venerdì 7 ottobre 2011

MEDIO ORIENTE - TURCHIA


PERCHÉ LA TURCHIA FA SOGNARE IL MONDO ARABO

È in Turchia che l´opposizione siriana è andata a radunarsi, nei giorni scorsi: le correnti politiche e religiose, i laici e gli islamisti, di destra e di sinistra - erano tutti lì; e non è certo a caso che hanno scelto Istanbul per annunciare la formazione della loro nuova organizzazione comune, il Consiglio nazionale siriano.
La Turchia fa sognare il mondo arabo, e affascina ogni giorno di più i popoli entrati in movimento dopo la rivoluzione tunisina, divenuta per loro un motivo di speranza, o anche un esempio da seguire. E non solo perché il suo tasso di crescita ha largamente superato quello della Cina nell´ultimo semestre, o perché la Turchia, quindicesima economia del mondo, è una delle potenze emergenti più dinamiche, ma anche e soprattutto perché a questo successo economico si accompagna un successo politico.
Governata da quasi un decennio da un partito islamista, l´Akp, che convertendosi alla democrazia è divenuto maggioritario, la Turchia si è stabilizzata nella prosperità. E ha rotto con una lunga storia di colpi di stato militari a ripetizione, coniugando al meglio tradizioni religiose e modernità, Islam e democrazia, islamismo e laicità, tanto che oggi la nuova generazione araba, islamisti in testa, cerca di importare il suo modello.
Ormai in Siria i Fratelli musulmani dicono di aspirare a uno Stato «civile, democratico e moderno» e fanno appello al sostegno degli Stati Uniti. Gli islamisti tunisini si richiamano ufficialmente all´Akp, e interi settori dei movimenti islamisti, in Egitto, in Marocco, in Giordania e in Libia vogliono seguire l´esempio turco.
È una gran buona notizia per l´Africa del Nord, per il Medio Oriente e per la stabilità internazionale, nel momento in cui la primavera araba ha portato i movimenti islamisti ad essere forze politiche ineludibili. La giovane generazione islamista conferma sempre più la sua rottura col terrorismo, per la semplice ragione che il jihadismo non ha dato nulla ai popoli arabi, i quali oggi se ne discostano; e perché la Turchia è ben più attraente del Pakistan, dell´Iran o dell´Arabia Saudita. L´evoluzione in atto è così profonda che fin dalle prime manifestazioni di piazza Tahrir le correnti laiche e democratiche dei Paesi arabi hanno potuto aprire un dialogo con i giovani islamisti; ed è ciò che anche gli Stati Uniti stanno incominciando a fare. Peraltro, sull´esempio dell´Akp, questa nuova generazione rifiuta l´etichetta di «islamista».
Sotto i nostri occhi, il mondo arabo-musulmano entra in una nuova fase politica: quella di un post- islamismo alla ricerca di se stesso. Ma il modello turco è esportabile, come questi Paesi vorrebbero credere?
La risposta è tutt´altro che ovvia, per tre ragioni. In primo luogo i Paesi arabi non hanno eserciti abbastanza forti e convintamente laici per garantire, come già i militari turchi, che gli islamisti non giungano al potere prima di aver compiuto la loro evoluzione. In secondo luogo, se è vero che nell´islamismo arabo le correnti moderniste sono una forza in via di espansione, la vecchia guardia fondamentalista, e talora jihadista, non è stata ancora completamente emarginata. La terza ragione, e la più importante, è che il boom economico turco aveva preceduto l´ascesa al potere dell´Akp, il quale ultimo si è limitato ad assestarlo su basi di stabilità politica. Le crisi economiche e sociali che attendono il mondo arabo sono gravide di radicalizzazioni estremiste, e il consenso democratico sarà lento e difficile da consolidare.
La scena politica araba si rischiara, soprattutto grazie alla Turchia, ma Istanbul non ha pozioni magiche da offrire; tanto più che la Turchia stessa sta entrando in una zona di turbolenze. Molto popolare, il suo primo ministro Recep Erdogan ha l´ambizione di incarnare un potere presidenziale forte, e di ottenere per via referendaria una modifica della Costituzione in tal senso. Dopo aver rafforzato la democrazia nel Paese, l´Akp minaccia di condurla a una deriva autoritaria. Ma l´aspetto più inquietante è che la Turchia si sente oggi innalzata dall´ebollizione araba a un punto tale da divenire preda di una febbre diplomatica.
Forte del sostegno degli Stati Uniti, che sperano di trovarvi un appoggio per stabilizzare il Medio Oriente, la Turchia ha praticamente rotto i ponti con Israele; sta alzando i toni verso l´Europa sulla questione cipriota, e si sente ormai leader del mondo arabo, tanto da ridestare, persino nelle giovani generazioni, il ricordo della colonizzazione ottomana. Ma con un ritmo del genere rischia di esaurire la propria carica disperdendola su tutti i fronti. E sarebbe un peccato, perché il mondo ha bisogno della Turchia.



Bernard Guetta 

L'ISLAM IN ITALIA - II parte

Se si passa ad analizzare il piano culturale e religioso occorre notare che l'Islam in Italia non costituisce un insieme omogeneo, ma è una realtà variegata per 3 elementi di differenziazione:
A - Il primo è costituito dalla molteplicità delle provenienze nazionali che veicolano una grande complessità nella tipologia dell'Islam professato e vissuto. Se l'appartenenza religiosa ha un innegabile potere aggregante essa, nel caso dell'Islam, è l'ungi dall'avere espressioni omogenee, ma è filtrata dalle diverse culture etniche e nazionali. Si tratta di diversità che vanno ben oltre la grande suddivisione tra Islam sciita e Islam sunnita;
B - Il secondo elemento di pluralismo è dato dalle diverse interpretazioni dell'Islam che i vari gruppi, organismi, individui seguono: da quelle più tradizionali a quelle più moderne;
C - Un terzo elemento di complessità e pluralismo è costituito dalle diverse forme di appartenenza individuale dell'Islam. Sarebbe infatti scorretto operare un'equivalenza tra cittadino straniero proveniente da paese musulmano e individuo religioso che si autodefinisce musulmano praticante e che esprime tale identità con l'affiliazione alle organizzazioni musulmane dell'immigrazione.

