assad. «Raramente dice Radhika Coomaraswamy, rappresentante speciale delle Nazioni Unite per i bambini nei conflitti armati ho visto tanta brutalità come in Siria, dove ragazzi e ragazze sono strati arrestati, torturati, giustiziati e usati come scudi umani». «Molti ex soldati hanno parlato di attacchi armati nelle aree abitate da civili e di aver visto bambini, alcuni molto piccoli, uccisi e mutilati», ha affermato la Coomaraswamy.
RACCONTI AGGHIACCIANTI
«Ci sono testimoni che hanno visto bambini torturati e abbiamo sentito che sono stati messi dei bambini sui tank e usati come scudi umani per evitare che si sparasse contro i carri armati», ha aggiunto. Ma non solo. Il 9 marzo scorso, nella provincia di Idlib, prima dell’attacco al villaggio di Ayn l’Arouz, le forze del governo hanno razziato decine di maschietti tra gli 8 e i 13 anni: i ragazzini furono «usati dai soldati e dai miliziani come scudi umani, messi dinanzi ai finestrini degli autobus che trasportavano il personale militare dentro il villaggio per il raid».
La rappresentante delle Nazioni Unite sottolinea tuttavia che anche l’Esercito libero siriano (Els), i soldati disertori che combattono le forze pro-Assad, hanno utilizzato i bambini nel conflitto. «Per la prima volta ha affermato abbiamo sentito di bambini reclutati dall’Els per il fronte». «Il rapporto che è stato completato prima del massacro di Hula, il 25 maggio, dove 49 delle 108 vittime erano proprio bambini, alcuni di due o tre anni, uccisi con colpi alla testa o ritrovati con il cranio spaccatodocumenta brutalità di ogni genere. «Molti bambini vittime di tortura hanno raccontato di esser stati picchiati, tenuti con gli occhi bendati, costretti in posizioni innaturali, legati a pesanti cavi elettrici, segnati da bruciature di sigarette e, in un caso documentato, sottoposti a scosse elettriche applicate ai genitali». Per Save the Children è «scioccante e desta grande preoccupazione» il caso di «bambini utilizzati come scudi umani ed impiegati sulle linee del fronte da entrambe le parti negli scontri armati in corso in Siria, segnalato dal report diffuso delle Nazioni Unite. «I responsabili di questi crimini devono essere perseguiti. Si tratta di un azione in contrasto con la legge internazionale».
NUOVI MASSACRI
«Vi prego, aiutateci, impedite un massacro». È questo l’appello lanciato in un collegamento con la televisione Al Jazira dal dottor Aba al Baraa, medico nel quartiere di Al Khaldiyeh, nella città di Homs, sottoposto a bombardamenti dell’artiglieria e degli elicotteri governativi, secondo il quale c’è il rischio di un nuovo «massacro». Al Baraa chiede alla comunità internazionale di fare in modo che possano essere portati aiuti alla popolazione civile, affermando che non è nemmeno possibile soccorrere i feriti. Un altro residente, Hadi al Abdullah, ha detto che gli attacchi portati contro Khaldiyeh sono «senza precedenti» e che i ribelli dell’Esercito libero siriano (Els) stanno cercando di impedire che le forze governative si impadroniscano del quartiere, temendo che si possa ripetere «un massacro» come quello avvenuto a Hula. Cronaca di guerra. Non si fermano i bombardamenti in varie città della Siria e in 24 ore il bilancio sarebbe già di quasi 100 morti. Almeno 38 persone hanno perso la vita ieri mattina, vittime degli attacchi governativi in diverse località. Fra queste, come riferiscono i Comitati locali di coordinamento dell’opposizione, 11 sono state uccise a Jbeibleh, nella provincia orientale di Deir Ezzor. Le truppe siriane hanno bombardato diverse aree del Paese, tra cui al-Haffa, dove si teme un nuovo massacro. Gli osservatori Onu che ieri hanno cercato di raggiungere al-Haffa «hanno affrontato una folla inferocita, che ha circondato il convoglio, impedendo di proseguire. La folla, in apparenza residenti dell’area, ha lanciato pietre e sbarre di metallo contro i veicoli. Siamo tornati indietro».
Umberto De Giovannangeli
domenica 3 giugno 2012
PARLIAMO BREVEMENTE UN PO' DI ITALIA
Abbiamo, nella misura del possibile evitato di dilungarci sulle vicende politiche italiane per non esporsi all'accusa di prendere parte per una delle forze che animano le vicende del nostro paese. Ci siamo, sempre nella misura del possibile limitati a condurre polemiche anche dure con la Lega Nord e, qualche volta con il Vaticano e i suoi esponenti che, pur non ammettendolo, sono affetti da islamofobia: questi interventi nel nostro blog, quando non hanno riguardato osservazioni storiche sul passato, sono rimaste confinate nella finalità che da il titolo al nostro lavoro: "In Difesa dell'Islam".
