Questo Blog si propone di dare risposta agli interrogativi e alle polemiche che più frequentemente hanno per oggetto la religione islamica e il Corano. Tale attività è particolarmente necessaria in Italia, data la totale disinformazione che gli italiani hanno sulla religione di un miliardo seicento milioni di musulmani in tutto il mondo.
sabato 28 luglio 2012
ISRAELE
Individuato il kamikaze di Burgas giallo su un documento americano
È un giallo l’identità del terrorista che ha fatto saltare in aria un bus carico di turisti israeliani in Bulgaria. Su di lui ci sono solo delle immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza dell’aeroporto. Nel video si vede che scalpita. Osserva il cartellone elettronico con i voli in arrivo, procede verso i controlli di sicurezza, torna ancora sotto il cartellone.
Per i servizi Usa, israeliani e bulgari che hanno formato un team d’indagini, è l’autore dell’attentato contro cinquanta turisti israeliani. Si è fatto esplodere quando erano saliti tutti a bordo: si è presentato davanti
alla porta d’ingresso del mezzo e ha attivato il detonatore. Ha ucciso sei persone: cinque israeliani e un bulgaro che era alla guida. Un’ora prima si aggirava attorno ai bus in attesa. E’ stato incerto fino all’ultimo: forse voleva piazzare l’esplosivo nel bagagliaio. Ma qualcosa non ha funzionato e ha scelto, alla fine, di saltare in aria. Aveva addosso una patente falsa. E’ intestata a Jacques Felipe Martin, residente a Baton Rouge, Michigan. In una via, ad un numero civico, dove non c’è nessuna casa ma uno casinò: «La Belle».
L’intelligence è perplessa. Sa solo che è stato lui ha far saltare in aria il bus. I suoi atteggiamenti, la sua ansia nell’attesa, il fatto che abbia girato attorno ai mezzi in attesa dei turisti non lascia dubbi. Ma chi è in realtà questo ragazzotto con la faccia avvolta da una sottile peluria, bermuda maglietta e cappellino, lo zaino in spalle, che tutti scambiano per un normale giramondo? Le impronte digitali raccolte dalle dita mozzate dall’esplosione sono state spedite negli Usa. Il data base della Cia conferma che il nome della patente non esiste. Non è segnalato. E’ inventato. Le notizie filtrano a fatica. Sono confuse. Le autorità bulgare forniscono pochi dettagli. Devono badare alle critiche che cominciano a piovere da tutto il mondo.
La falla nella sicurezza e nei controlli all’aeroporto mettono in difficoltà l’intelligence di Sofia. Israele accusa di nuovo l’Iran. Anzi, precisa che il mandante è Hezbollah. Il potente partito sciita libanese. Con la regia di Teheran che lo sostiene da sempre. Sui siti israeliani esce un nome. Sarebbe la vera identità dell’attentatore. Si chiamava Mehdi Ghezali, 25 anni, cittadino svedese con genitori algerini e finlandesi. Un passato di tutto rispetto: detenuto a Guantanamo dal 2002 al 2004, studi coranici in una madrassa
della Gran Bretagna. Nuova cattura, nel 2009, in Afghanistan con altri 13 combattenti stranieri. Il nome fa il giro del mondo. Ma arriva anche una smentita. Secca e molto imbarazzata. Doppia. Da parte della Bulgaria e della Svezia.
L’attentatore non ha nulla a che fare con Mehdi Ghezali. «Diffondere nome e cognome con tanto di profilo e storia personale è una grave scorrettezza », aggiunge piccato il ministro degli Interni bulgaro. Ma le smentite sono una prassi nella guerra che serpeggia tra Iran e Israele. Tace il Mossad. Se il premier Benjamin Netanyahu si espone in modo così forte contro Teheran e il suo braccio armato in Libano vuol dire che gli hanno fornito prove solide. E’ un giallo. L’ennesimo di questa strage ancora tutta da spiegare.
Daniele Mastrogiacomo
È un giallo l’identità del terrorista che ha fatto saltare in aria un bus carico di turisti israeliani in Bulgaria. Su di lui ci sono solo delle immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza dell’aeroporto. Nel video si vede che scalpita. Osserva il cartellone elettronico con i voli in arrivo, procede verso i controlli di sicurezza, torna ancora sotto il cartellone.
Per i servizi Usa, israeliani e bulgari che hanno formato un team d’indagini, è l’autore dell’attentato contro cinquanta turisti israeliani. Si è fatto esplodere quando erano saliti tutti a bordo: si è presentato davanti
alla porta d’ingresso del mezzo e ha attivato il detonatore. Ha ucciso sei persone: cinque israeliani e un bulgaro che era alla guida. Un’ora prima si aggirava attorno ai bus in attesa. E’ stato incerto fino all’ultimo: forse voleva piazzare l’esplosivo nel bagagliaio. Ma qualcosa non ha funzionato e ha scelto, alla fine, di saltare in aria. Aveva addosso una patente falsa. E’ intestata a Jacques Felipe Martin, residente a Baton Rouge, Michigan. In una via, ad un numero civico, dove non c’è nessuna casa ma uno casinò: «La Belle».
L’intelligence è perplessa. Sa solo che è stato lui ha far saltare in aria il bus. I suoi atteggiamenti, la sua ansia nell’attesa, il fatto che abbia girato attorno ai mezzi in attesa dei turisti non lascia dubbi. Ma chi è in realtà questo ragazzotto con la faccia avvolta da una sottile peluria, bermuda maglietta e cappellino, lo zaino in spalle, che tutti scambiano per un normale giramondo? Le impronte digitali raccolte dalle dita mozzate dall’esplosione sono state spedite negli Usa. Il data base della Cia conferma che il nome della patente non esiste. Non è segnalato. E’ inventato. Le notizie filtrano a fatica. Sono confuse. Le autorità bulgare forniscono pochi dettagli. Devono badare alle critiche che cominciano a piovere da tutto il mondo.
La falla nella sicurezza e nei controlli all’aeroporto mettono in difficoltà l’intelligence di Sofia. Israele accusa di nuovo l’Iran. Anzi, precisa che il mandante è Hezbollah. Il potente partito sciita libanese. Con la regia di Teheran che lo sostiene da sempre. Sui siti israeliani esce un nome. Sarebbe la vera identità dell’attentatore. Si chiamava Mehdi Ghezali, 25 anni, cittadino svedese con genitori algerini e finlandesi. Un passato di tutto rispetto: detenuto a Guantanamo dal 2002 al 2004, studi coranici in una madrassa
della Gran Bretagna. Nuova cattura, nel 2009, in Afghanistan con altri 13 combattenti stranieri. Il nome fa il giro del mondo. Ma arriva anche una smentita. Secca e molto imbarazzata. Doppia. Da parte della Bulgaria e della Svezia.
L’attentatore non ha nulla a che fare con Mehdi Ghezali. «Diffondere nome e cognome con tanto di profilo e storia personale è una grave scorrettezza », aggiunge piccato il ministro degli Interni bulgaro. Ma le smentite sono una prassi nella guerra che serpeggia tra Iran e Israele. Tace il Mossad. Se il premier Benjamin Netanyahu si espone in modo così forte contro Teheran e il suo braccio armato in Libano vuol dire che gli hanno fornito prove solide. E’ un giallo. L’ennesimo di questa strage ancora tutta da spiegare.
Daniele Mastrogiacomo
SIRIA
Tra la gente di Aleppo assediata dai tank “Molti scappano, temiamo un massacro”
ALEPPO — Aleppo, la seconda città più importante della Siria, si prepara alla controffensiva da parte dei soldati governativi dopo un’altra giornata sotto i colpi d’artiglieria o sparati dagli elicotteri contro i quartieri presi dagli insorti. Le forze speciali siriane sono state dispiegate intorno alla città e altri soldati dovrebbero arrivare per l’attacco, previsto oggi o sabato: lo ha riferito all’Afp una fonte della sicurezza siriana. Si dice che anche i circa 2mila ribelli già ad Aleppo abbiano ricevuto rinforzi, pari a circa 1500-2000 uomini appena arrivati. La Francia sollecita le Nazioni Unite a intervenire per fermare il “bagno di sangue” , mentre Ban Ki-moon, il segretario generale dell’Onu, ammonisce le potenze mondiali a non ripetere gli errori commessi in Bosnia. «Non voglio che nessuno dei miei successori visiti la Siria tra vent’anni e si ritrovi a dover chiedere scusa per quello che avremmo potuto fare per proteggere i civili in Siria e che non stiamo facendo».
Ad Aleppo Abu Firas, il portavoce del consiglio rivoluzionario cittadino dice che nella zona occidente è arrivata una colonna di carri armati e di veicoli blindati, mentre colpi di artiglieria o sparati dagli elicotteri prendono di mira i quartieri degli insorti. I testimoni affermano di aver contato fino a 80 carri armati.
