martedì 18 dicembre 2012

EGITTO

Morsi come Mubarak piazze in fiamme in Egitto contro il golpe istituzionale
GERUSALEMME - «Morsi come Mubarak», «Morsi, il nuovo faraone», «Morsi vai via!». In un crescendo di slogan e d' invettive che rimandavano al tempo della rivolta contro il vecchio regime, gli oppositori di Mohammed Morsi, il presidente eletto dopo la caduta di Hosni Mubarak, si sono ritrovati a piazza Tahrir, per denunciare il colpo di mano istituzionale con cui il nuovo raìs si è in sostanza dotato di poteri straordinari, sottraendoli ad ogni controllo della magistratura. Lui, Morsi, parlando ad una folla di fedelissimi su un palco allestito fuori dal palazzo presidenziale, lontano molti chilometri da piazza Tahrir, ha difeso il suo operato affermando di aver agito per salvare il Paese dai nemici della rivoluzione e per garantire che il processo costituente, impantanato da dispute interminabili, si concluda rapidamente. Ma le sue prevedibili rassicurazioni non hanno convinto le decine di migliaia di egiziani che, raccogliendo l' appello alla protesta lanciato dai principali partiti laicie liberali, sono scesi ieri in piazza non soltanto al Cairo, ma anche ad Alessandria, Porto Said, Asyut. La mobilitazione è degenerata in scontri particolarmente violenti ad Alessandria, dove sostenitori e oppositori di Morsi si sono affrontati per le strade del centro e sul lungomare (25 feriti, 100 in tutto il Paese) e dove alcune sedi del partito "Libertà e Giustizia", l' organizzazione politica paravento dei Fratelli Musulmani, trionfatori alle elezioni generali, al cui vertice Morsi appartiene, sono state saccheggiate e date alle fiamme. A piazza Tahrir, o per meglio dire, in un viale laterale che conduce alla piazza, gli incidenti con la polizia schierata in forze per evitare che il luogo simbolo della rivoluzione egiziana diventasse teatro dell' ennesima battaglia, sono cominciati quando il neo presidente ha iniziato a parlare dal palco di Heliopolis. E mentre la folla dei seguaci, 80 mila persone, applaudiva e scandiva slogan alla maniera degli islamisti, alzando il dito indice ammonitore verso il cielo, dai ranghi dei contestatori (anche lì diverse decine di migliaia) partivano bottiglie molotov verso le truppe in assetto antisommossa che rispondevano coi lacrimogeni. Una ventina le persone contuse, decine i fermati. Gli argomenti del presidente sembrano non avere convinto neanche il suo assistente Samir Morcos, copto, responsabile per la transizione democratica, che ieri in serata ha dato le dimissioni. E subito si è dimessa anche Sekina Fouad, consigliera per la Cultura, argomentando: «Tutti vogliono il giudizio degli assassini dei manifestanti, ma rifiutano che la Costituente e il consiglio consultivo del Parlamento siano al riparo di ogni giudizio sul loro scioglimento». A giudicare dalle risposte date a quanti lo hanno attaccato dopo i decreti emessi in questi giorni, Morsi non si è lasciato intimidire dalla mobilitazione. «L' opposizione non mi preoccupa - ha detto - ma deve essere una vera e forte opposizione». Se ha deciso di dotarsi del potere straordinario di prendere qualsiasi decisione e istituire qualsiasi procedura, per giunta sottraendosi al sindacato della magistratura, è «per difendere la rivoluzione» dai suoi nemici, «una minoranza», certo, ma pericolosa,e per garantire la stabilità del paese, non per istituire una dittatura personale. Al contrario, Morsi ha aggiunto di credere nella divisione dei poteri. Ma il processo che dovrebbe portare ad adottare la nuova Costituzione, rischiava di impantanarsi in interminabili diatribe. L' Assemblea Costituente stava per esaurire il mandato, in scadenza a dicembre, senza aver adempiuto il suo compito. «Ho deciso di dare all' Assemblea altri due mesi di tempo perché approvi la nuova Costituzione che sarà sottoposta a referendum popolare, e nuove elezioni politiche seguiranno». Ma ha preferito ignorare le critiche dei liberali che hanno, nella sostanza, deciso di scendere in piazza per protestare anche contro gli orientamenti di parte emersi in seno ad un' Assemblea Costituente dominata dagli islamisti, orientamenti che non garantiscono la tutela dei diritti delle donnee delle minoranze. Morsi s' è limitato ad affermare di essere il presidente di «tutti gli egiziani», un presidente che non si schiererà mai contro i diritti di nessun cittadino, uomo o donna, ricco o povero, musulmano o cristiano che sia.