Ci pare a questo punto necessario formulare tuttavia due osservazioni che hanno sempre la stessa finalità di respingere gli attacchi anti islamici animati da ignoranza e da razzismo religioso:
I - La Lega Nord sembra ridotta ai minimi termini perché dopo aver per anni prospettato ronde padane a difesa del territorio e dei beni dei padani, soprattutto dalla presenza sempre più invasiva degli extracomunitari soprattutto provenienti da paesi di religione islamica, e affogata miseramente nel sistema di furti che ha operato sulla finanza pubblica italiana. Maroni disse qualche anno fa: "Dobbiamo essere duri con gli extracomunitari clandestini". In conseguenza di questa durezza migliaia di persone, per lo più provenienti da paesi islamici come la Tunisia, hanno trovato la loro tomba nello stretto di Sicilia; e non vogliamo tornare sulle infamie quotidiane commesse dai loro esponenti e dai loro sindaci. Adesso si è scoperto che il gruppo dirigente leghista era nella sua parte più significativo una banda di ladri (e uso un eufemismo);
II - Purtroppo in Italia, se fallisce un buffone che riesce a diventare senza merito leader politico determinante nella conduzione della cosa pubblica, è pronto ad affacciarsene uno nuovo e magari più pericoloso. Ecco così salire agli onori della politica italiana un teatrante che usa far pagare il biglietto a quanti assistono ai suoi spettacoli per finanziare un movimento denominato "5 Stelle". Non abbiamo molti elementi per giudicarne le caratteristiche peggiori. Ci basta evidenziare che il Sig. Beppe Grillo ha rivolto aspre critiche al sindaco di Rimini perché ha concesso uno spazio pubblico alla comunità islamica della sua città per celebrarvi il Ramadan, mentre di recente non ha mancato di rendere sempre più esplicito la sua ostilità nei confronti degli immigrati. Se il buongiorno si vede dal mattino Beppe Grillo ha tutte le caratteristiche per abbracciare il populismo bossiano con un maggiore tasso di pericolosità perché da come parla si capisce che non è un buzzurro come il Varesotto;
III - Naturalmente gli xenofobi anti islamici che popolano troppe parte di Italia non si soffermano sulla circostanza che ogni grave sciagura collettiva che capita al nostro paese deve immancabilmente contare tra le vittime qualche musulmano: così fu nell'incendio della stazione di Via Reggio; così è stato nel terremoto del Molise e in quello dell'Aquila; e così è stato, purtroppo, nell'ultimo terremoto che ha distrutto una delle più ricche e civili regioni italiane e cioè l'Emilia Romagna dove su 13 operai vittime del terremoto 3 erano di religione islamica e cittadini italiani. Chissà se sfugge ai cialtroni xenofobi che quando dei popoli contano vittime tra i morti di sciagure o capitate nella terra che gli ospita, questa terra diventa per sempre anche la loro patria. Ma Dio è Clemente e Misericordioso ed è il Migliore giudice delle azioni umane.
Ci pare a questo punto necessario formulare tuttavia due osservazioni che hanno sempre la stessa finalità di respingere gli attacchi anti islamici animati da ignoranza e da razzismo religioso:
I - La Lega Nord sembra ridotta ai minimi termini perché dopo aver per anni prospettato ronde padane a difesa del territorio e dei beni dei padani, soprattutto dalla presenza sempre più invasiva degli extracomunitari soprattutto provenienti da paesi di religione islamica, e affogata miseramente nel sistema di furti che ha operato sulla finanza pubblica italiana. Maroni disse qualche anno fa: "Dobbiamo essere duri con gli extracomunitari clandestini". In conseguenza di questa durezza migliaia di persone, per lo più provenienti da paesi islamici come la Tunisia, hanno trovato la loro tomba nello stretto di Sicilia; e non vogliamo tornare sulle infamie quotidiane commesse dai loro esponenti e dai loro sindaci. Adesso si è scoperto che il gruppo dirigente leghista era nella sua parte più significativo una banda di ladri (e uso un eufemismo);
II - Purtroppo in Italia, se fallisce un buffone che riesce a diventare senza merito leader politico determinante nella conduzione della cosa pubblica, è pronto ad affacciarsene uno nuovo e magari più pericoloso. Ecco così salire agli onori della politica italiana un teatrante che usa far pagare il biglietto a quanti assistono ai suoi spettacoli per finanziare un movimento denominato "5 Stelle". Non abbiamo molti elementi per giudicarne le caratteristiche peggiori. Ci basta evidenziare che il Sig. Beppe Grillo ha rivolto aspre critiche al sindaco di Rimini perché ha concesso uno spazio pubblico alla comunità islamica della sua città per celebrarvi il Ramadan, mentre di recente non ha mancato di rendere sempre più esplicito la sua ostilità nei confronti degli immigrati. Se il buongiorno si vede dal mattino Beppe Grillo ha tutte le caratteristiche per abbracciare il populismo bossiano con un maggiore tasso di pericolosità perché da come parla si capisce che non è un buzzurro come il Varesotto;
III - Naturalmente gli xenofobi anti islamici che popolano troppe parte di Italia non si soffermano sulla circostanza che ogni grave sciagura collettiva che capita al nostro paese deve immancabilmente contare tra le vittime qualche musulmano: così fu nell'incendio della stazione di Via Reggio; così è stato nel terremoto del Molise e in quello dell'Aquila; e così è stato, purtroppo, nell'ultimo terremoto che ha distrutto una delle più ricche e civili regioni italiane e cioè l'Emilia Romagna dove su 13 operai vittime del terremoto 3 erano di religione islamica e cittadini italiani. Chissà se sfugge ai cialtroni xenofobi che quando dei popoli contano vittime tra i morti di sciagure o capitate nella terra che gli ospita, questa terra diventa per sempre anche la loro patria. Ma Dio è Clemente e Misericordioso ed è il Migliore giudice delle azioni umane.