Dentro la città l’atmosfera è di tensione e preoccupazione, e uno degli abitanti ci dice: «Abbiamo la brutta e spiacevole sensazione che la situazione possa degenerare in una catastrofe, con i rinforzi dell’esercito già qui. Il regime prende saltuariamente di mira aree densamente popolate, e provoca molte vittime. Gli ospedali non riescono a star dietro al numero dei feriti. Pane e carburante sono introvabili. Molte famiglie sono sfollate, vagano in strada o si accampano nei parchi o in rifugi nelle scuole,
ma restano esposte e vulnerabili. La popolazione sta preparandosi al peggio».
Violenti scontri si sono verificati tra l’Esercito libero siriano (Els) e le forze governative lungo le strade che a Nord e a Ovest portano ad Aleppo. I residenti scappati dagli scontri raccontano di sette famiglie sterminate martedì notte nel quartiere di Salaheddin, dopo che le loro case nei pressi di una clinica sono state distrutte a colpi di mortaio. Un residente fuggito oltre la frontiera turca confida agli amici di voler tornare ad Aleppo e spiega: «Sento il bisogno di tornare indietro e morire a casa mia».
Mohammad Issa, un comandante dell’Els, dice che il convoglio di carri armati arrivato ad Aleppo è partito dalla vicina cittadina di Idlib. Il regime non ha ancora il controllo su questo centro, ma teoricamente ha perso il controllo delle zone circostanti. Il convoglio ha impiegato più giorni per arrivare ad Aleppo, tenuto conto della presenza di numerosi combattenti dell’opposizione che hanno teso loro agguati. «Li abbiamo attaccati in
piena campagna, cercando di coinvolgere meno possibile la popolazione civile negli scontri », dice Isa, aggiungendo che le sue milizie hanno preso prigionieri e accolto parecchie decine di disertori.
Secondo Amir, un fiancheggiatore degli insorti ad Aleppo, le forze anti-Assad al momento hanno il controllo del 40 per cento
della città in una fascia a semicerchio che si allarga da Est verso Dud. «L’Els è arrivato venerdì e si è spinto fino alle aree che riteneva che non sarebbero state ostili. Le forze governative a quel punto se la sono data a gambe. Aleppo è una città complicata: c’è chi appoggia il regime, chi ha paura, chi è favorevole alla rivoluzione. La classe media e i ricchi
non vogliono che i ribelli abbiano la meglio. Vogliono che tutto continui come al solito. Nessuno può prevedere che cosa accadrà di qui a poco, ma permane molta tristezza per il fatto che gli insorti abbiano attirato su Aleppo tutta quella potenza di fuoco».
Si parla di combattimenti a fuoco anche a Damasco, con colpi sparati dai carri armati e dagli
elicotteri, e continua a girare voce di violenti scontri tra i disertori e le forze del regime a Hajar al-Aswad, uno degli ultimi quartieri in mano ai ribelli in città, e nel campo profughi palestinese di Yarmuk. Gli attivisti hanno riferito di almeno cinque civili uccisi e di 25 feriti. I cecchini erano appostati sui tetti degli edifici e secondo quanto ha affermato un abitante della città hanno preso di mira chiunque si sia azzardato a scendere in strada.
Luglio sta per concludersi e diventerà di fatto il mese più cruento finora dell’insurrezione siriana. Il bilancio dei morti nel Paese è stimato in oltre cento al giorno, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani con sede in Gran Bretagna. Gli attivisti parlano di 19mila morti dal marzo 2001 a oggi, e Medici senza frontiere calcola gli sfollati dal paese in oltre 120mila persone.
LUKE HARDING E IAN BLACK
Tra i ribelli della battaglia di Aleppo Vinceremo, noi abbiamo Dio e loro no
ALEPPO - Nella moschea si sentono grida di «Dio è grande!». Un ritratto incorniciato mostra un uomo giovane in posa solenne e marziale, con un berretto rosso scuro. I funerali sono per Ahmad al-Fij, comandante 28enne dell' Esercito libero siriano, ucciso venerdì nella battaglia per Aleppo. La cerimonia è frettolosa, l' esercito siriano potrebbe riprendere i bombardamenti da un momento all' altro. «Mio figlio era onesto e rispettabile, un patriota», dice Abdul-Rahman, il padre. «Questo regime sta usando il fuoco contro gli esseri umani, gli alberi, tutto». Ma potrà essere sconfitto? «Assolutamente sì», risponde. «Noi abbiamo Dio, loro no». Sarebbe avventato prevedere una rapida conclusione del sanguinoso conflitto siriano. I volontari delle milizie sono armati di kalashnikov, pistole di fabbricazione ceca e coltelli da caccia. Contro di loro è schierato uno Stato militare armato di elicotteri da guerra, carri armati russi e pezzi d' artiglieria. Eppure la sensazione è che i ribelli stiano vincendo, lentamente e inesorabilmente. La battaglia per la città più grande di tutta la Siria, Aleppo, è drammaticamente in bilico. I ribelli stanno combattendo strada per strada, contro un nemico che vomita morte dai cieli. L' Esercito libero siriano registra meticolosamente gli attacchi con i telefoni cellulari: la guerra di Siria è trasmessa in diretta streaming per la generazione di YouTube. «La vittoria è prossima. Quasi metà di Aleppo ormai è controllata dall' Esercito libero siriano», dice spavaldo Abdul Gabbar Kaidi, il colonnello che guida i ribelli nella battaglia. Kaidi è seduto nel suo quartier generale, un' ex scuola. «Loro (il regime, ndr) sono deboli. Non credono in se stessi», dice Kaidi. «Uccidono, stuprano le donne, distruggono il Paese. Noi stiamo combattendo per difendere la gente». L' esercito libero siriano sostiene di controllare circa l' 80 per cento della Siria. Probabilmenteè un' esagerazione, ma l' apparato militare di Damasco, duramente scosso dall' attentato della settimana scorsa, deve fronteggiare rivolte ovunque: Homs, Hama, Aleppo, Deir el-Zour. I ribelli sono riusciti a ritagliarsi un impero rurale, che abbraccia gran parte delle compagne e le aree di frontiera con la Turchia, a Nord e a Est. Qui c' è un paesaggio biblico di uliveti argentati, montagne brune e rocciose e ragazzini che portano a pascolare le pecore. Qui la situazione è relativamente calma. Nel villaggio di Atma, vicino al confine con la Turchia, i civili siriani si spostano lentamente di notte, sotto un cielo stellato, oltrepassando di nascosto il confine. Nell' altra direzione affluiscono volontari. Un sergente barbuto dell' Esercito libero siriano registra i nuovi arrivati, ingannando il tempo, nei momenti di pausa, con la lettura del Corano. «Sono tornato per vendicare mio padre», spiega un volontario 22enne, Ahmed Syri. Syri è cresciuto a Copenaghen. Suo padre lasciò il Paese nel 1982, quando Hafez al-Assad, il padre di Bashar, schiacciò un' insurrezione dei Fratelli musulmani uccidendo migliaia di persone. L' Esercito libero siriano ha assunto l' amministrazione di Atma a ottobre dell' anno scorso. Da quel momento ha conquistato sempre più territorio, impadronendosi delle province di Idlib e Aleppo, anche se le città capoluogo rimangono nelle mani del regime, come gran parte delle altre città siriane. Oggi Atareb, città «liberata», è un campo di macerie. Solo qualche abitante è tornato. Il vecchio suq era un letale covo di cecchini durante i combattimenti, oraè un intrico di vetri rotti e negozi distrutti. La bandiera rivoluzionaria sventola dall' alto della cittadella, con i suoi 2000 anni di storia. I ribelli stanno facendo progressi sul piano tattico, ma non sembrano esserci segnali di massicci rifornimenti di armi pesanti dall' esterno. Soldati in divisa cachi cercano di mettere in moto a spinta la malconcia auto di Kaidi. Altri, radunati per andare a combattere ad Aleppo, stipano sacchi di plastica e granate per lanciarazzi nel bagagliaio di una berlina, poi partono per il fronte come se andassero a una gita fuori porta. Il morale è alto, ma la paura è tanta. Abdullah, un ingegnere civile, colto e che parla inglese, prevede che la guerra si trascinerà per mesi: «L' Esercito libero siriano sta diventando più forte. Ma il prezzo da pagare sarà molto alto, senza un aiuto da parte dell' Occidente». Abdullah è fuggito da Damasco giovedì scorso, il giorno dopo che Assad aveva preso la drastica decisione di bombardare la sua stessa capitale. Lui e la sua famiglia sono partiti a bordo di tre macchine in direzione nord, verso la zona controllata dai ribelli, passando numerosi posti di blocco, del Governo e dell' opposizione. «Il regime insiste che tutto è normale. Ma la rivoluzione è come un' enorme palla di neve che può distruggere tutto». Come molti siriani, Abdullah teme per il futuro del suo Paese: «Ora stiamo finendo in un buco nero. Nessuno sa che cosa succederà. Il regime comincia a cadere. La rivoluzione diventa sempre più forte. Ma mi chiedo: sono uniti?».
