lunedì 11 febbraio 2013

TUNISIA

Scontri e caos in Tunisia, ucciso il leader dell'opposizione

Alta tensione in Tunisia dove stamane Chokri Belaid, leader del partito di opposizione dei patrioti democratici, movimento che fa parte della coalizione anti-islamista "Fronte Popolare", e' stato freddato a Tunisi con quattro colpi di proiettile che lo hanno colpito alla testa e al collo. La notizia ha provocato l'immediata reazione della folla che si e' riversata in avenue Bourghiba, nei pressi del ministero dell'Interno, per protestare e chiedere le dimissioni del premier Hamadi Jebali. I manifestanti si sono affollati anche nelle strade di Sidi Bouzid, dove nel dicembre del 2010 l'ambulante disoccupato Mohamed Bouazizi si diede fuoco dando inizio alle proteste del mondo arabo. La polizia, per disperdere la folla, ha iniziato a lanciare gas lacrimogeni, mentre quattro partiti dell'opposizione hanno deciso di uscire dall'Assemblea legislativa. "Continueremo a combattere i nemici della rivoluzione" ha detto il presidente tunisino Moncef Marzouki a Strasburgo per partecipare alla sessione plenaria del Parlamento europeo. Marzouki e' immediatamente rientrato a Tunisi e ha anche annullato il suo viaggio di domani al Cairo per partecipare al Vertice della cooperazione islamica.

La situazione politica e' comunque diventata incandescente nel Paese e le accuse dell'opposizione ora vanno soprattutto in direzione del partito al governo, Ennahda, eletto subito dopo le rivolte nel 2011. Gli assassini di Chokri Belaid "vogliono un bagno di sangue" in Tunisia "ma non ci riusciranno" si e' difeso il leader del partito di maggioranza, Rached Ghannouci, accusato dalla famiglia di Belaid di essere il mandante dell'omicidio. A modificare il tiro delle accuse ci ha pensato anche il premier tunisino Hamadi Jebali che ha definito l'attentato "un atto di terrorismo". "L'uccisione di Belaid - ha detto il premier - e' un assassinio politico della rivoluzione tunisina: uccidendolo hanno voluto mettere a tacere la sua voce". Chokri Belaid era uno dei principali esponenti delle forze laiche tunisine che si oppongono al governo di Ennahda. La notizia della morte di Belaid era stata data proprio da suo fratello Abdelmajid e dalla moglie che aveva ricordato che proprio sabato scorso Chokri aveva accusato "mercenari" al soldo di Ennahda di aver attaccato una riunione del suo partito. La morte di Belaid ha avuto eco anche a livello internazionale. Il presidente francese, Francois Hollande ha condannato la morte "di una delle voci piu' coraggiose e libere" della Tunisia.

Il premier tunisino e segretario generale di Ennahda, Hamadi al Jebali, formera' un nuovo governo tecnico entro 24 ore. I ministri di questo governo non si presenteranno alle prossime elezioni. Lo ha riferito al Jazira. Al Jebali pronuncera' alle 20 un messaggio alla nazione.


“Riprendiamoci la Rivoluzione” la Tunisia in rivolta dopo il delitto

TUNISI — Passano correndo decine di ragazzi giovanissimi, inseguiti da schiere di agenti della sicurezza con caschi e divise nere a bordo di rombanti motociclette, passa una lunga fila di camionette della polizia pronte a mettere dentro quelli che possono acchiappare. Davanti al ministero dell’Interno due agenti sono riusciti ad afferrare un ragazzo attraverso un buco nel filo spinato e tirandolo per il maglione l’hanno trascinato senza una scarpa dentro il ministero. Anche ieri come mercoledì l’avenue Bourghiba nel cuore di Tunisi è stata al centro degli scontri. Gruppi di agenti in tenuta d’assalto aspettavano i dimostranti agli angoli dei vicoli, sparando lacrimogeni che per fortuna il vento, che si è levato in giornata dopo una mattina di pioggia, disperdeva. I ragazzi rispondevano con qualche sassata. Ma è solo un assaggio. La giornata cruciale sarà oggi, quando centinaia di migliaia di persone sono attese ai funerali di Chokri Belaid. La salma sarà accompagnata al cimitero di Djellaz dalla casa paterna nel quartiere di Jebel Jeloud. Lo choc nel paese è stato grande.
«Morti ce ne sono già stati. Persone picchiate in carcere, attaccate per strada. Ma questo è il primo omicidio politico organizzato e preparato a sangue freddo» dice un professore di scienze politiche all’Università di Tunisi, Hamadi Redissi: «Segnerà una svolta che può sconvolgere lo scacchiere politico». I sindacati hanno indetto per oggi uno sciopero generale, anche questo un novum per la Tunisia. In alcune università lo sciopero è già iniziato e giudici e avvocati già da ieri non lavorano. «Chi ha fatto la rivoluzione oggi non è più politicamente rappresentato. Chokri denunciava la violenza sempre più dilagante. Ennahda dice di essere contro la violenza, ma protegge i Comitati per la salvaguardia della rivoluzione di cui tutti i partiti, anche quelli della coalizione di governo, hanno chiesto lo scioglimento. E ha un occhio di estremo riguardo per i salafisti, che hanno goduto finora di un’assoluta impunità ».
Il ministero dell’Interno ha reso noto che un poliziotto è morto negli scontri di mercoledì e che l’autista di Chokri Belaid è sotto torchio, interrogato per diverse ore, ha detto un portavoce. Qualcuno l’aveva visto da una finestra parlare con uno degli attentatori prima che Belaid uscisse di casa. O forse ne fanno un capro espiatorio, dice
una vicina di casa della famiglia Belaid che è venuta a dargli l’ultimo saluto, visto che invece degli attentatori invece non c’è traccia.
Noura è una giovane donna che avevo conosciuto durante la manifestazione per i diritti delle donne nell’agosto scorso. Viene dalla provincia, da Gafsa, una famiglia di contadini con sei figli. Già da studentessa si era fatta conoscere, per la sua resistenza. «Le camere della casa dello studente - spiega - venivano date solo a chi pagava una tangente, era il 2004, io ho deciso di occupare la casa dello studente per quindici giorni. Fu il mio avvio alla politica». Più tardi creò un comitato dei diplomati disoccupati, ne nacquero altri e furono una delle punte di lancia della rivoluzione. Più volte era stata arrestata. Ha ancora speranza? «Nulla è cambiato. Arbitrio e tortura ci sono sempre. La polizia non è cambiata.. ». Ma Noura ha ancora speranza: «Fermeremo gli estremisti. Le donne tunisine non accetteranno mai di vivere come in Afghanistan». «Abbiamo fatto la rivoluzione e oggi ci dobbiamo chiedere: a che scopo? », mi dice uno studente che fa il tassista. Tutti sperano in un governo di unità nazionale, che sciolga i Comitati e metta finalmente ai posti di governo gente competente, che faccia decollare l’economia, la situazione oggi è ancora peggio
che ai tempi di Ben Ali. «La proposta del primo ministro Jebali, anche se subito respinta da Ennahda, potrebbe essere una via d’uscita», mi dice Redissi. «Jebali è un ennahdista moderato, un realista. Il clan di Gannouchi l’ha subito respinta, sono contro qualsiasi concessione. Ma ormai hanno perduto qualsiasi credibilità, qualsiasi virtù morale in cui la gente aveva potuto credere. Alle elezioni ebbero il 35 per cento, oggi l’80 per cento della popolazione è contro di loro. Per questo è stato ucciso Chokri: perché trovava sempre più consensi proprio in quell’elettorato che aveva votato Ennahda fidandosi delle loro promesse: lavoro, un po’ di benessere economico e tolleranza religiosa».