LA CONDANNA DI MUBARAK
Mubarak condannato all'ergastolo
migliaia di persone a piazza Tahrir
IL CAIRO - La sentenza tanto attesa è arrivata questa mattina: Hosni Mubarak è stato condannato all'ergastolo. L'accusa aveva chiesto per lui la pena di morte. Che non è arrivata. E quasi immediatamente è esplosa la rabbia dei familiari delle 850 vittime della primavera araba e di tutti i detrattori dell'ex Rais. Si sono dati appuntamento in Piazza Tahir per protestare contro un verdetto che considerano ingiusto, gridando che "il popolo vuole cacciare l'ancien regime".
Fra loro anche i Fratelli Musulmani, prima forza politica in Egitto: si sono detti "scioccati" dall'esito del processo che viene definito dal loro candidato alle presidenziali, Mohammed Morsi, una "farsa" e hanno sospeso la campagna elettorale per il ballottaggio delle presidenziali per unirsi a quanti contestano la sentenza. Una sessantina i feriti nei tafferugli che sono scoppiati con le forze dell'ordine.
Il giorno del giudizio. La sentenza è a suo modo storica, perché Mubarak è il primo capo di uno Stato arabo che sia mai stato processato e condannato da un tribunale del suo popolo. Anche l'accusa è fortemente simbolica: complicità nell'uccisione di 850 manifestanti durante la rivolta 1 che, lo scorso anno, lo costrinse alla fine a lasciare il potere . Era accusato anche di corruzione, così come i suoi figli, Alaa e Gamal, assolti insieme a lui per questo capo d'imputazione, caduto in prescrizione.
In seguito alla lettura della sentenza, il Procuratore Generale ha ordinato il trasferimento immediato dell'ex Rais dall'Ospedale militare, dove è stato detenuto fino ad ora, al carcere di Tora al Cairo. Fonti giudiziarie riferiscono che quando l'elicottero è arrivato alla prigione, l'ex presidente egiziano ha fatto resistenza, rifiutandosi, tra le lacrime, di scendere dal velivolo. E poco dopo è stato colpito da una crisi cardiaca. Gli è stato quindi concesso di essere portato nell'ospedale del penitenziario.Fra loro anche i Fratelli Musulmani, prima forza politica in Egitto: si sono detti "scioccati" dall'esito del processo che viene definito dal loro candidato alle presidenziali, Mohammed Morsi, una "farsa" e hanno sospeso la campagna elettorale per il ballottaggio delle presidenziali per unirsi a quanti contestano la sentenza. Una sessantina i feriti nei tafferugli che sono scoppiati con le forze dell'ordine.
Il giorno del giudizio. La sentenza è a suo modo storica, perché Mubarak è il primo capo di uno Stato arabo che sia mai stato processato e condannato da un tribunale del suo popolo. Anche l'accusa è fortemente simbolica: complicità nell'uccisione di 850 manifestanti durante la rivolta 1 che, lo scorso anno, lo costrinse alla fine a lasciare il potere . Era accusato anche di corruzione, così come i suoi figli, Alaa e Gamal, assolti insieme a lui per questo capo d'imputazione, caduto in prescrizione.
Le altre sentenze. Stessa sorte del suo ex presidente è toccata al ministro dell'Interno del regime, Habib al-Hadly, condannato all'ergastolo. Assolti i sei assistenti al ministero.
La sentenza di prescrizione per i reati di corruzione e abuso di potere di Hosni Mubarak e dei suoi due figli ha scatenato violente contestazioni all'interno dell'aula bunker dell'Accademia di Polizia. Gli avvocati dell'accusa sono saliti sui tavoli del tribunale scandendo gli slogan "fuori, fuori" e "il popolo vuole che la magistratura sia ripulita".
Dure proteste anche fuori dal Tribunale, dove i familiari delle vittime della Rivoluzione del 25 gennaio hanno urlato slogan e alzato cartelli con scritte del tipo "La sentenza del popolo è la morte"
Le parti presenteranno ricorso. Mubarak farà ricorso in Cassazione contro la sentenza, riferisce l'avvocato Yasser Bahr, portavoce del collegio difensivo. "Il verdetto è zeppo di vizi legali da ogni parte", ha sottolineato. Alla domanda se ritenesse che il ricorso possa sortire esito favorevole, il legale ha subito risposto: "Vinceremo, è sicuro al milione per cento".
Anche gli avvocati delle famiglie delle vittime della rivoluzione hanno annunciato che ricorreranno contro la sentenza.