I - L'ISLAM ORGANIZZATO IN ITALIA
L'emergere dell'Islam organizzato in Italia ha le sue radici più lontane negli anni 70', quando nelle principali città della penisola sedi di centri universitari, vennero aperte sezioni dell'USMI (Unione degli studenti musulmani italiani). L'USMI fa tutt'ora parte dell'International Islamic Federation of Student Organizations, la cui sede centrale si trova nel Kuwait. Dato il suo carattere nettamente confessionale, la sua prima finalità fu quella di aprire luoghi di culto e sale di preghiera fruibili dagli studenti musulmani nelle principali città italiane. L'USMI ha avuto anche iniziative anche culturali e ha promosso in particolare la pubblicazione in italiano di opere di autori musulmani in formato economico; ed è chiaro che la scelta dei libri pubblicati ha espresso sempre l'orientamento culturale e ideologico dei suoi membri; e in questo senso l'USMI si è sempre proposta di rafforzare l'identità islamica tra gli studenti o di promuoverne una re-islamizzazione fondata su ideologie islamiche radicali, ad esempio l'associazione dei "Fratelli Musulmani".
Con l'intensificarsi dei flussi migratori, l'organizzazione dell'Islam in Italia registra una netta evoluzione. La proporzione degli studenti subisce una diminuzione vistosa in confronto ai nuovi flussi di immigrati, composti in grande prevalenza da persone con basso livello di istruzione e spinta da ragioni economiche. Tra gli studenti inoltre erano prevalenti le origini medio orientali; all'interno dei nuovi flussi sono maggioritari i marocchini, i senegalesi, gli egiziani e, dopo il 1991, gli albanesi e i musulmani della ex Jugoslavia, mentre agli inizi del 2000 si aggiungono flussi provenienti dal Pakistan e dal Bangladesh. In tal modo l'USMI cessa rapidamente di esercitare un ruolo diretto in Italia e le sue sale di preghiera sono nella maggior parte dei casi ad origine di centri islamici più strutturati, anche se i vecchi membri dell'USMI, stabilitisi in modo permanente in Italia, hanno dato una attivo contributo per sviluppare varie organizzazioni musulmane di nuova nascita.
La grande diffusione di organismi o associazioni di matrice islamiche si è sviluppata in Italia secondo ritmi di crescita assai forti. Nel 1993 le moschee e le sale di preghiera non erano più di 50;  in data odierna il loro numero è salito a 300 circa. Vi è così una diffusione più capillare dell'Islam più organizzato sul territorio cui fa da riscontro un ovvio processo di frammentazione a livello organizzativo.
Per quanto riguarda le attività effettuate dai centri islamici e dalle moschee viene al primo posto il culto collettivo esercitato in sale di preghiera. I centri più organizzati nelle grandi città hanno pubblicazioni e riviste proprie, offrono corsi di educazione islamica e di lingua araba e, in taluni casi, organizzano pellegrinaggi annuali alla Mecca. Solo raramente i centri islamici hanno ottenuto spazi cimiteriali propri per i musulmani all'interno dei cimiteri acattolici esistenti.
L'Islam si esprime nel nostro paese in forme diversificate e con molteplici attori. L'appartenenza islamica organizzata riproduce le varie interpretazioni e le correnti dell'Islam contemporaneo, classificabili in 3 tipologie:
- Iniziative che dirette agli stati musulmani fanno riferimento all'Islam ufficiale degli stati d'origine;
- Confraternite religiose;
- Movimenti che uniscono la dimensione religiosa all'ideologia politica:
1. L'esempio più eloquente dell'azione degli stati è la grande mosche di Roma, riconosciuta come ente morale dallo stato italiano: il consiglio di amministrazione del centro culturale islamico che vi ha sede è composto in prevalenza da ambasciatori degli stati musulmani e sunniti presso lo stato italiano e presso la santa sede, anche se è molto forte l'influenza dell'Arabia Saudita, portatrice di un'interpretazione dell'Islam particolarmente conservatrice. L'azione degli stati musulmani, per altro si realizza in Italia anche attraverso una diversificata azione di sostegno a moschee e centri culturali diffusi sul territorio. Meritano particolare menzione l'associazione islamica di Palermo e il centro culturale islamico europeo, presieduto dall'ambasciatore della repubblica islamica dell'Iran presso la santa sede.
2. In Italia sono presenti le confraternite Muridiyya e Tijamiyya del Senegal, cui appartiene la maggior parte dei senegalesi residenti in Italia. Soprattutto i Murid conservano stretti legami con i centri senegalesi della confraternita, e organizzano periodicamente le visite ai loro famosi marabutti (eremiti). I Murid mettono un forte accento della loro presenza nel posto di lavoro come mezzo per progredire nella vita religiosa e, grazie alla solidarietà economica tra i membri, favoriscono una forte coesione tra loro, riducendo al minimo i casi di marginalità e di devianza. Esiste anche una confraternita italiana, di cui abbiamo già parlato in precedenti post e in termini non certo positivi: la COREIS (Comunità Religiosa Islamica). Essa, pur conservando un residuo carattere esoterico ed iniziatico e svolgendo un'attiva presenza nel campo editoriale e un'ancora più partecipazione a iniziative culturali proposte in ambito istituzionale, sembra perseguire come principale scopo della sua esistenza quello di porsi, al di là dei loro limiti numerici, come più qualificato interlocutore dello stato italiano, vantando senza fondamento la quasi esclusiva rappresentanza dei convertiti di nazionalità italiana e dei musulmani italiani in genere. Il principale difetto di tale entità, per altro, è quello di pensare che i problemi dei musulmani in Italia non dipendono tanto dal fatto che esistono gravi limiti nella stragrande maggioranza dell'opinione pubblica nell'accettare la presenza dell'Islam, quanto nell'illusione di poter superare tale limite interfacciandosi in termini di sostanziale subalternità psicologica alla mediazione paternalistica delle componenti meno progressiste della Chiesa Cattolica (ma la COREIS non disdegna di coltivare rapporti con quello che è da un ventennio il partito di governo in Italia).
3. I movimenti dell'Islam politico. In Europa sono particolarmente attivi i Fratelli Musulmani, il movimento islamico fondato in Egitto nel 1928 per combattere la presenza coloniale inglese e l'occidentalizzazione del paese e per promuovere il ritorno alla prassi islamica integrale sul piano etico, politico e giuridico. Essi rifiutano l'uso della violenza e si propongono di raggiungere lo scopo promuovendo l'islamizzazione degli individui sul piano dei comportamenti e delle convenzioni. I Fratelli Musulmani hanno promosso centri di coordinamento europeo, mentre in Italia si appoggiano alle moschee che aderiscono all'Unione delle Comunità e delle Organizzazioni Islamiche Italiane (UCOII).
Nonostante l'enfatizzazione, posta a motivazione delle vergognose leggi restrittive italiane in maniera di immigrazione, sono del tutto assenti in Italia movimenti collegabili alla Jihad o ad Al Qaeda.

martedì 4 ottobre 2011

MEDIO ORIENTE 4 Ottobre


Moschea bruciata, choc in Israele

GERUSALEMME — «Vendetta», hanno scritto sui muri anneriti dal fumo e poi una parola sola: «Palmer». Vendetta per la morte di Asher Palmer, il colono colpito dieci giorni fa da un sasso mentre guidava, morto assieme al figlio d'un anno e mezzo. I coloni sono arrivati che era ancora buio a Tuba-Zangariya, Galilea del Nord. Hanno fatto veloce: il Corano bruciato, i tappeti inceneriti, le scritte spray. Non è la prima volta che vandalizzano una moschea dei palestinesi: solo quest'anno, vi si sono dedicati altre quattro volte. È la prima volta, da parecchio tempo, che ne incendiano una dentro Israele, dove vanno a pregare gli arabi israeliani. Sapendo di restare impuniti, come accade nella maggior parte dei casi. Sapendo che la caccia ai coloni violenti non è una priorità per il governo Netanyahu, nonostante il premier ora si definisca «furioso» e «scioccato» dalle immagini del rogo: «Sono indegne d'Israele, un atto contrario ai valori del nostro Stato che attribuisce un'importanza suprema alla libertà di religione e di culto».

Non è più tempo di saldi. Il prezzo di queste azioni, dieci giorni dopo il discorso di Abu Mazen all'Onu, stavolta rischia d'essere alto. E così alla condanna di Bibi s'aggiungono quelle di ministri e rabbini, con Shimon Peres che annuncia una visita alla moschea incendiata e la polizia che in tempi record fa alcuni arresti. «Oggi ci riuniremo per il da farsi — minaccia l'imam Uthman Al Hayeb —. È un fatto sconvolgente, questa è la casa di Dio: chi ce l'ha tolta, non resterà impunito». Le sassaiole, i copertoni bruciati, i lacrimogeni sono solo un assaggio: «Sono venuti dalla colonia di Rosh Pinna — dice un arabo —. Ce l'aspettavamo. E da settimane, a Safed c'è un rabbino che predica la violenza contro di noi».

L'escalation è già nei fatti: negli ultimi sette mesi, dalla terribile strage d'una famiglia israeliana a Itamar, bambini sgozzati nella notte, gli attacchi dei coloni sono aumentati del 57%. Uliveti devastati, case di pacifisti assaltate. Lo scorso mese, ha fatto discutere il blog d'un riservista che ha raccontato come i Territori siano ormai diventati un Far West senza leggi: «Per noi — ha scritto il soldato — più che i palestinesi, i veri nemici sono i coloni. Sabotano le nostre jeep, ma nessuno li punisce». Su questo mezzo milione d'israeliani, che occupano illegalmente più di cento aree palestinesi, Netanyahu sta giocando la sua partita. Domenica, quando ha accettato la proposta di negoziati diretti e senza precondizioni, dai palestinesi s'è di nuovo sentito rispondere che il suo governo deve fare qualcosa nelle colonie. «Israele è sempre più isolato», è venuto a dire anche Leon Panetta, capo del Pentagono: «Sono tempi drammatici per il Medio Oriente e bisogna capire se a Israele basta una superiorità militare, mentre s'isola nell'arena diplomatica. Dico alle due parti che non ci perdono nulla a riprendere il dialogo. Non c'è alternativa ai negoziati». A meno che si voglia giocare agli incendiari.



Francesco Battistini



La vendetta di Damasco sulle famiglie degli esuli

Il governo siriano reprime le proteste in patria ma non tollera neanche quelle che avvengono fuori dai suoi confini in Paesi dove la libertà d'espressione è sacra. SecondoAmnesty International funzionari delle ambasciate e altre persone legate al regime di Damasco «stanno portando avanti una campagna sistematica di sorveglianza e intimidazione nei confronti dei cittadini siriani residenti all'estero» che manifestano tutto il loro sdegno per quanto sta avvenendo in Siria. La denuncia è apparsa in un rapporto intitolato «La lunga mano dei Mukhabaraat» (il servizio segreto siriano ndr) in cui vengono elencati i casi di oltre 30 attivisti siriani residenti in otto Paesi (Canada, Cile, Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti e Svezia) che hanno riferito di essere stati minacciati e di aver appreso che i loro parenti in Siria sono stati, in alcuni casi, intimiditi, arrestati e persino torturati. Chi protesta pacificamente di fronte alle ambasciate di alcuni Paesi viene filmato, identificato e poi invitato a non manifestare più anche dallo stesso personale diplomatico. Amnesty International invita i Paesi in cui risiedono gli esuli a proteggere il loro diritto alla libertà di associazione e di espressione: «Non basta aspettare che ci siano denunce formali — ha dichiarato alCorriere Neil Sammonds, ricercatore dell'associazione sulla Siria — uno Stato democratico dovrebbe intervenire in modo netto anche espellendo chi è protetto dall'immunità diplomatica».