Vanna Vannuccini



Tunisia, marea umana
ai funerali di Belaid

Sciopero generale, voli cancellati
E riesplode la violenza nel Paese

Tunisi, 8 febbraio 2013  - E’ stato sepolto al cimitero di El-Jellaz a Tunisi Chokri Belaid, il leader dell’opposizione laica tunisina assassinato mercoledì scorso. Un’autentica marea umana ha accompagnato le spoglie e ha assistito alle esequie mentre tutto il Paese nordafricano si fermava per lo sciopero generale. Secondo fonti giornalistiche tunisine, riportate da Arabiya e Al Jazira, addirittura un milione e 400mila persone avrebbe partecipato al rito funebre. Nonostante il forte evnto e la pioggia battente, la folla ha accompagnato il feretro avvolto nella bandiera rossa tunisina e ricoperto di fiori nei tre chilometri e mezzo di tragitto dal centro culturale di Djebel Jelloud, su cui erano stati disegnati i grandi baffi neri simbolo del leader del Movimento dei patrioti democratici, fino al cimitero. Scaramucce e scontri si sono registrati lungo il percorso del corteo funebre, con la polizia che ha usato i gas lacrimogeni per disperdere la folla. Ovunque c’erano centinaia, migliaia di bandiere, ma solo della Tunisia. Mentre la salma veniva inumata, migliaia di persone hanno gridato ‘Allah è grande’, prima di cantare l’inno nazionale tunisino e recitare il primo versetto del Corano.
Le esequie hanno assunto a tratti il tono di una manifestazione contro il partito islamista al governo, Ennahda, accusato di essere il mandante dell’assassinio. Tra i partecipanti, numerosi esponenti politici (ma nessuno - secondo al-Arabiya - degli uomini di spicco di Ennahda) e la vedova di Belaid, Besma, che ha innalzato le due dita in segno di vittoria quando, a più riprese, si è levato dai dimostranti il grido: "Il popolo vuole un’altra rivoluzione". La figlia di otto anni di Belaid è anche svenuta per qualche attimo per l’emozione.
Tunisi ha vissuto una giornata surreale, con quasi tutte le attività bloccate dallo sciopero generale proclamato dal principale sindacato, l’Unione Generale dei Lavoratori Tunisini (Ugtt). Il Paese è rimasto virtualmente isolato: l’aeroporto di Tunisi-Cartagine ha reso nota la cancellazione per l’intera giornata di tutti i voli in arrivo e in partenza dallo scalo, sia interni sia internazionali. La violenza è però nel frattempo già riesplosa a Gafsa, nella Tunisia centrale: giovani dimostranti hanno aggredito un poliziotto, che è stato trascinato a forza fuori dalla sua auto e picchiato selvaggiamente: adesso è in stato di coma. Gli assalitori hanno anche appiccato il fuoco a un commissariato e hanno messo in fuga le forze di sicurezza.