Ergastolo a Mubarak, nuove proteste
piazza Tahrir occupata dai manifestanti
IL CAIRO - Continuano al Cairo le proteste per la condanna all'ergastolo, ritenuta troppo clemente, inflitta all'ex presidente Hosni Mubarak. Centinaia di manifestanti sono rimasti a presidiare piazza Tahrir e non sembrano intenzionate ad andarsene, come testimoniano le tende tirate su nel corso della notte. La situazione è tornata alla calma, dopo gli incidenti in cui ieri sono rimaste ferite almeno 60 persone. I movimenti che si richiamano alla rivoluzione dell'anno scorso hanno indetto cortei nella capitale e in altre città, mentre in un comunicato 11 gruppi hanno chiesto al Parlamento di adottare una legge per ricelebrare il processo contro l'ex rais.
Ieri i dimostranti hanno anche attaccato e danneggiato le sedi centrali della campagna elettorale di Ahmed Shafiq a Fayyoum, a sud della capitale, e a Hurghada, sul mar Rosso. Shafiq è stato l'ultimo premier del regime di Mubarak e ora è candidato alle presidenziali: ha passato il primo round elettorale il 23 e 24 maggio e affronterà al ballottaggio Mohammed Morsi il 16 e 17 giugno. Morsi, candidato dei Fratelli musulmani, dopo l'esito del processo ha promesso che se sarà eletto farà riprocessare Mubarak, per il quale l'accusa aveva chiesto la pena di morte, e anche gli altri ex membri del regime che sono stati assolti. "L'Egitto e i suoi figli rivoluzionari continueranno la loro rivoluzione, la rivoluzione non si fermerà", ha affermato in conferenza stampa.
Poche ore dopo la lettura della sentenza, la protesta è scattata in piazza Tahrir al Cairo, dove si sono raccolte circa ventimila persone, ma anche ad Alessandria e a Suez. "Una farsa, questo processo è una farsa", "Il popolo vuole l'esecuzione degli assassini", gridava la folla. A scatenare la rabbia popolare è stata in primo luogo la mancata condanna a morte dell'ex rais, giudicato colpevole di omicidio plurimo per l'uccisione di oltre 800 dimostranti durante la rivolta che l'anno scorso rovesciò il suo regime e prosciolto per prescirzione dall'accusa di corruzione. Ma anche l'assoluzione di sei generali, i più alti rappresentanti della polizia e della sicurezza, imputati per la strage di manifestanti, e il non luogo a procedere per i due figli dell'ex presidente, Gamal e Alaa, per intervenuta prescrizione dei reati di corruzione e abuso di potere. L'ex ministro degli Interni Haimb El Adly è stato invece condannato al carcere a vita.Ieri i dimostranti hanno anche attaccato e danneggiato le sedi centrali della campagna elettorale di Ahmed Shafiq a Fayyoum, a sud della capitale, e a Hurghada, sul mar Rosso. Shafiq è stato l'ultimo premier del regime di Mubarak e ora è candidato alle presidenziali: ha passato il primo round elettorale il 23 e 24 maggio e affronterà al ballottaggio Mohammed Morsi il 16 e 17 giugno. Morsi, candidato dei Fratelli musulmani, dopo l'esito del processo ha promesso che se sarà eletto farà riprocessare Mubarak, per il quale l'accusa aveva chiesto la pena di morte, e anche gli altri ex membri del regime che sono stati assolti. "L'Egitto e i suoi figli rivoluzionari continueranno la loro rivoluzione, la rivoluzione non si fermerà", ha affermato in conferenza stampa.
SIRIA
Siria, ultimatum dei ribelli ad Assad
Una lancia spuntata appare l’ultimatum di 48 ore inviato stasera dai ribelli siriani al
presidente Bashar al Assad, intimandogli di cessare la repressione e rispettare i sei punti del piano dell’inviato Onu Kofi Annan, nel giorno in cui si registrano almeno altri 62 uccisi - per lo più civili - da parte dei governativi che hanno ripreso a bombardare la città di Hula, secondo quanto segnala il Cns.
E mentre da Washington la Casa Bianca afferma: «Chi oggi sostiene il regime di Assad si pone dalla parte sbagliata della storia», il Consiglio di sicurezza dell’Onu si è riunito in serata. La Russia si è detta nuovamente contraria ad altre sanzioni e insieme alla Cina ha ribadito la sua opposizione a
una opzione militare. Opzione che, però, al momento da più parti viene esclusa. Intanto il console onorario siriano in California, Hazem Chehabi, ha deciso di dimettersi dopo il massacro di Hula. Secondo la National Public Radio (Npr) ha spiegato di «non poter essere più testimone di crimini cos barbari».
«I vertici congiunti dell’Esercito libero all’interno della Siria annunciano di dare un ultimatum di 48 ore al regime perchè‚ applichi le risoluzioni del Consiglio di sicurezza», ha affermato il colonnello Qassem Saad ad Din, apparso in un video su Youtube. Nel filmato, registrato secondo la didascalia a
Rastan, località tra Homs e Hama e roccaforte dei ribelli, il colonnello disertore precisa che se entro mezzogiorno (le 11 in Italia) di venerdì il regime non farà tacere le armi «contro i civili inermi», non ritirerà le truppe dalle città e non libererà tutti i prigionieri politici, l’Esl non sarà più impegnato dal cessate il fuoco e «difenderà e proteggerà icivili, i loro villaggi e le loro città».