Alberto Stabile

La battaglia di Al Azhar l'Università che decide sulla Sharia in Egitto

IL CAIRO - A chi appartiene Al Azhar? Tra i tanti paradossi a cui ci sta abituando la "primavera araba" c'è anche quello che la massima autorità teologica del mondo sunnita possa cessare di essere un polo moderato dell'islam, com'è stata fino ad oggi, e diventare un fortino dell'islam più radicale. «Liberare istituzioni come al Azhar, che determina ciò che è islamico e ciò che non lo è, è per noi più importante che vincere le elezioni o riscrivere la costituzione» afferma Mohammed Nour, portavoce del partito salafita. I salafiti e i Fratelli musulmani usano la parola "liberare" perché mirano a spingere alle dimissioni l'attuale gran Imam Ahmed el Tayeb per impadronirsi della prestigiosa Università, accampando come pretesto che el Tayeb era stato nominato da Mubarak (nel 2010, alla morte del precedente gran Imam) come tutti i grandi sceicchi di Al Azhar prima di lui, tradizionalmente nominati (a vita) dal presidente egiziano.
Solo quest'anno, prima di lasciare il potere, i militari avevano decretato che in futuro la nomina del gran Imam sarà riservata a una commissione di 40 teologi interni all'Università.
Nel grande campus di al Azhar, dove studiano migliaia di studenti, la settimana è cominciata come al solito. La crisi, percepibile dovunque nella capitale, qui sembra ancora lontana. Gli uffici del gran Imam e dei suoi consiglieri sono al secondo piano di un palazzo non distante dall'ingresso principale del campus. Al pianoterra, due persone pregano inginocchiate verso la Mecca, altre aspettano la liberatoria per contrarre matrimonio (vengono qui soprattutto chi sposa stranieri o persone di altre religioni). El Tayeb ha partecipato al colloquio con il presidente dal quale sono rimasti lontani i partiti dell'opposizione. Ma se Morsi ha fatto un passo indietro sui poteri eccezionali, non ha però ceduto di un millimetro sulla data del referendum sulla nuova costituzione.
Sul referendum la Fratellanza musulmana punta tutte le sue carte per islamizzare il paese e farne una quasi teocrazia di tipo iraniano.
Il testo costituzionale stabilisce che le leggi approvate dal parlamento dovranno aderire ai princìpi stabiliti dalle quattro scuole dell'islam (inclusa quella wahabita).
Potrebbe significare l'obbligo delle donne di coprirsi il capo, la separazione dei sessi, il matrimonio per le bambine di nove anni e la creazione di una polizia religiosa per proteggere i valori della "vera famiglia egiziana", "promuovendo la virtù e mettendo al bando il vizio". Chi avrà l'ultima parola insindacabile su che cosa è vizio e che cosa è virtù sarà appunto Al Azhar.
«L'opinione dei massimi teologi dell'onorevole Istituto sarà decisiva in tutte le questioni che riguardano il diritto islamico», afferma l'articolo 4, e il linguaggio del testo costituzionale è stato lasciato volutamente ambiguo per permettere in futuro anche interpretazioni molto restrittive.
La battaglia per Al Azharè già cominciata e el Tayeb siede ormai su una poltrona pericolante. Il partito salafita Al Nour chiede che il prossimo gran Imam venga eletto direttamente dagli studenti e dal corpo insegnante, che ormai proviene sempre più spesso dall'Arabia Saudita (l'Imam el Tayeb ha una laurea in filosofia islamica presa alla Sorbona). «El Tayeb potrebbe essere presto costretto a dimettersi» ci dice un suo stretto consigliere. L'ambasciatore Mahmud Abdel Gawad ci riceve con molta cordialità e un buon caffè arabo nel suo studio al secondo piano. È il consigliere diplomatico e uno dei più stretti collaboratori del gran Imam. Parla un italiano perfetto che è stato lodato perfino da Monti durante la sua visita in Egitto.
Spiega che il riferimento alla Sharia c'è sempre stato nella costituzione egiziana, ma come sempre nell'islam il problema è l'interpretazione. Nessuna religione come l'islam, che a differenza del cristianesimo non ha avuto una Riforma, viene interpretata in modi che non hanno nulla a vedere con il Corano e la tradizione del Profeta. Mi racconta una storia della vita del Profeta che gli ha appena raccontato il gran Imam. Maometto rimproverò aspramente i suoi fedeli che uccisero un uomo perché si era allontanato dalla fede, dopo che lui aveva detto di lasciarlo in pace. «La vita umana è sacra. I fanatici invece continuano ad uccidere».
Al Azhar è stata sempre orgogliosa della sua moderazione, equidistante dagli estremisti radicali ma anche dai modernisti. «Se questo ruolo cambiasse, cambierebbero molte cose nel mondo islamico». Gawad s'indigna che i salafiti vadano dicendo che al Azhar è d'accordo sul matrimonio delle bambini a nove anni. «Semplicemente non è vero». E aggiunge: «Con una costituzione così il giorno dopo il referendum l'Egitto sarà ancora più ingovernabile di oggi». Di politica l'ambasciatore Gawad non vuole parlare, non è questo il suo ruolo, dice. Ma crede che, in tutto l'Egitto, molta gente che aveva votato per Morsi oggi non lo rifarebbe.
L'ignoranza, dicono qui, è la causa principale della crescita dell'estremismo. Gli egiziani sono più ottanta milioni e quasi il quaranta per cento della popolazione è analfabeta. È facile abbindolarli.
Bisognerebbe diffondere il vero islam, ma come? I mezzi finanziari per farlo li hanno solo gli estremisti. Fuori dall'università sono riprese le manifestazioni e i presidi di piazza Tahrir e davanti al palazzo presidenziale restano pieni di gente. Il testo costituzionale «reprime le nostre libertà e i nostri diritti» ha detto El Baradei, invitando tutti a proseguire la protesta.

