mercoledì 29 febbraio 2012

ALCUNE PUNTUALIZZAZIONI SULL'ARTICOLO DEL GIORNALE DI VICENZA DAL TITOLO "VICENZA ADDIO. MEGLIO LA MOSCHEA DELLA CAPITALE"

Domenica 5 Febbraio è comparso sul Giornale di Vicenza un articolo dal titolo "Vicenza Addio. Meglio la moschea della capitale" (sottotitolo: "Domenico Abdullah Buffarini tornerà nei Castelli Romani").
Non ho molti motivi per polemizzare con l'articolo anche perché l'autrice, Chiara Roverotto, è una mia cara amica e non ho certamente motivo di polemizzare in maniera meno soft con lei. Tuttavia alcune puntualizzazioni mi sembra necessario farle:
I - Non ho mai detto che voglio andarmene da Vicenza perché è meglio la moschea di Roma. Considero Roma la città più bella del mondo e ad abbellirla contribuisce in non piccola parte anche la moschea di Paolo Portoghesi. Anche Vicenza è una bellissima città: penso che alcune delle sue vie, ad esempio Contrà Porti, siano alcune delle più belle vie d'Europa. Vicenza, tuttavia, ha un difetto ed è quello di avere oggi, anche in seguito a talune mutazioni di gran parte dei suoi residenti, un capitale umano con il quale una persona nata e cresciuta nei Castelli Romani fa molta fatica ad ambientarsi e a viverci. In altra sede ho sostenuto che Vicenza ha dei residenti ma molti di questi non sono cittadini in grado di dare alla città una fisionomia positiva. La situazione è nettamente peggiorata quando le grandi fabbriche, che fino agli inizi degli anni 80' ne facevano una "città operaia", si sono trasferiti nei paesi contermini. Vicenza è così diventata una città semi-morta, senza il calore umano che si richiederebbe ad una città tanto ricca di bellezze architettoniche e di storia. E questo è il motivo per il quale la naturale nostalgia che posso provare per i miei luoghi di origine si è fatta sempre più forte. Anche nei Castelli Romani ci sono state trasformazioni negative, ma per riconoscimento unanime essi sono rimasti una specie di mondo a parte, dove il passato si mescola in maniera armonica con il presente e gli abitanti hanno conservato la bonomia scherzosa ed ospitale che gli hanno sempre caratterizzati. Non è un caso che quell'immagine è la stessa di quella che traspare da quanti i Castelli Romani conobbero, da grandi poeti come Goethe, Neruda, Quasimodo, Ungaretti, Longfellow, Byron; e non credo sia un caso che ad Albano risieda ancora oggi uno straordinario personaggio scontroso quanto geniale come Ceronetti. Non mi dilungo sullo splendore della natura: grandi boschi si alternano agli uliveti, alle vigne e agli orti; i due laghi che si vedono dalla cima di Monte Cavo, già Monte Albano, furono paragonati da Byron a "due piccoli specchi di infinito", mentre Longfellow ha sostenuto in piena convinzione che la strada che da Albano arriva a Velletri era a suo avviso la strada più bella del mondo. Dal mio paese si vede insieme l'intera città di Roma e il mare da Ostia fino al Circeo, ma nei giorni di Tramontana è possibile vedere anche l'isola di Ponza. Sorvolo sul fatto che i Castelli Romani sono i luoghi della mia infanzia e della mia giovinezza, degli studi più importanti e dei primi amori; e poi, vi sono sepolti i miei morti.
Non è quindi il raffronto con la moschea di Roma, che pure è bellissima, che mi allontana da Vicenza ma il diverso modo di concepire la vita che abbiamo noi latini rispetto a chi in gran parte ama considerarsi "longobardo" o "celtico";