Sul terreno è stata l’ennesima giornata di sangue: il generale norvegese Robert Mood, comandante degli osservatori Onu nel Paese, ha confermato quanto denunciato ieri dai Comitati di coordinamento locali degli attivisti, secondo cui sono stati ritrovati a Dayr az Zor, nell’estremo est del Paese, i corpi di 13 persone «giustiziate» sommariamente, proprio come avvenuto a il 25 maggio scorso a Hula dove il Cns ha segnalato nuovi bombardamenti.
L’agenzia ufficiale Sana si limita intanto a riferire dei funerali oggi di 25 tra militari e poliziotti uccisi da non meglio precisati «gruppi di terroristi armati». Mentre il Centro di documentazione delle violazioni in Siria (Vdc, vdc-sy.org) segnala almeno 20 uccisi, di cui 18 civili e due disertori.
Altre fonti di attivisti parlano invece di una sessantina di vittime in tutto il Paese.
Dopo l’espulsione ieri dei diplomatici siriani dai principali Paesi europei, da Stati Uniti, Canada, Australia e Giappone, Damasco oggi ha risposto dichiarando «persona non grata» l’incaricato d’affari olandese in Siria. Ma nel panorama delle cancellerie occidentali che alzano la voce contro il regime di Assad, solo il Belgio ha oggi invocato esplicitamente l’invio di militari stranieri in Siria. Il ministro degli Esteri, Didier Reynders, ha detto che la comunità internazionale «non otterrà niente» dal presidente siriano senza una presenza militare nel Paese. Non si tratta di organizzare «un intervento come in Libia» nel 2011, ha precisato il belga, ma di creare «zone di sicurezza» in Siria protette «da una forza internazionale».
All’unisono, gli altri Paesi europei e gli stessi Stati Uniti hanno escluso tale ipotesi, attribuendo l’impossibilità di un intervento militare diretto al blocco russo-cinese in seno al Consiglio di sicurezza, che si è riunito in serata. Una posizione condivisa anche dall’Italia, con il ministro degli
Esterio Giulio Terzi che, sottolineando la «priorità altissima e quasi assoluta» della soluzione della crisi, ha anche fatto appello ad una «gestione più coesa possibile» da parte della comunità internazionale sotto il profilo politico, precisando che un intervento armato non è un’ipotesi realistica.
Mosca, da parte sua, ha nuovamente ribadito il no a nuove sanzioni, ventilate dagli Usa, mentre la Gran Bretagna ha fattosapere che nei prossimi giorni si discuterà su come aumentare la pressione sul governo di Damasco: il punto chiave è l’unità dei Quindici, ha precisato l’ambasciatore britannico Mark Lyall Grant al termine della riunione del Consiglio di Sicurezza. E il governo turco, che da oltre un anno minaccia tempesta contro Assad, ha ribadito di non aver ancora preso una decisione circa l’ipotesi di una zona cuscinetto lungo la frontiera con la Siria per impedire il possibile afflusso di decine di migliaia di nuovi profughi.
Siria, Assad arringa il Parlamento
"Contro di noi una guerra dall'esterno"
DAMASCO - La crisi in Siria "non è un problema politico". Lo ha detto il presidente siriano Bashar al Assad nel suo primo discorso al nuovo parlamento eletto all'inizio di maggio, precisando che è necessario "distinguere tra problema politico e terrorismo". La Siria, ha detto ancora il dittatore, deve confrontarsi con un "complotto che mira a distruggere il Paese". "E' ormai evidente - ha aggiunto - il ruolo internazionale" nella crisi siriana che produce "una escalation di terrorismo nonostante le riforme".
A questo proposito Assad, ribadendo l'estraneità del regime con la strage costata la vita a oltre 100 persone, ha detto che a Hula è stato commesso "un orrendo crimine" che neanche "dei mostri" potrebbero compiere. Il governo, ha insistito, ha utilizzato "tutti i mezzi politici" ma gli sforzi sono stati vani perché "ci troviamo di fronte ad una guerra condotta dall'esterno". "Affrontare la crisi - ha detto ancora Assad - può essere doloroso, ma non possiamo tirarci indietro".
La leadership siriana, ha proseguito, è "ancora aperta al dialogo con chi non vuole un intervento straniero nel Paese e non sostiene i gruppi terroristici". "Continuerò a combattere il terrorismo fermamente e senza scendere a compromessi", ma "non cerco rivincite con chi vuole tornare" tornare", ha aggiunto il presidente siriano probabilmente riferendosi a chi è passato dalla parte dei ribelli.
Il parlamento siriano è stato rinnovato con le elezioni legislative dello scorso 7 maggio, la prima consultazione elettorale con la partecipazione di più partiti da quando, con il referendum dello scorso febbraio, è stata sancita la fine del monopolio del partito Baath (del presidente Assad, ndr), voto boicottato da opposizione e dissidenti che lo hanno definito "una farsa". I risultati ufficiali annunciati alcuni giorni dopo hanno poi sancito una nuova vittoria del Baath, partito al potere in Siria da mezzo secolo.