Finora soltanto il governo americano e quello britannico hanno sollevato la questione con le autorità siriane. Il dipartimento di Stato ha manifestato più volte all'ambasciatore siriano a Washington «la sua preoccupazione per le notizie sul comportamento di una parte del personale diplomatico». 




L'opposizione siriana prende le armi, rischio guerra civile

WASHINGTON — Il regime siriano, sin dall'inizio, non ha mostrato pietà. Le forze di sicurezza, appoggiate dalla milizia «Shabiyha», hanno ucciso oltre 2700 persone. Repressione selvaggia accompagnata da operazioni contro i dissidenti fuggiti all'estero. Molti di loro sono svaniti nel nulla con la complicità degli «amici» di Damasco, gli iraniani e le Hezbollah libanese.
Davanti al terribile colpo di maglio, l'opposizione ha cercato di creare uno scudo ma è anche passata al contrattacco. In diverse località gli avversari del regime hanno impugnato le armi e hanno organizzato sabotaggi, dai treni ai bus. Come segnalano fonti di intelligence americane sono diverse le realtà «armate»: civili che proteggono i quartieri dalle incursioni delle truppe lealiste; reparti dell'esercito passati con la ribellione; formazioni islamiste, come l'Hizb Al Tharir e nuclei non troppo lontani da Al Qaeda. La volontà c'è, alle armi pensano i contrabbandieri.

Una volta pronti i gruppi sono passati all'offensiva. Con agguati ai convogli militari o omicidi mirati. Dozzine di professori, personalità locali e quadri sono stati uccisi a Homs, Aleppo e nella stessa capitale. Tra loro almeno quattro scienziati piuttosto famosi. Poi è toccato al figlio del gran muftì Hamad Hassoun, guida religiosa che non si è vergognata di appoggiare la repressione. Alcuni delitti sono chiaramente una ritorsione dell'opposizione, altri invece sembrano essere delle vendette trasversali della polizia segreta. Il susseguirsi degli attentati sono seguite con inquietudine a Washington: gli osservatori non escludono che la crisi possa trasformarsi in un conflitto civile.

Un episodio è indicativo della situazione. Il colonnello Harmoush, ufficiale dell'esercito, è fuggito in settembre in Turchia, poi ha denunciato il potere con un video su Youtube. Una settimana dopo è riapparso alla tv statale ritrattando tutto. Come è stato possibile? Gli esuli sostengono che sia stato venduto dagli 007 turchi a quelli siriani in cambio di alcuni guerriglieri curdi del Pkk. Un favore che tuttavia cela altre manovre. Ankara sospetta che Damasco abbia ripreso ad aiutare i secessionisti del Kurdistan. La Turchia non è comunque neutrale. In questi mesi ha alzato la voce contro i massacri. L'ultima misura ieri con il congelamento di 500 milioni di dollari depositati dal clan Assad in banche turche. Poi, pochi giorni fa, ha ospitato un evento importante. Oppositori siriani in esilio hanno creato il Consiglio Nazionale, che raccoglie tutte le anime della resistenza, compresi i Fratelli musulmani. In una dichiarazione letta dal professor Bourhan Ghalioun, esule in Francia, gli avversari del regime dicono no a «un intervento straniero» in Siria ma invitano la comunità internazionale ad agire per «garantire protezione ai civili». Con questo passo simbolico, gli oppositori sembrano indicare un'alternativa alla tirannia. Prima, però, bisogna sconfiggerla. Assad avrà pure «i giorni contati», come ipotizza il segretario alla Difesa americano Panetta, ma la sua ferocia dimostra che non se andrà soltanto perché glielo chiedono.



Guido Olimpio



Tripoli, missione flop per Frattini

TRIPOLI - Sarà pure per "discrezione", come rivendica risentito il nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini che L´Italia si è affacciata nella Libia del dopo Gheddafi solo ieri, buon ultima cioè dopo Francia, Gran Bretagna e Turchia, ma certo è che ce ne torniamo a casa con poche certezze. L´amicizia e il legame storico non si discutono, i contratti invece sì. A cominciare da quelli che ci stanno più a cuore: le percentuali di export di gas e petrolio verso il nostro paese. Mahmud Jibril, il premier del Cnt non si sente infatti di confermarli. «Sarà - precisa - il nuovo governo - in altissimo mare per via dei violenti contrasti tra falchi e colombe della rivoluzione, ndr - a stabilire il come, il quando e con chi operare nell´interesse strategico ed economico della Libia».
Fa bene Jibril a non assumersi impegni, visto che si è già chiamato fuori dall´esecutivo che verrà, ma resta il fatto che nemmeno dice che a suo giudizio non dovrebbero esserci problemi a riconfermare il passato. E allora? Strada in salita, dunque, che nemmeno la tardiva visita a Tripoli del capo della Farnesina sembra abbia reso più agevole. Quanto al resto, copione scontato. «L´Italia continuerà ad essere per i libici un partner affidabile», ribadisce Frattini che detta le priorità del nostro impegno: feriti e scuole. «Entro la prossima settimana - spiega il ministro - trasporteremo 190 feriti da Tripoli, Bengasi e Misurata in ospedali italiani. E possiamo arrivare a 250». Sia detto per inciso che questa operazione sarà finanziariamente a carico dei libici, detratta, una volta che saranno scongelati, dagli ingenti fondi giacenti sulle nostre banche. Sul fronte scuola nel giro di una ventina di giorni saranno realizzate 13 strutture prefabbricate. Una commissione italo-libica sarà incaricata di ridiscutere i rapporti bilaterali in materia economica e l´Alitalia riprenderà i voli commerciali dal 2 novembre. Tutto qui.
Quando finalmente si passa alle domande, Mimmo Candito della Stampa chiede a Frattini, che aveva sottolineato il sollecito sostegno dell´Italia a favore della rivoluzione, che forse non era il caso di parlarne visto che Berlusconi, mentre in Libia si sparava e moriva, non aveva voluto telefonare a Gheddafi «per non disturbarlo». Domanda più che legittima ma che fa infuriare il ministro che dà del disinformato al collega tagliando poi corto sullo «stile dell´Italia» e sul suo personale «improntato alla discrezione che piaccia o no ad altri». Fortuna che interviene Jibril che riconosce al nostro paese «di aver compiuto» dopo quella frase infelice «un salto di qualità» nel riconoscere prontamente il Cnt. Sembrerebbe finita. L´aereo che deve riportare ministro e seguito è già sulla pista. Tra i passeggeri dovrebbe esserci anche Candito, che apprende invece che per lui non c´è più posto. «Cos´è, una ritorsione a seguito della mia domanda?», chiede a chi glielo comunica senza ricevere risposta. Il collega che deve rientrare per un grave problema familiare non batte ciglio. Dopo una non facile "trattativa" Candito ritrova il posto sull´aereo che lo riporterà a casa, con buona pace dello "stile" di cui parlava il numero uno della nostra diplomazia.