ALEPPO — Aleppo, la seconda città più importante della Siria, si prepara alla controffensiva da parte dei soldati governativi dopo un’altra giornata sotto i colpi d’artiglieria o sparati dagli elicotteri contro i quartieri presi dagli insorti. Le forze speciali siriane sono state dispiegate intorno alla città e altri soldati dovrebbero arrivare per l’attacco, previsto oggi o sabato: lo ha riferito all’Afp una fonte della sicurezza siriana. Si dice che anche i circa 2mila ribelli già ad Aleppo abbiano ricevuto rinforzi, pari a circa 1500-2000 uomini appena arrivati. La Francia sollecita le Nazioni Unite a intervenire per fermare il “bagno di sangue” , mentre Ban Ki-moon, il segretario generale dell’Onu, ammonisce le potenze mondiali a non ripetere gli errori commessi in Bosnia. «Non voglio che nessuno dei miei successori visiti la Siria tra vent’anni e si ritrovi a dover chiedere scusa per quello che avremmo potuto fare per proteggere i civili in Siria e che non stiamo facendo».
Ad Aleppo Abu Firas, il portavoce del consiglio rivoluzionario cittadino dice che nella zona occidente è arrivata una colonna di carri armati e di veicoli blindati, mentre colpi di artiglieria o sparati dagli elicotteri prendono di mira i quartieri degli insorti. I testimoni affermano di aver contato fino a 80 carri armati.
Dentro la città l’atmosfera è di tensione e preoccupazione, e uno degli abitanti ci dice: «Abbiamo la brutta e spiacevole sensazione che la situazione possa degenerare in una catastrofe, con i rinforzi dell’esercito già qui. Il regime prende saltuariamente di mira aree densamente popolate, e provoca molte vittime. Gli ospedali non riescono a star dietro al numero dei feriti. Pane e carburante sono introvabili. Molte famiglie sono sfollate, vagano in strada o si accampano nei parchi o in rifugi nelle scuole,
ma restano esposte e vulnerabili. La popolazione sta preparandosi al peggio».
Violenti scontri si sono verificati tra l’Esercito libero siriano (Els) e le forze governative lungo le strade che a Nord e a Ovest portano ad Aleppo. I residenti scappati dagli scontri raccontano di sette famiglie sterminate martedì notte nel quartiere di Salaheddin, dopo che le loro case nei pressi di una clinica sono state distrutte a colpi di mortaio. Un residente fuggito oltre la frontiera turca confida agli amici di voler tornare ad Aleppo e spiega: «Sento il bisogno di tornare indietro e morire a casa mia».
Mohammad Issa, un comandante dell’Els, dice che il convoglio di carri armati arrivato ad Aleppo è partito dalla vicina cittadina di Idlib. Il regime non ha ancora il controllo su questo centro, ma teoricamente ha perso il controllo delle zone circostanti. Il convoglio ha impiegato più giorni per arrivare ad Aleppo, tenuto conto della presenza di numerosi combattenti dell’opposizione che hanno teso loro agguati. «Li abbiamo attaccati in
piena campagna, cercando di coinvolgere meno possibile la popolazione civile negli scontri », dice Isa, aggiungendo che le sue milizie hanno preso prigionieri e accolto parecchie decine di disertori.
Secondo Amir, un fiancheggiatore degli insorti ad Aleppo, le forze anti-Assad al momento hanno il controllo del 40 per cento
della città in una fascia a semicerchio che si allarga da Est verso Dud. «L’Els è arrivato venerdì e si è spinto fino alle aree che riteneva che non sarebbero state ostili. Le forze governative a quel punto se la sono data a gambe. Aleppo è una città complicata: c’è chi appoggia il regime, chi ha paura, chi è favorevole alla rivoluzione. La classe media e i ricchi
non vogliono che i ribelli abbiano la meglio. Vogliono che tutto continui come al solito. Nessuno può prevedere che cosa accadrà di qui a poco, ma permane molta tristezza per il fatto che gli insorti abbiano attirato su Aleppo tutta quella potenza di fuoco».
Si parla di combattimenti a fuoco anche a Damasco, con colpi sparati dai carri armati e dagli
elicotteri, e continua a girare voce di violenti scontri tra i disertori e le forze del regime a Hajar al-Aswad, uno degli ultimi quartieri in mano ai ribelli in città, e nel campo profughi palestinese di Yarmuk. Gli attivisti hanno riferito di almeno cinque civili uccisi e di 25 feriti. I cecchini erano appostati sui tetti degli edifici e secondo quanto ha affermato un abitante della città hanno preso di mira chiunque si sia azzardato a scendere in strada.
Luglio sta per concludersi e diventerà di fatto il mese più cruento finora dell’insurrezione siriana. Il bilancio dei morti nel Paese è stimato in oltre cento al giorno, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani con sede in Gran Bretagna. Gli attivisti parlano di 19mila morti dal marzo 2001 a oggi, e Medici senza frontiere calcola gli sfollati dal paese in oltre 120mila persone.
LUKE HARDING E IAN BLACK
Tra i ribelli della battaglia di Aleppo Vinceremo, noi abbiamo Dio e loro no
ALEPPO - Nella moschea si sentono grida di «Dio è grande!». Un ritratto incorniciato mostra un uomo giovane in posa solenne e marziale, con un berretto rosso scuro. I funerali sono per Ahmad al-Fij, comandante 28enne dell' Esercito libero siriano, ucciso venerdì nella battaglia per Aleppo. La cerimonia è frettolosa, l' esercito siriano potrebbe riprendere i bombardamenti da un momento all' altro. «Mio figlio era onesto e rispettabile, un patriota», dice Abdul-Rahman, il padre. «Questo regime sta usando il fuoco contro gli esseri umani, gli alberi, tutto». Ma potrà essere sconfitto? «Assolutamente sì», risponde. «Noi abbiamo Dio, loro no». Sarebbe avventato prevedere una rapida conclusione del sanguinoso conflitto siriano. I volontari delle milizie sono armati di kalashnikov, pistole di fabbricazione ceca e coltelli da caccia. Contro di loro è schierato uno Stato militare armato di elicotteri da guerra, carri armati russi e pezzi d' artiglieria. Eppure la sensazione è che i ribelli stiano vincendo, lentamente e inesorabilmente. La battaglia per la città più grande di tutta la Siria, Aleppo, è drammaticamente in bilico. I ribelli stanno combattendo strada per strada, contro un nemico che vomita morte dai cieli. L' Esercito libero siriano registra meticolosamente gli attacchi con i telefoni cellulari: la guerra di Siria è trasmessa in diretta streaming per la generazione di YouTube. «La vittoria è prossima. Quasi metà di Aleppo ormai è controllata dall' Esercito libero siriano», dice spavaldo Abdul Gabbar Kaidi, il colonnello che guida i ribelli nella battaglia. Kaidi è seduto nel suo quartier generale, un' ex scuola. «Loro (il regime, ndr) sono deboli. Non credono in se stessi», dice Kaidi. «Uccidono, stuprano le donne, distruggono il Paese. Noi stiamo combattendo per difendere la gente». L' esercito libero siriano sostiene di controllare circa l' 80 per cento della Siria. Probabilmenteè un' esagerazione, ma l' apparato militare di Damasco, duramente scosso dall' attentato della settimana scorsa, deve fronteggiare rivolte ovunque: Homs, Hama, Aleppo, Deir el-Zour. I ribelli sono riusciti a ritagliarsi un impero rurale, che abbraccia gran parte delle compagne e le aree di frontiera con la Turchia, a Nord e a Est. Qui c' è un paesaggio biblico di uliveti argentati, montagne brune e rocciose e ragazzini che portano a pascolare le pecore. Qui la situazione è relativamente calma. Nel villaggio di Atma, vicino al confine con la Turchia, i civili siriani si spostano lentamente di notte, sotto un cielo stellato, oltrepassando di nascosto il confine. Nell' altra direzione affluiscono volontari. Un sergente barbuto dell' Esercito libero siriano registra i nuovi arrivati, ingannando il tempo, nei momenti di pausa, con la lettura del Corano. «Sono tornato per vendicare mio padre», spiega un volontario 22enne, Ahmed Syri. Syri è cresciuto a Copenaghen. Suo padre lasciò il Paese nel 1982, quando Hafez al-Assad, il padre di Bashar, schiacciò un' insurrezione dei Fratelli musulmani uccidendo migliaia di persone. L' Esercito libero siriano ha assunto l' amministrazione di Atma a ottobre dell' anno scorso. Da quel momento ha conquistato sempre più territorio, impadronendosi delle province di Idlib e Aleppo, anche se le città capoluogo rimangono nelle mani del regime, come gran parte delle altre città siriane. Oggi Atareb, città «liberata», è un campo di macerie. Solo qualche abitante è tornato. Il vecchio suq era un letale covo di cecchini durante i combattimenti, oraè un intrico di vetri rotti e negozi distrutti. La bandiera rivoluzionaria sventola dall' alto della cittadella, con i suoi 2000 anni di storia. I ribelli stanno facendo progressi sul piano tattico, ma non sembrano esserci segnali di massicci rifornimenti di armi pesanti dall' esterno. Soldati in divisa cachi cercano di mettere in moto a spinta la malconcia auto di Kaidi. Altri, radunati per andare a combattere ad Aleppo, stipano sacchi di plastica e granate per lanciarazzi nel bagagliaio di una berlina, poi partono per il fronte come se andassero a una gita fuori porta. Il morale è alto, ma la paura è tanta. Abdullah, un ingegnere civile, colto e che parla inglese, prevede che la guerra si trascinerà per mesi: «L' Esercito libero siriano sta diventando più forte. Ma il prezzo da pagare sarà molto alto, senza un aiuto da parte dell' Occidente». Abdullah è fuggito da Damasco giovedì scorso, il giorno dopo che Assad aveva preso la drastica decisione di bombardare la sua stessa capitale. Lui e la sua famiglia sono partiti a bordo di tre macchine in direzione nord, verso la zona controllata dai ribelli, passando numerosi posti di blocco, del Governo e dell' opposizione. «Il regime insiste che tutto è normale. Ma la rivoluzione è come un' enorme palla di neve che può distruggere tutto». Come molti siriani, Abdullah teme per il futuro del suo Paese: «Ora stiamo finendo in un buco nero. Nessuno sa che cosa succederà. Il regime comincia a cadere. La rivoluzione diventa sempre più forte. Ma mi chiedo: sono uniti?».
