giovedì 16 febbraio 2012

SOLIDARIETA' COL POPOLO GRECO

Per un europeo che da un valore alle parole che hanno una lunga storia di civiltà alle spalle, quel che l'Europa delle banche, dei banchieri e degli speculatori sta facendo per strangolare un antico civile piccolo popolo fiero come quello greco è un incommensurabile vergogna.
Ho sempre amato e amo ancora oggi i greci per la loro civiltà, per quel che hanno dato come pochi altri popoli, quasi tutti fioriti intorno a quel mare di prodigi che è il Mediterraneo, e verso i quali a intermittenza si scatena in forme diverse la "tedesca rabbia" (si legga la poesia del Petrarca dedicata all'Italia), probabilmente tipica di chi per gran parte dell'anno non ha un sole risplendente e un cielo azzurro come il mare.
Gli amo per la loro allegria, per le loro musiche popolari, per il profondo senso di ospitalità verso gli xenoi (gli stranieri, che nella loro lingua sono anche gli ospiti), per aver dato i natali al più grande poeta di tutti i tempi, per aver compreso che l'attività più importante dell'uomo come essere razionale è la filosofia, intesa come scienza e come luce volta a illuminare i misteri. Gli ignoranti che ci circondano, in genere grandi ammiratori di ciò che di peggio c'è nella cosiddetta civiltà globale, ignorano, insieme a tutto il resto, che la parola "Europa" è una parola greca ("begli occhi").
Per questo riteniamo di tributare un omaggio doveroso a chi in questo momento si trova pressoché strangolato da biechi usurai che passano per persone per bene: cominciando da quei banchieri che tramite il loro governo hanno pressoché imposto al governo greco di acquistare 5 sommergibili di cui 3 non funzionanti, e che ora sono ansiosi di riscuotere i quattrini. C'è un ulteriore motivo specifico per il quale esprimo la solidarietà. Tra i dimostranti che Domenica hanno manifestato la loro rabbia contro i diktat dei banchieri, c'erano due personaggi a me particolarmente cari: il primo è il grande musicista Mikis Theodorakis, che a 86 anni ha affrontato le cariche della polizia con lo stesso coraggio giovanile con il quale contrastò la dittatura dei colonnelli portati al potere dai servizi segreti americani; ora Theodorakis ha i capelli completamente bianchi, ma quando lo conobbi, esule a Roma, i suoi capelli erano corvini e solo gli occhi erano gli stessi di oggi. Il secondo è Manolis Glezos, il capo partigiano comunista che nel 1941, in piena occupazione nazista, salì sull'Acropoli di Atene e strappò la bandiera con la croce uncinata per innalzarvi la bandiera bianco-celeste greca. Domenica Glezos è stato pestato da poliziotti che ignoravano che con i loro manganelli bastonavano la loro bandiera...
Vale la pena di ricordare che in seguito all'aggressione perpetrata durante la Seconda Guerra Mondiale, prima dagli italiani (Mussolini disse: "Spezzeremo le reni alla Grecia!") poi dai tedeschi che entrarono colpendo l'esercito greco alle spalle, i greci ebbero 1 milione di morti su dieci: mezzo milione morirono di fame nella città di Atene, che i nazifascisti avevano stretto d'assedio per costringere la lotta di resistenza alla resa. Quando furono costretti a ritirarsi, impacchettarono le intere riserve auree della banca nazionale greca e a guerra finita, nonostante le legittime richieste del governo ellenico, non restituirono neanche una dracma; e oggi hanno il coraggio di parlare di crediti verso la Grecia. 
Per inquadrare queste sottolineature su quanto sta accadendo ci sembra utile pubblicare questo bell'articolo di