Renato Caprile

lunedì 3 ottobre 2011

MEDIO ORIENTE - 30 Settembre, 01 Ottobre


Damasco, assalto all´ambasciatore Usa

Una torma di sostenitori del regime siriano ieri a Damasco ha preso a bersaglio l´ambasciatore americano Robert Ford con lanci di uova, pomodori e sassi. «Ford e i suoi assistenti stavano recandosi a un incontro con un esponente politico siriano», fa sapere la pagina Facebook resa famosa dagli interventi di Ford. Il quale, primo fra i suoi pari a infrangere l´effimera etichetta della diplomazia, da quella tribuna si rivolge ai siriani, simpatizzanti e detrattori. «Sono tornati sani e salvi», è scritto sulla bacheca virtuale: «Una folla ha tentato di assalirli senza riuscirvi, però ha danneggiato i veicoli. Le forze dell´ordine siriane infine hanno aiutato ad assicurare un passaggio fino all´ambasciata».
Ieri mattina Ford aveva appuntamento con un personaggio dell´opposizione, Hassan Abdul Azim, nasseriano di lunga data, già arrestato in aprile all´inizio del Risveglio arabo siriano. Un uomo a prima vista moderato, incline al dialogo con il regime, convinto che la soluzione dei "problemi" (così nel lessico siriano) che ora dilaniano il Paese passi attraverso le riforme e una "morbida transizione" verso la democrazia. Per questo Azim era stato eletto a capo della conferenza dell´opposizione - la prima nella storia moderna del Paese - riunitasi in giugno all´hotel Semiramis. E anche per questo il gesto di Ford, la visita all´anziano dissidente, non aveva il sapore di una delle sue molto citate "sfide" al regime: come la visita poco protocollare a Hama, in luglio, nella piazza dei ribelli; o quella in agosto a Jassem, scossa dai tumulti, che gli valse l´accusa di «interferire negli affari interni del Paese». O "l´affronto", più recente, indirizzato secondo i siriani al presidente Assad definito «evil», malvagio, in un´intervista perché, Ford argomentava, «sotto la sua autorità la gente viene torturata, uccisa, e nessuno finisce in tribunale. Capisco che qualcuno disobbedisca agli ordini, che sia difficile riformare la polizia, però se nessuno viene punito, c´è da pensare che lui lo accetti». Se a questo si aggiungono i moniti dell´America: «Assad ha le ore contate. Il regime è clinicamente morto», si capisce come il litigio verbale si sia fatto rovente.
Malgrado tutto, Ford rimane. Forse non ha torto chi sostiene che dietro le quinte l´Amministrazione Obama coltivi un brandello di speranza di dialogo con il regime, per riformarlo. Intanto il dipartimento di Stato condanna «la campagna di intimidazione». Rivolti più al Senato repubblicano, contrario alla nomina di Ford, ricorda: 

«L´ambasciatore rischia in prima persona per sostenere le legittime aspirazioni del popolo siriano». E i disegni della diplomazia americana. 


Alix Van Buren


Carri armati all'assalto della città dei disertori
DAMASCO - Più di 250 carri armati e blindati ieri hanno preso d' assalto Rastan (foto) , una cittadina di 40 mila abitanti tra Homs e Hama nel Nord della Siria, teatro da quattro giorni di una vera guerra tra le forze fedeli al regime di Al Assad e i disertori confluiti da tutto il Paese per unirsi ai manifestanti. Alcuni leader dei disertori in serata hanno comunicato alla France Presse di aver deciso il ritiro da Rastan dopo l' arrivo dei rinforzi lealisti: «Un ripiegamento per continuare al meglio la nostra lotta per la libertà». Ma come avviene ogni venerdì, ormai da sei mesi, al termine della preghiera nelle moschee ieri migliaia di persone hanno invaso le strade di molte altre città e villaggi siriani, 10 mila solo nell' antica città di Palmira. Gli scontri sono stati durissimi e il conto dei morti pesante. Almeno 22, sostiene l' Osservatorio siriano per i diritti umani (Osdh), citato dall' emittente panaraba Al Arabiya . L' agenzia ufficiale Sana continua nella disinformazione, attribuendo morti e violenze a «gruppi terroristi armati, pagati dall' estero», mentre l' Onu ha intanto aggiornato il conto delle vittime del regime, ormai oltre quota 2.700, e i Paesi occidentali che siedono nel Consiglio di Sicurezza (Gran Bretagna, Francia, Germania e Portogallo) hanno ritirato la parola «sanzioni» da un progetto di risoluzione contro il regime siriano, nella speranza di superare così l' opposizione di Russia e Cina. La parola è stata sostituita da «misure mirate».



Israele, sì ai negoziati di pace

GERUSALEMME - Fra Israele e palestinesi c´è un documento pieno di ambiguità, quello redatto dal Quartetto in tutta fretta a New York durante l´Assemblea generale dell´Onu. Volutamente generico e volatile invita le parti le parti a tornare al tavolo delle trattative entro un mese, per arrivare a un accordo di pace entro la fine dell´anno prossimo. Dopo dieci giorni di attesa, ieri pomeriggio il governo israeliano ha annunciato di aver accolto questa proposta. «Israele accoglie con favore la richiesta del Quartetto per negoziati diretti senza precondizioni fra Israele e l´Anp», dice un comunicato al termine di un vertice fra il premier Benjamin Netanyahu e gli otto ministri interessati. Nella dichiarazione, però, non si nascondono critiche al piano ma si precisa che queste saranno sollevate durante i colloqui.
Fino a qualche giorno fa la proposta del Quartetto non aveva ottenuto ancora il via libera di tutti membri del governo israeliano tra cui regnavano molte perplessità. La proposta non contiene la richiesta dello stop agli insediamenti e l´avvio delle trattative basate sui confini del 1967 come previsto dalla "Road Map" a cui fa riferimento. E anche il leader palestinese Abu Mazen, proprio per questo, aveva preso subito le distanze dall´iniziativa. Ieri solo un´ora dopo l´annuncio del governo Netanyahu è arrivata la risposta da Ramallah. Se Israele è d´accordo con il Quartetto deve congelare le colonie ha detto Saeb Erekat, capo negoziatore per i palestinesi. Secondo l´Anp, la disponibilità di Netanyahu a negoziare «senza precondizioni» è priva di significato senza l´impegno israeliano a congelare le colonie e a riconoscere come punto di partenza delle trattative le linee armistiziali in vigore fino al ‘67 fra Israele, Cisgiordania e Gaza.
La decisione del governo israeliano di proseguire nella costruzione di nuove all´interno degli insediamenti nei Territori occupati pesa come un macigno sulle aspettative di pace. I settlements sono il nocciolo del problema: nella Cisgiordania occupata ormai vivono 300 mila coloni in 130 diverse insediamenti. Netanyahu, che ha lì la sua base elettorale, non ha nessuna intenzione di arrivare a uno stop alle nuove colonie; è solo di due giorni fa l´annuncio della costruzione di 1100 nuove case nell´insediamento di Gilo, alle porte di Gerusalemme. Iniziativa criticata aspramente dall´Europa con la cancelliera Merkel in testa - e la Germania è il miglior alleato di Israele nella Ue - più moderatamente dagli Stati Uniti. Ma nonostante le pressioni internazionali e interne Netanyahu è deciso ad andare avanti, consapevole della debolezza di uno dei suoi principali interlocutori: la Casa Bianca. Dimenticato il discorso del 20 maggio scorso sulla validità delle frontiere del ‘67 come base della trattativa e del congelamento della colonizzazione, il presidente Barack Obama ha cambiato registro. L´agenda del negoziato - a un anno dalle presidenziali americane - la dettano gli israeliani. Il Congresso sta per bloccare 200 milioni di dollari in aiuti all´Anp come "rappresaglia" per la sfida all´Onu di Abu Mazen e il presidente - lo rivela il New York Times - sarebbe intenzionato a concedere la grazia alla spia israeliana Johnatan Pollard, condannato all´ergastolo negli Usa ma giudicato un eroe in Israele, per recuperare simpatie nella influente comunità ebraica americana viste le sue difficoltà nella corsa verso un secondo mandato.



Fabio Scuto







L'ISLAM IN ITALIA


Musulmani stranieri in Italia(Elaborazione dati Caritas/Migrantes al 31 dicembre 2009[17])
Pos.Paese di provenienzaMusulmani stranieri regolarmente soggiornanti,
senza contare i minori non titolari di un proprio permesso di soggiorno
1Marocco431.529
2Tunisia103.678
3Egitto82.064
4Senegal72.618
5Bangladesh73.965
6Pakistan64.859
7Nigeria48.674
8Ghana44.353
Altra provenienza (cad.<1,9%)66.567
Totale1.293.000





L'Islam in Italia non ha una istituzione unitaria di rappresentanza nei confronti dello Stato. Numerose associazioni rivendicano la rappresentanza degli interessi dei musulmani residenti in Italia. Tra queste associazioni dell'"Islam delle moschee", multinazionali e multietniche:

  • l'UCOII, vicina ai Fratelli Musulmani e guidata da Ezzeddin Elzir. L'Ucoii deriva dall'USMI (Unione degli Studenti Musulmani d'Italia), fondata nel 1971 all'Università di Perugia;
  • la Lega Musulmana Mondiale, di influenza saudita;
  • la Comunità Religiosa Islamica (Co.Re.Is. Italiana), costitituita principalmente da italiani convertiti, guidata da Yahya Sergio Yahe Pallavicini.
  • l'Assemblea Musulmana d'Italia (AMI), associazione composta da musulmani sunniti e sufi, filo-occidentali e favorevole al dialogo interreligioso, guidata dallo Shaykh Abdul Hadi Palazzi;
  • l'Unione dei musulmani d'Italia (UMI), guidata da Adel Smith;
  • l'Unione degli Albanesi Musulmani in Italia "UAMI", associazione di albanesi musulmani provenienti dall'Albania, Kosovo e Macedonia ;
  • l'Associazione della Comunità Marocchina delle Donne in Italia (ACMID-DONNA).
Accanto all'"Islam delle moschee", diversi osservatori segnalano l'esistenza in Italia di un "Islam degli Stati": paesi quali il Marocco e l'Egitto, che diffidano delle influenze saudite e deiFratelli Musulmani, si sono organizzati per seguire i propri cittadini all'estero anziché delegarne la rappresentanza ad organizzazioni di base a rischio fondamentalista. Tra questi:
  • il Centro Culturale Islamico d'Italia (CCII) nato negli anni '70 a Roma, con l'appoggio e il coinvolgimento degli ambasciatori di paesi sunniti presso l'Italia o la Santa Sede; al CCII si devono i primi progetti per la moschea di Roma, a partire dal 1974. La moschea sarà aperta nel 1995;
  • la Missione Culturale dell'Ambasciata del Marocco, che sostiene diverse moschee indipendenti;
  • la Moschea di Palermo, installata in una ex chiesa di proprietà del consolato tunisino, e gestita direttamente dal governo della Tunisia;
  • l'Unione Islamica in Occidente, sostenuta dalla Libia;
  • l'Istituto Culturale Islamico (I.C.I.), sostenuto dall'Egitto.
Le confessioni islamiche minoritarie hanno associazioni proprie, tra cui
  • la Comunità Ismailita Italiana (sciiti);
  • i movimenti missionari (Tabligh);
  • le confraternite sufi, tra le quali la Muridiyya che secondo una stima riunisce circa due terzi dei senegalesi residenti in Italia;
  • le organizzazioni nazionali o socio-religiose

Le cifre prima riportate fanno dell'Islam in Italia la terza religione del nostro paese. Da circa due anni, infatti, i musulmani sono stati superati dai cristiani di osservanza greco-ortodossa (serbi, macedoni, bulgari, rumeni, moldavi, russi e ucraini); e tuttavia il fenomeno islamico del nostro paese costituisce indubbiamente l'elemento religioso di gran lunga più importante nella storia d'Italia. Sebbene fino alla metà degli anni 80' sia stata snobbata dai grandi flussi migratori, buona ultima anche l'Italia e gli italiani sono stati costretti ad interrogarsi sul loro futuro della società sempre più multietnica, multiculturale e multireligiosa. La specificità del caso "Italia", con la presenza del Vaticano sul suo territorio e del cattolicesimo romano del vissuto collettivo, ha dato vita, fra i cattolici, a due fenomeni contrastanti: da un lato prassi di notevole apertura e di reale sostegno a favore delle situazioni e dei soggetti più sfavoriti e disagiati, dall'altro diffusa e grave diffidenza, sindrome di invasione, veementi proteste nel nome di una maggiore purezza culturale e spirituale da tutelare anche attraverso una selezione dei candidati all'immigrazione: non sono mancati vescovi e cardinali che hanno auspicato una selezione dei candidati all'immigrazione escludendo tra le persone accettabili quelle di religione musulmana.
La maggior parte dei musulmani residenti in Italia è costituita da immigrati provenienti dal nord Africa che lavorano in maniera regolare in Italia anche se non hanno ancora ottenuto la cittadinanza italiana. Gli immigrati che sono diventati cittadini sono infatti meno di 200 mila tra cui circa 40 mila cristiani che hanno deciso di convertirsi all'Islam pur essendo nati in Italia. Non è precisabile il numero dei cosiddetti irregolari, e cioè di quanti sono arrivati in maniera clandestina o che, in ogni caso, sono privi di permesso di soggiorno.
Quel che si può affermare è che in linea di massima la condizione dei musulmani residenti a qualsiasi titolo in Italia è notevolmente più negativa dei musulmani residenti nei grandi paesi industriali dell'Europa occidentale come la Germania, la Francia e la Gran Bretagna e persino i paesi scandinavi. Ciò non è dovuto al fatto che la storia dei musulmani in Italia è piuttosto recente e riguarda un paese che, a differenza di altri paesi europei (Francia e Gran Bretagna) non ha avuto la possibilità di maturare una qualche esperienza per il suo passato coloniale. Bisogna tornare indietro di circa un quarantennio, nei primi anni 70', per trovare le prime immigrazioni di massa. Fino al 1970, infatti, i musulmani presenti in Italia erano rappresentati da gruppi di studenti medio orientali che frequentavano i grandi atenei universitari riunendosi in associazioni studentesche (egiziani, siriani, palestinesi, somali) poi ci furono la guerra tra Egitto e Israele e la crisi petrolifera nel 1973, con la conseguente chiusura delle frontiere agli immigrati medio orientali da parte dei paesi europei, mentre le grosse ondate migratorie provenienti dal nord Africa trovavano sbocco in Francia, mentre la Germania e il nord Europa erano metà dei flussi migratori turchi e curdi e l'immigrazione pakistano-bengalese si orientava verso la Gran Bretagna.
Proprio la citata chiusura forzata fece scoprire a quanti volevano arrivare nel mondo occidentale la penetrabilità delle coste italiane, iniziando una lunga fase di immigrazione in gran parte clandestina. Negli anni successivi la regolarizzazione delle posizioni di questi immigrati e i ricongiungimenti famigliari, che hanno portato in Italia anche donne e bambini, hanno creato una delle maggiori comunità islamiche d'Europa. 


Se passiamo a considerare la condizione generale dei musulmani in Italia dobbiamo soffermarci su alcuni elementi negativi.
Nonostante il favore ufficiale della chiesa cattolica nei confronti dei musulmani, ha giocato un ruolo non certo positivo il fatto che la stessa chiesa si è fatta promotrice della rivendicazione storico-politica delle radici cristiane non solo dell'Italia ma anche dell'Europa. Questo atteggiamento non è stato di per se causa di repressioni e di persecuzioni, ma ha contribuito non poco al perdurare degli atteggiamenti di gran parte dei cittadini italiani che, nonostante l'ufficialità delle leggi sull'immigrazione, hanno seguitato a vedere nei musulmani qualcosa di estraneo alle tradizioni profonde e alla storia della penisola. Da notare che tale atteggiamento ha in linea di massima coinvolto anche i musulmani diventati cittadini per naturalizzazione, ma anche quelli nati in Italia e arrivati all'Islam per conversione. A tale atteggiamento più o meno consapevole si è poi aggiunta l'azione politica del movimento xenofobo e razzista della Lega Nord che da un ventennio ormai costituisce forza di governo e ha contribuito ad enfatizzare, traendo spunto dal fenomeno del terrorismo islamista, la pericolosità di chi pratica la religione islamica. Influenza negativa ha giocato, sul versante opposto, una diffusa ostilità nei confronti della religione in genere, retaggio non solo del giudizio laicistico ereditato dallo strapotere della chiesa cattolica in lunghi periodi della storia italiana, ma anche la radicata negazione del valore positivo del fenomeno religioso in larghi strati popolari influenzati da un interpretazione superficiale della tesi marxista della "religione-oppio dei popoli". Di fatto quanti hanno militato nel partito comunista accomunano l'Islam al dogmatismo cattolico di marca clericale, nonostante il maggiore storico comunista delle religioni abbia ripetutamente sottolineato la funzione anti colonialista e anti imperialista giocata dai movimenti di liberazione nati nei paesi musulmani.
Per personale esperienza ho potuto rilevare che la maggiore ostilità nei confronti del musulmano viene in Italia dai clericali parafascisti e da non piccoli gruppi di estrazione comunista; si aggiungono a questi gli ultralaicisti che confondono la laicità dello stato con il laicismo ideologico di segno positivista. Tutte questa componenti hanno facile gioco nella totale ignoranza dei veri contenuti della religione islamica (pochi in Italia hanno letto qualche piccola sura del Corano); del tutto ignorato o sottovalutato è il grande contributo che la civiltà araba ed islamica ha fornito alla cosiddetta civiltà occidentale, attraverso la riscoperta nell'alto medioevo delle dimenticate culture del mondo antico e con l'eccezionale contributo al progresso della scienza (medicina, chimica, astronomia, scienze naturali). Fenomeni di altissima civiltà come quelli fioriti nella Sicilia musulmana, nella Spagna araba, nel Medio Oriente e nei vari imperi islamici sono del tutto sconosciuti, anche perché nelle scuole italiane niente o poco si insegna al riguardo, e sono molto più consistenti le falsificazioni sulla crudeltà e sulla ferocia dei Saraceni, dei Mori e dei Turchi.
La conseguenza di tutto ciò la si riscontra nel fatto che l'Italia, nonostante i numeri che abbiamo fornito, è quella che dispone del minore livello di libertà religiosa concessa ai musulmani nonostante le chiare enunciazioni sulla libertà religiosa sancita nell'Articolo 19 della Costituzione. In tutto il territorio nazionale esistono soltanto 2 moschee degne di questo nome: la prima, sorta a Catania con il contributo finanziario della Libia e per l'iniziativa individuale di un avvocato catanese; la seconda, inaugurata a Roma nel 1995 dopo un ventennio di diatribe urbanistiche e religiose di ogni tipo, che furono stroncate finalmente dall'intervento di grande spessore culturale di un grande papa dimenticato come Paolo VI. Ma alle sue spalle c'era l'opera provvidenziale del Concilio Ecumenico Vaticano II iniziato da un pontefice che i musulmani rispettano e onorano come Giovanni XXIII.  La gran parte dei centri culturale islamici e dei luoghi di culto vive un'esistenza spesse volte precaria e continuamente minacciata da interventi repressivi delle amministrazioni comunali e di opinioni pubbliche aizzate ad arte contro l'Islam per conclamate ragioni di sicurezza e per sostanziali spinte xenofobe e razziste simili a quelle che per secoli hanno colpito quanti praticavano la religione ebraica. 