venerdì 27 luglio 2012
domenica 15 luglio 2012
AFRICA
MALI. Riccardi lancia l’allarme, ‘è il nuovo Afghanistan’
”Ci sono diciotto milioni di persone colpite dalla carestia nel Sahel che rischiano la morte e 400 mila sfollati del Mali, in larga parte passati nei paesi vicini. Abbiamo un nuovo Afghanistan che sta per esploderci sotto i piedi con l’islamizzazione proprio del Mali. E ancora ci chiediamo se se possiamo permetterci la cooperazione?”. E’ l’allarme che lancia Andrea Riccardi, ministro per la Integrazione e la cooperazione internazionale, in un’intervista al ‘Corriere della Sera’. Il governo ha rimesso a punto la macchina degli aiuti allo sviluppo. Convinto che sia un ”dovere” ma soprattutto ”un’opportunita”’, Riccardi anticipa la sua battaglia culturale e politica e la nuova sfida del governo Monti da lanciare il prossimo ottobre, con il primo Forum sulla cooperazione: trasformare la solidarieta’ con le aree di crisi in occasione di sviluppo. Quanto ai fondi, spiega, ”occorre declinare quel poco che abbiamo con intelligenza. Per questo -rimarca il ministro- l’1 e 2 ottobre promuoveremo, insieme al comune di Milano, il primo Forum della cooperazione, al quale interverra’ anche il presidnete Monti. I soldi possono essere trovati anche con l’intervento dei privati. La societa’ -conclude Riccardi- puo’ mobilitarsi. Ci saranno grandi aziende, Ong, enti locali e tutti insieme dimostreremo che la cooperazione e’ un dovere, ma conviene all’Italia”.
Da quando è finito il dominio coloniale su gran parte dell'Africa, quello che una volta veniva chiamato il "Continente Nero" è stato teatro di innumerevoli guerre e atrocità: dalla guerra civile nigeriana provocata dalla Secessione del Diafra (causa scatenante il controllo dei giacimenti petroliferi) al genocidio dei Tutsi ad opera dei "cattolici hutu", dall'interminabile guerra nel Congo (1 milione di morti) alle guerre civili in Liberia, Sierra Leone, Somalia, Eritrea, Etiopia e Uganda; dalle guerre civili nelle ex colonie portoghesi (quella fra i seguaci di Salimbi e la neonata repubblica indipendente di Angola e, ancora, quella tra Frelimo, indipendentista, e Re.Na.Mo. fomentata dai razzisti sud africani). Non siamo in grado di entrare nel dettaglio delle guerre civili più lunghe e sanguinose come quella tra Nord Sudan arabizzato e Sud Sudan cristiano e animista: 3 milioni di morti.
Fin'ora il Mali e l'attivo e confinante Niger sono arrivati all'attenzione della cronaca perché la corrente Salafita dell'Islam, caratterizzata dall'odio verso monumenti a santi e a idoli risalenti all'epoca pre islamica, ha assaltato e distrutto le tombe di antichi santoni: da tenere presente che i Salafiti che hanno operato nell'Arabia Saudita nel secolo scorso volevano distruggere persino la tomba di Muhammad, considerando l'adorazione del Profeta una forma di politeismo idolatro. Abbiamo l'impressione che questa improvvisa attenzione per un fenomeno tutto sommato di minore interesse effettivo sia ispirata dall'odio verso l'Islam, necessario a richiamare l'attenzione sulla guerra civile strisciante che contrappone in Nigeria le tribù pastorali del Nord musulmane e le tribù agricole del centro e del Sud che la siccità pluriennale spinge alla guerra civile per controllare qualche pezzo di terra e qualche area da pascolo: i cui episodi più cruenti offrono il settimanale destro a qualche ministro italiano e al Vaticano a lanciare il grido d'allarme: in Africa è in corso lo sterminio dei Cristiani.
”Ci sono diciotto milioni di persone colpite dalla carestia nel Sahel che rischiano la morte e 400 mila sfollati del Mali, in larga parte passati nei paesi vicini. Abbiamo un nuovo Afghanistan che sta per esploderci sotto i piedi con l’islamizzazione proprio del Mali. E ancora ci chiediamo se se possiamo permetterci la cooperazione?”. E’ l’allarme che lancia Andrea Riccardi, ministro per la Integrazione e la cooperazione internazionale, in un’intervista al ‘Corriere della Sera’. Il governo ha rimesso a punto la macchina degli aiuti allo sviluppo. Convinto che sia un ”dovere” ma soprattutto ”un’opportunita”’, Riccardi anticipa la sua battaglia culturale e politica e la nuova sfida del governo Monti da lanciare il prossimo ottobre, con il primo Forum sulla cooperazione: trasformare la solidarieta’ con le aree di crisi in occasione di sviluppo. Quanto ai fondi, spiega, ”occorre declinare quel poco che abbiamo con intelligenza. Per questo -rimarca il ministro- l’1 e 2 ottobre promuoveremo, insieme al comune di Milano, il primo Forum della cooperazione, al quale interverra’ anche il presidnete Monti. I soldi possono essere trovati anche con l’intervento dei privati. La societa’ -conclude Riccardi- puo’ mobilitarsi. Ci saranno grandi aziende, Ong, enti locali e tutti insieme dimostreremo che la cooperazione e’ un dovere, ma conviene all’Italia”.
Da quando è finito il dominio coloniale su gran parte dell'Africa, quello che una volta veniva chiamato il "Continente Nero" è stato teatro di innumerevoli guerre e atrocità: dalla guerra civile nigeriana provocata dalla Secessione del Diafra (causa scatenante il controllo dei giacimenti petroliferi) al genocidio dei Tutsi ad opera dei "cattolici hutu", dall'interminabile guerra nel Congo (1 milione di morti) alle guerre civili in Liberia, Sierra Leone, Somalia, Eritrea, Etiopia e Uganda; dalle guerre civili nelle ex colonie portoghesi (quella fra i seguaci di Salimbi e la neonata repubblica indipendente di Angola e, ancora, quella tra Frelimo, indipendentista, e Re.Na.Mo. fomentata dai razzisti sud africani). Non siamo in grado di entrare nel dettaglio delle guerre civili più lunghe e sanguinose come quella tra Nord Sudan arabizzato e Sud Sudan cristiano e animista: 3 milioni di morti.