II - Mi duole evidenziare che il mio rapporto con Vicenza è molto peggiorato da quando ho deciso di abbracciare l'Islam. La gran parte dei pregiudizi, che si nutrono nei confronti di quella che è ormai la più diffusa religione del mondo, si è concentrata sulla mia persona accrescendo in me il senso di alterità e di estraneità che ho nei confronti della "vicentinità". Mi ha sempre colpito negativamente il fatto che qui la maggior parte della gente che incontra e scambia le prime parole con un "foresto" usa apostrofarlo con l'espressione "Ma lù non xe de qua, se foresto!". Dalle mie parti il più delle volte si omette di evidenziare tale condizione di non "castellano"; al massimo si chiede al forestiero: "Ma tu da dove vieni?". Il vicentino tipo esclude dal suo orizzonte il forestiero; i miei concittadini latini tendono al contrario ad includerlo puntando a conoscere di lui ciò che è essenziale: la provenienza. E questo è lo stesso modo con cui gli Indiani d'America mi hanno sempre accolto: "Where are you from?". Circostanza strana: questa caratteristica è tipica anche dei musulmani delle più svariate origine: "Di dove sei?";
III - Mi capita sempre più spesso di vedermi superare da qualche energumeno in bicicletta che mi interpella, pedalando a grande velocità, per il timore coraggioso delle mie note reazioni dialettali in romanesco con piacevolezze del tipo: "Te si diventà islamico perché così te poi accoppare le donne?"..."Dove abita quei che prega come tì i xe dei selvadeghi sanguinari, terroristi ecc.ecc.". E non si tratta sempre di zotici privi di cultura. Una persona conosciuta come una delle più colte di Vicenza, in occasione della morte di Bin Laden mi ha chiesto se mi ero messo in lutto. Accenno appena alle telefonata anonime che non contengono certo complimenti. Voglio nominare come encomiabile eccezione Giorgio Sala, che considero sempre il migliore sindaco che ha avuto Vicenza. Sala è profondamente cattolico, ma quando ha saputo che avevo abbracciato l'Islam mi ha detto: "Mi sei molto più caro come amico ora che sei musulmano e credi e preghi il mio stesso Dio, che è il Dio di Abramo, Mosé e Gesù". Purtroppo di persone come Giorgio Sala a Vicenza ce ne sono molto poche.
IV - Anche la mia amica Chiara Roverotto non è potuta sfuggire a questo pressapochismo offensivo che caratterizza l'idea che a Vicenza, e non solo si ha dei musulmani. Tra le altre domande che mi ha rivolto, Chiara mi ha chiesto: "Ma l'Islam è tollerante?". La mia risposta è stata: "Certo che lo è, la scienza è assolutamente libera nell'Islam perché il suo scopo è quello di conoscere i segreti del Creato e non esiste un rapporto più libero tra fede religiosa e ragione". Se avessi conosciuto il suo commento a tale riposta ("Eppure non si direbbe viste le cruenti rivoluzioni che ci sono state in alcuni paesi arabi a partire dalla scorsa primavera") le avrei risposto in un modo più articolato e non mi sarei limitato a far presente che in Europa in fatto di intolleranza c'è stato di molto peggio: i 13 mila musulmani ammazzati a Srebrenica e i 10 mila musulmani ammazzati dai cecchini croati e serbi a Sarajevo sono di pochi anni fa. E comunque, è intolleranza rovesciare con la forza dittatori, ladri, assassini e servi degli interessi occidentali per cercare di instaurare regimi democratici e liberi come è avvenuto in Tunisia e in Egitto e come si spera che avverrà anche in Siria? Da quando in qua le rivoluzioni che rivendicano maggiore libertà sono una manifestazione di intolleranza? O forse si pensa che solo gli interventi militari americani o francesi sono legittimati a portare la democrazia?
Siamo sempre alle solite: non si riesce a vedere la trave che è nei propri occhi e si pensa di vederla in quegli degli altri. Non credo che le migliaia di giovani che hanno affrontato con le mani nude e al grido di 
"Allah-u-Akbar!" gli sgherri torturatori e assassini dei tiranni e si sono fatti ammazzare a migliaia, meritino di essere portati come esempio di intolleranza islamica.

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