venerdì 30 settembre 2011


Damasco, assalto all´ambasciatore Usa

Una torma di sostenitori del regime siriano ieri a Damasco ha preso a bersaglio l´ambasciatore americano Robert Ford con lanci di uova, pomodori e sassi. «Ford e i suoi assistenti stavano recandosi a un incontro con un esponente politico siriano», fa sapere la pagina Facebook resa famosa dagli interventi di Ford. Il quale, primo fra i suoi pari a infrangere l´effimera etichetta della diplomazia, da quella tribuna si rivolge ai siriani, simpatizzanti e detrattori. «Sono tornati sani e salvi», è scritto sulla bacheca virtuale: «Una folla ha tentato di assalirli senza riuscirvi, però ha danneggiato i veicoli. Le forze dell´ordine siriane infine hanno aiutato ad assicurare un passaggio fino all´ambasciata».
Ieri mattina Ford aveva appuntamento con un personaggio dell´opposizione, Hassan Abdul Azim, nasseriano di lunga data, già arrestato in aprile all´inizio del Risveglio arabo siriano. Un uomo a prima vista moderato, incline al dialogo con il regime, convinto che la soluzione dei "problemi" (così nel lessico siriano) che ora dilaniano il Paese passi attraverso le riforme e una "morbida transizione" verso la democrazia. Per questo Azim era stato eletto a capo della conferenza dell´opposizione - la prima nella storia moderna del Paese - riunitasi in giugno all´hotel Semiramis. E anche per questo il gesto di Ford, la visita all´anziano dissidente, non aveva il sapore di una delle sue molto citate "sfide" al regime: come la visita poco protocollare a Hama, in luglio, nella piazza dei ribelli; o quella in agosto a Jassem, scossa dai tumulti, che gli valse l´accusa di «interferire negli affari interni del Paese». O "l´affronto", più recente, indirizzato secondo i siriani al presidente Assad definito «evil», malvagio, in un´intervista perché, Ford argomentava, «sotto la sua autorità la gente viene torturata, uccisa, e nessuno finisce in tribunale. Capisco che qualcuno disobbedisca agli ordini, che sia difficile riformare la polizia, però se nessuno viene punito, c´è da pensare che lui lo accetti». Se a questo si aggiungono i moniti dell´America: «Assad ha le ore contate. Il regime è clinicamente morto», si capisce come il litigio verbale si sia fatto rovente.
Malgrado tutto, Ford rimane. Forse non ha torto chi sostiene che dietro le quinte l´Amministrazione Obama coltivi un brandello di speranza di dialogo con il regime, per riformarlo. Intanto il dipartimento di Stato condanna «la campagna di intimidazione». Rivolti più al Senato repubblicano, contrario alla nomina di Ford, ricorda: «L´ambasciatore rischia in prima persona per sostenere le legittime aspirazioni del popolo siriano». E i disegni della diplomazia americana.



Alix Van Buren 

giovedì 29 settembre 2011

CRITERI ETICI E VALORI UMANI UNIVERSALI COME BASE PER UN CONFRONTO COSTRUTTIVO E PARITETICO TRA CRISTIANESIMO E ISLAM

Nel 1998 l'assemblea generale dell'ONU annunciò in una risoluzione "la ferma decisione di promuovere e favorire il dialogo tra le culture" e dichiarò l'anno 2001 "anno del dialogo", contro i foschi presentimenti di chi prospettava un inevitabile "scontro di civiltà" tra civiltà islamica e civiltà cristiana.
Lo spunto per questa risoluzione è raggiunto dal mondo islamico e cioè dal presidente della repubblica islamica iraniana Seyed Mohammad Khatami, il quale nel suo discorso davanti alla citata assemblea generale dell'ONU aveva dichiarato: "A nome della repubblica islamica propongo che le Nazioni Unite dichiarino l'anno 2001 "anno del dialogo fra le culture nella ferma speranza che grazie ad esso possa realizzarsi la giustizia e la pace universale.
Gli avvenimenti dell'11 Settembre 2001, la guerra in Afghanistan e in Iraq e la perdurante tensione in medio oriente confermarono quanto fosse assolutamente urgente intraprendere iniziative come quella proposta. Nei giorni 8 e 9 Novembre 2001, l'assemblea generale dell'ONU si riunì nuovamente per deliberare sul tema presentando la relazione di un gruppo di esperti e i progetti in cantiere. Sotto la direzione dell'ex segretario generale dell'ONU Kofi Annan, fra cui alcune personalità del mondo islamico, venne consegnato allo stesso segretario una copia dell'edizione originale americana della loro relazione dal titolo "Crossing the Divide". Dialogue among Civilization. All'assemblea generale dell'ONU le delegazioni dei diversi stati, fra cui moltissimi stati musulmani, si pronunciarono dopo 2 giorni di dibattito a favore del dialogo tra culture condannando l'idea di un "Crash of Civilization". Il 9 Novembre l'assemblea generale promulgò una risoluzione dal titolo "Agenda Globale per il Dialogo tra le Culture". Nove articoli descrivevano dettagliatamente gli obiettivi, i principi e i soggetti di questo dialogo definito come un processo fondato sulla volontà collettiva di conoscenza, di verifica e di superamento dei pregiudizi, di ricerca di un senso più ampio dell'esistenza e dei suoi valori fondamentali attraverso una maggiore comprensione reciproca basata su criteri etici comuni e valori umani universali.
Nell'ottica della conciliazione, unica vera risposta alla spirale viziosa dell'odio e della violenza, vennero anche citati quattro criteri imprescindibili, destinati a costituire il nucleo dell'etica universale: l'ideale della non violenza, dell'amore per la verità e per la giustizia e dell'uguaglianza tra uomo e donna.
Studiosi e musulmani di varie nazionalità si sono successivamente impegnati a confrontare la dichiarazione "per un'etica mondiale delle religioni mondiali" con il messaggio del Corano. La loro netta conclusione è stata: "I contenuti della dichiarazione per un'etica mondiale sono perfettamente corrispondenti allo spirito dell'Islam e radicati nel libro sacro dei musulmani, il Corano". Così, in particolare:
I - Una cultura della non violenza e per il rispetto della vita: "Abbi rispetto per la vita; non uccidere, non infliggere torture, suplizi e sevizie". Il rispetto per la vita, per ogni forma di vita, è profondamente radicato nell'etica islamica. Il Corano dice che uccidere un uomo innocente è come uccidere l'intera umanità, e sappiamo da innumerevoli hadith quanto il Profeta amasse gli animali e la natura;
II - Una cultura della solidarietà e della giustizia del sistema economico: "Agisci in modo corretto e sincero, non rubare, non sfruttare, non corrompere". Nell'etica del Corano la giustizia è un aspetto talmente importante che solo chi agisce giustamente può considerarsi un credente in Dio: "O voi credenti! State dritti davanti a Dio come testimoni di giustizia e non vi induca l'odio contro gente empia ad agire ingiustamente. Agite con giustizia perché questa è la cosa più vicina alla misericordia. Il Corano richiede che le eccedenze di beni e denaro e tutto ciò che non è strettamente necessario venga distribuito ai poveri e ai bisognosi; e la tassa sociale della Zakat è uno dei 5 Pilastri dell'Islam;
III - Una cultura della tolleranza e dell'amore per la verità: "Parla e agisci secondo verità, non dire il falso, non ingannare, non mentire, non tramare nell'ombra". La verità (Haqq) è uno dei nomi di Dio e ha lo stesso valore della giustizia. Una società giusta non può realizzarsi senza il fondamento essenziale dell'amore per la verità;
IV - Una cultura dell'uguaglianza e della parità tra uomo e donna: "Amatevi e rispettatevi gli uni con gli altri, non commettete atti impuri, non umiliate e non calpestate la dignità dell'altro sesso. Le donne agiscano coi mariti come i mariti agiscono con loro, con gentilezza";
V - Il principio di umanità: "La dignità umana di ogni essere umano costituisce una delle enunciazioni fondamentali del Corano: Dio ha dato un valore più alto all'uomo rispetto alle altre creature, e lo ha posto sulla terra quale suo vicario. Collegata al principio di umanità è la regola della disponibilità reciproca, attestata all'intera tradizione dell'islam: "Nessuno di voi è un credente di Allah se non desidera per il suo fratello ciò che desidererebbe per se stesso".
Questi principi etici fondamentali, definiti universali dall'Islam, sono i temi intorno ai quali i musulmani che si trovano a vivere in Europa, diventando in numero sempre più alto una componente umana essenziale, sono i temi con i quali il confronto con i cattolici, e con i cristiani in genere, debbono essere portati avanti. Tutte le iniziative a sfondo folkloristico o pittoresco, senza che vi sia nulla che ricordi l'impegno prioritario che abbiamo analizzato è una pura perdita di tempo, che rischia di trasformare le iniziative di dialogo inter religioso in inutili giochi da dopo lavoro ferroviario o in partitelle di calcio tra squadrette parrocchiali.