Fin'ora il Mali e l'attivo e confinante Niger sono arrivati all'attenzione della cronaca perché la corrente Salafita dell'Islam, caratterizzata dall'odio verso monumenti a santi e a idoli risalenti all'epoca pre islamica, ha assaltato e distrutto le tombe di antichi santoni: da tenere presente che i Salafiti che hanno operato nell'Arabia Saudita nel secolo scorso volevano distruggere persino la tomba di Muhammad, considerando l'adorazione del Profeta una forma di politeismo idolatro. Abbiamo l'impressione che questa improvvisa attenzione per un fenomeno tutto sommato di minore interesse effettivo sia ispirata dall'odio verso l'Islam, necessario a richiamare l'attenzione sulla guerra civile strisciante che contrappone in Nigeria le tribù pastorali del Nord musulmane e le tribù agricole del centro e del Sud che la siccità pluriennale spinge alla guerra civile per controllare qualche pezzo di terra e qualche area da pascolo: i cui episodi più cruenti offrono il settimanale destro a qualche ministro italiano e al Vaticano a lanciare il grido d'allarme: in Africa è in corso lo sterminio dei Cristiani.
sabato 14 luglio 2012
SIRIA
Siria, l'allarme della Clinton
"L'Onu intervenga subito"
WASHINGTON - Hillary Clinton entra in gioco in prima persona sulla crisi siriana. Domani parteciperà alla riunione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, cui chiederà di "agire" subito per porre fine "ai violenti e brutali attacchi" delle forze di Bashar el Assad contro i dimostranti.
Malgrado la ripetuta opposizione della Russia (insieme alla Cina, il principale alleato di Damasco) al varo di una risoluzione di condanna, Clinton ha annunciato che domani dal Palazzo di Vetro invierà "un chiaro messaggio al popolo siriano: siamo al vostro fianco".
Domani il Consiglio di Sicurezza ascolterà dal segretario generale della Lega Araba, Nabil al Araby, il rapporto degli osservatori inviati in Siria. In oltre 10 mesi la sanguinosa repressione della rivolta, da parte del regime di Bashar el Assad, ha causato secondo stime Onu oltre 5.400 morti. La situazione sul terreno è sempre più tesa. Secondo attivisti citati dalla tv al-Jazeera, i morti oggi sono almeno 45. Stando ai Comitati di coordinamento locale in Siria (Lccs), tra le vittime vi sono almeno una donna e sei bambini. Sul loro sito Internet, gli attivisti di Lccs denunciano l'uccisione da parte delle forze governative di 25 persone a Homs, città della Siria centrale. Altre sette persone, riferiscono, sono state uccise a Daraa, nel sud (dove a metà marzo dello scorso anno sono iniziate le proteste antigovernative), cinque nei sobborghi di Damasco e due a Idlib, nella Siria nordoccidentale.
"L'Onu intervenga subito"
WASHINGTON - Hillary Clinton entra in gioco in prima persona sulla crisi siriana. Domani parteciperà alla riunione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, cui chiederà di "agire" subito per porre fine "ai violenti e brutali attacchi" delle forze di Bashar el Assad contro i dimostranti.
Malgrado la ripetuta opposizione della Russia (insieme alla Cina, il principale alleato di Damasco) al varo di una risoluzione di condanna, Clinton ha annunciato che domani dal Palazzo di Vetro invierà "un chiaro messaggio al popolo siriano: siamo al vostro fianco".
Domani il Consiglio di Sicurezza ascolterà dal segretario generale della Lega Araba, Nabil al Araby, il rapporto degli osservatori inviati in Siria. In oltre 10 mesi la sanguinosa repressione della rivolta, da parte del regime di Bashar el Assad, ha causato secondo stime Onu oltre 5.400 morti. La situazione sul terreno è sempre più tesa. Secondo attivisti citati dalla tv al-Jazeera, i morti oggi sono almeno 45. Stando ai Comitati di coordinamento locale in Siria (Lccs), tra le vittime vi sono almeno una donna e sei bambini. Sul loro sito Internet, gli attivisti di Lccs denunciano l'uccisione da parte delle forze governative di 25 persone a Homs, città della Siria centrale. Altre sette persone, riferiscono, sono state uccise a Daraa, nel sud (dove a metà marzo dello scorso anno sono iniziate le proteste antigovernative), cinque nei sobborghi di Damasco e due a Idlib, nella Siria nordoccidentale.
giovedì 12 luglio 2012
LIBIA
Libia, il fronte laico della primavera così le tribù hanno fermato gli islamisti
Da alcune ore la rissosa, indisciplinata, corrotta società beduina, dispersa in un deserto posato su un mare di petrolio, frantumata in tribù, in clan, in famiglie armate fino ai denti e assetate di vendette spesso ereditate da sconosciuti antenati, quella società abbrutita per quasi mezzo secolo dal delirio di Gheddafi, e per questo giudicata impreparata e quindi inaffidabile, ha impartito una lezione di democrazia al vicino grande Egitto e all´altrettanto vicina ed educata Tunisia. E, fatto straordinario, la Libia musulmana ha fermato l´ondata islamista che ha inondato i Paesi arabi liberatisi dall´oppressione dei rais. A Tripoli, a Bengasi, sembra essersi aperta una breccia laica.
Ma si può parlare sul serio di una Libia laica? Sarebbe esagerato. Per ora è un´impressione. Forse un´illusione. Domani potrebbe essere una delusione. I risultati sorprendenti usciti dalle urne fanno lavorare le fantasie. Una Libia liberale? La definizione è azzardata. Diciamo: moderata. Anche perché espressioni come "laico" o " liberale" possono suonare come insulti nei momenti di tensione, a Tripoli o a Bengasi. Parlare, in generale, di moderazione è già rischioso, perché nonostante la saggezza dimostrata dagli elettori (saggezza elogiata dal presidente degli Stati Uniti e dal segretario generale dell´Onu), resta che le città e villaggi allineati lungo la costa mediterranea sono imbottiti d´armi, perché le tribù insorte contro Gheddafi, e poi decise a far valere i loro diritti di liberatori e le aspirazioni secessionistiche, hanno deposto mitra e bazooka, lasciandoli a portata di mano. Non si sa mai.
Affidandosi ai risultati parziali, non contestati dagli sconfitti, l´Alleanza delle Forze nazionali in cui l´ex primo ministro provvisorio Mahmud Jibril ha raccolto, con una pazienza da marabutto, una quarantina di partiti, avrebbe conquistato la maggioranza degli 80 seggi della futura Assemblea riservati ai partiti, sui 200 disponibili. I 120 restanti saranno suddivisi tra i candidati individuali, ma non dovrebbero rivoluzionare il risultato finale, poiché il controllo dei partiti si estenderebbe anche ai cosiddetti indipendenti. Comunque, nell´attesa di conoscere le cifre definitive e ufficiali, si deve rilevare la calma con cui il Paese sta accogliendo la notizia (non confermata ma strombazzata) del successo dei moderati. E quindi della sconfitta degli islamisti. Nessuna seria contestazione. Roba da anglosassoni.
Mahmud Jibril è nato a Bani Walid, sessant´ anni fa. È stato un collaboratore di Gheddafi. Ma chi non lo è stato nei quarant´anni di regime? Ha studiato Scienze politiche ed economiche al Cairo, poi ha ottenuto un master all´Università di Pittsburgh in Pennsylvania, dove è rimasto anche come professore. Cominciata la rivolta di Bengasi, nel 2011, è stato primo ministro del governo provvisorio. Quando dicono di lui che è un laico, Jibril si arrabbia. Replica pronto di essere più musulmano dei baciapile che gridano ai quattro venti la loro fede islamica. Lui recita le cinque preghiere quotidiane e rispetta il digiuno durante il Ramadan. I parenti, gli amici, i conoscenti, i vicini di casa possono testimoniarlo. E quando sarà venuto il momento di legiferare lui si ispirerà alle leggi coraniche, ma anche alle altre, estranee alla religione, e indispensabili in una società moderna.
Il principale compito di Jibril è di tenere unito il Paese, con sei milioni di abitanti dispersi su una superficie che è cinque volte quella italiana. Ha già invitato all´unità, prima ancora che la sua Alleanza venga proclamata vincitrice delle elezioni; ed è probabile che sia stato lui a suggerire di togliere al Parlamento il compito di designare l´Assemblea costituente; un´idea sorprendente ma geniale poiché ha disinnescato la protesta secessionista della Cirenaica e del Fezzan. Queste due regioni, storicamente gelose della supremazia della Tripolitania, minacciavano rivolte (e non è mancata qualche protesta violenta a Bengasi) perché dei 200 seggi del Parlamento 100 erano stati destinati a Ovest, alla Tripolitania, 60 a Est, alla Cirenaica, e 40 a Sud, al Fezzan. La supremazia tripolina avrebbe dunque pesato anche sui lavori dell´Assemblea costituente. La decisione che quest´ultima sarà eletta a parte, e che sarà composta da 20 deputati per ciascuna regione ha calmato gli animi.