Intanto da Singapore, dove sta partecipando all'Asia Security Summit, il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian non ha escluso un intervento armato in Siria, ma solo dietro mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Le Drian ha anche chiesto alla Russia di non assicurare più il sostegno al presidente Bashar el Assad. "Il presidente francese Francois Hollande non ha escluso un intervento militare, ma solo dietro un mandato delle Nazioni Unite", ha detto il ministro. "I russi devono capire che non si può considerare un futuro in Siria con Assad ancora al potere", ha aggiunto.
Siria, liberati 500 detenuti
Una lancia spuntata appare l’ultimatum di 48 ore inviato stasera dai ribelli siriani al
presidente Bashar al Assad, intimandogli di cessare la repressione e rispettare i sei punti del piano dell’inviato Onu Kofi Annan, nel giorno in cui si registrano almeno altri 62 uccisi - per lo più civili - da parte dei governativi che hanno ripreso a bombardare la città di Hula, secondo quanto segnala il Cns.
E mentre da Washington la Casa Bianca afferma: «Chi oggi sostiene il regime di Assad si pone dalla parte sbagliata della storia», il Consiglio di sicurezza dell’Onu si è riunito in serata. La Russia si è detta nuovamente contraria ad altre sanzioni e insieme alla Cina ha ribadito la sua opposizione a
una opzione militare. Opzione che, però, al momento da più parti viene esclusa. Intanto il console onorario siriano in California, Hazem Chehabi, ha deciso di dimettersi dopo il massacro di Hula. Secondo la National Public Radio (Npr) ha spiegato di «non poter essere più testimone di crimini cos barbari».
«I vertici congiunti dell’Esercito libero all’interno della Siria annunciano di dare un ultimatum di 48 ore al regime perchè‚ applichi le risoluzioni del Consiglio di sicurezza», ha affermato il colonnello Qassem Saad ad Din, apparso in un video su Youtube. Nel filmato, registrato secondo la didascalia a
Rastan, località tra Homs e Hama e roccaforte dei ribelli, il colonnello disertore precisa che se entro mezzogiorno (le 11 in Italia) di venerdì il regime non farà tacere le armi «contro i civili inermi», non ritirerà le truppe dalle città e non libererà tutti i prigionieri politici, l’Esl non sarà più impegnato dal cessate il fuoco e «difenderà e proteggerà icivili, i loro villaggi e le loro città».
Sul terreno è stata l’ennesima giornata di sangue: il generale norvegese Robert Mood, comandante degli osservatori Onu nel Paese, ha confermato quanto denunciato ieri dai Comitati di coordinamento locali degli attivisti, secondo cui sono stati ritrovati a Dayr az Zor, nell’estremo est del Paese, i corpi di 13 persone «giustiziate» sommariamente, proprio come avvenuto a il 25 maggio scorso a Hula dove il Cns ha segnalato nuovi bombardamenti.
L’agenzia ufficiale Sana si limita intanto a riferire dei funerali oggi di 25 tra militari e poliziotti uccisi da non meglio precisati «gruppi di terroristi armati». Mentre il Centro di documentazione delle violazioni in Siria (Vdc, vdc-sy.org) segnala almeno 20 uccisi, di cui 18 civili e due disertori.
Altre fonti di attivisti parlano invece di una sessantina di vittime in tutto il Paese.
Dopo l’espulsione ieri dei diplomatici siriani dai principali Paesi europei, da Stati Uniti, Canada, Australia e Giappone, Damasco oggi ha risposto dichiarando «persona non grata» l’incaricato d’affari olandese in Siria. Ma nel panorama delle cancellerie occidentali che alzano la voce contro il regime di Assad, solo il Belgio ha oggi invocato esplicitamente l’invio di militari stranieri in Siria. Il ministro degli Esteri, Didier Reynders, ha detto che la comunità internazionale «non otterrà niente» dal presidente siriano senza una presenza militare nel Paese. Non si tratta di organizzare «un intervento come in Libia» nel 2011, ha precisato il belga, ma di creare «zone di sicurezza» in Siria protette «da una forza internazionale».
All’unisono, gli altri Paesi europei e gli stessi Stati Uniti hanno escluso tale ipotesi, attribuendo l’impossibilità di un intervento militare diretto al blocco russo-cinese in seno al Consiglio di sicurezza, che si è riunito in serata. Una posizione condivisa anche dall’Italia, con il ministro degli
Esterio Giulio Terzi che, sottolineando la «priorità altissima e quasi assoluta» della soluzione della crisi, ha anche fatto appello ad una «gestione più coesa possibile» da parte della comunità internazionale sotto il profilo politico, precisando che un intervento armato non è un’ipotesi realistica.
Mosca, da parte sua, ha nuovamente ribadito il no a nuove sanzioni, ventilate dagli Usa, mentre la Gran Bretagna ha fattosapere che nei prossimi giorni si discuterà su come aumentare la pressione sul governo di Damasco: il punto chiave è l’unità dei Quindici, ha precisato l’ambasciatore britannico Mark Lyall Grant al termine della riunione del Consiglio di Sicurezza. E il governo turco, che da oltre un anno minaccia tempesta contro Assad, ha ribadito di non aver ancora preso una decisione circa l’ipotesi di una zona cuscinetto lungo la frontiera con la Siria per impedire il possibile afflusso di decine di migliaia di nuovi profughi.
