martedì 18 settembre 2012

Tra i fantasmi di Chatila, 30 anni dopo “Ostaggi della memoria e della malavita”

Viaggio nel campo profughi libanese dove miliziani falangisti protetti dagli israeliani uccisero migliaia di persone. Tutto è cambiato, resta la disperazione: droga, violenza e disoccupazione condannano gli abitanti a vite senza futuro

CHATILA (Beirut). Il ricordo del massacro soffoca lentamente sotto la polvere del tempo. D’altronde, come si fa a vivere di memorie se ogni giorno devi combattere contro mille insidie per poter tirare avanti? Nulla a Sabra e Chatila è più come era, non le persone che vi abitano, né i luoghi. In trent’anni, il campoprofughi simbolo della sofferenza dei palestinesi s’è trasformato in un inferno di reietti: libanesi indigenti, immigrati clandestini venuti dall’Asia e dall’Africa, trafficanti di poco conto, estremisti religiosi in cerca di proseliti e, da ultimo, palestinesi in fuga dalla guerra civile siriana. I quali, tutti insieme, dice il direttore della Ngo palestinese “Social Care”, Kassem Aina, «assommano ormai ad oltre metà dei sedicimila abitanti del campo».
Avendo raddoppiato la sua popolazione, l’immagine di Chatila (appendice del quartiere di Sabra e da qui il nome di Sabra e Chatila) è cambiata. Non più case ad un piano, come quelle in cui 30 anni fa fecero irruzione i miliziani cristiani della Falange, sotto lo sguardo nella migliore delle ipotesi distaccato, se non accondiscendente, dei soldati israeliani, ma edifici, se così si può dire, di cinque, o sei piani, sorti abusivamente sopra le baracche fatiscenti di allora, per l’inevitabile spintaversol’alto,vistochenonci sono altri aree disponibili, prodotta dalla crescita demografica. Ma quest’esplosione è avvenuta nel caos, nell’anarchia e nell’indifferenza generale. Il risultato è un terrificante stato di abbandono. Andare in giro per le strade fangose e i vicoli asfissianti di Chatila è come camminare sotto una aggrovigliata ragnatela di cavi elettrici e di fili scoperti ad altezza d’uomo, che con le prime piogge si trasforma in una griglia mortale. Nelle case fatiscenti dove si ammassano sei o sette persone per ogni stanza, la luce viene data non più di tre o quattro ore al giorno. L’acqua non è potabile. Le fognature, perennemente intasate, diffondono ovunque un odore insopportabile. Gli effetti di questa situazione sull’igiene pubblica e sulla salute generale sono micidiali.
Pungolato dal senso di colpa collettivo provocato dal massacro dei palestinesi, nella stragrande maggioranza donne, bambini e anziani, l’Occidente, ha cercato timidamente di offrire assistenza e, laddove si richiedevano coraggiose soluzioni politiche, uno strato di malta è stato passato sulle ferite della guerra. Senza, tuttavia, riuscire a cambiare le condizioni di vita del campo, che sono andate costantemente peggiorando.
Se c’è un luogo che riassume questa involuzione è il cosiddetto “Gaza Hospital”, un tempo gioiello del sistema assistenziale dell’Olp (scuole, centri sociali, ospedali: uno “stato nello stato” si diceva a quei tempi) che, degradato adesso a semplice “Gaza building”, sorge ancora all’ingresso di Chatila con i
fori dei proiettili che ne sfregiano la facciata. Solo che non è più l’ospedale di cui andava fiero Arafat, con la sua sala operatoria finanziata dai paesi europei e le corsie dove potevano trovare posto decine di ricoverati, ma un edificio fatiscente che ospita centinaia di stranieri e dove un letto per dormire costa soltanto tre dollari a notte.
Di tutti i paesi del Medio Oriente che ospitano la diaspora palestinese, il Libano è sicuramente il più avaro verso i rifugiati, ai quali, lamenta Kassem Aina, vengono negati i più elementari diritti umani, a cominciare dal diritto al lavoro. «In teoria — racconta Kassem, un volontario orgogliosamente legato alla sua missione — i palestinesi in Libano possono possedere un taxi ma non possono guidarlo, perché non hanno diritto alla licenza. Per non dire dell’accesso negato alle professioni, alla scuola, alle attività commerciali».
«Cosa ci si può aspettare da giovani a cui viene negata la speranza? », risponde Kassem Aina quando gli chiediamo conferma di notizie allarmanti sulla droga che gira nei campi profughi. «La droga c’è dappertutto in Libano — concede — . C’è anche a Dayeh (la roccaforte degli Hezbollah, n. d. r.), come ha denunciato Nasrallah. Noi non abbiamo ospedali e servizi sociali. Solo la Croce rossa e qualche Ong. L’unica cosa che possiamo fare è puntare sull’istruzione, e ci stiamo riuscendo».
«Subinah... Subinah». «Che ne è stato di noi? Cosa ci è successo? », canta in mezzo ad un gruppo di volontarie di “Social Care”, la piccola Yusra, nata nel campo siriano di Yarmuk e arrivata a Chatila due settimane fa, mentre sulla sua casa cadevano le prime bombe dell’esercito di Damasco. La canzone, resa famosa da Fairuz, la diva per eccellenza del bel canto libanese, è dedicata ai profughi dalla Palestina («per carità, riportateci nella nostra terra ») ma qui, attraverso la voce scintillante di questa ragazza di 13 anni, che non ne dimostra più di 8, o 9, diventa l’amara testimonianza di una storia infinita. La quale, nel caso dei palestinesi di Siria, ha preso un altro giro imprevisto: la fuga nella fuga.
Arrivata assieme al padre, la madre e due fratelli, la famiglia s’è subito smembrata. Il padre, tassista, è tornato a Damasco. Yusra ha trovato ospitalità da una zia. La madre e gli altri due figli, si sono sistemati da altri parenti. Ma lei non pensa con nostalgia a Yarmuk. Un campo vale l’altro. Il suo sogno è andare in Palestina, a Jaffa, da cui nel ‘48 erano fuggiti i nonni. Lì è la «vera casa», come ha sempre sentito ripetere in famiglia.
Perché questo è ciò che resiste al degrado di Chatila e al peggioramento delle condizioni di vita dei palestinesi, questo desiderio di giustizia, questa nostalgia della terra tramandata da padre in figlio. Nuove rivelazioni si aggiungono alla storia risaputa del massacro. Un ricercatore americano della Columbia University, Seth Amsiska, scavando negli archivi israeliani, finalmente declassificati, ha scoperto che l’inviato del presidente Ronald Reagan per il Medio Oriente, Morris Draper, avrebbe potuto costringere Ariel Sharon, spietato architetto dell’invasione israeliana del Libano, a fermare i falangisti in procinto di entrare nel campo profughi, sotto il controllo dell’esercito dello Stato ebraico, per compiere la strage. Ma Draper e l’Amministrazione hanno ceduto ai falsi argomenti e alla tattica dilatoria di Sharon, consentendo, di fatto, alle milizie libanesi di compiere il massacro.
Interessante, certo, e forse istruttivo per gli Stati Uniti. Ma queste rivelazioni non cambiano la percezione dei palestinesi di quelle terribili giornate tra il 15 e il 17 settembre del 1982 in cui centinaia, forse migliaia di civili (le stime variano da 800 a 3500 morti) vennero massacrati dai falangisti libanesi. Il ricordo di quei giorni resta indelebile nella memoria di Jamila Khalifa, che adesso ha 50 anni ed allora, sentiti i primi spari, chiese al padre, Mohammed, di portare fuori tutta la famiglia.
«Mio padre aveva paura di lasciare la casa. Ci diceva che era meglio restare nel rifugio e aspettare. Appena fuori, un falangista vestito da cowboy puntò il mitra sullo stomaco di mia madre. Un soldato israeliano intervenne. Mia madre capiva l’ebraico. Il soldato disse che donne e bambini non dovevano essere toccati. Ci lasciarono andare, ma trattennero mio padre. Lo trovammo così due giorni dopo» e mostra la copia sbiadita di una pagina di giornale dove campeggia la foto di un corpo cadavere rannicchiato per terra, contro un muro. Uno dei tanti.

Alberto Stabile




Due degli articoli che precedono sono collegati molto strettamente al primo.
Chissà se un pensiero su quanto avvenne qualche decennio fa a Savra e Chatila, dove i fondamentalisti cattolici maroniti massacrarono 3600 musulmani, profughi palestinesi, quasi tutti donne e bambini. Il sito sorgeva alla periferia di Beirut.
E chissà se ad Obama sarà passato per la testa se il potere mondiale degli Stati Uniti d'America non fu quello che autorizzò Reagen a dare mano libera al criminale Ariel Sharon, comandante dell'esercito israeliano, invasore del Libano, che ordinò a grandi impianti di illuminazione del suo esercito di illuminare a giorno il luogo  dove i suoi alleati maroniti sgozzavano donne e bambini.