Vanna Vannuccini

La Rivoluzione contesa tra laici e Fratelli musulmani

NELLE rivoluzioni il compromesso, soluzione principe della politica, tarda ad arrivare. È quel che accade in queste ore in Egitto dove due forze si contendono in aperta tenzone, a muso duro, la «primavera » cominciata nel gennaio dell’anno scorso in piazza Tahrir, nel cuore del Cairo. Entrambe rivendicano di fatto, separatamente, il diritto di esercitare il potere, poiché ciascuna si considera appunto l’unica autentica rappresentante della rivoluzione da cui quel potere deriva.
DA UN lato i laici, i liberali, i cristiani, raccolti in un Fronte nazionale di salvezza dai confini incerti, accusano il presidente Mohammed Morsi, espressione di un vago, ampio fronte islamico, di essere un usurpatore; dall’altro i Fratelli musulmani difendono la legittimità di Morsi e delle prerogative che si attribuisce, in quanto capo dello Stato eletto al suffragio universale.
L’esercito avrebbe gli strumenti per decidere la sorte della rivoluzione contesa. Ma a parte l’inevitabile impegno di alcune unità d’élite, incaricate della protezione del capo dello Stato, rafforzate per l’occasione da qualche carro armato parcheggiato davanti alla presidenza, nel quartiere di Heliopolis, al fine di tenere a distanza i manifestanti, a parte queste essenziali precauzioni, i militari sono rimasti fuori dalla mischia. Si sono ben guardati dall’intervenire in appoggio di una delle parti a confronto.
In agosto i generali più giovani hanno esautorato i loro colleghi anziani, compromessi col vecchio regime, hanno concluso un’alleanza con i Fratelli musulmani, e quindi hanno appoggiato Mohammed Morsi appena eletto alla presidenza della Repubblica. In cambio hanno conservato, e conserveranno, i privilegi riservati da più di sessant’anni alla società militare. Ma non hanno venduto del tutto la loro anima. Un’anima tutt’altro che omogenea, poiché nel corpo ufficiali prevale un tradizionale spirito laico, risalente ai primi anni Cinquanta, quando fu proclamata la repubblica; mentre la truppa, in cui sono in maggioranza i coscritti provenienti dalle diseredate periferie urbane, e dalle province ancora rurali, è sotto una forte, altrettanto tradizionale influenza religiosa. Quindi i soldati
sono tendenzialmente per i Fratelli Musulmani, o per i salafiti, più estremisti. Insomma l’esercito, per ora, resta un enigma.
E’ invece evidente che la «primavera araba» data per morta, sommersa dall’ondata islamica, è ancora rovente, e non solo nella sua versione egiziana. La Tunisia, che ha conosciuto la prima rivolta contro i raìs, e che poi è rimasta prigioniera di un prepotente, inquietante risveglio islamico, sarà influenzata, come altre società arabe, dagli avvenimenti del Cairo, principale capitale mediorientale. Dove i laici, i liberali, i progressisti, all’origine della insurrezione di piazza Tahrir, dopo essere stati emarginati dalla tardiva ma incontenibile irruzione sulle sponde del Nilo dei Fratelli musulmani, sono adesso riemersi in forza per far valere le loro esigenze democratiche. E contrastare la svolta autoritaria di Mohammed Morsi. Il quale, in attesa di una Costituzione, si è aggiudicato poteri definiti dai laici «uguali o superiori a quelli che aveva Mubarak», il raìs destituito.
Adesso i promotori della «primavera araba» vorrebbero ridarle i colori iniziali. Il loro programma è vasto e di difficile applicazione. E’ tuttavia la prova che la rivoluzione continua. La posta in gioco è la futura Costituzione. Vale a dire la natura politica dell’Egitto di domani. I due fronti, il laico e l’islamico, non usano le stesse armi. I primi, i laici, all’inizio chiedevano libere elezioni, ma si sono accorti molto presto che essendo frantumati in numerosi movimenti sarebbero stati facilmente sopraffatti