Siria, Assad arringa il Parlamento
"Contro di noi una guerra dall'esterno"
DAMASCO - La crisi in Siria "non è un problema politico". Lo ha detto il presidente siriano Bashar al Assad nel suo primo discorso al nuovo parlamento eletto all'inizio di maggio, precisando che è necessario "distinguere tra problema politico e terrorismo". La Siria, ha detto ancora il dittatore, deve confrontarsi con un "complotto che mira a distruggere il Paese". "E' ormai evidente - ha aggiunto - il ruolo internazionale" nella crisi siriana che produce "una escalation di terrorismo nonostante le riforme".
A questo proposito Assad, ribadendo l'estraneità del regime con la strage costata la vita a oltre 100 persone, ha detto che a Hula è stato commesso "un orrendo crimine" che neanche "dei mostri" potrebbero compiere. Il governo, ha insistito, ha utilizzato "tutti i mezzi politici" ma gli sforzi sono stati vani perché "ci troviamo di fronte ad una guerra condotta dall'esterno". "Affrontare la crisi - ha detto ancora Assad - può essere doloroso, ma non possiamo tirarci indietro".
La leadership siriana, ha proseguito, è "ancora aperta al dialogo con chi non vuole un intervento straniero nel Paese e non sostiene i gruppi terroristici". "Continuerò a combattere il terrorismo fermamente e senza scendere a compromessi", ma "non cerco rivincite con chi vuole tornare" tornare", ha aggiunto il presidente siriano probabilmente riferendosi a chi è passato dalla parte dei ribelli.
Il parlamento siriano è stato rinnovato con le elezioni legislative dello scorso 7 maggio, la prima consultazione elettorale con la partecipazione di più partiti da quando, con il referendum dello scorso febbraio, è stata sancita la fine del monopolio del partito Baath (del presidente Assad, ndr), voto boicottato da opposizione e dissidenti che lo hanno definito "una farsa". I risultati ufficiali annunciati alcuni giorni dopo hanno poi sancito una nuova vittoria del Baath, partito al potere in Siria da mezzo secolo.
Intanto da Singapore, dove sta partecipando all'Asia Security Summit, il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian non ha escluso un intervento armato in Siria, ma solo dietro mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Le Drian ha anche chiesto alla Russia di non assicurare più il sostegno al presidente Bashar el Assad. "Il presidente francese Francois Hollande non ha escluso un intervento militare, ma solo dietro un mandato delle Nazioni Unite", ha detto il ministro. "I russi devono capire che non si può considerare un futuro in Siria con Assad ancora al potere", ha aggiunto.
Siria, liberati 500 detenuti
a Hula nuovi bombardamenti
DAMASCO - A 48 ore dalla visita in Siria dell'inviato speciale Onu Kofi Annan, le autorità siriane hanno annunciato di aver liberato 500 prigionieri arrestati nella repressione in corso da 14 mesi, ma rimangono in carcere numerosi altri detenuti politici e attivisti del movimento non violento.
Secondo l'agenzia ufficiale Sana, che ha dato la notizia, da novembre 2011 ad oggi, sono 4.482 i detenuti "che non hanno commesso crimini" liberati dalle autorità: 553 il 5 novembre, 1.180 il 15 dello stesso mese, 912 il 30 novembre, 755 il 28 dicembre e 552 il 5 gennaio e 30 lo scorso 21 aprile.
L'ondata di rilasci tra novembre e gennaio era coincisa con il tentativo della Lega Araba di convincere Damasco ad accettare il piano per la normalizzazione della situazione nel Paese. A metà aprile vi erano invece in atto negoziati tra Onu e regime siriano per l'accettazione da parte di quest'ultimo del piano di pace che prevede, tra l'altro, la liberazione di tutti i detenuti politici arrestati da marzo 2011 ad oggi.
L'Onu e le organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani denunciano l'arresto in questi 14 mesi di rivolta e repressione di oltre 10.000 siriani da parte dei servizi di controllo del regime.
Per il secondo giorno consecutivo, intanto, l'esercito siriano ha ripreso stamani i bombardamenti nella regione di Hula, teatro la settimana scorsa di un massacro denunciato dalla comunità internazionale 1: lo riferisce l'Osservatorio siriano dei diritti dell'Uomo (Osdh). Le milizie fedeli al presidente siriano, Bashar al Assad, hanno aperto il fuoco in una delle località di Hula, Taldo, dove la maggior parte delle persone della strage del 25 maggio sono state uccise.
Diversa la versione del regime di Assad che, sulla base di sue indagini preliminari, sostiene che il massacro di Hula è stata opera di "gruppi armati" (dell'opposizione) non di forze governative. Il loro obiettivo, secondo Damasco, è incoraggiare un intervento militare da parte di forze straniere.