lunedì 17 settembre 2012

LA PROVOCAZIONE COSMICA E' FALLITA

"Nel covo dei miliziani di Bengasi: con la sharia ricostruiremo la Libia"
Tornare sul luogo del delitto per verificare un particolare. Ieri a Bengasi era un giorno di festa, il ricordo del martirio di Omar el Mukhtar ucciso dai fascisti italiani. Una celebrazione che adesso si è trasformata nel «ricordo dei martiri della rivoluzione contro Gheddafi». Cavalieri berberi e paracadutisti per celebrare una rivoluzione che fatica a stabilizzarsi. Le strade lontane dalla piazza del tribunale sono vuote, e arrivare fino al consolato americano è abbastanza semplice. Il consolato è bruciato, devastato e saccheggiato come si è visto nelle foto rimbalzate nel mondo. Ma il particolare da verificare era questo: è vero, la casa degli americani è stata attaccata anche dall´alto, a colpi di mortaio, ci sono un bel paio di buchi nel tetto. E se un Rpg o una mitragliatrice pesante sono a disposizione di tutti a Bengasi, il mortaio e il suo corretto utilizzo sono prerogativa di un gruppo paramilitare più o meno addestrato. Proprio come Ansar Al Sharia. Facciamo un passo indietro, torniamo a sabato sera. Mentre la notte di Bengasi iniziava ad avanzare dal mare e dal deserto, entriamo con una guida nel comando militare di Ansar al Sharia, l´ex caserma blindata di Gheddafi in cui il leader si era fatto costruire una finta tenda beduina in cemento armato. Lui il cemento se lo faceva mettere tutt´intorno, ma anche sulla testa. I giovani miliziani di guardia sono sconcertati: un occidentale e un libico - chiaramente laico - provano ad entrare nel loro comando. Ci fanno sedere per un´ora su due sedie di plastica nel cortile pieno come un uomo di "tecniche" attrezzate con kalashnikov e mitragliatrici pesanti. «C´è una troupe francese già dentro, vediamo se riusciamo a farvi parlare con i capi», dice un giovane barbuto che segue la serie A, tifa Inter e quasi compatisce un italiano che non sa nulla di calcio. Intanto iniziamo a parlare con loro: «Siamo libici, siamo tutti libici», dicono smentendo che ci siano Taliban stranieri, « i nostri capi ci hanno detto che con i giornalisti della carta stampata non dobbiamo parlare, perché voi poi potete scrivere quello che volete e cambiare le nostre parole, mentre la tv registra. Chi siamo? Siamo combattenti della rivoluzione che ha cacciato Gheddafi e adesso vogliamo costruire il nostro paese». Ma il popolo libico non vi segue, non vi ha creduto, il 7 luglio i partiti politici sostenuti da voi quasi non sono stati votati. «Noi stiamo in Libia e ci saremo, e tra l´altro noi crediamo che le leggi della politica, le leggi di questi parlamenti non servono: la legge c´è già e si chiama sharia, la legge islamica». Ecco la conferma di quello che Ansar al Sharia aveva già detto a giugno e luglio, «la democrazia non serve, la legge è quella della sharia». E questo è anche un primo elemento per capire come si è arrivati all´attacco al consolato: Ansar ha iniziato a presentarsi in forze a Bengasi all´inizio di giugno, quando con i loro pick-up armati hanno fatto caroselli proprio nel centro in piazza della Rivoluzione. Da allora hanno deciso di far chiudere i parrucchieri per signora e soprattutto hanno iniziato a impossessarsi poco alla volta di uno spicchio di città. Bengasi è come un grande ventaglio adagiato in riva al Mediterraneo: loro se ne sono presi una fetta centrale, in cui ci sono caserme, uffici politici e anche l´ospedale Al Jalaa, il più importante della città, presidiato dentro e fuori dai suoi miliziani. Poi sono iniziati gli attentati: devastati i santuari sufi, una setta musulmana considerata eretica. Bombe alla Croce rossa, al consolato Usa, contro l´ambasciatore inglese. Jalal el Ghallal, ex portavoce del Cnt, rimasto in politica ma ora fuori dal Cnt, spiega quello che tutti vedono: «In Libia ci sono ancora 300 milizie o brigate, più o meno grandi e potenti. Il governo è debole, ha appaltato la sicurezza del paese a brigate che dipendono dagli Interni o dalla Difesa. Molte sono state infiltrate dagli stessi salafiti, anche da gente vicina ad Al Qaeda, per cui il livello di insicurezza e di inaffidabilità è altissimo». Ma Jalal, uomo d´affari figlio di una ricca famiglia che in Libia fra l´altro importa Benetton, aggiunge un particolare di cui molti parlano: «E´ molto probabile che l´attacco al consolato sia stato organizzato da gente di Ansar al Sharia quando hanno visto che partiva il corteo. Ma io vedo un collegamento tra gli integralisti e i loro ex nemici gheddafiani, che dall´Egitto stanno arrivando con borse cariche di migliaia di dollari per provare a destabilizzare la Libia del dopo elezioni». Molti citano Ahmed Gaddafeddam, l´uomo che per conto del colonnello teneva i contatti col regime di Mubarak: è rifugiato al Cairo, ha conti milionari a disposizione, ha il know-how del perfetto trafficante e destabilizzatore gheddafiano. La manovra è chiara: il voto ha detto che non c´è spazio per gheddafiani e integralisti nella Libia che vuole essere democratica, e che al 90 per cento piange la morte del povero ambasciatore Stevens. E allora meglio far saltare tutto, con le bombe. Il gioco è ben chiaro al presidente del parlamento libico Mohammed al Megaryef, di fatto il capo dello stato: «L´attacco al consolato è un punto di svolta, oggi nel mirino ci sono gli americani, domani ci saranno i libici. Sembra esserci Ansar al-Shariah dietro l´attacco, ma ci sono anche elementi stranieri, abbiamo fatto 50 arresti e perseguiremo chi ha voluto quell´assalto». Megaryef aggiunge un elemento importante: «Per il momento è meglio che gli americani stiano fuori fino a che noi non abbiamo fatto quello che dobbiamo fare». Come dire "aspettate a bombardare", un attacco militare o una squadra dell´Fbi sul campo sarebbero una ulteriore delegittimazione del potere libico, che solo da una settimana ha un nuovo premier, Abu Shagur. I 50 arresti, l´inchiesta di una polizia debole e infiltrata dagli integralisti non hanno grande credibilità, ma Megaryef spera di evitare che gli americani, con uomini a terra o con un bombardamento
dall´alto, rafforzino la campagna elettorale di Barack Obama ma affossino il governo di Tripoli. «Ma gli americani attaccheranno, faranno di duro presto, e magari aiuteranno proprio l´alleanza gheddafiani-integralisti», dice Jalal. Anche stamane e per tutta la notte i droni dell´Usaf hanno fotografato dall´alto Ansar Al Sharia, magari anche il cortile della caserma di Gheddafi che loro hanno conquistato.

Vincenzo Nigro


La Tunisia a caccia di Iyadh il nuovo sceicco del terrore

KAIROUAN (Tunisia) — Hanno cominciato a dargli la caccia quando ancora dall’ambasciata americana a Tunisi si levavano le colonne di fumo nero provocate da una sessantina di macchine incendiate nel parcheggio. Nella sua casa a poche decine di metri dalla moschea Fatah su avenue de la Liberté, in pieno centro di Tunisi, sono arrivati decine di po-liziotti, ma di Abou Iyadh non c’era più nessuna traccia. Il quarantacinquenne sceicco, che in realtà si chiama Seifallah Benhassine ed è considerato il capo dei salafiti jihadisti (i salafiti, come ci diranno molti di loro, appartengono a tendenze e militanze diverse) è accusato dalle autorità tunisine di aver organizzato l’attacco all’ambasciata venerdì e da allora la polizia ha lanciato, per così dire, la caccia all’uomo.
Ingiustamente, dice Abdelbasset, uno dei tanti venditori ambulanti che intorno alla moschea vendono galabia e hejab, profumi e libri sacri, rosari e foulard. Il corteo dei dimostranti, è vero, era partito da qui (altri da altre parti della città), dice, ma la violenza non era prevista, è cominciata per colpa dei poliziotti e di facinorosi che con i salafiti non c’entravano per nulla. Abou Iyadh aveva lasciato la manifestazione non appena erano cominciate le violenze, dicono. Ma il governo è imbarazzato per aver dato un’ennesima manifestazione di incompetenza (ormai proverbiale, tanto da essere oggetto di sketch comici nelle tv private, ai quali il governo ha reagito mettendo in carcere l’autore). Intorno ad Abdelbasset si forma un capannello, tutti sono interessati a spiegare, con gentilezza disarmante, che l’immagine che si ha all’estero dei salafiti non corrisponde alla realtà. Anche loro erano andati alla manifestazione, dicono, per testimoniare pacificamente il loro sdegno per un film indegno, ma la situazione è sfuggita di mano, per colpa di poliziotti allo sbando, di provocatori del vecchio regime e di qaedisti abili a cogliere ogni occasione per provocare incidenti. In altre parole di infiltrati.
La calma è ormai tornata in città. Del “giorno dell’ira”, che ha fatto ben quattro vittime oltre a una cinquantina di feriti, non sono rimasti che qualche esile filo di fumo che ancora si leva dalle decine di auto mandate a fuoco e il muro annerito della scuola americana di fronte. Ma Washington non si fida, teme che la calma non durerà a lungo e ha annunciato che ritirerà i propri diplomatici dalla Tunisia.
A Kairouan, due ore di macchina a sud di Tunisi, i salafiti hanno il loro centro. È qui che Abou Iyadh organizzò all’inizio dell’estate una manifestazione davanti alla moschea di Zitouna, la più antica del paese e della Tunisia. Kairouan è una bellissima città che l’Unesco ha dichiarato patrimonio culturale dell’umanità, e che era stata nel 630 d. C il primo insediamento islamico in Tunisia. Durante il regime di Ben Ali i salafiti venivano pesantemente controllati e perseguitati. «Allora non avrei potuto star seduto qui al caffè accanto a lei, il regime me l’avrebbe impedito con il pretesto di proteggere la sicurezza degli stranieri», dice Rafi Trade, uno dei salafiti che organizzò a fine maggio il raduno di Abou Iyadh, di cui è amico. Il padre di Rafi, Mohamed, un professore di Francese e letteratura comparata, figlio a sua volta di un accademico arabista, ci fa una lezione sul salafismo, cominciando dalla radice: «“Salaf” vuol dire gli antenati, i contemporanei del Profeta, mentre “halaf” siamo noi, gli eredi, che il messaggio di Maometto l’abbiamo in parte travisato, corrotto. Ecco — spiega — i salafiti vogliono tornare alle parole del Profeta, alla sharia,
ma con il convincimento, non con la violenza». Di come la sharia si possa applicare in una democrazia, quale sia l’autorità suprema in un Paese in cui viga la legge divina, nessuno ha un’idea chiara. Le risposte vanno da citazioni del Corano e storie dimostrative della compassione del Profeta ad aneddoti sulla generosità e l’innocenza di questi ragazzi che a Kairouan garantiscono che non ci siano né ladri né profittatori. Pregando di tenere a mente che Allah protegge tutti gli esseri umani, nessuno escluso: perché l’Islam, dicono, è una religione che unisce. Mentre la politica divide.

Vanna Vannuccini


                                                                  * * * * *  

Il tentativo di provocare una generalizzata esplosione bellica contro i musulmani è fallita. Il film (si fa per dire) confezionato con scopi di insopportabile provocazione da un regista copto di origine egiziana e residente in America, con attori anch'essi di porno che non sapevano neanche i contenuti del copione che stavano recitando, i tentativi di diffusione organizzati da un fondamentalista cristiano evangelico statunitense specializzato in roghi del Corano, il tutto finanziato da miliardari israelo-statunitensi, ha provocato nei paesi islamici qualche limitato scoppio di collera di dimensioni molto inferiori a quelle che si aspettavano i promotori.
In qualche quartiere arabo più arrabbiato per le condizioni di miseria e di emarginazione che per le scemenze disgustose confezionate nello pseudo film, è stato un risultato ben diverso delle attese: nessuna guerra generale ha coinvolto il Medio Oriente e gli israeliani e i loro soci americani non sono riusciti a creare la miccia per un bel bombardamento sull'Iran.
Sarà per un'altra volta. Papa Benedetto XVI, in pellegrinaggio nel Libano, ha ricordato che i fondamentalismi di ogni religione sono causa di guerre: chissà se quando lo diceva si è ricordato che pochi anni fa, proprio nel Libano, i fondamentalisti cattolici cristiano-maroniti sostenuti dall'illuminazione a giorno dell'esercito israeliano, ammazzarono circa 3000 donne e bambini profughi palestinesi nei campi profughi di Beirut. 
La vicenda che sempre con maggiore insistenza viene attribuita a un'iniziativa dell'FBI, ha offerto tuttavia l'occasione a qualche nostro "principe della penna" di prodursi in qualche cialtronata. Così il Giornale di Vicenza grazie alla penna del suo direttore, Dott. Alfio Gervasutti, prendendo a spunto da un fatto di sangue legato al traffico di droga e che ha avuto nella nostra città per protagonisti un marocchino e un tunisino, ha elaborato una originale tesi: la responsabilità del fatto di sangue è di quanti hanno permesso alle rivoluzioni arabe di cacciare via i dittatori che mantenevano la disciplina. Quando ci imbatteremo nel prossimo omicidio commesso da un americano ne ascriveremo la responsabilità a quanti organizzarono la Rivoluzione Americana. Un vecchio proverbio dice:
"La madre degli imbecilli è sempre incinta!".