EGITTO

Egitto e Iran lontani dal ’79. Sfida agli Usa e all’Arabia Saudita

UN’ACCOGLIENZA  così calorosa all’estero Mahmud Ahmadinejad non l’aveva avuta da
tempo.  Il presidente  egiziano Morsi ha atteso il collega iraniano ai piedi  dell’aereo e lo ha
accolto con un robusto abbraccio  e baci sulle  guance. Un momento storico. Dal 1979 nessun
presidente iraniano era  andato  in visita ufficiale al Cairo. A Teheran erano andati al potere i
religiosi sciiti, nemici degli Stati Uniti. L’Egitto era il più grande  paese sunnita e stretto alleato
degli  Stati Uniti. Offrì asilo al  deposto scià Pahlevi e concluse la pace con Israele. Due mondi.
Teheran e  il Cairo ruppero i rapporti diplomatici.
Oggi tutto dovrebbe  cambiare, la visita di Ahmadinejad è vista come  l’inizio di una nuova
amicizia. Dopo la caduta di Mubarak, l’Iran ha lanciato ripetute avance.  Ha salutato  la
primavera araba come erede dalla rivoluzione iraniana.  In settembre Morsi aveva proposto,  in
cambio di una diversa politica   iraniana verso la Siria, la ripresa  dei rapporti diplomatici. La
politica estera è il solo campo dove è riuscito a mantenere un certo  profilo  e un’intesa con
l’Iran può fargli  segnare dei punti. Il  presidente egiziano vuole distanziarsi dalla politica estera
di Mubarak e  dimostrare  di non farsi dettare la politica  da Washington. La visita  viene seguita
con attenzione dai Paesi del Golfo, primi fra tutti  l’Arabia Saudita, fermamente opposta al
tentativo dello Stato sciita di  conquistare  un primato nella regione. Il ministro degli Esteri
egiziano  Amr Kamel ha detto che «dei rapporti  dell’Egitto con l’Iran non  faranno  mai le spese
le nazioni del Golfo, la cui sicurezza è  direttamente  legata a quella egiziana». Dagli aiuti
finanziari dei  paesi del Golfo l’Egitto dipende in modo sostanziale  per affrontare una  crisi
economica sempre più grave. Anche  all’interno le reazioni non  sono  state tutte positive. I
salafiti di Al Nour, il partito alleato di  Morsi, hanno invitato il presidente a non dimenticare che il
ruolo  dell’Egitto  è proteggere i sunniti. E il grande sceicco Ahmed El  Tayyeb dell’Università
Al-Azhar, la massima  autorità teologica  dell’Islam sunnita, ha avuto parole ferme contro «le
ingerenze iraniane  nel mondo sunnita», in particolare nel Bahrain, la piccola monarchia
sunnita dove la minoranza sciita ha dato il via a numerose proteste, o  contro i «tentativi di
diffondere la fede sciita in Egitto  ».
Ahmadinejad  era arrivato allo storico appuntamento con El Tayyeb facendo il segno  “v” di
vittoria.  Anche lui deve fare i conti a Teheran con una lotta di  potere sempre più dura.
Sebbene non possa ricandidarsi alle elezioni in  giugno, Ahmadinejad vorrebbe continuare a
contare nel Paese,  mandando alla presidenza uomini  a lui vicini. Il suo più forte  antagonista è
Ali Larijiani, presidente  del Parlamento, con cui ha  avuto un aspro scambio verbale prima di
partire per il Cairo.
Nonostante l’abbraccio, ciò che divide i due presidenti è più di quello che li unisce. Sulla Siria,
che  sarà oggi al centro della conferenza  della Cooperazione islamica,   Morsi e Ahmadinejad
hanno posizioni distanti. Nella bozza del documento  finale della Conferenza  si addossa al
regime tutta la responsabilità   delle violenze e si chiede a Assad di avviare un dialogo  serio
con  l’opposizione.


TURCHIA

Ankara, kamikaze all’ambasciata Usa

In una Turchia sempre più divisa fra Oriente e Occidente mancava solo il ritorno del terrorismo comunista di marca anti-Nato e anti-americana. Ieri mattina un kamikaze si è fatto esplodere presso un ingresso laterale dell’ambasciata Usa ad Ankara, precipitando la capitale nel ricordo degli Anni Settanta, quando la minaccia eversiva di estrema sinistra veniva arginata a suon di interventi dei militari nella vita civile dello Stato e il Paese viveva in una condizione di coprifuoco permanente. Un atto di violenza consumato in uno dei luoghi da sempre ritenuti più sicuri.

L’attentatore, Ecevit Sanli, 30 anni di cui tre passati in galera per altre azioni terroristiche, è un membro del Dhkp/c, il Fronte per la liberazione del popolo rivoluzionario che fa dell’odio verso l’Occidente, gli Stati Uniti e la Nato il suo cardine ma rimane lontano da posizioni islamiche. Fa parte dei quella «terza Turchia» di marca comunista e socialista, con legami più o meno forti, a tratti inesistenti, con gli ambienti eversivi, che i militari riuscirono a cancellare quasi completamente durante i golpe del 1960, 1971 e 1980 e che non si è mai riconosciuta né negli ambienti conservatori, né nei movimenti nazionalisti.

Ecevit è arrivato davanti alla porta della sezione visti convinto che avrebbe fatto una strage. La porta numero due dell’Ambasciata americana infatti è compresa fra la signorile Paris Caddesi e Simsek Sokak. L’accesso in macchina è controllato 24 ore su 24 e chi non è munito dell’apposito contrassegno non può circolare, il posteggio è consentito solo in alcune aree. La zona è disseminata di telecamere. Ma questo non contrasta con la vivacità del luogo, alle spalle dell’Ataturk Bulvari, una delle strade più trafficate della capitale dove si trovano altre rappresentanze diplomatiche, fra cui quella italiana, e di fronte a palazzi dove vive l’Ankara bene, che, fino a ieri, sembravano quasi trarre giovamento dalla sicurezza e tranquillità dall’avere vicini di casa come diplomatici tedeschi o americani.