Il professor Mahmud Jibril ha il vantaggio di appartenere alla più grande tribù libica. È un Warfalla; e i Warfalla sono circa un milione; un libico su sei è un Warfalla. La tribù è dispersa. Non occupa un territorio. È presente in gran numero a Tripoli, ma anche a Bengasi e nelle città della costa. I Warfalla sono sempre stati numerosi a Bani Walid, dove Jibril è nato. Molti Warfalla hanno fatto carriera, in tutti campi. Economia, banche, commercio, professioni liberali. Hanno frequentato università straniere. Hanno occupato posti decisivi nel vecchio regime. Hanno servito Gheddafi, garantendogli una solida base popolare; e l´hanno osteggiato, con complotti puntualmente falliti. Si sono spesso divisi sulla questione. A riunirli ha contribuito la tenace ostilità di alcune tribù. Ad esempio quella di Misurata.
Il forte inurbamento della popolazione ha cambiato i valori della tribù, e la sua stessa natura. La società del petrolio si è ridisegnata. Ma è certo che le prime vere elezioni democratiche hanno risvegliato vecchie alleanze e solidarietà. Sulle quali ha potuto contare Mahmud Jibril. Lasciando il Paese senza una società civile, senza partiti, senza associazioni, se non quelle legate al potere, Gheddafi ha favorito una certa sopravvivenza dei legami tribali. Dei quali gli islamisti non hanno potuto usufruire. Da qui forse la loro sconfitta.
Sul Partito della giustizia e della ricostruzione, emanazione politica dei Fratelli musulmani, pesava e pesa il lungo ambiguo rapporto tra la Confraternita e Gheddafi. Quando il matematico Ghannouchi, il leader islamista di Tunisi, è andato a Tripoli a sostenere i Fratelli musulmani, non ha trovato uomini che, come i tunisini, avevano fatto decenni di prigione, oppure, come gli egiziani, che avevano tessuto una fitta rete di scuole e di ospedali. I libici avevano meno radici.
Pare non abbia avuto maggior fortuna Abdel Hakim Belhadj, fondatore e capo di Al Watan. Partito islamista che non ha raccolto molti voti. Belhadj è stato un grande jihadista: è stato con Bin Laden in Afghanistan, nelle prigioni della Cia e in quelle di Gheddafi. Poi è stato uno dei primi capi ribelli a entrare a Tripoli, quando il regime è crollato. Gli avevano procurato le armi americani e francesi, che ormai si fidavano di lui e lo rispettavano come guerrigliero. A non fidarsi troppo di lui sono stati i tripolini andando alle urne.
Bernardo Valli
Da alcune ore la rissosa, indisciplinata, corrotta società beduina, dispersa in un deserto posato su un mare di petrolio, frantumata in tribù, in clan, in famiglie armate fino ai denti e assetate di vendette spesso ereditate da sconosciuti antenati, quella società abbrutita per quasi mezzo secolo dal delirio di Gheddafi, e per questo giudicata impreparata e quindi inaffidabile, ha impartito una lezione di democrazia al vicino grande Egitto e all´altrettanto vicina ed educata Tunisia. E, fatto straordinario, la Libia musulmana ha fermato l´ondata islamista che ha inondato i Paesi arabi liberatisi dall´oppressione dei rais. A Tripoli, a Bengasi, sembra essersi aperta una breccia laica.
Ma si può parlare sul serio di una Libia laica? Sarebbe esagerato. Per ora è un´impressione. Forse un´illusione. Domani potrebbe essere una delusione. I risultati sorprendenti usciti dalle urne fanno lavorare le fantasie. Una Libia liberale? La definizione è azzardata. Diciamo: moderata. Anche perché espressioni come "laico" o " liberale" possono suonare come insulti nei momenti di tensione, a Tripoli o a Bengasi. Parlare, in generale, di moderazione è già rischioso, perché nonostante la saggezza dimostrata dagli elettori (saggezza elogiata dal presidente degli Stati Uniti e dal segretario generale dell´Onu), resta che le città e villaggi allineati lungo la costa mediterranea sono imbottiti d´armi, perché le tribù insorte contro Gheddafi, e poi decise a far valere i loro diritti di liberatori e le aspirazioni secessionistiche, hanno deposto mitra e bazooka, lasciandoli a portata di mano. Non si sa mai.
Affidandosi ai risultati parziali, non contestati dagli sconfitti, l´Alleanza delle Forze nazionali in cui l´ex primo ministro provvisorio Mahmud Jibril ha raccolto, con una pazienza da marabutto, una quarantina di partiti, avrebbe conquistato la maggioranza degli 80 seggi della futura Assemblea riservati ai partiti, sui 200 disponibili. I 120 restanti saranno suddivisi tra i candidati individuali, ma non dovrebbero rivoluzionare il risultato finale, poiché il controllo dei partiti si estenderebbe anche ai cosiddetti indipendenti. Comunque, nell´attesa di conoscere le cifre definitive e ufficiali, si deve rilevare la calma con cui il Paese sta accogliendo la notizia (non confermata ma strombazzata) del successo dei moderati. E quindi della sconfitta degli islamisti. Nessuna seria contestazione. Roba da anglosassoni.
Mahmud Jibril è nato a Bani Walid, sessant´ anni fa. È stato un collaboratore di Gheddafi. Ma chi non lo è stato nei quarant´anni di regime? Ha studiato Scienze politiche ed economiche al Cairo, poi ha ottenuto un master all´Università di Pittsburgh in Pennsylvania, dove è rimasto anche come professore. Cominciata la rivolta di Bengasi, nel 2011, è stato primo ministro del governo provvisorio. Quando dicono di lui che è un laico, Jibril si arrabbia. Replica pronto di essere più musulmano dei baciapile che gridano ai quattro venti la loro fede islamica. Lui recita le cinque preghiere quotidiane e rispetta il digiuno durante il Ramadan. I parenti, gli amici, i conoscenti, i vicini di casa possono testimoniarlo. E quando sarà venuto il momento di legiferare lui si ispirerà alle leggi coraniche, ma anche alle altre, estranee alla religione, e indispensabili in una società moderna.
Il principale compito di Jibril è di tenere unito il Paese, con sei milioni di abitanti dispersi su una superficie che è cinque volte quella italiana. Ha già invitato all´unità, prima ancora che la sua Alleanza venga proclamata vincitrice delle elezioni; ed è probabile che sia stato lui a suggerire di togliere al Parlamento il compito di designare l´Assemblea costituente; un´idea sorprendente ma geniale poiché ha disinnescato la protesta secessionista della Cirenaica e del Fezzan. Queste due regioni, storicamente gelose della supremazia della Tripolitania, minacciavano rivolte (e non è mancata qualche protesta violenta a Bengasi) perché dei 200 seggi del Parlamento 100 erano stati destinati a Ovest, alla Tripolitania, 60 a Est, alla Cirenaica, e 40 a Sud, al Fezzan. La supremazia tripolina avrebbe dunque pesato anche sui lavori dell´Assemblea costituente. La decisione che quest´ultima sarà eletta a parte, e che sarà composta da 20 deputati per ciascuna regione ha calmato gli animi.
Il professor Mahmud Jibril ha il vantaggio di appartenere alla più grande tribù libica. È un Warfalla; e i Warfalla sono circa un milione; un libico su sei è un Warfalla. La tribù è dispersa. Non occupa un territorio. È presente in gran numero a Tripoli, ma anche a Bengasi e nelle città della costa. I Warfalla sono sempre stati numerosi a Bani Walid, dove Jibril è nato. Molti Warfalla hanno fatto carriera, in tutti campi. Economia, banche, commercio, professioni liberali. Hanno frequentato università straniere. Hanno occupato posti decisivi nel vecchio regime. Hanno servito Gheddafi, garantendogli una solida base popolare; e l´hanno osteggiato, con complotti puntualmente falliti. Si sono spesso divisi sulla questione. A riunirli ha contribuito la tenace ostilità di alcune tribù. Ad esempio quella di Misurata.
Il forte inurbamento della popolazione ha cambiato i valori della tribù, e la sua stessa natura. La società del petrolio si è ridisegnata. Ma è certo che le prime vere elezioni democratiche hanno risvegliato vecchie alleanze e solidarietà. Sulle quali ha potuto contare Mahmud Jibril. Lasciando il Paese senza una società civile, senza partiti, senza associazioni, se non quelle legate al potere, Gheddafi ha favorito una certa sopravvivenza dei legami tribali. Dei quali gli islamisti non hanno potuto usufruire. Da qui forse la loro sconfitta.