domenica 16 settembre 2012

CERCHIAMO DI SPIEGARE LA RIVOLTA SU SCALA MONDIALE DEI MUSULMANI

Come è noto a tutti l'Italia è la sede del Vaticano e per i non cristiani è la "capitale" spirituale del Cristianesimo cattolico. Sede del Papa e della Curia romana, si dovrebbe pensare che le percentuali di effettiva adesione non solo formale al credo cristiano e alle sue pratiche religiose, dovrebbero toccare percentuali elevatissime. Non è così.
A Roma la presenza alla messa domenicale tocca a mala pena il 10% dei romani; la percentuale dei cattolici che ammettono di leggere i Vangeli è ancora più bassa, mentre la loro stragrande maggioranza non riconosce la "verità" di alcuni dei dogmi essenziali del credo; abbastanza bassa è anche la percentuale di coloro che, pur professandosi cattolici, nutrono seri dubbi sull'esistenza di Dio, o non ci credono affatto. Le cifre sono ancora più basse in altri paesi d'Europa: Italia e Spagna battono ogni primato in quanti usano la bestemmia come normale intercalare del linguaggio. Il solo paese di cultura europea che pratica effettivamente il Cristianesimo o ne segue i dogmi sono gli Stati Uniti d'America. Il sud America è si in maggioranza cattolico, ma si tratta di un Cattolicesimo fortemente mescolato ad antiche religioni pre-colombiane o a pratiche religiose importate dall'Africa dagli ex schiavi neri.
Questa debolezza numerica e sostanziale del Cristianesimo, sia cattolico che protestante (quello russo greco-ortodosso fa in parte eccezione probabilmente come retaggio della diffusa opposizione ai regimi comunisti ufficialmente atei. Questo spiega perché di fronte alla reazione violenta e manifestata di centinaia di milioni di musulmani in tutto il mondo contro il disgustoso film diffamatorio di Muhammad, la reazione degli europei è sostanzialmente univoca: "I musulmani sono dei fanatici violenti e assetati di sangue cristiano".
Si tratta naturalmente di una delle tipiche manifestazioni di islamofobia che infetta l'Occidente. Il fatto è che i musulmani credono effettivamente all'esistenza di Allah ed è del pari fortemente convinta che il Corano, dettato all'umanità dal Profeta Muhammad, contenga le parole del Creatore. La quasi totalità dei musulmani pratica il digiuno del Ramadan, obbedisce al comandamento dell'elemosina ai poveri e recita le preghiere quotidiane e legge con assiduità il Corano, ne segue i dettami o cura di ascoltarne le parole dalla lettura degli Imam. In breve i musulmani seguono la loro religione, rispettano il libro sacro, quasi sempre lo conoscono e non hanno quell'atteggiamento scettico e superficiale che usano gli europei i quali, se interrogati sulla loro fede in Dio e sulla loro adesione ai Vangeli, rispondono con tono il più delle volte scettico, dubitativo o mondano: "Mah, non ne sono sicuro...Ci devo pensare....Sono convintamente ateo!".
Non può quindi stupire che alle reazioni dei musulmani religiosi restano stupefatti o affermano: "Sono dei fanatici sanguinari". Ci piacerebbe vedere le reazioni che avrebbero gli europei convintamente cattolici se un gruppetto di musulmani, appartenente ad un paese da anni in guerra con l'Islam facesse circolare un film in cui Gesù viene presentato come un pedofilo, omosessuale e libertino, sua madre come una prostituta e lo stesso Gesù raffigurato come un asino. Occorre infatti sottolineare che la quasi totalità delle manifestazioni contro le ambasciate di questi giorni sono nella stragrande maggioranza effettuate contro ambasciate statunitensi che, al di là di ogni islamofobia di carattere religioso, da ormai un trentennio bombardano paesi con popolazione musulmana, ne distruggono le città e impongono dittatori corrotti, feroci e ladri, mandando le loro truppe a fare la loro guardia pretoriana.
Facciamo così a quelli che si scandalizzano per le reazioni anti americane di questi giorni una domanda facile, facile: "Perché nessun musulmano assale le ambasciate francese, scandinave, russe, cinesi, greche e spagnole?". L'ira contro l'Occidente dovrebbe riguardare tutti i paesi non musulmani, mentre invece sembra focalizzarsi contro gli Stati Uniti d'America, sicuramente per alcune loro specificità comportamentali:
I - Gli Stati Uniti sono i soli, con gli inglesi, ad opporsi a qualsiasi tipo di condanna internazionale contro i crimini israeliani ai danni dei palestinesi. Israele seguita ad esistere grazie all'appoggio politico e militare degli Usa; e l'appoggio ad Israele copre anche azioni criminali come il bombardamento di Gaza e ai massacri compiuti ai danni di poveri villaggi indifesi;
II - Gli Stati Uniti d'America, senza voto dell'Onu e senza che vi fosse la minima prova del coinvolgimento dell'Iraq nell'attacco alle Torri Gemelle, hanno iniziato e proseguito una guerra contro il popolo iracheno che ha provocato non meno di 200000 morti civili;
III - La stessa cosa viene fatta in Afghanistan dove, dopo aver appoggiato per qualche decennio i talebani nella loro guerra contro i russi, hanno improvvisamente scoperto che erano dei nemici da distruggere, anche se con Osama Bin Laden non centrava granché (il capo di Al Qaeda era tranquillamente ospitato nel Pakistan che è sempre stato un fedele alleato degli Stati Uniti).
Non ci soffermiamo più di tanto sugli isterici contenuti provocatori dell'islamofobia praticata e seguita da una notevole parte dell'opinione pubblica statunitense: siamo convinti che dietro gli eventi di questi giorni c'è anche lo zampino di qualche servizio segreto o di qualche gruppo statunitense che sta cercando di tutto per creare un "Casus belli" contro l'Iran o per contribuire alla non rielezione di Barack Obama. Del resto è sufficiente leggere le demenziali dichiarazioni del candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti per rendersene conto; ma la cartina di "torna-sole" di quanto affermiamo è data da alcuni articoli di giornali italiani notoriamente iscritti all'elenco delle gazzette filo americane. In uno di questi si è potuto leggere che i musulmani credono a Maometto e al Corano; come dire "i cristiani credono a Gesù e ai suoi Vangeli".

P.S: Ci riserviamo di approfondire in un post successivo la specificità dei comportamenti italiani: in Italia vivono circa un milione e mezzo di musulmani di cui quasi un terzo cittadini italiani. In Italia esistono solo due moschee.

sabato 15 settembre 2012


Venerdì di rivolta contro il film blasfemo
Ambasciate sotto assedio, massima allerta

ROMA - Venerdì di rabbia in diversi Paesi musulmani dove non si placano le proteste contro il film anti-Islam prodotto negli Usa, che ha scatenato, nella ricorrenza dell'11 settembre, l'assalto al consolato Usa a Bengasi 1 in Libia in cui hanno perso la vita l'ambasciatore Chris Stevens e altri tre funzionari americani. Violente proteste si sono verificate in Giordania, Yemen, Siria, Gaza e Gerusalemme, fino al sud-est asiatico. Alta la tensione anche in Egitto e Tunisia, con le sedi diplomatiche americane di nuovo nel mirino, mentre nella capitale sudanese  Khartoum sono state attaccate anche le ambasciate di Germania e Gran Bretagna. Pesante il bilancio delle vittime: due morti a Tunisi, almeno due a Khartoum (ma alcune fonti parlano di tre o quattro), uno al Cairo e uno a Tripoli in Libano, proprio mentre il Papa giungeva nel Paese dei cedri 2 per una visita di tre giorni e lanciava un nuovo appello per la pace. Decine di persone sono rimaste ferite. Dopo quest'ultima ondata di violenze, gli Stati Uniti hanno inviato una squadra speciale di marines per presidiare la sede diplomatica a Sanaa, in Yemen.
Sedi diplomatiche sotto attacco. Oggi i manifestanti hanno nuovamente preso di mira le rappresentanze americane protestando davanti agli edifici e dando vita a scontri con la polizia nei pressi dell'ambasciata
Usa a Khartoum, in Sudan, dove un gruppo di dimostranti è riuscito a fare breccia nel muro di cinta. Dall'interno dell'edificio si sono uditi spari. Il bilancio delle vittime è ancora incerto. Almeno tre persone hanno perso la vita.
Manifestanti hanno fatto irruzione anche nel complesso delle ambasciate di Germania e Gran Bretagna: la folla è riuscita a sfondare il cordone di polizia attorno alle due rappresentanze. La bandiera tedesca è stata ammainata e al suo posto è stato issato un vessillo islamico. IIleso lo staff tedesco, ha reso noto il ministro degli Esteri Guido Westerwelle.
A Tunisi la folla ha sfondato lo sbarramento davanti alla sede diplomatica Usa, mentre la polizia ha lanciato gas lacrimogeni e sparato ad altezza uomo. Una decina di manifestanti si è arrampicata sui muri dell'ambasciata sventolando i drappi neri del movimento salafita. Il personale americano è stato evacuato. La polizia ha reso noto che due dimostranti sono stati uccisi e 28 sono rimasti feriti.
La mappa delle proteste. Le manifestazioni contro il film ritenuto blasfemo hanno interessato moltissimi Paesi, dal Medio Oriente all'Asia. Al Cairo dimostranti hanno lanciato pietre contro i poliziotti che sbarravano la strada verso l'ambasciata Usa. Un'auto è stata ribaltata e data alle fiamme lungo la via che da piazza Tahrir conduce alla rappresentanza diplomatica americana, dove erano stati collocati grandi blocchi di cemento. La piazza simbolo della primavera araba è tornata a infiammarsi e le proteste si sono allargate fino a interessare la zona della "corniche", bloccata dalle forze di polizia. Una persona è morta.
Nel Sinai, in Egitto, islamisti hanno attaccato una base della forza multinazionale: quattro osservatori colombiani sono rimasti feriti. Gli assalitori hanno appiccato un incendio intorno alla struttura e l'hanno circondata con decine di camioncini muniti di armi automatiche. Una volta penetrati all'interno, hanno dato fuoco a un veicolo e alla torre principale, quindi si sono impadroniti sessati di armi e apparecchiature per la comunicazione.
Nel Libano settentrionale, a Tripoli, centinaia di estremisti hanno assaltato e dato alle fiamme un Kentucky Fried Chicken, la catena americana di fast food. Il bilancio delle violenze è di un morto e 25 feriti.
La protesta è arrivata anche a Gaza, dove migliaia di persone hanno sfilato lungo le strade della città e a Rafah, nonostante Hamas avesse ieri invitato i cittadini a non aderire alle manifestazioni attese per il dopo preghiera del venerdì. Impugnando le bandiere di Hamas e dei movimenti della jihad, migliaia di persone hanno urlato "Morte all'America, morte a Israele".
A Teheran migliaia sono scesi in piazza scandendo gli stessi slogan contro gli Stati Uniti e Israele. Ieri la guida suprema iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei, aveva rilasciato pronunciato parole durissime nei confronti degli Stati Uniti e d'Israele al riguardo del film 'blasmefo', ritenendo i "sionisti e il governo Usa" responsabili della produzione della pellicola e delle violenze che ne sono conseguite.
Alta la tensione in Yemen, dove dopo l'attacco sferrato da circa duemila manifestanti all'ambasciata americana a Sanaa gli Stati Uniti hanno deciso di inviare una squadra speciale di marine per proteggere la sede diplomatica.
La rabbia contro il film su Maometto è arrivata anche nel sud-est asiatico: 10mila persone hanno inscenato una manifestazione a Dacca, in Bangladesh, e hanno tentato di raggiungere l'ambasciata statunitense. La folla, riunita davanti alla moschea di Baitul Mokarram Mosque, ha bruciato bandiere americane e israeliane, inneggiando al profeta e lanciando slogan.
Manifestazioni anche sotto l'ambasciata Usa a Giakarta, la capitale dell'Indonesia, dove oltre 350 fondamentalisti, tra cui donne e bambini, hanno condannato la pellicola che "insulta il profeta di Allah", definendola "una dichiarazione di guerra". Un centinaio di dimostranti della minoranza sciita hanno chiesto che il presunto regista, Sam Bacile, sia messo a morte. Proteste più contenute si sono tenute in diverse località della Malaysia. Una trentina di rappresentanti di varie organizzazioni islamiche si sono radunati sotto l'ambasciata Usa a Kuala Lumpur e hanno consegnato una lettera in cui si chiede alle autorità americane di togliere la clip del film da YouTube, impedire che venga diffusa e processare l'autore per "crimini contro i diritti umani".
Negli Usa le salme delle vittime di Bengasi. In serata sono state rimpatriate le salme di Stevens e degli altri tre componenti dello staff americano in Libia uccisi a Bengasi. Alla cerimonia solenne alla base dell'aeronautica militare di Andrews, in Maryland, hanno preso parte il presidente Barack Obama, il segretario di Stato Hillary Clinton e il segretario alla Difesa Leon Panetta. Stevens, ha detto la Clinton, "ha rischiato la vita per aiutare a proteggere i libici e ha dato la sua vita per aiutarli a costruire un Paese migliore. Le persone amavano lavorare con Chris e per Chris. Non era conosciuto solo per il suo coraggio, ma anche per il suo sorriso". E ancora: "I Paesi arabi non hanno lottato contro la tirannia dei dittatori per quella della violenza".
Da parte sua, il capo della Casa Bianca ha lodato il lavoro e il patriottismo dei diplomatici e ha promesso di colpire i responsabili dell'attacco. "Porteremo davanti alla giustizia coloro che ci hanno strappato i nostri compagni. Agiremo con velocità contro la violenza e continueremo a fare di tutto per proteggere gli americani all'estero", ha detto Obama. I leader dei Paesi dove si stanno verificando le proteste, ha incalzato, devono garantire la sicurezza, incalza poi Obama invitandoli a "parlare contro le violenze". Malgrado l'alto prezzo che l'America paga costantemente, "gli Stati Uniti non si ritireranno mai dal mondo, perché questa è l'essenza della leadership americana - ha aggiunto - Anche nel nostro più duro momento di sconforto, resteremo determinati perché siamo americani e andremo a testa alta".
Allerta anche in Italia. A seguito delle proteste nei Paesi islamici, l'allerta è massima anche in Italia. In una circolare indirizzata ai questori si raccomanda di intensificare la vigilanza sugli obiettivi sensibili, in particolare le sedi diplomatiche Usa e israeliane.
Condanna del film su Maometto. Ricevendo il collega egiziano Mohamed Morsi, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lo ha definito "un'offesa a qualsiasi credo religioso" e ha invitato a rafforzare la cooperazione "per sgombrare il campo dai pericoli di risposte terroristiche irrazionali". Morsi, da parte sua, ha ribadito di non poter accettare "aggressioni" come quella avvenute a Bengasi e ha avvertito che le violenze "non portano nulla di buono e servono solo a distogliere l'attenzione dai veri problemi come il conflitto in Siria, la sorte dei palestinesi e la mancanza di stabilità in Medio Oriente". Morsi ha ricordato che anche gli americani "respingono i perniciosi tentativi di offendere il Profeta Maometto".