Paris Caddesi è sempre affollata da studenti e persone che si recano allo sportello visti dell’Ambasciata. Ieri invece, intorno alle 13, le 12 ora italiana, per puro miracolo, non c’era nessuno ed Ecevit si è trovato faccia a faccia con la guardia di sicurezza, che sarebbe poi diventata la sua vittima, nel giro di pochi minuti.

Il giovane ha azionato l’esplosivo che trasportava poco prima di passare dal metal detector. Per Mustafa Akarsu, 36 anni, non c’è stato niente da fare. Il gabbiotto in muratura con vetri anti-proiettili è stato gravemente danneggiato dall’esplosione. I segni della deflagrazione erano ampiamente visibili a cinquanta metri dal luogo dello scoppio, con danni agli edifici circostanti e decine di persone ferite. Fra i più gravi c’è Didem Tuncay, giornalista dell’emittente «Ntv» che adesso lotta fra la vita e la morte.

Nel pomeriggio il nuovo ministro dell’Interno, Muammar Guler, ha dato la notizia che in pochi si aspettavano, ossia che gli autori del gesto non erano né i separatisti curdi del Pkk, né Al Qaeda, ma minacce provenienti dal passato con un’accresciuta capacità di colpire. Washington parla di «atto terroristico», pur riconoscendo di non sapere «il motivo di questo gesto». Il premier islamicomoderato Erdogan ha chiamato all’unità nazionale per combattere il terrorismo, ma l’attacco arriva a pochi giorni dalla visita del nuovo Segretario di Stato americano, John Kerry, per parlare della crisi siriana e il premier adesso si trova ad avere qualcosa in comune con i militari, con cui non è mai stato in sintonia. C’è una parte di Turchia che l’alleanza con gli Usa non la vuole. Che il Paese sia guidato da laici o islamici sembra quasi un particolare.