Sul Partito della giustizia e della ricostruzione, emanazione politica dei Fratelli musulmani, pesava e pesa il lungo ambiguo rapporto tra la Confraternita e Gheddafi. Quando il matematico Ghannouchi, il leader islamista di Tunisi, è andato a Tripoli a sostenere i Fratelli musulmani, non ha trovato uomini che, come i tunisini, avevano fatto decenni di prigione, oppure, come gli egiziani, che avevano tessuto una fitta rete di scuole e di ospedali. I libici avevano meno radici.
Pare non abbia avuto maggior fortuna Abdel Hakim Belhadj, fondatore e capo di Al Watan. Partito islamista che non ha raccolto molti voti. Belhadj è stato un grande jihadista: è stato con Bin Laden in Afghanistan, nelle prigioni della Cia e in quelle di Gheddafi. Poi è stato uno dei primi capi ribelli a entrare a Tripoli, quando il regime è crollato. Gli avevano procurato le armi americani e francesi, che ormai si fidavano di lui e lo rispettavano come guerrigliero. A non fidarsi troppo di lui sono stati i tripolini andando alle urne.
Bernardo Valli
SIRIA
«Assad non è eterno». Segnali da Teheran
In Siria si tratta e si spara. Un binario consolidato nella regione, dove la diplomazia convive con la violenza. L’attenzione, nelle ultime 48 ore, è di nuovo tornata sulla missione di Kofi Annan, alla disperata ricerca di una soluzione che tanti ritengono impossibile. L’inviato Onu, dopo un colloquio con il presidente Bashar Assad, ha annunciato «un nuovo approccio » che dovrà essere sottoposto all’opposizione. Un piano (vago) di transizione ottenuto dopo un incontro definito «franco e costruttivo». Annan lavora alla definizione deimeccanismi anche se deve vincere le resistenze delle parti. Il regime è convinto di aver già concesso molto mentre i ribelli sono molto scettici e hanno espresso commenti negativi. Ora che guadagnano posizioni e sono meglio armati non sono disposti a sconti. Dunque per i mediatori c’è molto da fare e gli osservatori ammettono che i risultati concreti appaiono molto lontani. Da Damasco, Annan si è trasferito in Iran per consultazioni ritenute importanti. E lo ha accolto il ministro degli Esteri Salehi con un’intervista che pesa: «Nessun leader è eterno e questo vale anche per Assad. Nel 2014 ci saranno le elezioni presidenziali e dovremmo lasciare che le cose seguano il loro corso. Fino ad allora, però, cessino le interferenze straniere ». Teheran è l’unico alleato regionale di Damasco e aiuta il regime.Ma tra il rischio di perdere (in futuro) un avamposto e trovare un compromesso è evidente che l’Iran sceglie la seconda ipotesi. Se i siriani non vogliono più Assad — è questo il messaggio — è bene che si faccia da parte. Linea non troppo lontana da quella della Russia. Lo dimostrano i segnali emersi in queste ore. Il presidente Vladimir Putin ha affermato che sarebbe necessario costringere regime e ribelli a trovare una soluzione pacifica. Esortazione accompagnata dal rifiuto di qualsiasi ingerenza esterna. Più concrete le parole del vicedirettore dell’ufficio esportazioni russo, Vyachezlav Drizirkan: la Russia sospenderà le forniture d’armi alla Siria «fintanto che la situazione resterà instabile». Una misura che si applica ai contratti legati all’invio di nuovi aerei emissili, ma esclude parti di ricambio e «pezzi» garantiti da vecchi accordi. Ciò dovrebbe permettere l’arrivo in Siria dei famosi elicotteri d’attacco. L’annuncio —se confermato—rappresenta comunque una forma di pressione sull’alleato. Mosca è vicina a Bashar, lo tutela ma si rende conto che è necessaria una svolta. Concetto passato anche agli insorti nei contatti diretti. A Mosca è arrivato Michel Kilo, uno dei rappresentanti di un’opposizione frammentata, e domani Abdel Basset Sayda, capo del Consiglio nazionale siriano è atteso nella capitale russa per colloqui. Ecco che allora si ritorna ai meccanismi di transizione inseguiti da Kofi Annan, sperando che funzionino meglio di quanto è avvenuto in questi mesi. In attesa degli sviluppi, proseguono — feroci — gli scontri. Ieri sono morte una trentina di persone tra Homs e Qusayr, che si aggiungono all’ultimo bilancio sulla guerra diffuso dall’Osservatorio siriano di Londra: 17.129 vittime, di cui 11.897 civili, 4.348 soldati e 884 disertori.
In Siria si tratta e si spara. Un binario consolidato nella regione, dove la diplomazia convive con la violenza. L’attenzione, nelle ultime 48 ore, è di nuovo tornata sulla missione di Kofi Annan, alla disperata ricerca di una soluzione che tanti ritengono impossibile. L’inviato Onu, dopo un colloquio con il presidente Bashar Assad, ha annunciato «un nuovo approccio » che dovrà essere sottoposto all’opposizione. Un piano (vago) di transizione ottenuto dopo un incontro definito «franco e costruttivo». Annan lavora alla definizione deimeccanismi anche se deve vincere le resistenze delle parti. Il regime è convinto di aver già concesso molto mentre i ribelli sono molto scettici e hanno espresso commenti negativi. Ora che guadagnano posizioni e sono meglio armati non sono disposti a sconti. Dunque per i mediatori c’è molto da fare e gli osservatori ammettono che i risultati concreti appaiono molto lontani. Da Damasco, Annan si è trasferito in Iran per consultazioni ritenute importanti. E lo ha accolto il ministro degli Esteri Salehi con un’intervista che pesa: «Nessun leader è eterno e questo vale anche per Assad. Nel 2014 ci saranno le elezioni presidenziali e dovremmo lasciare che le cose seguano il loro corso. Fino ad allora, però, cessino le interferenze straniere ». Teheran è l’unico alleato regionale di Damasco e aiuta il regime.Ma tra il rischio di perdere (in futuro) un avamposto e trovare un compromesso è evidente che l’Iran sceglie la seconda ipotesi. Se i siriani non vogliono più Assad — è questo il messaggio — è bene che si faccia da parte. Linea non troppo lontana da quella della Russia. Lo dimostrano i segnali emersi in queste ore. Il presidente Vladimir Putin ha affermato che sarebbe necessario costringere regime e ribelli a trovare una soluzione pacifica. Esortazione accompagnata dal rifiuto di qualsiasi ingerenza esterna. Più concrete le parole del vicedirettore dell’ufficio esportazioni russo, Vyachezlav Drizirkan: la Russia sospenderà le forniture d’armi alla Siria «fintanto che la situazione resterà instabile». Una misura che si applica ai contratti legati all’invio di nuovi aerei emissili, ma esclude parti di ricambio e «pezzi» garantiti da vecchi accordi. Ciò dovrebbe permettere l’arrivo in Siria dei famosi elicotteri d’attacco. L’annuncio —se confermato—rappresenta comunque una forma di pressione sull’alleato. Mosca è vicina a Bashar, lo tutela ma si rende conto che è necessaria una svolta. Concetto passato anche agli insorti nei contatti diretti. A Mosca è arrivato Michel Kilo, uno dei rappresentanti di un’opposizione frammentata, e domani Abdel Basset Sayda, capo del Consiglio nazionale siriano è atteso nella capitale russa per colloqui. Ecco che allora si ritorna ai meccanismi di transizione inseguiti da Kofi Annan, sperando che funzionino meglio di quanto è avvenuto in questi mesi. In attesa degli sviluppi, proseguono — feroci — gli scontri. Ieri sono morte una trentina di persone tra Homs e Qusayr, che si aggiungono all’ultimo bilancio sulla guerra diffuso dall’Osservatorio siriano di Londra: 17.129 vittime, di cui 11.897 civili, 4.348 soldati e 884 disertori.