Il Papa in Libano sfida l'integralismo: "Falsifica la fede"

Non ha rinunciato alla visita e nemmeno alla scelta del giorno più difficile: il venerdì di preghiera che si è trasformato in furia in tutto il Medio Oriente.
Il papa Benedetto XVI in visita a Beirut
Ma Benedetto XVI, accolto ieri a Beirut in un clima di festa, ha fatto di tutto per trasformarlo in giorno di dialogo. Anche il Libano è coinvolto nella tempesta scatenata dal film anti islam: nel Nord del Paese una persona è morta durante gli scontri mentre un fast food della catena americana KFC, è stato dato alle fiamme.Per Benedetto XVI, «pellegrino di pace" la visita era «necessaria», viste le fiamme nuovamente divampate in Medio Oriente e la mancata cessazione delle violenze in Siria. Serviva «dare questo segno di fraternità, di incoraggiamento, di solidarietà: invitare al dialogo, alla pace, essere contro la violenza, trovare la soluzione dei problemi». Questo il senso della tappa nel Paese dei Cedri, ha spiegato il Pontefice.Papa Benedetto ha definito la primavera araba «positiva», ma ha dato una strigliata agli estremismi: «Il fondamentalismo è sempre una falsificazione delle religioni». Con questa frase, dettata in aereo, è atterrato. E ad accoglierlo c'erano le massime autorità politiche del Paese con un governo targato Hezbollah: 19 ministri su 30. Gli Stati Uniti considerano il Partito di Dio un movimento terroristico, ma non l'Unione europea. Padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, in merito ha glissato: «Non ho da dirvi una posizione della Santa Sede su Hezbollah», ha spiegato alla vigilia.Il presidente Michel Suleiman, cristiano maronita, ha accolto il Papa come «portatore di pace in una terra di martirio, ma anche di convivenza tra le comunità». In Libano la presenza di cristiani è infatti massiccia, se rapportata agli altri Stati musulmani, ma sono sempre meno inseriti nei gangli del potere politico. Via dunque al secondo richiamo papale: «I cristiani del Medio Oriente devono poter applicare, sia nel matrimonio che altrove, il proprio diritto, senza restrizioni». Hezbollah ha risposto con calore e intelligenza politica, senza incidenti né manifestazioni di dissenso. Il movimento islamico non ha mai rinunciato alla sua ala militare indipendente, le milizie che operano soprattutto a Beirut e nel Sud del Paese al di fuori dei regolamenti delle forze ufficiali libanesi (Laf). Benedetto XVI ha definito «peccato grave» il mercato delle armi (che riguarda tanto la Siria quanto il Libano). La condanna dell'import-export è stato un messaggio per tutti, anche per Hezbollah.A fine agosto, il quotidiano al Joumhouria, descriveva infatti un nuovo schieramento intorno ai villaggi del sud, un'esercitazione di tre giorni con 10 mila militari in previsione di un'offensiva dell'esercito israeliano come ipotetica risposta ai recenti sconfinamenti libanesi. I vertici militari di Hezbollah avrebbero simulato incursioni oltre il confine. Per parte della stampa israeliana, con lo scopo di studiare l'occupazione della Galilea. Benedetto XVI si è dunque rivolto a tutte le religioni: «Dio invita a creare pace nel mondo, e compito delle fedi nel mondo è creare la pace». Nell'Esortazione Apostolica firmata a Beirut, Benedetto XVI ha inoltrato anche un altro richiamo: «Le donne devono impegnarsi ed essere coinvolte nella vita pubblica ed ecclesiale». Anche nei tribunali ecclesiastici, «alla pari dell'uomo e senza ingiustizie».


Non dobbiamo scusarci o vinceranno i fanatici
Le ambasciate americane bruciano in tutto il Medio Oriente e oltre. L'islam jihadista morde la mano che l'ha aiutato nelle rivoluzioni. È ridicolo sposare la tesi che la rabbia omicida di massa sia colpa di un ignorabile filmetto su Maometto sul web. Non si tratta mai solo di vignette, film, affermazioni: l'analisi di quanto sia cara la figura di Maometto all'islam potrebbe essere comparata a quanto sia cara la figura di Gesù a un cristiano. Ma solo dei cristiani pazzi si avventurerebbero, di fronte a eventuali offese, in omicidi e incendi. La tv salafita egiziana ha acceso il fuoco mostrando la misera performance in internet dopo un anno che il film esisteva: un gesto di provocazione. E la folla aveva armi anche pesanti quando si è avventata sull'ambasciata. Non proprio un gesto spontaneo, dunque.È autolesionistico che Hillary Clinton invece di tuonare, come compete a un ministro degli Esteri per la perdita del suo ambasciatore, si sia sbrigata a dichiarare «ripugnante» lo stupido filmetto, come se ciò comportasse conseguenze violente. È pesante che Obama, il difensore designato (...)(...) delle libertà, non abbia colto l'occasione per spiegare che da noi, in Occidente, la libertà di pensiero si estende a tutti i temi. Poteva fare l'esempio di quando la Corte Suprema americana, già nel 1940, assolse un certo Newton Cantwell e i suoi due figli, accusati per la diffusione di materiali anticattolici che avevano provocato reazioni violente (lo ricorda Seth Frantzman sul Jerusalem Post).Tanti casi di liceità delle opinioni estreme si sono susseguiti nella nostra storia. Certo non ci schiereremmo mai con chi bruciava gli eretici per motivi di ordine pubblico. Ci si può scusare e poi ribadire con terribile grandezza che gli ambasciatori sono sacri, sacro è il diritto di opinione, che guai a chi li tocca, e che neppure il più idiota e ignoto degli esibizionisti da noi verrà tacitato. La verità è che vogliamo, senza speranza, essere accettati dagli islamici. Accettiamo qualsiasi equivoco sperando che sorgerà per loro la stella della democrazia, e tutto andrà bene.George Bush pensava che rimuovendo Saddam Hussein l'Irak potesse diventare un'occasione per sciiti e sunniti di sedersi insieme al banchetto della libertà, e ne ha ricavato biasimo mondiale, mentre i morti tribali, religiosi, etnici seguitano a contarsi a migliaia. Obama avrà la stessa sorte. Ha voluto essere l'apprendista stregone delle rivoluzioni arabe, come Carter fu quello della rivoluzione khomeinista: la sua acquiescenza verso l'islam gli ha regalato un'immagine di debolezza in un mondo in cui essa viene considerata sinonimo di stupidaggine e promessa di vittoria vicina per l'islamismo. Kartoum, Tunisi, Gerusalemme, il Libano, oltre a Bengasi e al Cairo sono preda di manifestazioni di odio che sono già costate la vita a svariate persone. L'assassinio di Chris Stevens sarebbe dovuto diventare l'occasione di un altolà decisivo. L'ambasciatore è una figura istituzionalmente intoccabile, eppure Stevens era il meno tutelato, ma il più coraggioso fra i cinquantenni americani alti e biondi che la mattina fanno jogging (e lui lo faceva), sicuro che gli bastassero un paio di persone ai fianchi nel fiato afoso del Medio Oriente. Ma come poteva Stevens ignorare che la Libia è una caldaia ribollente d'odio? È impossibile che non sapesse che nel novembre 2011, quando cadde il regime, le forze ribelli issarono la bandiera di Al Qaida sulla Corte di Giustizia di Bengasi. Molte bande, che si chiamino Al Qaida o quant'altro, le formazioni jihadiste di ogni tipo chiedono quella giustizia, la sharia. La loro scontentezza odierna è legata al fatto che di jihadismo, oltre che di pane, i nuovi governi non ne hanno dato abbastanza; la colpa è sempre degli Usa e di Israele, l'odio è sempre volto all'Occidente. Non c'è in questo niente di personale, dunque niente che possa essere sanato, ed è assurdo non legare concettualmente le nuove rivoluzioni all'ideologia che sembra dominarle, lo jihadismo. È la promessa dell'islam di piegare il mondo alla sottomissione. È onestamente ridicolo il tentativo specialistico di descrivere Al Qaida come un'organizzazione in declino. Non importa se Al Qaida è sbandata, divisa, impoverita. È come quando si dice che da Gaza non è stato Hamas a sparare i missili, e si sa che alla fine i piccoli gruppi non si muovono senza il suo permesso. Gli attacchi sono la grande voce dello jihadismo, in cui Al Qaida ha rinomato spazio. La spontanea suddivisione in rami autonomi non ne fa in alcun modo un'organizzazione debole. Si è fatta un variegato partito combattente dalla Libia alla Siria al Sinai.Ma Obama non vuole riconoscere che esista un pericolo jihadista, l'America ha preferito l'idea che si tratti di un evento minoritario frutto del fanatismo e colpa di un idiota che posta un filmino, e quindi che gli assassini abbiano qualche ragione. Così si creano nuove rivendicazioni, e nuove provocazioni: lo sceicco Yusuf Al Qaradawi, mentre il Papa parte per il Libano, gli chiede in un messaggio ironico e aggressivo le scuse per quel che disse nel 2006 sull'islam politico. Fomenta l'odio contro i cristiani e dice che la colpa è tutta dei cristiani stessi. Stile americano.