ISRAELE

La scelta d'Israele
TEL AVIV Non uscirà primo ministro dalle urne, domani sera, ma Naftali Bennett è stato il protagonista della campagna elettorale appena conclusa. La conferma di Benjamin Netanyahu come capo del governo è annunciata con troppa insistenza per dubitarne, anche se non sono mancate le sorprese nei precedenti diciotto voti legislativi dalla nascita dello Stato di Israele. Dunque la destra nel suo insieme dovrebbe conservare fra poche ore la maggioranza dei centoventi seggi della Knesset, il Parlamento. E ci si chiede se non sarà lui, Naftali Bennett, a darle un'impronta più intransigente, più severa rispetto al bloccato processo di pace con i palestinesi, più integralista sul piano religioso e più ferma nell'aspirare al Grande Israele. Egli è emerso negli ultimi mesi come il leader di un'estrema destra ricca di avvenire politico. Direi post moderna, se è possibile azzardare la formula. Si pensa che Naftali Bennett sottrarrà un sostanziale numero di elettori a Benjamin Netanyahu, al punto da ridimensionarne la vittoria personale, e creare una certa frustrazione nel suo partito, il Likud, imparentato per l'occasione con quello dell'ex ministro degli esteri, Avigdor Liberman, forte nella comunità russa, ultra nazionalista.
(segue dalla copertina) TEL AVIV Èsenz'altro singolare il profilo di Naftali Bennett, il nuovo eroe estremista, fondatore di Habayit Hayehudi, il Focolare ebraico, terzo partito nazionale nei sondaggi. È anzitutto rivelatore dell'attuale tendenza della società. Quindi merita un'attenzione particolare. Pochi elementi nella sua biografia o dettagli nel suo aspetto, e scarsi toni nel suo linguaggio, pesante nei significati ma non troppo nello stile, rispecchiano quelli tradizionali di un capo religioso prigioniero di dogmi, comunque di certezze. È ovviamente ben lontano dall'immagine degli haredim, con le trecce e gli abiti e i grandi cappelli neri. Loro sono immersi in una religiosità totale.
Lui è ben piantato nella realtà. È un quarantenne sbarbato, avviato alla calvizie, vestito con trasandata semplicità, come i giovani che gremiscono la Dizengoff, un venerdì pomeriggio, un'ora prima dell'inizio del sabbath, e sulla grande strada della metropoli non sembrano preoccupati per l'imminente rituale riposo. Al contrario appaiono in preda a un'indifferenza laica.
«Naftali?», dice l'amico che mi accompagna, chiamando per nome, come usa in Israele, un uomo politico che non conosce di persona, e che in questo caso detesta. «Naftali è l'estrema destra high tech». Scherza naturalmente. Ma c'è del vero in quel che dice. Siamo seduti al tavolo di un caffè all'aperto, confortati da un sole da tarda primavera mediterranea, in mezzoa edifici più di vetro che di cemento. Dai marciapiedi trabocca una folla più cosmopolita di quella di Manhattan e dei parigini Campi Elisi. Gli abitanti ebrei non nati in Israele provengono da più di cento paesi diversi: e penso che sulla Dizengoff, nel venerdi pomeriggio, ne scorra un ampio campionario. Le macchie color carbone, che si muovono a scatti, sempre di fretta, nevrotiche, mi riferisco agli ortodossi vestiti di scuro, incrociano ragazze in blujeans, spesso tatuate sulle braccia nude abbronzate; giovani con la kippah di varie dimensioni e di foggia ben distinta, secondo il grado di religiosità, sono confusi tra coetanei senza segni particolari nell'abbigliamento e quindi in apparenza laici; e non mancano gli africani, etiopi che il mio amico sa precisare se ebrei o non ebrei. Lo spettacolo non è certo banale. Non credo ci sia nel Mediterraneo una città più dinamica e variegata di Tel Aviv.
Naftali Bennett rappresenta l'estrema destra high tech perché lui stesso è un esperto di quell'industria sofisticata, orgoglio di Israele. Con una company internet security, la Sayota, ha fatto fortuna. Quando ha cambiato attività l'ha venduta per centoquarantacinque milioni di dollari.
Dopo la Silicon Valley, Israele ha la più alta concentrazione al mondo di high tech, e chi ha contribuito a crearla ne trae prestigio. Naftali Bennett sa rivolgersia una società giovane (età media ventotto anni), con un discorso religioso ma non bigotto, e con proposte politiche espresse con apparente asciutta razionalità.
Nonostante il loro estremismo.
Egli dice: niente processo di pace con i palestinesi, estensione delle colonie nella Cisgiordania occupata, e soltanto qualche città autonoma per i palestinesi, sotto il controllo della sicurezza israeliana. Al tempo stesso predica un dialogo con i laici. La sua più stretta collaboratrice nel partito è una giovane bella donna, Ayelet Shaked, che si dichiara appunto laica. La famiglia Bennett, polacca di origine, viene dagli Stati Uniti, dove era contro la guerra in Viet Nam, e alcuni suoi membri avevano idee di sinistra, maturate a Berkeley. In Israele c'è stata la svolta. Naftali Bennett è stato anche ufficiale in unità speciali, distinguendosi in varie operazioni.
Questo suo passato gli consente di esortare senza troppi guai alla disubbidienza i militari nel caso fosse ordinato di demolire le colonie israeliane nei territori occupati. Lui è stato per anni il responsabile dello Yesha Council, l'associazione dei coloni. Dei quali è uno strenuo difensore. La condotta esemplare come ufficiale e l'aperta difesa dei coloni accentuano la sua influenza in due settori forti della società più conservatrice: i quadri subalterni dell'esercito (non gli alti gradi, che sanno essere critici con il potere politico) e gli abitanti degli insediamenti nei territori occupati, dai quali tenenti e capitani provengono. Un tempo gli ufficiali venivano dai kibbutz, allora roccaforti dell'Israele laburista.
A dargli ulteriore credito è l'esperienza accanto a Benjamin Netanyahu, del quale è stato uno stretto collaboratore, e del quale è adesso un insidioso concorrente. E domani, probabilmente, un suo ministro. Con la speranza di sostituirlo un giorno come capo del governo. Sara, l'attenta e invadente moglie di Netanyahu, ha avvertito presto, e quindi diffidato, della forte ambizione di Naftali Bennett. Il dissenso tra Sara e Naftali, e la troppo bella Ayelet, ha alimentato i gossip a Tel Aviv e a Gerusalemme. Al contrario di quel che mi aspettavo il problema palestinese e l'irraggiungibile accordo di pace non hanno dominato la campagna elettorale. Le parole "palestinese" e "pace" non sono state quasi mai pronunciate. Eppure un paio di mesi fa si combattevae si morivaa Gaza.E la Palestina dell'Olp, quella di Cisgiordania, occupata dagli israeliani,è stata riconosciuta da un voto plebiscitario come un Stato osservatore dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite. È stata una sconfitta diplomatica per Israele, ed anche un segno del suo isolamento. Eppure non se ne è quasi parlato. Netanyahu ha reagito, ma non troppo, alle critiche di Barack Obama per i nuovi insediamenti decisi come una provocazione subito dopo il voto dell'Assemblea generale. Questo non significa che i problemi non siano sentiti,e non siano destinati a pesare sul voto di domani. Il successo attribuito all'estrema destra high tech di Naftali Bennett è un chiaro sintomo. Sui manifesti, sotto il ritratto di Netanyahu con un piglio severo, c'è scritto: «Un uomo forte per un paese forte». Non c'è bisogno d'altro. Sono parole che rassicurano. La paura è invisibile, dice Manuela Dviri, che ha avuto un figlio soldato ucciso in Libano. Lei è una donna coraggiosa. Si prodiga per far curare i giovani palestinesi ammalati,è favorevolea uno Stato palestinese e contraria alla costruzione di nuove colonie. La paura? Lei dice che non la vedi e non la senti perché ci si vergogna di provarla. Ma c'è ed è robusta. È la paura di ogni cambiamento: dei palestinesi e di ciò che il governo potrebbe fare ai palestinesi; degli iraniani e di ciò che il governo progetta contro gli iraniani; dell'isolamento e al tempo stesso della tendenza all'isolamento; di Hamas e degli Hezbollah; di quel che sta succedendo in Siria, di quel che è accaduto in Egitto e di quel che può accadere nel resto del mondo arabo; ed anche della Turchia adesso ostile; oltre che delle critiche dell'alleato americano. È partendo dalla paura, sfruttandola, coltivandola che il governo di Netanyahu, e l'estrema destra vincono le elezioni. È una paura ben nascosta perché stando al tasso di felicità calcolato dall'Onu nei paesi membri, Israele è al quattordicesimo posto, mentre ad esempio l'Italia è al ventottesimo. Prendo spunto da uno scritto di Peter Beinart per avviare un discorso chiave. Secondo il professore di scienze politiche alla City University di New York, appartenente alla vasta e frammentata comunità ebraica americana, a Ovest della Linea verde, cioè della frontiera precedente alla guerra del 1967, Israele è una democrazia imperfetta ma autentica, mentre a Est, nella Cisgiordania occupata, è un'"etnocrazia". E per etnocrazia Beinart, ex redattore capo di New Republic, una rivista di sinistra, intende un luogo in cui gli israeliani, ossia i coloni, usufruiscono dei diritti di chi ha una cittadinanza, diritti negati ai palestinesi. Questa situazione logora la democrazia israeliana e alimenta le tendenze ultranazionaliste e razziste. È come un veleno che insidia la società, che la ferisce in profondità ma i cui effetti non sono esibiti. Sono nascosti. Le idee di Peter Beinart, autore di "Crisi del sionismo", hanno suscitato numerose reazioni. Jonathan Rosen, sul New York Times, ha riconosciuto che è degradante, faticoso e pericoloso per lo Stato ebraico trascurare la vita di milioni di palestinesi senza Stato, ma ha accusato Beinart di manicheismo semplicistico. Il problema è assai più complesso. Perché è tanto complesso i partiti impegnati nella campagna elettorale non l'hanno quasi affrontato? Qualche eccezione, e di grande rilievo, in verità c'è stato. Shimon Peres, il presidente della Repubblica, grande figura del vecchio partito laburista, ha dichiarato apertamente, in pieno clima elettorale, la necessità, anzi l'obbligo di avviare un dialogo costruttivo con Abu Mazen, per arrivare alla creazione di uno Stato palestinese. Anche la maggioranza degli israeliani accetta la soluzione di due Stati, ma poi aggiunge che non si fida degli interlocutori palestinesi. È come se riconoscesse che la morte esiste, è inevitabile, senza ovviamente desiderare che arrivi.
Persino la dinamica, intelligente Shelly Yechimovich ha quasi schivato l'argomento. È la leader del Labour in declino e per rianimarlo ha puntato sull'economia con un certo successo, poiché il partito dovrebbe essere il secondo per numero di deputati nella prossima legislatura. La situazione non va troppo male rispetto all'Europa: la disoccupazione è al 7 per cento e la crescita oscilla tra il 2-3 per cento. Ma le sperequazioni nei redditi sono fortissime, e hanno provocato nel 2011 grandi manifestazioni di protesta. Shelly Yechimovich ha cercato di recuperare i giovani israeliani che le hanno promosse, ignorando quasi la questione palestinese. Ad affrontarla con decisione è stata Zahava Gat-On, leader di Meretz, il partito goscista, e la centrista Tzipi Livni, ex ministro degli esteri, che ha creato un suo partito (Hatnuah). Le donne sono state più audaci.