nelle urne dai Fratelli musulmani, dotati di un partito ben organizzato (Libertà e giustizia), e di una rete sociale che abbraccia l’intero Egitto.
Sono stati dunque gli islamici, non per vocazione democratica ma per motivi tattici, ad adottare le elezioni come armi politiche. Ed infatti hanno vinto tutte le consultazioni, quelle parlamentari annullate, come quelle presidenziali che hanno portato Mohammed Morsi alla massima carica dello Stato.
Morsi è tuttavia un presidente senza Costituzione, poiché quella del vecchio regime è stata annullata, e quella nuova dovrebbe essere sottoposta il 15 dicembre a un referendum. Al quale il fronte laico si oppone; e sul quale i giudici, indignati dai poteri giudiziari che il presidente si è attribuito, non vogliono soprintendere come la legge esigerebbe. Non è dunque sicuro che lo si possa tenere.
Il testo costituzionale preparato dai Fratelli musulmani, nel caso si dovesse votare tra una settimana, non correrebbe comunque troppi rischi, perché sul terreno elettorale i Fratelli musulmani sono imbattibili. I numeri sono per loro. Per questo i laici, i progressisti, i cristiani si oppongono a un voto che renderebbe legittima la svolta islamica del paese attraverso la nuova Costituzione.
Secondo Human Rights Watch il progetto di magna charta presentato da Morsi è difettoso e contraddittorio, ma non catastrofico. È ambiguo. Si presta a varie letture. La nuova Costituzione non disegna uno Stato teocratico, ma lascia aperte molte porte a un’evoluzione conservatrice rigorosa. Le libertà individuali sono garantite, ma al tempo stesso si affida a un’autorità religiosa, l’università islamica di Al Azhar, le decisione di interpretare, senza appello, i principi della sharia (le leggi coraniche) da applicare. Viene così esclusa curiosamente da questo compito qualsiasi altra autorità, giuridica o legislativa. E abbandonata alle variabili tendenze teologiche, agli umori religiosi, la facoltà di regolare le libertà dei cittadini. Per il capitolo essenziale delle donne è stata abbandonata una prima versione salafita, che puntava sulla lettura più intransigente del Corano. Ed è stata adottata la generica formula che riconosce «l’uguaglianza tra tutti gli egiziani». Anche se poi si esplicita che la donna «deve trovare un equilibrio tra i suoi doveri familiari e professionali». La libertà di culto è assicurata alle tre religioni monoteistiche, ma non è estesa a tutte le religioni.
Mohammed Morsi non può agire come i vecchi raìs. Lui è condizionato dai salafiti, ala radicale dell’islamismo e concorrenti dei Fratelli musulmani. Non può disporre liberamente, almeno per ora, dell’esercito che vuole tenersi fuori dalla mischia. Non può usare con spregiudicatezza la polizia e annessi per reprimere le manifestazioni perché è sotto sorveglianza del Fondo Monetario internazionale dal quale aspetta quattro miliardi e mezzo di dollari, che dovrebbero impedire il fallimento economico del paese. E deve tener conto dello sguardo, sia pur non troppo severo degli americani, che danno un miliardo e mezzo all’anno alle forze armate.
Il 22 novembre Mohammed Morsi ha tuttavia compiuto quel che può essere considerato un colpo di Stato. Ha proibito qualsiasi tipo di ricorso contro le sue decisioni e contro la Costituente, assumendosi così tutti i poteri. Compreso quello di scrivere una Costituzione su misura. Si è messo al di sopra delle leggi e ha eliminato via via tutti gli ostacoli alla conquista del potere da parte dei Fratelli musulmani. L’operazione ha colpito anche numerosi uomini del vecchio regime, in particolare nell’amministrazione della giustizia, spingendo verso l’opposizione funzionari epurati perché un tempo al servizio del deposto raìs. Questo non favorisce l’immagine del movimento laico e liberale.