Fiamma Nirenstein


venerdì 14 settembre 2012

IL TEMPO LUNGO DELLE PRIMAVERE

È lì che ho saputo della morte dell’ambasciatore americano a Bengasi. Me l’ha comunicato il
giornale attraverso il cellulare. Ho subito dato la notizia ai miei interlocutori, una ventina di
guerriglieri appartenenti al «Battaglione dell’Unità nazionale », uno dei tanti gruppi in guerra
contro il regime di Bashar el Assad. Il pezzo di Siria che quei ribelli, attendati in un bosco,
hanno finora “liberato” in più di un anno, come dicono, non deve superare qualche chilometro
quadrato, a giudicare dalla vicinanza delle postazioni dei soldati lealisti che potevo vedere a
occhio nudo.    Alla notizia hanno subito reagito con una domanda: «Perché proprio
l’ambasciatore americano?». Non li stupiva tanto che fosse stato ucciso un ambasciatore ma
che fosse quello americano. «Perché ce l’avevano con lui se l’America è contro Assad? ».
Saputo del film offensivo per i musulmani, che sarebbe servito come pretesto, hanno voluto che
specificassi se l’aveva fatto proprio lui, l’ambasciatore, insieme agli altri diplomatici ammazzati.
Chiarito che era stato ucciso benché non ne fosse l’autore, ma perché rappresentava gli Stati
Uniti dove l’opera blasfema è stata girata, si è accesa una breve discussione. Quello che era
forse il capo, un barbuto dallo sguardo dolce, ha sostenuto che l’ambasciatore, a suo parere,
non c’entrava. Mica era stato lui a offendere Maometto e l’Islam. Il più anziano della banda, con
una bella faccia severa, e pure lui barbuto, ha invece suggerito di consultare il Corano.
Sapendo che appartenevano a un’unità nazionalista, non salafita, e ancor meno jiadhista, ho
chiesto se pensassero che la sharia dovesse essere la legge nella futura Siria liberata. C’è
stata un’altra discussione dalla quale è uscito un verdetto: «Perché no? Non siamo
musulmani?». Allora volete una repubblica democratica ma anche islamica, regolata dalla
sharia, alla quale saranno sottoposti anche i cristiani e i laici? La parola “laici” li ha confusi.
L’interrogativo li ha lasciati perplessi.  Quel che è importante per loro, questo è chiaro, è
abbattere il raìs. Poi si vedrà. Il resto è nebbioso. Per ora, non solo nella stretta valle di Astra,
ma dall’Atlantico al Mar Rosso, imperversa un ciclone di idee. Non pretendo di far passare la
mia piccola esperienza nel bosco siriano come un esempio assoluto dello stato d’animo nel
mondo arabo. Ma come in Siria, dove la “primavera” è degenerata in una interminabile guerra
civile, anche nei paesi dove la transizione è meno violenta regna un grande caos ideologico. E
di questo caos, che non è un’intrinseca intolleranza, approfittano facilmente gruppi di estremisti.
Lontani affiliati o imitatori di Al Qaeda. Ce ne sono ovunque che possono essere catalogati così,
a Tunisi, al Cairo, a Sanaa, a Damasco, ad Aleppo, a Bengasi. Non sono molti, ma si muovono
in società vulnerabili, dove la religione è un’identità collettiva. Dove non c’è stata la bonifica
illuminista. Ci vorrà del tempo per riassorbire il veleno. Le “primavere”, più o meno sfiorite,
appassite, agitate, tuttavia sopravvivono. Sia pure sbatacchiate da ondate islamiche e a tratti
agonizzanti. Conoscono anche forti sussulti di dignità dopo la vergogna. Nella colpevole Libia,
non certo esempio d’ordine e di saggezza, la folla ha sfilato chiedendo scusa per l’uccisione di
un americano amico, quale era l’ambasciatore Stevens. Anche le nostre democrazie hanno
chiesto tempo. Viviamo un’epoca dominata dalla velocità, ma le idee non maturano con la
rapidità di Internet. La loro lentezza è esasperante perché intanto cola il sangue a Bengasi e ad
Aleppo.  Sulle piazze delle insurrezioni all’inizio non c’erano tracce di antiamericanismo.
Neppure in piazza Tahrir. Neppure sul litorale libico. Neppure in viale Burghiba. Ed era
un’assenza sorprendente, perché era un sentimento diffuso. L’avvento di Barack Obama alla
Casa Bianca, e in particolare il suo discorso del giugno 2009 al Cairo, quando tese la mano al
mondo arabo, avevano attenuato i pregiudizi nei confronti della superpotenza. E poi ci fu il
sostegno della Casa Bianca alle insurrezioni contro i rais. Al tempo stesso c’è stata però, una
profonda delusione per l’evidente incapacità dell’amministrazione Obama di sbloccare il
problema israelo – palestinese. La dichiarata illegittimità delle colonie nei Territori ha fatto spuntare molte speranze tra i palestinesi, negli arabi in generale, e ha ferito la fiducia israeliana
nel grande alleato. E poiché non è poi accaduto nulla di nuovo la speranza dei primi è diventata
rancore, e la ferita dei secondi non si è cicatrizzata. Anzi si è approfondita.  Insomma l’impegno
iniziale di Obama in Medio Oriente, tanto carico di promesse, ha dato scarsi frutti. Quelli raccolti
si sono dispersi per strada. Le morti di Bengasi non hanno certo migliorato la situazione. Hanno
inevitabilmente ridotto il raggio d’azione degli Stati Uniti. La dichiarata decisione di non
intervenire in Siria non potrà subire variazioni, se mai ci fossero programmi segreti. Gli
americani dovranno anzitutto imporsi per ottenere la giustizia cui hanno diritto, anche perché
non sia intaccata la loro autorità di potenza; ma al tempo stesso dovranno adottare misure di
sicurezza eccezionali, quindi difensive, per le loro rappresentanze diplomatiche e i loro cittadini.
E questo non giova all’immagine della superpotenza costretta a erigere cortine di sicurezza
attorno a sé. Il caos ideologico arabo può sprigionare reazioni imprevedibili.  A poche settimane
dall’elezione di novembre, Barak Obama ha visto entrare in crisi, più o meno profonde, i rapporti
con quelli che erano considerati i principali alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente. Israele lo è
ancora, ma il primo ministro, Benjamin Netanyahu, parteggia apertamente per il candidato
repubblicano alla Casa Bianca. Tra l’altro molto più ben disposto a partecipare all’operazione
auspicata da Netanyahu contro i siti nucleari iraniani, di quanto non lo sia il più che riluttante
Obama. Ma l’ultimo colpo il presidente uscente l’ha ricevuto dall’Egitto, al quale l’America
garantisce dal 1979 un aiuto economico secondo soltanto a quello riservato a Israele. Non a
caso, con la piccola Giordania, il grande Egitto è il paese che ha rapporti diplomatici con
Israele, appunto dal 1979. Benché l’abbia definito «né alleato, né nemico», il regime del Cairo è
uno dei punti chiave della politica americana in Medio Oriente. Anche per questo, dopo essere
stati da sempre demonizzati, i Fratelli Musulmani, sia pur rinsaviti, sono diventati validi
interlocutori della Casa Bianca, appena si è prospettata la loro ascesa al potere. Mohammed
Morsi, il loro presidente, è tuttavia andato in Cina e poi a Teheran prima di andare a
Washington. E nelle ore drammatiche in cui si misurano le amicizie, quando Obama gli ha
telefonato per chiedergli di proteggere con maggior energia l’ambasciata del Cairo presa
d’assalto, Morsi avrebbe risposto che l’avrebbe fatto, ma che anche lui, Obama, doveva tenere
a bada chi negli Stati Uniti insulta Maometto e l’Islam. Ha poi dichiarato che lui appoggiava
comunque le manifestazioni pacifiche contro i blasfematori. Non erano in effetti le condoglianze
di un alleato.