Bernardo Valli


L’ombra della destra hi-tech sul voto in Israele
TEL AVIV - Non uscirà primo ministro dalle urne, domani sera, ma Naftali Bennett è stato il protagonista della campagna elettorale appena conclusa. La conferma di Benjamin Netanyahu come capo del governo è annunciata con troppa insistenza per dubitarne, anche se non sono mancate le sorprese nei precedenti diciotto voti legislativi dalla nascita dello Stato di Israele. Dunque la destra nel suo insieme dovrebbe conservare fra poche ore la maggioranza dei centoventi seggi della Knesset, il Parlamento.
E ci si chiede se non sarà lui, Naftali Bennett, a darle un'impronta più intransigente, più severa rispetto al bloccato processo di pace con i palestinesi, più integralista sul piano religioso e più ferma nell'aspirare al Grande Israele. 
Egli è emerso negli ultimi mesi come il leader di un'estrema destra ricca di avvenire politico. Direi post moderna, se è possibile azzardare la formula. Si pensa che Naftali Bennett sottrarrà un sostanziale numero di elettori a Benjamin Netanyahu, al punto da ridimensionarne la vittoria personale, e creare una certa frustrazione nel suo partito, il Likud, imparentato per l'occasione con quello dell'ex ministro degli esteri, Avigdor Liberman, forte nella comunità russa, ultra nazionalista.
È senz'altro singolare il profilo di Naftali Bennett, il nuovo eroe estremista, fondatore di Habayit Hayehudi, il Focolare ebraico, terzo partito nazionale nei sondaggi. È anzitutto rivelatore dell'attuale tendenza della società. Quindi merita un'attenzione particolare. Pochi elementi nella sua biografia o dettagli nel suo aspetto, e scarsi toni nel suo linguaggio, pesante nei significati ma non troppo nello stile, rispecchiano quelli tradizionali di un capo religioso prigioniero di dogmi, comunque di certezze.
È ovviamente ben lontano dall'immagine degli haredim, con le trecce e gli abiti e i grandi cappelli neri. Loro sono immersi in una religiosità totale. Lui è ben piantato nella realtà. È un quarantenne sbarbato, avviato alla calvizie, vestito con trasandata semplicità, come i giovani che gremiscono la Dizengoff, un venerdì pomeriggio, un'ora prima dell'inizio del sabbath, e sulla grande strada della metropoli non sembrano preoccupati per l'imminente rituale riposo. 
Al contrario appaiono in preda a un'indifferenza laica. "Naftali?", dice l'amico che mi accompagna, chiamando per nome, come usa in Israele, un uomo politico che non conosce di persona, e che in questo caso detesta. "Naftali è l'estrema destra high tech". Scherza naturalmente. Ma c'è del vero in quel che dice. Siamo seduti al tavolo di un caffè all'aperto, confortati da un sole da tarda primavera mediterranea, in mezzo a edifici più di vetro che di cemento. 
Dai marciapiedi trabocca una folla più cosmopolita di quella di Manhattan e dei parigini Campi Elisi. Gli abitanti ebrei non nati in Israele provengono da più di cento paesi diversi: e penso che sulla Dizengoff, nel venerdi pomeriggio, ne scorra un ampio campionario. Le macchie color carbone, che si muovono a scatti, sempre di fretta, nevrotiche, mi riferisco agli ortodossi vestiti di scuro, incrociano ragazze in blujeans, spesso tatuate sulle braccia nude abbronzate; giovani con la kippah di varie dimensioni e di foggia ben distinta, secondo il grado di religiosità, sono confusi tra coetanei senza segni particolari nell'abbigliamento e quindi in apparenza laici; e non mancano gli africani, etiopi che il mio amico sa precisare se ebrei o non ebrei. 
Lo spettacolo non è certo banale. Non credo ci sia nel Mediterraneo una città più dinamica e variegata di Tel Aviv. Israele va alle urne domani. Il protagonista della campagna elettorale è Naftali Bennett leader dell'ala radicale dei conservatori laici Ex ufficiale, ha fatto fortuna con Internet e ora vola nei sondaggi con proposte asciutte ed estreme: niente processo di pace, estensione delle colonie, solo qualche città autonoma ai palestinesi ma sotto rigidi controlli di sicurezza Una ricetta che sta conquistando un Paese che vuole nascondere le sue paure Naftali Bennett rappresenta l'estrema destra high tech perché lui stesso è un esperto di quell'industria sofisticata, orgoglio di Israele. 
Con una company internet security, la Sayota, ha fatto fortuna. Quando ha cambiato attività l'ha venduta per centoquarantacinque milioni di dollari. Dopo la Silicon Valley, Israele ha la più alta concentrazione al mondo di high tech, e chi ha contribuito a crearla ne trae prestigio. Naftali Bennett sa rivolgersi a una società giovane (età media ventotto anni), con un discorso religioso ma non bigotto, e con proposte politiche espresse con apparente asciutta razionalità. Nonostante il loro estremismo. Egli dice: niente processo di pace con i palestinesi, estensione delle colonie nella Cisgiordania occupata, e soltanto qualche città autonoma per i palestinesi, sotto il controllo della sicurezza israeliana. Al tempo stesso predica un dialogo con i laici. 
La sua più stretta collaboratrice nel partito è una giovane bella donna, Ayelet Shaked, che si dichiara appunto laica. La famiglia Bennett, polacca di origine, viene dagli Stati Uniti, dove era contro la guerra in Viet Nam, e alcuni suoi membri avevano idee di sinistra, maturate a Berkeley. In Israele c'è stata la svolta. Naftali Bennett è stato anche ufficiale in unità speciali, distinguendosi in varie operazioni. Questo suo passato gli consente di esortare senza troppi guai alla disubbidienza i militari nel caso fosse ordinato di demolire le colonie israeliane nei territori occupati. 