Bernardo Valli


Al Aswani: Ci hanno mentito non è il governo del popolo
«SARÀ un lungo braccio di ferro. Ma sarà decisivo. I Fratelli musulmani hanno chiesto il supporto della gente, promettendo riformee giustizia, però hanno fallito. Gli egiziani vedono bene che sono stati imbrogliati: e non ci stanno. Se votassimo ora i Fratelli perderebbero. Invece li stiamo affrontando in strada, non nelle urne: ma è lo stesso, vogliamo toglierceli di torno una volta per tutte». In queste ore Ala al Aswani, il più importante scrittore egiziano, è in Germania: nella sua stanza di hotel, in sottofondo, si sente la televisione che trasmette gli eventi del Cairo. Signor al Aswani, cosa è quello a cui stiamo assistendo? «La seconda onda della rivoluzione. Nessun dubbio a proposito. Abbiamo eletto un presidente che non risponde alla gente, ma alla struttura piramidale dell' organizzazione politica a cui appartiene. È stato Shater (il leader dei Fratelli musulmani, ndr) ad ordinare di sparare sulla folla e Morsi ha avallato. Il presidente pensa di poter governare il paese così: la gente gli sta dicendo di no. È uno sviluppo utile: anche se sanguinoso. Gli egiziani hanno capito che i Fratelli musulmani hanno cattive intenzioni». Lei parla come se Morsi non si fosse dimesso dalla Fratellanza subito dopo essere stato eletto: invece lo ha fatto. «La mia risposta è solo una: ah ah ah». Vuole spiegare meglio? «Ho incontrato Morsi qualche tempo fae gli ho detto chiaramente che così non poteva andare, che un presidente non poteva rispondere a un gruppo di cui non si sa nulla a livello di finanziamenti o di decisioni interne. Mi ha risposto "ha ragione, concordo con lei". Poi mi ha sorriso edè andato via. Come se nulla fosse». Però anche l' opposizione ha molte responsabilità: una fra tutte, quella di non essere riuscita a presentarsi unita alle elezioni presidenziali. «È stato un enorme errore. Se lo avessimo fatto, avremmo vinto noi. Ma dagli errori si impara. Oggi in piazza a dire "no" a Morsi c' è tutto l' Egitto che non è schierato con i Fratelli musulmani. Siamo uniti di fronte al pericolo: e lo resteremo. Morsi sarà obbligato a fare un passo indietro. Ed è meglio che lo faccia presto. Dovrebbe aver imparato la lezione della rivoluzione: se Mubarak si fosse fermato in tempo, se avesse ascoltato la folla dall' inizio, forse sarebbe ancora al potere. Ha aspettato troppo e la gente ha alzato le sue richieste: è finita come avete visto». Lei oggi è in Germania: nello scenario che delinea, che ruolo hanno i paesi occidentali? «I governi occidentali si stanno comportando in modo riprovevole: hanno dato mano libera a Morsi. Cercano un nuovo Mubarak, qualcuno che esegua i loro ordini: lo hanno trovato in Morsi. In cambio gli hanno dato mano libera sul piano interno».