Bernardo Valli

Il Cairo, la rabbia contro l’America assedio all’ambasciata: centinaia di feriti

Esplode il mondo arabo per il film blasfemo: un morto in Yemen     IL CAIRO — Una nebbia
venefica avvolge le strade di Garden City, il quartiere delle ambasciate che si trova alle spalle di
Piazza Tahrir, la piazza della rivoluzione, la piazza del popolo egiziano. Dalla prima mattina
gruppi di giovani musulmani, molti jeans e poche barbe salafite, hanno cercato nuovamente di
raggiungere l’ambasciata americana, già assaltata martedì scorso. I famigerati gas lacrimogeni
“Made in Usa”, già tristemente noti durante la rivoluzione del febbraio 2011, sparati senza
risparmio hanno tenuto a distanza di sicurezza i gruppetti di ragazzi che armati di pietre
cercavano di raggiungere la Tawfik Diab, la strada da cui si accede all’ingresso del vasto
compound che ospita i diplomatici americani.  Blindati e cavalli di frisia sbarrano ogni possibilità
di passaggio, la sede diplomatica del resto è vuota già da qualche giorno. La polizia
anti-sommossa controlla che la rabbia non si avvicini più di tanto, ha ricevuto l’ordine di avere
la “mano leggera” ma ferma: nessuno scontro con la folla se non ci sono tentativi di assalto alla
ambasciata, ma soprattutto nessun uso delle armi. A fine giornata fra agenti e manifestanti ci
saranno “solo” 224 feriti. Il nuovo potere egiziano della Fratellanza musulmana vuole dimostrare
di poter far fronte all’emergenza, di poter garantire la sicurezza senza mandare i tank per le
strade. Senza un eccessivo uso della forza come invece è accaduto a Sanaa nello Yemen dove
la polizia è stata costretta a sparare, e un manifestante è stato ucciso, per tenere lontana
dall’ambasciata Usa la folla che voleva assaltarla. L’offesa al Profeta Maometto, con il film
blasfemo “L’Innocenza dei musulmani” prodotto negli Stati Uniti messo in rete doppiato anche in
lingua araba, scuote tutte le Piazze arabe e asiatiche, da Kabul al Cairo.  Mentre i manifestanti
lanciavano sassi e qualche molotov contro le forze dell’ordine che rispondevano con un fitto
lancio di lacrimogeni, Morsi — che in questo momento si trova in Italia per la sua prima visita
ufficiale in un Paese europeo — è apparso in video alla televisione pubblica subito dopo una
telefonata col presidente Usa Barack Obama. Morsi ha detto chiaramente di respingere
qualsiasi tipo di insulto al profeta Maometto, ma allo stesso tempo ha ribadito che il diritto di
espressione e di manifestare non deve arrivare all’aggressione delle ambasciate e alla violenza.
Il profeta Maometto è una «linea rossa intoccabile», ha detto il presidente, facendosi pubblico
difensore dei valori islamici in un paese come l’Egitto dove si fa sempre più sentire la presenza
della componente più integralista dei salafiti (il secondo Partito nel Parlamento), che hanno
chiesto a Morsi di rompere qualsiasi collaborazione con gli Usa, fino a quando non arriveranno
le loro scuse formali.  Attento a calibrare il suo messaggio verso l’estero, Morsi sostiene che
l’Egitto farà di tutto per proteggere i cittadini stranieri sul suo territorio. E’ la richiesta esplicita
venuta dal presidente Usa Barack Obama che ha definito l’Egitto al momento «né alleato né
nemico», eppure per gli aiuti finanziari e militari che il Cairo riceve da Washington è secondo
solo a Israele con più di 2 miliardi di dollari l’anno. «Noi condanniamo ciò che è accaduto a
Bengasi » ha affermato Morsi, perché «sappiamo che uccidere persone innocenti è contrario
all’Islam; garantiamo il diritto di manifestare e di esprimere opinioni, ma senza attaccare
proprietà pubbliche o private, missioni diplomatiche o ambasciate».  Ieri sera la maggior parte
degli scontri si limitava alle strade nei pressi della moschea di Omar Makram e Piazza Simon
Bolivar Square, mentre nella vicina Piazza Tahrir si montavano tende per un presidio notturno.
«Noi da qui non ce ne andiamo», spiega Ahmed Khalil, uno delle decine di ragazzi che hanno
deciso di passare la notte in piazza. «Puoi scriverlo: non sono né della Fratellanza né sono un
salafita, ma il Profeta non si tocca, nessuno se ne andrà se non ci chiedono scusa ».
Manifestanti e squadre antisommossa si fronteggiano così per la prima notte in attesa della
annunciata protesta di oggi, all’uscita dalla preghiera di mezzogiorno, quando inizierà la grande
manifestazione convocata dal partito dei Fratelli musulmani contro il film blasfemo e le offese al Profeta. Appelli alla calma sono stati ripetuti dalle radio e dalle tv per una protesta pacifica
mentre il ministro dell’Interno ha ordinato moderazione alle forze dell’ordine. Ma molti movimenti
salafiti, hanno annunciato altre manifestazioni e proteste dopo la preghiera del venerdì. La
tensione è palpabile, su questa prova di piazza il “nuovo Egitto” del presidente Morsi e della
Fratellanza musulmana si giocano molta della loro credibilità come partner affidabili per l’intero
Occidente.

Fabio Scuto

LA PROVOCAZIONE

Scontri e assalti alle ambasciate. Esplode l’ira contro l’America

Dal Bangladesh alla Tunisia, dal Kashmir al Marocco, dal Sudan all’Iraq, perfino in Israele a Tel Aviv, un’ondata di rabbia ha coinvolto ieri migliaia di musulmani contro il film che offende il Profeta e il Paese dove sarebbe stato prodotto, l’America. Dopo l’assalto al consolato Usa di Bengasi e l’uccisione, martedì notte, di quattro cittadini statunitensi tra cui l’ambasciatore a Tripoli, è stato soprattutto in Yemen e in Egitto che ieri si è temuto. A Sanaa, alleata degli Stati Uniti nella lotta contro Al Qaeda che nel Sud del Paese ha una sua roccaforte, centinaia di persone hanno sfondato i cancelli dell’ambasciata Usa gridando «oh Messaggero di Dio siamo pronti al sacrificio ». All’interno del compound fortificato è scoppiato un incendio, mentre auto venivano date alle fiamme subito fuori, la polizia sparava. Quattro persone sono state uccise, una dozzina ferite. In Egitto, per il terzo giorno davanti all’ambasciata Usa del Cairo, a un passo da piazza Tahrir, si sono viste scene di guerriglia, con centinaia di manifestanti: molotov, lacrimogeni, bandiere bruciate e quella innalzata sull’edificio strappata, scontri con la polizia, almeno trenta feriti. Mentre il presidente Mohammed Morsi volava in Italia, in America la preoccupazione sui rapporti con il Cairo era evidente. Già costretto ad affrontare in piena campagna elettorale la crisi diplomatica con Israele, per via dell’Iran, il presidente ha ammesso che l’instabilità del più importante Paese arabo, se confermata, porrebbe «davvero un problema serio». L’amministrazione Obama ha preso le distanze dal video diffuso su YouTube e bloccato per ora solo in Afghanistan per timore di sollevazioni. Ancora ieri il segretario di Stato Hillary Clinton l’ha definito «disgustoso e riprovevole». Ma non è bastato. Perfino nella piccola Striscia di Gaza ieri sono scesi in piazza in qualche decina: inmancanza di sedi diplomatiche Usa la protesta è avvenuta davanti agli uffici dell’Onu. Lo stesso a Teheran dove è toccato alla Svizzera, che rappresenta gli Usa dalla chiusura della loro ambasciata nel 1979, di assistere alle urla di gruppi inferociti: «Marg-bar Amrìka» (morte all’America). Ieri nessun rappresentante di Washington è stato colpito ma l’allarme è altissimo e Obama ha inviato verso le coste libiche due caccia-torpedinieri con missili, nonché marines e droni. La sicurezza delle sedi Usa è stata rafforzata e l’allerta è massima anche in Europa: a Berlino il consolato americano è stato evacuato dopo il ritrovamento di una busta sospetta, per fortuna un falso allarme. La nuova ondata di violenze antiamericane nel mondo islamico va infatti ben oltre il motivo che in apparenza l’ha scatenata, quell’assurdo quanto ancora misterioso filmato. A lungo soffocato dalle dittature alleate di Washington, il sentimento popolare che vede negli Stati Uniti un nemico soprattutto per l’appoggio a Israele si sta fondendo con l’emergere delle frange islamiche più estremiste. E questo preoccupa non solo Washington, ma il mondo intero, compresi i milioni di cittadini dei Paesi arabi convinti o fiduciosi, solo un anno fa, che la caduta dei loro raìs fosse l’inizio di una vita normale, libera e in pace.








sabato 8 settembre 2012

SIRIA

Dieci giorni di botte e torture poi la fuga verso il confine l' odissea di due fratelli siriani
REYHANLI (Confine turco-siriano) - Thaled ha un braccio ingessato, il naso rotto e un vasto ematoma sulla parte sinistra del viso. Yasmine mostra invece chiazze rossastre di calvizie sulle tempie, là dove c' erano i capelli che le sono stati strappati, e un occhio ancora pesto. Sono fratello e sorella, hanno 21 e 23 anni. Fuggiti da Aleppo dieci giorni fa, i due si vergognano quasi dei segni delle torture subite nelle carceri del presidente Bashar al Assad. Torture tanto più atroci che sono state loro inflitte nella stessa stanza, prima all' uno poi all' altra, per una decina di giorni di seguito. Durante l' ora e mezzo che trascorriamo assieme, la ragazza tiene sempre il braccio attorno alle spalle del fratello, come se con quel gesto protettivo volesse evitargli chissà quali altri supplizi. Li incontriamo a Reyhanli, a pochi chilometri dal confine turco-siriano, nella casa affittata da uno zio scappato mesi fa. Thaled e Yasmine hanno esitato a lungo prima di raccontare il loro calvario. Ad Aleppo hanno lasciato la famiglia e temono che gli aguzzini del regime possano per rappresaglia accanirsi contro di essa. Dice la ragazza: «Non so come ho potuto sopravvivere a quanto m' hanno fatto, ma sono certa che se dovesse capitare a mia sorella, lei morirebbe. La prego, nel suo articolo non scriva il nostro cognome». I due sono stati arrestati il 20 luglio scorso dagli shabiha, le squadracce pro Assad, pochi giorni prima che le forze lealiste lanciassero la loro mostruosa offensiva aerea per riconquistare i quartieri caduti nelle mani degli insorti. «Hanno sfondato la porta d' ingresso all' alba. Mezz' ora dopo eravamo già in un commissariato dove gli uomini delle forze di sicurezza hanno cominciato a picchiarci, senza neanche spiegarci per quale motivo ci avevano portati lì», racconta Thaled. «Continuavano a dirmi che avrebbero violentato mia sorella in dieci se non avessi denunciato i miei compagni di lotta. Ma io non ho mai fatto politica, non ha mai combattuto contro il presidente né ho mai aiutato o conosciuto nessun soldato dell' Esercito libero siriano». Yasmine non è stata stuprata da dieci soldati, come ci dirà accompagnandoci alla porta lo zio che la ospita. Peggio, i suoi carcerieri l' hanno violentata con un bastone. E' accaduto alla fine della loro detenzione, sotto gli occhi del fratello. «Per lei è stato come se l' avessero segnata col fuoco», ci dice lo zio. «E mentre Yasmine veniva violentata, altri soldati rompevano il braccio di Thaled colpendolo con una spranga. Quei bastardi hanno voluto terrorizzarli per sempre». Durante il nostro incontro nessuno dei due fa menzione dell' accaduto. Yasmine racconta piuttosto di quanto la facesse soffrire vedere il fratello picchiato dagli agenti. Dice: «Cominciavano a schiaffeggiarlo, sempre più violentemente. Poi lo buttavano a terra, e mentre uno dei soldati gli schiacciava la testa con lo scarponcino gli altri lo colpivano a calci in pancia e sulla schiena. Nel frattempo, uno di loro, credo il più alto in grado, mi insultava e mi minacciava tirandomi i capelli. Io non sentivo quasi niente, neanche quando gli restavano delle ciocche in mano. Un paio di volte credo di aver perso i sensi. Ma non è stato per il dolore. Sono svenuta dalla paura, per le botte che davano a Thaled». I ricordi del ragazzo sono più confusi. Salvo quando racconta della stanza dove l' hanno portato il giorno dopo il suo arrivo nel commissariato. «Ho visto tre ragazzi della mia età, appesi per le braccia al soffitto. Sanguinavano. Due sembravano svenuti. Il terzo si lamentava con un filo di voce. L' ho guardato in faccia, ma era tutto gonfio e pieno di tagli. Mi dissero che appena uno dei tre fosse morto, avrebbero appeso a me». Thaled racconta ancora delle urla e di altri spaventosi rumori che udivano attraverso i muri della cella dove erano rinchiusi. E del cibo disgustoso che veniva loro servito. Appena scarcerati, il padre è riuscito a farli sconfinare. Quando sono arrivati in Turchia, Yasmine non ha voluto parlare con la psicologa dell' ospedale doveè stata ricoverata. Suo fratello è stato invece operato al braccio e ingessato. Dice Thaled: «Adesso ho un solo desiderio. Quello di guarire in fretta. Perché voglio tornare ad Aleppo, per combattere contro Assad».