Dopo il massacro, "si rischia una guerra civile catastrofica" denuncia il segretario generale dell'Onu Ban Ki Moon. "Massacri come quello a cui abbiamo assistito nello scorso fine settimana possono far sprofondare la Siria in una catastrofica guerra civile dalla quale il Paese non potrebbe mai più riprendersi" ha detto il segretario dell'Onu a Istanbul in occasione del forum sulla Somalia che si tiene sotto l'egida dell'Onu.
Lo spettro di Srebrenica e il dilemma di Obama che pesa sulla rielezione
DAL NOSTRO INVIATO NEW YORK - L' incubo di un' altra Srebrenica, di un Paese allo sbando, ingovernabile e in preda alle bande: una Somalia nell' area più delicata ed esplosiva per i precari equilibri mediorientali. Ma anche la consapevolezza che l' America, un Paese stremato da dieci anni di guerre in Iraq e Afghanistan, non vuole sentir parlare di nuove missioni militari all' estero: al punto che, ormai, nemmeno le organizzazioni umanitarie chiedono a Washington di intervenire militarmente per arrestare i massacri in Siria. Barack Obama continua a considerare impraticabile l' opzione militare e a cercare via d' uscita diplomatiche: preme su Mosca, studia sanzioni, appoggia il tentativo dell' Onu di arrivare a un cessate il fuoco. Ma fin qui tutto è stato vano: Vladimir Putin, appena tornato alla presidenza, non si è nemmeno presentato al G8 di Camp David, mentre la mediazione di Kofi Annan è stata sepolta dalla strage di Hula e dal massacro di mercoledì: 13 operai elettrici trucidati perché si erano rifiutati di sospendere uno sciopero. Alle prese con una grave crisi economica e occupazionale che rischia di fargli perdere la corsa alla rielezione, il presidente americano, già in piena campagna, si trova ora scoperto anche sul fronte della politica estera: il successo dell' eliminazione di Bin Laden, la lotta senza quartiere contro Al Qaeda, la fine della guerra in Iraq e il graduale disimpegno dall' Afghanistan sono risultati che rischiano di impallidire sullo sfondo davanti alla tragedia siriana. I repubblicani lo sanno e attaccano il presidente proprio su questo fronte. «È un irresponsabile» dice il suo avversario del 2008, John McCain, che chiede un intervento a base di «strike» dal cielo a supporto dei ribelli, come in Libia un anno fa. «È incapace di esercitare la "global leadership" dell' America», gli fa eco il candidato presidenziale repubblicano Mitt Romney. Che, però, si guarda bene dal proporre un intervento armato - secondo i sondaggi osteggiato dai tre quarti degli americani - limitandosi a chiedere che siano date armi ai ribelli. Ma lo stesso partito repubblicano è diviso anche su questa ipotesi di sostegno indiretto: «La verità è che non sappiamo nemmeno chi sono i buoni e chi i cattivi» sostiene il presidente della Commissione Servizi Segreti della Camera, il conservatore Mike Rogers. Nel breve periodo Obama non ha altra scelta che restare nell' attuale, scomoda posizione del sovrano impotente di potenza imperiale appannata. La riunione settimanale del suo gabinetto dedicata alla Siria, con la consueta, frustrante conclusione: che le opzioni disponibili sono molto limitate. «Un intervento provocherebbe più instabilità, i massacri aumenterebbero», taglia corto il portavoce del presidente, Jay Carney. E si capisce perché: a differenza della Libia, la Siria, oltre alla protezione di Mosca, ha un apparato militare di tutto rispetto comprese efficaci difese missilistiche antiaeree, mentre non ci sono zone interne controllate da un esercito di ribelli che può essere appoggiato. E a livello internazionale, né l' Onu né la Lega Araba stavolta propongono l' invio di una forza multinazionale. Rimane la possibilità di un intervento autonomo di qualche Paese alleato. Ipotesi che a Washington non escludono ma che pare, al momento, improbabile. C' è, però, sempre lo spettro Srebrenica: gli ottomila morti che nel 1995 spinsero Bill Clinton, dopo molte esitazioni, a intervenire nei Balcani. I 108 trucidati a Hula non sono una Srebrenica, ma la Siria sembra ormai finita su un piano inclinato, con l' ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite, Susan Rice, che prevede, pessimisticamente, una «escalation» spaventosa del conflitto che potrebbe obbligare le potenze a un intervento coordinato non più solo per motivi umanitari, ma per cercare di circoscrivere un incendio capace di diffondersi a tutto il Medio Oriente. Parole pesanti che, più che preannunciare un cambiamento di rotta della Casa Bianca, sembrano servire a premere su Mosca. Dopo l' appuntamento mancato in terra americana, Obama incontrerà il presidente russo tra un paio di settimane al G20 di Los Cabos, in Messico. Gli chiederà di nuovo di convincere Assad a lasciare il potere, avviando una transizione come quella in atto nello Yemen. Difficilmente Putin gli toglierà le castagne dal fuoco (facendogli anche un grosso regalo elettorale). A meno che non si convinca che senza una svolta la crisi rischia di deflagrare con effetti molto negativi per tutti, Mosca compresa. 108 I morti accertati a Hula, in Siria, tra cui 49 bambini.
Gaggi Massimo
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