Francesca Caferri

Perché i film sull’Islam sacrificano la verità

UN TEMPO andavamo al cinema per sognare, per invitare Ava Gardner o Sofia Loren a entrare a far parte delle nostre fantasie. Ci piacevano quelle storie d’amore che finivano male, eravamo felici di aver potuto vivere per un’ora o due tra le braccia immaginarie delle donne più belle del mondo. Questo accadeva prima che la politica s’impadronisse della settima arte per fare propaganda a colpi di effetti speciali, con inseguimenti di macchine sui tetti di Istanbul o esplosioni nei mercati popolari di Kabul o Islamabad.
Abbandonati i sogni meravigliosi e il «glamour», si punta sul tema del «pianeta in pericolo». E questo pericolo oggi è l’Islam. Evidentemente, quello sfigurato da Al Qaeda, o esibito da terroristi e trafficanti di droga per giustificare la loro barbarie, come sta avvenendo anche in questo momento nel Nord del Mali. Nella celebre serie «Homeland » si assiste alla visita di un agente della Cia a Beirut. Una caricatura. Fin dall’aeroporto, nient’altro che donne velate di nero, come in un feudo dei Taliban. Si dà il caso che io sia nato a Beirut alla fine di ottobre, poco dopo l’assassinio di Wissam al Hassan. E ho avuto modo di constatare la modernità, il dinamismo di questa città che non ha perduto nulla della sua energia e delle sue speranze, dove le donne sono vestite come le europee; e se alcune portano il velo, non hanno nulla a che vedere con l’immagine diffusa dal serial americano.
Bene ha fatto il ministro del Turismo a denunciare il modo in cui «Homeland» descrive la capitale libanese. Ha certamente ragione, anche perché questo serial, celebrato e premiato con vari Oscar, è distribuito in tutto il mondo e sta appassionando centinaia di milioni di telespettatori. Ma una denuncia contro una produzione di così grande portata e potenza non basta certo a ricostituire un’immagine veritiera del mondo arabo.
Nell’immaginario americano, oggi l’Islam e il mondo arabo hanno preso il posto del comunismo. In passato si combatteva con ogni mezzo contro il pericolo comunista (tanto che tuttora il popolo cubano soffre nella propria carne per l’embargo economico imposto dall’America, che neppure un presidente come Obama ha osato ammorbidire, e men che meno abolire). Ai bambini si diceva che il diavolo veniva dai Paesi comunisti. Ma poiché ormai l’Unione Sovietica si è dissolta, il muro di Berlino è caduto e il comunismo è relegato in Cina e nella Corea del Nord, ci si è rivolti a un nuovo diavolo:
l’arabo, il musulmano.
Evidentemente, non mancano gli arabi e i musulmani che si impegnano notte e giorno per accreditare nel mondo intero quest’immagine odiosa e devastante, propagando un terrorismo atroce, le cui principali vittime sono gli stessi musulmani. Certo, dall’11 settembre 2001 è stato fatto di tutto per dirigere la lotta contro il mondo islamico e arabo. Al Qaeda è il migliore alleato di quell’America che ha reso tutti gli arabi sospetti, e vede in ogni musulmano un potenziale terrorista.