EGITTO
Egitto, battaglia sulla riapertura del Parlamento
GERUSALEMME - Erano seduti fianco a fianco ieri durante una cerimonia ufficiale al Cairo, il neo-presidente egiziano, l' islamista Mohammed Morsi, e il capo della Giunta militare, il maresciallo Mohammed Tantawi. Si sono scambiati qualche parola, un breve saluto, i due uomini che hanno nelle loro mani il futuro dell' Egitto ma avevano espressioni tese e cupe. Perché lo scontro aperto con il decreto di Morsi, che ha ordinato per oggi la riapertura del Parlamento - dominato dagli islamistie dai salafiti- annullando la sentenza della Corte suprema che lo scorso mese ne aveva deciso lo scioglimento per gravi irregolarità nel processo elettorale, può far ricadere l' Egitto nel caos. Il presidente dell' Assemblea - Saad el-Katatni, della Fratellanza musulmana - ha già convocato un seduta per oggi. Ma la Corte costituzionale ha rilanciato la posta e ha confermato la sua decisione. «Tutte le nostre sentenze e decisioni sono definitive, non soggette ad appello, e sono vincolanti per lo Stato», ha fatto sapere in giornata la Corte, che resta l' unica istituzione ancora in piedi nell' Egitto post Mubarak. In assenza del Parlamento è davanti alla Corte che Morsi ha giurato riconoscendone l' autorità, lo scorso 29 giugno. Ma oggi da presidente annuncia che le sentenze di quei giudici non hanno valore. Dice a Repubblica Said Rifaat, presidente del partito di sinistra Al-Tagammu: «In una democrazia compiuta il capo dello Stato non può mancare di rispetto alla magistratura. Piaccia o no a Morsi, le decisioni dei giudici devono essere rispettate». È stato un triste risveglio anche per quei candidati presidenziali che al secondo turno del ballottaggio di metà giugno si schierarono con Morsi contribuendo in maniera decisiva alla sua vittoria contro il suo sfidante Ahmad Shafiq, l' ultimo premier di Mubarak. Oggi Hamdeen Sabbahi (che al primo turno prese 3,5 milioni di voti) e l' islamista moderato Abdel Moneim Aboul Fotouh (che a quel voto prese 4 milioni di voti) denunciano la decisione di Morsi come «un insulto alla legge», e il braccio di ferro con la Giunta e la Corte come «l' apertura di un baratro per l' Egitto». La Fratellanza ha annunciato per oggi una "marcia del milione" a Piazza Tahrir per "accompagnare" i deputati alla seduta del Parlamento. Una decisione grave, che smaschera la scelta di Morsi di andare allo scontro aperto e di piazza: ieri già sono scoppiati tafferugli fra sostenitori e oppositori del presidente. Il Parlamento, dalla sentenza della Corte, è chiuso, presidiato dai carri armati: forzare quel blocco farà piombare l' Egitto nel caos. Gli altri partiti politici - il Partito socialdemocratico, quelli di sinistra, i liberali del Wafd - non si prestano al gioco della Fratellanza, hanno già annunciato che boicotteranno la sedutae denunciano la decisione di Morsi come «folle». Di nuovo ieri la Casa Bianca, così come le diplomazie di alcuni Paesi europei, si è schierata a fianco del neo-presidente egiziano: «Il processo democratico vada avanti».
Fabio Scuto
GERUSALEMME - Erano seduti fianco a fianco ieri durante una cerimonia ufficiale al Cairo, il neo-presidente egiziano, l' islamista Mohammed Morsi, e il capo della Giunta militare, il maresciallo Mohammed Tantawi. Si sono scambiati qualche parola, un breve saluto, i due uomini che hanno nelle loro mani il futuro dell' Egitto ma avevano espressioni tese e cupe. Perché lo scontro aperto con il decreto di Morsi, che ha ordinato per oggi la riapertura del Parlamento - dominato dagli islamistie dai salafiti- annullando la sentenza della Corte suprema che lo scorso mese ne aveva deciso lo scioglimento per gravi irregolarità nel processo elettorale, può far ricadere l' Egitto nel caos. Il presidente dell' Assemblea - Saad el-Katatni, della Fratellanza musulmana - ha già convocato un seduta per oggi. Ma la Corte costituzionale ha rilanciato la posta e ha confermato la sua decisione. «Tutte le nostre sentenze e decisioni sono definitive, non soggette ad appello, e sono vincolanti per lo Stato», ha fatto sapere in giornata la Corte, che resta l' unica istituzione ancora in piedi nell' Egitto post Mubarak. In assenza del Parlamento è davanti alla Corte che Morsi ha giurato riconoscendone l' autorità, lo scorso 29 giugno. Ma oggi da presidente annuncia che le sentenze di quei giudici non hanno valore. Dice a Repubblica Said Rifaat, presidente del partito di sinistra Al-Tagammu: «In una democrazia compiuta il capo dello Stato non può mancare di rispetto alla magistratura. Piaccia o no a Morsi, le decisioni dei giudici devono essere rispettate». È stato un triste risveglio anche per quei candidati presidenziali che al secondo turno del ballottaggio di metà giugno si schierarono con Morsi contribuendo in maniera decisiva alla sua vittoria contro il suo sfidante Ahmad Shafiq, l' ultimo premier di Mubarak. Oggi Hamdeen Sabbahi (che al primo turno prese 3,5 milioni di voti) e l' islamista moderato Abdel Moneim Aboul Fotouh (che a quel voto prese 4 milioni di voti) denunciano la decisione di Morsi come «un insulto alla legge», e il braccio di ferro con la Giunta e la Corte come «l' apertura di un baratro per l' Egitto». La Fratellanza ha annunciato per oggi una "marcia del milione" a Piazza Tahrir per "accompagnare" i deputati alla seduta del Parlamento. Una decisione grave, che smaschera la scelta di Morsi di andare allo scontro aperto e di piazza: ieri già sono scoppiati tafferugli fra sostenitori e oppositori del presidente. Il Parlamento, dalla sentenza della Corte, è chiuso, presidiato dai carri armati: forzare quel blocco farà piombare l' Egitto nel caos. Gli altri partiti politici - il Partito socialdemocratico, quelli di sinistra, i liberali del Wafd - non si prestano al gioco della Fratellanza, hanno già annunciato che boicotteranno la sedutae denunciano la decisione di Morsi come «folle». Di nuovo ieri la Casa Bianca, così come le diplomazie di alcuni Paesi europei, si è schierata a fianco del neo-presidente egiziano: «Il processo democratico vada avanti».
Fabio Scuto
lunedì 9 luglio 2012
EGITTO
Egitto, Morsi sfida i militari
e riconvoca il Parlamento
Mossa del presidente: annullato
lo scioglimento dell'Assemblea.
Vertice d’emergenza dei generali
IL CAIRO
Mohamed Morsi sfida i militari. Che reagiscono con una seduta d’emergenza. Il neopresidente islamico egiziano, il primo eletto democraticamente e non emerso dalle fila militari, ha annullato oggi con un decreto lo scioglimento del parlamento dominato dalle forze pro-Islam, deciso dal Consiglio supremo militare il 15 giugno in base a una sentenza della Corte costituzionale.
«Il presidente Morsi ha ordinato la riconvocazione delle sessioni del parlamento eletto», ha affermato oggi Yasser Ali, collaboratore di Morsi, leggendo un comunicato del presidente. Il Parlamento dovrà tornare a riunirsi fino alle prossime elezioni parlamentari che dovranno tenersi entro 60 giorni dall’approvazione della nuova Costituzione: una commissione di 100 membri si è riunita per la prima volta il 18 giugno per redigerne il testo, ma non è stata fissata una data per la fine dei suoi lavori. A metà giugno la Corte costituzionale aveva invalidato l’elezione di un terzo dell’Assemblea del Popolo (la camera bassa, uscita dalle elezioni politiche di gennaio con una massiccia presenza dei Fratelli musulmani e dei salafiti) per incostituzionalità di alcuni articoli della legge elettorale. La sentenza aveva quindi consentito al Consiglio supremo - che con il maresciallo Hussein Tantawi ha governato l’Egitto dalla caduta dell’ex rais Hosni Mubarak - di sciogliere l’intera Assemblea e di attribuirsi, tra gli altri, il potere legislativo, facendo gridare al golpe le forze politiche islamiche, in primis i Fratelli musulmani del presidente.
Dopo l’elezione presidenziale Morsi, non potendo giurare davanti al parlamento sciolto, ha giurato il 30 giugno scorso - giorno del passaggio di poteri dal Consiglio militare - proprio davanti a quella Corte costituzionale che aveva dichiarato nulla l’assemblea. Davanti ai giudici, il neopresidente ha assicurato di rispettare tutti i verdetti della magistratura e della Corte. Fino alla nuova mossa di oggi e al decreto che ne ribalta la decisione. Non si sa ancora come reagiranno i militari. Tantawi ha convocato una seduta d’emergenza del Consiglio militare «per studiare e discutere le ripercussioni della decisione del presidente Mohamed Morsi di riconvocare il parlamento», ha riferito l’agenzia di Stato Mena. Intanto il presidente lavora a rilanciare l’immagine dell’Egitto sulla scena internazionale. Oggi - nel corso della visita al Cairo del vice segretario di Stato William Burns - è arrivato l’invito del presidente americano Barack Obama a visitare gli Stati Uniti a settembre a margine dell’Assemblea generale dell’Onu, dove i due - confermano fonti americane - avranno anche un incontro bilaterale. Sabato prossimo sarà Hillary Clinton a recarsi al Cairo.
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