Lui è stato per anni il responsabile dello Yesha Council, l'associazione dei coloni. Dei quali è uno strenuo difensore. La condotta esemplare come ufficiale e l'aperta difesa dei coloni accentuano la sua influenza in due settori forti della società più conservatrice: i quadri subalterni dell'esercito (non gli alti gradi, che sanno essere critici con il potere politico) e gli abitanti degli insediamenti nei territori occupati, dai quali tenenti e capitani provengono. Un tempo gli ufficiali venivano dai kibbutz, allora roccaforti dell'Israele laburista. 
A dargli ulteriore credito è l'esperienza accanto a Benjamin Netanyahu, del quale è stato uno  stretto collaboratore, e del quale è adesso un insidioso concorrente. E domani, probabilmente, un suo ministro. Con la speranza di sostituirlo un giorno come capo del governo. Sara, l'attenta e invadente moglie di Netanyahu, ha avvertito presto, e quindi diffidato, della forte ambizione di Naftali Bennett.
Il dissenso tra Sara e Naftali, e la troppo bella Ayelet, ha alimentato i gossip a Tel Aviv e a Gerusalemme. Al contrario di quel che mi aspettavo il problema palestinese e l'irraggiungibile accordo di pace non hanno dominato la campagna elettorale. Le parole "palestinese" e "pace" non sono state quasi mai pronunciate. Eppure un paio di mesi fa si combatteva e si moriva a Gaza. E la Palestina dell'Olp, quella di Cisgiordania, occupata dagli israeliani, è stata riconosciuta da un voto plebiscitario come un Stato osservatore dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite. 
È stata una sconfitta diplomatica per Israele, ed anche un segno del suo isolamento. Eppure non se ne è quasi parlato. Netanyahu ha reagito, ma non troppo, alle critiche di Barack Obama per i nuovi insediamenti decisi come una provocazione subito dopo il voto dell'Assemblea generale. Questo non significa che i problemi non siano sentiti, e non siano destinati a pesare sul voto di domani. Il successo attribuito all'estrema destra high tech di Naftali Bennett è un chiaro sintomo. Sui manifesti, sotto il ritratto di Netanyahu con un piglio severo, c'è scritto: "Un uomo forte per un paese forte". Non c'è bisogno d'altro. Sono parole che rassicurano. La paura è invisibile, dice Manuela Dviri, che ha avuto un figlio soldato ucciso in Libano. Lei è una donna coraggiosa. 
Si prodiga per far curare i giovani palestinesi ammalati, è favorevole a uno Stato palestinese e contraria alla costruzione di nuove colonie. La paura? Lei dice che non la vedi e non la senti perché ci si vergogna di provarla. Ma c'è ed è robusta. È la paura di ogni cambiamento: dei palestinesi e di ciò che il governo potrebbe fare ai palestinesi; degli iraniani e di ciò che il governo progetta contro gli iraniani; dell'isolamento e al tempo stesso della tendenza all'isolamento; di Hamas e degli Hezbollah; di quel che sta succedendo in Siria, di quel che è accaduto in Egitto e di quel che può accadere nel resto del mondo arabo; ed anche della Turchia adesso ostile; oltre che delle critiche dell'alleato americano. 
È partendo dalla paura, sfruttandola, coltivandola che il governo di Netanyahu, e l'estrema destra vincono le elezioni. È una paura ben nascosta perché stando al tasso di felicità calcolato dall'Onu nei paesi membri, Israele è al quattordicesimo posto, mentre ad esempio l'Italia è al ventottesimo. Prendo spunto da uno scritto di Peter Beinart per avviare un discorso chiave. Secondo il professore di scienze politiche alla City University di New  York, appartenente alla vasta e frammentata comunità ebraica americana, a Ovest della Linea verde, cioè della frontiera precedente alla guerra del 1967, Israele è una democrazia imperfetta ma autentica, mentre a Est, nella Cisgiordania occupata, è un'"etnocrazia". E per etnocrazia Beinart, ex redattore capo di New Republic, una rivista di sinistra, intende un luogo in cui gli israeliani, ossia i coloni, usufruiscono dei diritti di chi ha una cittadinanza, diritti negati ai palestinesi. 
Questa situazione logora la democrazia israeliana e alimenta le tendenze ultranazionaliste e razziste. È come un veleno che insidia la società, che la ferisce in profondità ma i cui effetti non sono esibiti. Sono nascosti. Le idee di Peter Beinart, autore di "Crisi del sionismo", hanno suscitato numerose reazioni. Jonathan Rosen, sul New York Times, ha riconosciuto che è degradante, faticoso e pericoloso per lo Stato ebraico trascurare la vita di milioni di palestinesi senza Stato, ma ha accusato Beinart di manicheismo semplicistico.
Il problema è assai più complesso. Perché è tanto complesso i partiti impegnati nella campagna elettorale non l'hanno quasi affrontato? Qualche eccezione, e di grande rilievo, in verità c'è stato. Shimon Peres, il presidente della Repubblica, grande figura del vecchio partito laburista, ha dichiarato apertamente, in pieno clima elettorale, la necessità, anzi l'obbligo di avviare un dialogo costruttivo con Abu Mazen, per arrivare alla creazione di uno Stato palestinese. Anche la maggioranza degli israeliani accetta la soluzione di due Stati, ma poi aggiunge che non si fida degli interlocutori palestinesi. 
È come se riconoscesse che la morte esiste, è inevitabile, senza ovviamente desiderare che arrivi. Persino la dinamica, intelligente Shelly Yechimovich ha quasi schivato l'argomento. È la leader del Labour in declino e per rianimarlo ha puntato sull'economia con un certo successo, poiché il partito dovrebbe essere il secondo per numero di deputati nella prossima legislatura. La situazione non va troppo male rispetto all'Europa: la disoccupazione è al 7 per cento e la crescita oscilla tra il 2-3 per cento. 
Ma le sperequazioni nei redditi sono fortissime, e hanno provocato nel 2011 grandi manifestazioni di protesta. Shelly Yechimovich ha cercato di recuperare i giovani israeliani che le hanno promosse, ignorando quasi la questione palestinese. Ad affrontarla con decisione è stata Zahava Gat-On, leader di Meretz, il partito goscista, e la centrista Tzipi Livni, ex ministro degli esteri, che ha creato un suo partito (Hatnuah). Le donne sono state più audaci.