Pietro Del Re


Fra i ribelli nel cuore insanguinato di Aleppo "I caccia di Assad ci stanno decimando"
ALEPPO - C' è sangue ovunque. Imbratta i volti dei feriti, cola dalle barelle, crea ampie gore sul pavimento. E' sui muri, sulle sedie, sulle tende. Lo senti perfino nell' aria, quando il suo odore metallico si mischia alla polvere e al fetore delle immondizie. Il sangue di questo ospedale clandestino, appena approntato in un quartiere conquistato dagli insorti, la dice lunga sulla battaglia che infuria ad Aleppo. Basta contare il numero di corpi straziati che auto impazzite scaricano di continuo. «Le forze del regime ci stanno decimando, solo stamattina sono arrivati diciassette feriti gravi, quattro dei quali non ce l' hanno fatta», dice il chirurgo Hamad Radwan, un omino basso e tondo di 39 anni. «La strategia dei lealisti consiste nel bombardare sistematicamente ogni quartiere, ogni strada, ogni casa nelle mani dell' Esercito libero siriano (Els) per costringerlo a ritirarsi da Aleppo. Per questo ci sono aeree della città sotto un continuo diluvio di missili e di granate». Due giorni fa, a pochi isolati da qui, il dottor Radwan è lui stesso miracolosamente sopravvissuto alla bomba che ha centrato e distrutto il pronto soccorso dove stava operando. Dice: «L' altra spiegazione a questo inferno di fuoco è che il regime di Damasco voglia punirei civili che non combattono contro i ribelli, e che magari li ospitano e li sostengono. Ma non è così: la maggior parte della popolazione non parteggia per nessuno. I pazienti che tento di salvare sono vittime sacrificali schiacciate tra due eserciti». Per arrivare all' ospedale dove lavora Radwan attraversiamo una città che sembra fatta di macerie e, prima ancora, villaggi distrutti, periferie rase al suolo, decine di edifici resi calcinacci affumicati. In questo abominio si aggirano soltanto pochi uomini: camminano lentamente, come storditi, alla ricerca di qualcosa da recuperare tra i calcinacci. Lo spettacolo dello sfacelo operato dai Mig e dai carri armati governativi è cento volte più drammatico di quello che vedemmo un mese fa, prima che su Aleppo cadessero chissà quante altre tonnellate di bombe. «Capita che i caccia colpiscano anche dueo tre volte la stessa casa, come se mirassero alla cieca», spiega Mustafa Assaf, il giovane soldato dell' Els che ci accompagna. «Per noi, il rombo dei loro motori è diventato quasi un suono famigliare», scherza il ragazzo, indicando il cielo costantemente pattugliato dai Mig governativi. Il quartiere dove sorge l' ospedale clandestinoè sorprendentemente trafficato. Molti negozi sono aperti, i marciapiedi gremiti di passanti. Poi, però, a un incrocio ci ferma un ribelle di una brigata d' opposizione. «I cecchini», dice. «Non potete proseguire». Mustafa ci invita a seguirlo a piedi, fino a raggiungere alcuni soldati dell' Els appostati al riparo di sacchi di sabbia. Il silenzio è rotto all' improvviso dalle esplosioni secche dei tiratori scelti. Immediatamente parte la risposta degli insorti, con sventagliate di kalashnikov sparate però verso il nulla, a casaccio, perché su questa linea di fronte i lealisti godono di una migliore visuale. Le raffiche dei ribelli sono quindi brevi, per non sprecare preziose munizioni. «Da quando hanno riconquistato alcune strade del quartiere, l' esercito del presidente Bashar al Assad ha schierato i suoi cecchini, che sparano su chiunque, soprattutto sui civili, per terrorizzarli», spiega Mustafa. Quadro che evoca un déjà vu: il feroce assedio di Misurata, con i plotoni di cecchini gheddafisti che da Tripoli street scaricavano i loro fucili sulla popolazione inerme. Quei lealisti lì, però, non potevano contare sui caccia né sugli elicotteri da combattimento che garantiscono alle forze di Damasco la supremazia del cielo. Anche se generali lealisti giurano che entro la metà del mese avranno ripulito Aleppo dai "terroristi", Mustafa, recitando quando ha sentito dai suoi capi, si dice convinto che gli insorti non indietreggeranno. «Ormai le forze di Damasco non riescono a riprendere il controllo dei quartieri che abbiamo conquistato e si affidano solo all' aviazione», sostiene, confermando poi quanto sostengono molti analisti, ossia che il regime non può rischiare di inviare la fanteria a combattere per le strade delle città ribelli. Infatti, salvo gli alti ufficiali, che come il presidente appartengono per lo più alla minoranza alauita, il grosso delle truppe è composta da sunniti, i quali potrebbero disertare alla prima occasione. O peggio, fraternizzare con gli insorti.

Pietro Del Re

IRAN




ISRAELE











sabato 1 settembre 2012

SIRIA

Siria L' altra verità di Daraya la città dell' ultimo massacro
La città del massacro, è un luogo di spettri e domande, che ieri riecheggiava dei boati dei mortai e dei crepitii delle armi da fuoco, con i pochi abitanti ritornati che parlavano di morti, aggressioni, "terroristi" stranieri, e con il suo cimitero di carneficine infestato dai cecchini. Le donne e gli uomini con cui ho potuto parlare, due dei quali avevano perso dei congiunti nel giorno dell' infamiaa Daraya, cinque giorni fa, hanno raccontato una storia diversa da quella che si sente ripetere in tutto il mondo, il racconto di una cattura di ostaggi da parte dell' Esercito libero sirianoe di frenetiche trattative per uno scambio di prigionieri fra gli oppositori armati del regimee l' esercito siriano, prima che le forze lealiste del presidente Bashar Al Assad prendessero d' assalto la città per sottrarla ai ribelli. Ufficialmente non è stata fatta parola di questi colloqui fra i due fronti. Ma alti ufficiali dell' esercito siriano hanno raccontato che «avevano esaurito ogni possibilità di riconciliazione» con le forze che tenevano la città, mentrei residenti di Daraya hanno detto che da entrambe le parti era stato fatto un tentativo di organizzare uno scambio tra civili e soldati non in servizio attivo - apparentemente rapiti dai ribelli per i loro legami familiari con membri dell' esercito lealista - e prigionieri nelle mani dell' esercito. Quando le trattative sono fallite, l' esercito di Assad è avanzato su Daraya, a una decina di chilometri dal centro di Damasco. Essere il primo testimone oculare occidentale in città ieri era tanto frustrante quanto pericoloso. I corpi di uomini, donne e bambini erano stati trasferiti dal cimitero, dove molti di loro erano stati ritrovati; e quando siamo arrivati in compagnia delle truppe siriane al camposanto sunnita i cecchini hanno aperto il fuoco contro i soldati, colpendo la parte posteriore del vecchio veicolo blindato con cui ci siamo dati alla fuga. Ma siamo riusciti a parlare con dei civili lontano dalle orecchie dei funzionari siriani - in due casi all' interno delle case di queste persone - e il loro racconto dell' ultima strage, con l' uccisione di massa, sabato, di almeno 245 fra uomini, donne e bambini, indica che le atrocità sono state molto più ampie del previsto. Una donna, che ha detto di chiamarsi Leena, ha detto che stava attraversando la città in macchina e che ha visto almeno 10 cadaveri di uomini abbandonati in strada vicino a casa sua. «Non ci siamo fermati, non abbiamo avuto il coraggio, abbiamo semplicemente visto questi corpi per strada», ha detto, aggiungendo che le truppe siriane non erano ancora entrate a Daraya. Un uomo, anche se non aveva visto i morti nel cimitero, si è detto certo che si trattava per lo più di persone legate all' esercito lealista e che tra di loro c' erano diversi coscritti non in servizio. «Uno dei morti era un postino, lo hanno preso perché era un dipendente pubblico», ha detto l' uomo. Se queste storie sono vere, allora gli uomini armati - che secondo un' altra donna, che mi ha raccontato che hanno fatto irruzione in casa sua e che lei li ha baciati nel tentativo di impedirgli di sparare sui suoi cari, indossavano cappucci - non erano soldati siriani, ma ribelli. La casa di Amer Shaykh Rajav, autista di carrello elevatore, secondo quanto racconta lui era stata requisita da uomini armati per essere usata come base delle forze dell' Esercito libero, come i civili definiscono i ribelli. Hanno sfasciato le stoviglie e bruciato tappeti e letti - la famiglia ci ha mostrato queste devastazioni - e oltre a questo hanno estrattoe portato via i chip dei computer portatili e dei televisori presenti nell' appartamento. Forse per usarli come componenti per bombe? Su una strada ai margini di Daraya, Khaled Yahya Zukari, camionista, stava lasciando la città sabato a bordo di un minibus, insieme alla moglie Musreen, di 34 anni, e alla figlioletta di 7 mesi. «Stavamo andando verso Senaya quando improvvisamente hanno cominciato a spararci addosso. Ho detto a mia moglie di mettersi giù, ma una pallottolaè entrata nel buse ha colpito la nostra bambina e mia moglie. Era la stessa pallottola. Sono morte tutte e due. Gli spari venivano dagli alberi, da una zona verde. Forse erano i guerriglieri che erano nascosti dietro il terreno e gli alberi e hanno pensato che fossimo un pullman militare, che trasportava soldati». Indagare approfonditamente su una tragedia di queste proporzioni e in queste circostanze ieri era praticamente impossibile. In certi casi, al seguito delle forze armate siriane, abbiamo dovuto attraversare di corsa strade deserte con cecchini anti-Assad agli incroci; molte famiglie si erano barricate in casa. Il racconto forse più triste di tutta la giornata di ieri è stato quello del 27enne Hamdi Khreitem, che stava seduto in casa insieme a suo fratello e sua sorella e ci ha raccontato che i suoi genitori, Selim e Aisha, sabato erano usciti per andare a comprare il pane. «Avevamo già visto in televisione le immagini del massacro - le reti occidentali dicevano che era stato l' esercito siriano, la televisione di Stato diceva che si trattava dell' Esercito siriano libero, ma non avevamo più da mangiare e mamma e papà hanno preso la macchina e sono andati in città. Poi è arrivata una telefonata dal loro cellulare ed era mia madre, che ha detto s o l o : " S i a m o morti". Lei non era morta. Era stata ferita al braccio e al petto. Mio papà era morto, ma non so dove sia stato colpito o chi lo abbia ucciso. Lo abbiamo riportato a casa dall' ospedale, lo abbiamo coperto e lo abbiamo seppellito ieri».