Chi, come me, viaggia parecchio nel mondo ha avuto occasione di constatare fino a che punto un nome arabo su un passaporto (il mio è francese) susciti diffidenza e sospetti. Nel 2003 mi è capitato di essere trattenuto per varie ore in un box dell’aeroporto di Newark, senza aver fatto nulla di strano o di illegale, e senza che nessuno mi abbia dato spiegazioni. Il mio crimine era quello di essere arabo. Casi del genere si verificano tutti i giorni, ai danni di centinaia di migliaia di viaggiatori.
Abbiamo una cattiva reputazione. Siamo percepiti come lo erano i comunisti ai tempi della guerra fredda.
In un recente film americano di grande successo, «Argo», con Ben Affleck che ne è anche il regista, si racconta come nel 1979 la Cia riuscì a far uscire dall’Iran sei funzionari dell’ambasciata americana che si erano rifugiati presso quella canadese: una vicenda realmente accaduta.
L’Iran vi è rappresentato nel modo più orrendo possibile. Può darsi che all’epoca i guardiani della rivoluzione fossero veramente individui fanatici e brutali. Ma ciò che questo film suggerisce allo spettatore in maniera molto efficace è l’immagine di un Islam selvaggio, sanguinario e violento. Mi ha ricordato un altro film: «Midnight Express», che tanto male aveva fatto a suo tempo alla Turchia.
Non provo alcuna simpatia per il regime iraniano e la sua rivoluzione. Ma il mio pensiero va a quella popolazione, già costretta a subire il regime degli ayatollah. Perché penalizzarla ancora rappresentandola in un modo che non corrisponde affatto alla realtà? Viviamo in un sistema privo di sfumature, che rifiuta la complessità: bianco o nero, vero o falso, buono o cattivo, il bene o il male.
Ogni cosa è vista attraverso un prisma che sacrifica la verità. Ma non lamentiamoci, non accusiamo gli americani se non ci rispettano. Sta a noi, agli arabi coscienti di questa situazione lottare all’interno delle nostre società, contro gli impostori, i falsificatori, i bugiardi, gli inquinatori che corrompono la nostra immagine e la nostra storia, sacrificando il futuro dei nostri figli. Fintanto che i nostri Paesi non saranno divenuti Stati di diritto, con istituzioni realmente democratiche e con una cultura della libertà, saremo sempre soggetti ai perturbatori che ci confinano nell’arretratezza, nel pauperismo, nel sottosviluppo intellettuale. C’è tanto da fare nei nostri Paesi per ristabilire un’immagine veritiera e rispettata della nostra identità, della nostra religione e del nostro essere. Ma finché continuerà l’ingerenza della religione nella politica, finché regnerà la confusione tra la ragione e la fede, offriremo agli americani, e agli occidentali in genere, le migliori occasioni possibili per rappresentarci come caricature, o come marionette.

Ben Jelloun



1 commento:

  1. Sono stato in Libano per lavoro comw militare dei caschi blu. Non posso che confermare la veridicità dell'articolo. A Beirut ho visto uomini e donne vestiti in modi diversi: dall'occidentale classico, al punk ed anche alla moda "araba" ma raramente ho visto donne con il nijab e men che mai con il burka.

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