Giorgio Agamben

Se la feroce religione del denaro divora il futuro

Per capire che cosa significa la parola "futuro", bisogna prima capire che cosa significa un´altra parola, che non siamo più abituati a usare se non nella sfera religiosa: la parola "fede". Senza fede o fiducia, non è possibile futuro, c´è futuro solo se possiamo sperare o credere in qualcosa. Già, ma che cos´è la fede? David Flüsser, un grande studioso di scienza delle religioni – esiste anche una disciplina con questo strano nome – stava appunto lavorando sulla parola pistis, che è il termine greco che Gesù e gli apostoli usavano per "fede". Quel giorno si trovava per caso in una piazza di Atene e a un certo punto, alzando gli occhi, vide scritto a caratteri cubitali davanti a sé Trapeza tes pisteos. Stupefatto per la coincidenza, guardò meglio e dopo pochi secondi si rese conto di trovarsi semplicemente davanti a una banca: trapeza tes pisteos significa in greco "banco di credito". Ecco qual era il senso della parola pistis, che stava cercando da mesi di capire: pistis, " fede" è semplicemente il credito di cui godiamo presso Dio e di cui la parola di Dio gode presso di noi, dal momento che le crediamo. Per questi Paolo può dire in una famosa definizione che "la fede è sostanza di cose sperate": essa è ciò che dà realtà a ciò che non esiste ancora, ma in cui crediamo e abbiamo fiducia, in cui abbiamo messo in gioco il nostro credito e la nostra parola. Qualcosa come un futuro esiste nella misura in cui la nostra fede riesce a dare sostanza, cioè realtà alle nostre speranze.Ma la nostra, si sa, è un´epoca di scarsa fede o, come diceva Nicola Chiaromonte, di malafede, cioè di fede mantenuta a forza e senza convinzione. Quindi un´epoca senza futuro e senza speranze - o di futuri vuoti e di false speranze. Ma, in quest´epoca troppo vecchia per credere veramente in qualcosa e troppo furba per essere veramente disperata, che ne è del nostro credito, che ne è del nostro futuro? 
Perché, a ben guardare, c´è ancora una sfera che gira tutta intorno al perno del credito, una sfera in cui è andata a finire tutta la nostra pistis, tutta la nostra fede. Questa sfera è il denaro e la banca - la trapeza tes pisteos - è il suo tempio. Il denaro non è che un credito e su molte banconote (sulla sterlina, sul dollaro, anche se non - chissà perché, forse questo avrebbe dovuto insospettirci - sull´euro), c´è ancora scritto che la banca centrale promette di garantire in qualche modo quel credito. La cosiddetta "crisi" che stiamo attraversando - ma ciò che si chiama "crisi", questo è ormai chiaro, non è che il modo normale in cui funziona il capitalismo del nostro tempo - è cominciata con una serie sconsiderata di operazioni sul credito, su crediti che venivano scontati e rivenduti decine di volte prima di poter essere realizzati. Ciò significa, in altre parole, che il capitalismo finanziario - e le banche che ne sono l´organo principale - funziona giocando sul credito - cioè sulla fede - degli uomini. 
Ma ciò significa, anche, che l´ipotesi di Walter Benjamin, secondo la quale il capitalismo è, in verità, una religione e la più feroce e implacabile che sia mai esistita, perché non conosce redenzione né tregua, va presa alla lettera. La Banca - coi suoi grigi funzionari ed esperti - ha preso il posto della Chiesa e dei suoi preti e, governando il credito, manipola e gestisce la fede - la scarsa, incerta fiducia - che il nostro tempo ha ancora in se stesso. E lo fa nel modo più irresponsabile e privo di scrupoli, cercando di lucrare denaro dalla fiducia e dalle speranze degli esseri umani, stabilendo il credito di cui ciascuno può godere e il prezzo che deve pagare per esso (persino il credito degli Stati, che hanno docilmente abdicato alla loro sovranità). In questo modo, governando il credito, governa non solo il mondo, ma anche il futuro degli uomini, un futuro che la crisi fa sempre più corto e a scadenza. E se oggi la politica non sembra più possibile, ciò è perché il potere finanziario ha di fatto sequestrato tutta la fede e tutto il futuro, tutto il tempo e tutte le attese.
Finché dura questa situazione, finché la nostra società che si crede laica resterà asservita alla più oscura e irrazionale delle religioni, sarà bene che ciascuno si riprenda il suo credito e il suo futuro dalle mani di questi tetri, screditati pseudosacerdoti, banchieri, professori e funzionari delle varie agenzie di rating. E forse la prima cosa da fare è di smettere di guardare soltanto al futuro, come essi esortano a fare, per rivolgere invece lo sguardo al passato. Soltanto comprendendo che cosa è avvenuto e soprattutto cercando di capire come è potuto avvenire sarà possibile, forse, ritrovare la propria libertà. L´archeologia - non la futurologia - è la sola via di accesso al presente.





Per concludere voglio ricordare la testimonianza di un viaggiatore siriano nell'Atene del 1500 d.C ridotta ormai a un cumulo di rovine dalle invasioni barbariche, dalle guerre e dalla fine dell'antica civiltà:
"Ho visitato la città di Atene che un tempo era popolata da gente civilissima e valorosa e che ora è ridotta ad essere un piccolo villaggio. Un tempo la città era meravigliosa per i suoi innumerevoli monumenti e le opere d'arte che la decoravano. Di queste sono rimasti i resti scolpiti in marmo bianco, che raffigurano esseri favolosi un tempo onorati come divinità. Nonostante la rovina le loro fattezze sono talmente belle che nell'ammirarle le gambe tremano, il cuore batte più forte e gli occhi si riempiono di lacrime".

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