L' allarme di Amnesty Violenze orribili
NESSUNA tregua dalle bombe per Aleppo e Damasco, né dai rastrellamenti e dalle esecuzioni sommarie. Ieri, mentre Amnesty International denunciava chea pagare il prezzo più alto della guerra civile siriana sono i civili, almeno 67 morti erano stati contati in serata dagli attivisti: due terzi erano, appunto, cittadini inermi. Ed è proprio per fermare al più presto questa mattanza quotidiana (circa 20mila vittime da marzo 2011) che i leader di Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia hanno discusso al telefono di Siria nella notte. In linea con il ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi, che su Repubblica ha dichiarato che Roma sta considerando di aiutare i ribelli con l' invio di strumenti di comunicazione «utili per prevenire attacchi contro i civili», David Cameron, Barack Obama e François Hollande hanno «discusso di come migliorare il sostegno già offerto all' opposizione per porre fine alla spaventosa violenza». Per ora l' Italia esclude che questo sostegno possa materializzarsi in un intervento militare. Ma il premier britannico e il presidente americano hanno concordato che l' uso o la minaccia di impiegare armi chimiche da parte del regime provocherebbe una «rivisitazione del loro atteggiamento». Uno scenario, quello dell' irruzione delle armi di distruzione di massa nel conflitto, su cui Mosca avrebbe ricevuto rassicurazioni da Assad ma che era ieri in discussione ad Ankara. Dove si è tenuta la prima riunione di «pianificazione operativa» tra Usa e Turchia. Un meeting in cui è forse vagliata anche l' ipotesi di creare una no-fly zone e una zona cuscinetto in Siria per far fronte all' emergenza umanitaria. Soluzioni difficili da attuare non solo «dal punto di vista pratico e giuridico», come sottolineato giorni fa sulla stampa turca dall' ambasciatore americano, Francis Ricciardone. Ma anche da quello diplomatico, visto l' ostruzionismo di Cina e Russia al Consiglio di Sicurezza. Intanto, in Siria si muore. Ieri è accaduto a Daraya, sobborgo meridionale di Damasco bombardato per 24 ore consecutive. Ma anche a Kafr Souseh, dove dopo una pioggia di bombe, per il secondo giorno sono arrivati i rastrellamenti nelle case da parte dei lealisti. «Lanciano colpi di mortaio per farsi largo. E man mano avanzano», ha raccontato al telefono da Daraya un attivista. Nella giornata in cui l' ultimo scaglione dei cachi blu ha lasciato Damasco e a Berlino, per un colloquio con Angela Merkel, Hollande dice che «Assad non può restare al potere», ad Aleppo l' esercito si è ripreso i quartieri cristiani del centro storico. Sulamaniyeh, Jdeide, Telal: affollati di turisti e ristoranti prima della guerra, sono ora sventrati dall' artiglieria di Assad, che l' ha scippata ai ribelli dopo tre settimane. «Abbiamo vissuto i due peggiori giorni della nostra vita» ha detto una residente, aggiungendo che l' artiglieria non ha risparmiato le case. A conferma che «le orribili violenze» contro i civili rilevate da Amnesty, nella prima metà di agosto, non cessano.


L'esercito si riprende Aleppo Il regime di Assad non cadrà

ALEPPO - Capisci che è tutto vero quando il conducente del taxi lascia l'autostrada e prende verso Aleppo: di fronte a noi c'è un chilometro e mezzo di strada vuota che porta verso una delle città più antiche del mondo; oltre non si riesce a vedere, la calura confonde la vista. Ma l'orizzonteè contornato da un alone di fumo marrone e il tassista sa che non è il caso di seguire le indicazioni stradali dall'aeroporto. Giraa sinistrae scavalca con cautela, sobbalzando, il guard-rail centrale, tutto distrutto, poi passa fra due enormi cumuli di rocce come un gatto spaventato. Di fronte a noi si stende un mare di case bruciate e auto distrutte, che attraversiamo lentamente. Il motore si accende e si spegne come faceva la macchina di mio padre in Francia nel dopoguerra, per la cattiva qualità della benzina; l'autista preme l'acceleratore a scatti, nervosamente, mentre superiamo due camion della spazzatura rovesciati per formare un blocco stradale improvvisato. Ma sono check-point fantasma.
Non ci sono uomini armati, non ci sono miliziani, non ci sono combattenti di Al Qaeda, non ci sono «terroristi», non ci sono «criminali», non ci sono «guerriglieri stranieri» (come ci si stanca di questa eterna semantica) e non c'è nemmeno un civile, perché la battaglia è finita. Per ora.
Questo, come ci dicono poi, è il sobborgo di Al Baz, conquistato dall'esercito governativo, anche se non vediamo né soldati né poliziotti per chilometri. L'esercito è venuto e se ne è andato, e gli edifici sono distrutti dai colpi d'artiglieria e crivellati dai proiettili. Giriamo a sinistra in una carreggiata di calcinacci grigi polverizzati, con il fumo di sacchi della spazzatura in fiamme da entrambi i lati. Chi li ha incendiati? Attraversiamo in macchina queste strade fantasma. Alla nostra destra si erge una spettrale stazione di polizia: il gigantesco ritratto del presidente siriano Bashar Al Assad sulla parete è intatto, ma sopra ogni finestra ci sono le macchie nere degli incendi. L'edificio è sventrato, la caserma dei vigili del fuoco subito accanto è abbandonata e un autocarro dei pompieri è stato scagliato contro un muro. In 7 chilometri avvisto solo un bambino sconsolato fra le rovine e una mamma che attraversa mezzo ettaro di polvere con in braccio un bambino piccolo. Solo quando compare alla nostra destra la malconcia Cittadella di Aleppo - bastioni di colore opaco che ci ricordano che la storia non è cominciata ieri - vediamo delle famiglie, con le bambine che indossano l'abito dell'Id al-Adha e un locale che serve kebab.
«Abbiamo ripulito queste strade», mi dirà poi un ufficiale siriano.
Il che è vero, nella misura in cui si possono sconfiggere guerriglieri che combattono strada per strada con blindati T-72 e veicoli da combattimento Bmp. I soldati siriani ci hanno descritto i loro combattimenti a Homs, Idlib, Hama e Dera'a. Il presidente Assad ha inviato i suoi uomini più esperti sul fronte di Aleppo, ma non si tratta, mi dicono, della famigerata IV divisione di Maher Al Assad. «Assolutamente no», mi dice ridendo un generale. Forniamo ora le cifre ufficiali (ovviamente si tratta di statistiche dell'esercito lealista, perché qui siamo dall'altra parte della linea del fronte di Aleppo). Numero totale di «terroristi» morti: 700 e «molti feriti». Numero totale dei caduti fra le fila governative: 20; feriti: 100. Le linee di Internet e dei cellulari sono state tagliate dai ribelli nei pressi di Homs, perciò l'unica possibilità di comunicazione telefonica con la capitale è offerta da un circuito di rete fissa. In Iraq e in Afghanistan la guerriglia pagherebbe per poter mantenere in funzione la rete di telefonia mobile, perché hanno bisogno dei cellulari. Ma qui a quanto sembra hanno sistemi di «comando e controllo» a sufficienza da potersi permettere di fare a meno delle linee siriane.
L'Esercito libero siriano nonè in grado di circondare Aleppo, ma è in grado di isolarla. La festività dell'Id Al Adha viene celebrata in maniera molto misera, con gli abitanti più ricchi accampati negli alberghi per evitare le sparatorie nei sobborghi, nessun quotidiano e l'agenzia di stampa locale talmente a corto di collegamenti che ha 11 giorni di immagini in attesa di essere trasmessi a Damasco.
Gli alti ufficiali dell'esercito siriano non portanoi galloni sulle loro mimetiche. «In tempo di guerra», mi dice un generale di divisione, «ce li togliamo per motivi di sicurezza, per non farci riconoscere». Nell'esercito di Assad sembra che nessuno voglia fare la fine di Horatio Nelson a Trafalgar, ucciso da un cecchino francese appostato fra il sartiame, che non aveva faticato a riconoscerlo per via delle numerose medaglie di cui era adorno. Ad Aleppo i cecchini sono appostati alle finestre degli appartamenti. Ieri hanno aperto il fuoco tre volte contro le truppe di Assad, poi sono spariti. I soldati, con tanto di elmetto di ferro, li hanno cercati invano nei giardini pubblici vicino alla ferrovia in disuso.
Ho chiestoa uno degli esponenti dell'élite militare siriana qui ad Aleppo se aveva qualche commento da fare alla dichiarazione del segretario alla Difesa degli Stati Uniti Leon Panetta, che due settimane fa aveva detto che Aleppo sarebbe stata l'ultimo «chiodo nella bara di Assad» e del regime. L'ufficiale ha risposto che «il regime siriano non cadrà mai. Nessuna potenza sulla terra potrà abbatterlo.
Tuttii regimi cadono, ma quello siriano rimarrà in piedi, perché Dio è dalla parte di coloro che sono nel giusto».
Sicuramente anche l'esercito sta pagando un prezzo di sangue (anche se infinitamente inferiorea quello che stanno pagando i civili siriani in questa guerra orrenda): dei quattro generali che ho incontrato finora ad Aleppo, tre sono F stati gravemente feriti nei combattimenti dell'ultimo anno e mezzo; uno ha ancora la benda al braccio per una scheggia di granata che lo ha colpito alla spalla.
C'erano dei televisori nelle caserme temporanee degli ufficiali. Sullo schermo ho visto passare le immagini antiregime di Al Arabiya e Bbc, oltre ai servizi sulla guerra della televisione siriana. E i soldati, si affretta a rivelare l'esercito, vengono informati quotidianamente dai loro ufficiali sull'andamento del conflitto. Invertendo la tradizionale gerarchia, qui i commenti sono sacri e i fatti sono liberi. Qualsiasi conversazione deve obbligatoriamente cominciare con la linea ufficiale del governo: l'esercito difende la patria contro l'aggressione, una cospirazione internazionale ha preso di mira la Siria perché è l'unica nazione araba che resiste a Israele. I nemici stranieri prima hanno supportato le manifestazioni contro il governo, poi hanno armato i manifestanti. Non dicono da nessuna parte che l'esercito aveva preso a cannonate i manifestanti disarmati e nessuno spiega come hanno fatto manifestanti siriani armati a trasformarsi in guerriglieri «stranieri». Ma l'esercito siriano è una fucina di storie improbabili che diventano vere a forza di essere ripetute, e queste storie contano più delle statistiche. Ahmed, un coscritto di 21 anni, mi dice che suo fratello, il soldato Mohammed Ibrahim Dout, è stato «martirizzato» da un cecchino. Il suo compagno d'armi dice: «Siamo addolorati per il nostro fratello soldato, ma oraè in paradiso». Un generale mi racconta di un suo amico, soldato di carriera con il grado di tenente a Douma.
sobborgo di Damasco: «Si era sposato tre mesi fa e stava tornando a piedi a casa sua, a Douma, quando degli uomini su un furgone lo hanno salutato e gli hanno offerto un passaggio». Il tenente Assem Abbas, 23 anni, ha accettato senza sospettare nulla. «Lo hanno ritrovato più tardi», dice il generale, «tagliato in due pezzi e buttato in un pozzo nero».