lunedì 26 settembre 2011

26/09/2011 LIBIA


Fossa comune, orrore a Tripoli 1700 cadaveri nel carcere del raìs

TRIPOLI - Laceri brandelli di stoffa intrisi di sangue e scoloriti dal tempo. Quel tempo che però non è riuscito a cancellare né il nome - Abdul Salem el Meddaj - dell´uomo che li indossava, né il foro del proiettile che l´uccise quindici anni fa. La prova di un omicidio, forse addirittura di un massacro. Abdul era infatti uno dei detenuti di Abu Salim, il carcere dove Gheddafi internava e torturava i suoi oppositori. Lo stesso nel quale nel ‘96, e in un solo colpo, ne avrebbe fatti ammazzare più di 1700. Cadaveri poi interrati nell´immensa spianata al di là dell´alto, bianco muro di cinta del penitenziario e i cui resti iniziano ad affiorare da una delle più agghiaccianti fosse comuni mai scoperte.
È pomeriggio inoltrato e in questo "cimitero" senza lapidi alla periferia di Tripoli, portato ieri alla luce dagli attivisti del Cnt, teschi, tibie, femori, costole sono ammucchiati qua e là alla rinfusa sotto lo sguardo smarrito di centinaia di persone. I familiari di quelle vittime accorsi lì nella speranza di ritrovare un padre, un fratello, un amico di cui non avevano saputo più nulla. Ma siamo soltanto all´inizio di un´impresa titanica, l´area è di almeno un chilometro quadrato e ci sarà ancora da scavare per chissà quanto tempo.
Mohammed Sharif ha combattuto e rischiato la vita su più fronti di questa guerra di liberazione, ma confessa di essersi sentito mancare quando si è improvvisamente «e come per miracolo» trovato tra le mani la tuta del suo vecchio amico Abdul Salem. Tuta che ora stringe al petto come una reliquia. «Porterò questo mucchietto di stracci alla sua famiglia a Misurata, non posso fare altro, glielo lo devo». Anis Nasser, 23 anni, è lì per suo padre Salem di cui ha solo un vago ricordo. «Avevo due anni - racconta - quando la polizia di Gheddafi ce lo portò via. Era uno studente di ingegneria, un sognatore, uno che non sopportava la tirannia. Forse ora potremo finalmente piangere su una tomba».
Khaled Sherif, portavoce del Consiglio militare, non ha dubbi: «Siamo di fronte alle inconfutabili prove dei crimini dal regime di Gheddafi». Un comitato tecnico avrà il difficile compito di identificare i corpi, sui quali sarebbe stato versato dell´acido per impedirne l´identificazione. Salim al-Farjani, esponente del Cnt lancia un appello alla comunità internazionale «perché ci aiuti nella difficile impresa di dare un nome ai resti di più di 1.700 persone». Diverse organizzazioni in difesa dei diritti dell´uomo avevano già denunciato l´assassinio, nel 1996, di diverse centinaia di prigionieri nel famigerato penitenziario di Abu Salim. Il massacro, avvenuto probabilmente per reprimere una sommossa, è stato indirettamente all´origine della rivolta di febbraio, cominciata nell´est della Libia, trasformatasi poi via via in un conflitto contro il raìs e il suo quarantennale strapotere. Le prime manifestazioni a Bengasi si erano infatti verificate per protestare contro l´arresto del legale dei familiari dei detenuti uccisi.



Renato Caprile



Nel deserto con il cacciatore di Gheddafi "Lo catturerò"


TRIPOLI. L´ultimo suo "avvistamento" risale a pochi giorni fa. Quando Gheddafi era sicuramente nella zona di Gath, perso da qualche parte in quello splendido scenario di sabbia e di rocce, regno incontrastato dei Tuareg, a centinaia di chilometri a sud ovest di Tripoli, non lontano dal confine col Niger e l´Algeria. A un passo cioè dalla salvezza. Ecco perché scuote la testa infastidito Abdul Aziz Abu Hajar, il Cacciatore, il capo della task force che da mesi sta inutilmente braccando l´ex tiranno. Non è un tipo facile a concedersi alla stampa, Abu Hajar. E non certo per spocchia. Un po´ per pudore, visto il difficile compito, molto perché la sua giornata è pienissima e i suoi dieci tra telefonini e satellitari non smettono mai di squillare. Comanda otto squadre dislocate sul terreno. Piccoli team di venticinque al massimo cinquanta unità, metà uomini dell´intelligence, metà soldati. Perché non c´è solo da localizzare il "rifugio" del ricercato numero uno, ma all´occorrenza saper mettere mano alle armi.
Un piccolo, selezionatissimo esercito, quindi, si sta muovendo tra mille difficoltà sul più ostile dei terreni, il deserto, con un unico grande obiettivo: liberare il paese dall´ingombrante fantasma del dittatore che lo ha tenuto stretto in un pugno di ferro per oltre quarant´anni.
In un´ala del vecchio municipio in stile fascista al centro di Tripoli c´è la centrale operativa da cui Abu Hajar coordina il lavoro dei suoi. Sui quaranta, atletico, inglese perfetto, Abu Hajar non è né un militare né un politico di carriera. Non veste mimetiche, non impugna pistoloni, non si perde in chiacchiere inutili, ha piuttosto l´aria del manager efficiente. Non a caso è il rampollo di una ricca, potente famiglia di commercianti. Buone scuole, viaggi all´estero, ottime relazioni qua e là per il mondo.
Ma alla fine riuscirete a prenderlo? La domanda che tutti gli rivolgono e alla quale lui non si sottrae, anche se ha un attimo di perplessità prima di rispondere uno scontatissimo: «Certo che sì». Una pausa però che la dice lunga su quanto sia arduo mettere la parola fine all´ultimo più importante capitolo di questa guerra di liberazione. Le ragioni per cui Muammar Gheddafi non può sfuggire, per Abu Hajar sono essenzialmente tre. «La prima: fino a quando Lui sarà ancora in circolazione costituirà una minaccia. Reale, ha troppi soldi, e psicologica, la gente ha ancora tanta paura di lui. La seconda: perché non potremo dire di aver veramente vinto, di dare vita a una nuova Libia se non ci saremo definitivamente sbarazzati di Lui. La terza ragione, non meno importante delle altre attiene a una mera questione di giustizia. Deve pagare, visti i gravissimi crimini contro il suo popolo di cui si è macchiato».
Intelligence e tecnologia, le armi a disposizione di Abu Hajar. La Nato gli sta dando una grossa mano nel tentativo di individuare dove si nasconda l´ex raìs. Ma anche la supertecnologia dell´Alleanza atlantica nulla può contro il Ghibli, il vento del deserto che soffia in quelle zone e alza altissime colonne di sabbia che accecano i suoi occhi elettronici. Nemmeno i tanti farneticanti audio messaggi del Colonnello sono serviti a localizzarlo. Registrazioni, fatte chissà dove, e quindi inutilizzabili per stanarlo. «Certo - riconosce con onestà intellettuale Abu Hajar - che la sua ultima partita il raìs la sta giocando benissimo. Si è rintanato in un´area in cui la natura e le distanze sembrano essere decisamente dalla sua parte, ma non è ancora finita».
Con lui non ci dovrebbe essere nessuno dei figli, solo la guardia pretoriana. Non più di trecento uomini, secondo il Cacciatore. Più i Tuareg, senza i quali in quel nulla non si va da nessuna parte. Perché gli "uomini blu" lo stiano spalleggiando, Abu Hajar lo spiega così: «Potrebbero non essere del tutto informati del reale stato delle cose, senza contare la quotidiana guerra di disinformazione dei lealisti che contribuisce a ingarbugliare ancora di più una situazione già ingarbugliata». Ma sono proprio i Tuareg la "speranza" segreta, l´asso nella manica di Abu Hajar e di gran parte del paese. Il Cacciatore non lo dice, ma lascia chiaramente intendere che Gheddafi rischia di diventare un ostaggio, un preziosissimo ostaggio nelle mani dei padroni del deserto. L´intelligence del nuovo corso sta sotterraneamente lavorando in questa direzione. Ma Lui, come lo definisce il Cacciatore che non pronuncia mai il suo nome, non solo è furbo come e più di una volpe, ma può contare su montagne di danaro. Alle brutte quando fiuterà il vento cattivo, tenterà di oltrepassare quel confine che non è poi così lontano che lo separa dalla "vittoria". Partita ancora apertissima, dunque anche se Abu Hajar continua a ripetere forse più per convincere se stesso che non l´interlocutore: «Lo prenderemo, dobbiamo prenderlo, altrimenti tutto questo sangue versato sarà stato inutile».



Renato Caprile

26/09/2011 ARABIA SAUDITA


Arabia Saudita, voto alle donne la svolta democratica della monarchia del petrolio

BEIRUT - Dopo una riflessione durata anni, re Abdullah bin Abd el Aziz al Saud ha annunciato che le donne saudite potranno finalmente votare e candidarsi alle elezioni amministrative, le uniche permesse In Arabia Saudita. Rappresentati femminili avranno anche accesso al Consiglio della Shura, una sorta di Camera con potere esclusivamente consultivo, composta da 150 membri di nomina reale. L´annuncio di re Abdullah ha fatto subito gridare alla "svolta" nella ultra conservatrice monarchia petrolifera. Essa, tuttavia, rappresenta soltanto una goccia nell´oceano che separa le donne saudite dalla condizione di parità.
L´occasione scelta da re Abdallah, un sovrano al quale viene attribuita una cauta propensione alle riforme, non poteva essere più solenne: l´apertura della nuova legislatura, se così si può dire, della Shura, inaugurata con un discorso di cui è stata diffusa soltanto la sintesi riguardante il voto alle donne. «Dal momento - ha detto il sovrano - che noi ci rifiutiamo di emarginare le donne in tutti quei ruoli conformi con la Sharia (la legge islamica, ndr), abbiamo deciso, dopo deliberazioni con i nostri anziani ulema (gli esponenti religiosi che fanno parte dell´omonimo potente consiglio, ndr) e con altri, di coinvolgere le donne nella Shura come membri, a partire dalla prossima sessione. Le donne potranno concorrere come candidate alle elezioni municipali e avranno persino il diritto di voto». Ma anche qui, a partire dalla tornata elettorale che dovrebbe aver luogo fra quattro anni, perché per le prossime elezioni, in programma il 29 settembre, tra tre giorni, è troppo tardi per avanzare candidature, o modificare le liste elettorali.
In un sistema dove i partiti sono vietati, come tutte le manifestazioni del libero pensiero e dove l´unica vera istituzione su cui si fonda lo stato è la famiglia reale, anche le elezioni amministrative rappresentano un´operazione largamente di facciata. Basta dire che il corpo elettorale elegge soltanto il 50 per cento dei consiglieri, l´altro 50 per cento essendo nominato dalla Corona. Non è un caso, poi, che alla scadenza del primo mandato, nel 2009, le elezioni comunali sono state tranquillamente rinviate di due anni.
E tuttavia per chi è costretto a vivere in una condizione di inferiorità e di sostanziale sottomissione, come di fatto sono le donne saudite, quel primo passo verso il riconoscimento dei diritti di cittadinanza è già qualcosa. Tant´è che, in previsione della scadenza del 29 settembre, alcune donne hanno voluto proporsi come candidate, ma solo per essere rifiutate. Ad aprile, una di queste, Samar Badawii, ha presentato un esposto al ministro per gli enti locali contro il bando alle donne. Contemporaneamente a Gedda, città considerata molto più tollerante di Riad, un gruppo di donne ha persino osato presentarsi al comitato elettorale per reclamare l´iscrizione nelle liste. Ma anche qui sono state respinte con perdite.
I consiglieri di re Abdullah devono aver tenuto presente tutto questo prima di annunciare la "svolta". Soprattutto avranno considerato il rischio che si ripeta quello che è successo la scorsa primavera, dopo la protesta delle donne contro il divieto di guidare la macchina e la pessima pubblicità che ne è venuta per l´austero regno del petrolio. Un regno dove le donne non possono esercitare alcun diritto se non assistite da un "tutore" o "guardiano". Non possono guidare, non possono viaggiare, non possono studiare materie non consentite, non possono lavorare se non come insegnanti (di classi femminili), o infermiere o medici (di reparti femminili). Non possono ereditare. Non possono scegliersi il marito. Non possono persino farsi sottoporre a determinate operazioni. Ma fra quattro anni, forse, voteranno.



Alberto Stabile


Una battaglia vinta in Rete ecco la "Primavera di Riad"

IL VENTO della primavera araba soffia anche sul Golfo e la monarchia saudita corre ai ripari prima che le sue folate si facciano impetuose.
L´annuncio, fatto dal re Abdullah, che le donne avranno diritto di voto e potranno candidarsi ed entreranno nel consiglio della Shura, è sicuramente una novità di rilievo. Anche se, per sopire le riserve dell´ala più conservatrice del regime, questi passi vengono diluiti nel tempo. Così le donne non potranno godere dell´elettorato attivo e passivo nella tornata delle municipali, uniche elezioni previste nel regno, del 29 settembre ma dovranno aspettare quattro anni. Anche la partecipazione alla Shura, organo che risponde al principio coranico della consultazione del leader con i suoi più stretti collaboratori e con le diverse "sensibilità" della comunità, riguarderà la prossima sessione. Il Consiglio, formato da 150 membri cooptati, è una sorta di antenna e, allo stesso tempo, una camera di compensazione, che la monarchia usa come recettore e mediatore delle diverse istanze che si muovono nella società.
La decisione di Abdullah è il frutto della battaglia modernizzante delle donne più giovani e istruite della vastissima famiglia reale e di quelle dei ceti che vi ruotano attorno. Donne che appartengono a pieno titolo alla nuova élite mondiale globalizzata, abituate a viaggiare e che spesso hanno completato la loro formazione, all´estero. Donne che discutono in Rete. Se esse non avessero posto il problema, nulla si sarebbe mosso. Nello Stato-rentier saudita, che ha storicamente rovesciato il principio liberale «niente tassazione senza rappresentanza» nel suo opposto patrimonialista «niente rappresentanza senza tassazione» - grazie ai proventi della rendita petrolifera i sauditi non pagano di fatto imposte - l´estensione del voto femminile tende a prevenire e svuotare le contestazioni che potrebbero arrivare da quei settori, pur minoritari, che chiedono maggiore democrazia e potrebbero godere della "non ostilità" degli Stati Uniti.
Quella battaglia non avrebbe avuto successo senza i profondi sconvolgimenti che stanno scuotendo la Mezzaluna. Concedere più spazio alle donne, anche se molti nella Shura avevano sconsigliato il loro diritto a candidarsi, è ritenuto il male minore di fronte alla prospettiva del "contagio" esterno. Giudizio condiviso anche in quei settori della famiglia reale e degli ulama meno favorevoli all´apertura. Essi sanno che nel mondo islamico il Dio del Politico è maschio. E l´ascesa al cielo delle donne è ritenuta controllabile. Molto di più di quanto sarebbe avvenuto se il regime avesse concesso loro maggiori diritti sul terreno dei diritti civili. Come ricordano le mobilitazioni, apparentemente impolitiche, che le donne hanno fatto per poter guidare o quelle, ancora sotto traccia, per spostarsi senza essere accompagnate, o prendere una decisione, senza coinvolgere un familiare maschio che funge da "tutore".
Riconoscere questi diritti avrebbe voluto dire lasciare spazio all´autonomia e alla libertà femminile. Un passo che sia il regime, sia il corpo sociale maschile, rigidi fautori del controllo del corpo femminile, non vogliono compiere. Paradossalmente ma non troppo, la concessione di maggiori libertà politiche senza allargare prima quelle civili, consente di accantonare questioni dirompenti, destinate a sollevare il veto degli ulama, veri garanti della legittimazione religiosa dei Saud. Una scommessa comunque, quella del Regno: la soggettività femminile si sta rivelando ovunque una variabile di non facile controllo. Pur tra mille resistenze, potrebbe farsi strada anche nei, sin qui, impenetrabili labirinti maschili del potere saudita.



Renzo Guolo