Bernardo Valli

FRATELLI MUSULMANI


I Fratelli musulmani 
crescono tra moschee e aziende

I fondamentalisti, usciti vincitori dalle primavere arabe, puntano a conquistare i quasi due milioni di islamici d'Italia. E il proselitismo si fa anche con aiuti economici agli emigrati. Così ora c'è un boom di venditori egiziani, mentre cresce il peso della Confraternita nei luoghi di culto ROMA - Rashid vende frutta e verdura. Il suo negozio ha due ampie vetrine che si affacciano su una piazzetta pedonale in un quartiere popolare di Roma Sud. È aperto fino a tarda sera, anche la domenica. A denunciarne la nazionalità è un foglio di papiro appeso sopra la cassa, raffigurante un'antica divinità egizia. A svelarne la fede, versetti del Corano in argento su stoffa nera all'ingresso. Per il resto è lui a mettere le cose in chiaro: "Sì, sto coi Fratelli musulmani, qui quasi tutti lo siamo, almeno chi fa questo lavoro". Nelle sue parole la conferma di un movimento sotterraneo: l'espansione della Fratellanza nel nostro Paese. L'obiettivo? La conquista del milione e 650mila musulmani d'Italia. Una "campagna acquisti" rilanciata dalla Primavera araba, che i Fratelli conducono con più mezzi: aiuti economici alle imprese degli immigrati in Italia, finanziamento dei centri islamici, dottrina e fede. Ma chi sono i nuovi "padroni" dell'Islam italiano? Quali sono le loro parole d'ordine? E come si muovono nel nostro Paese?

La porta per l'Europa. La Fratellanza è una influente organizzazione internazionale, fondata nel marzo del 1928 da un insegnante egiziano di nome Hassan al-Banna. Dopo la repressione subita negli anni della presidenza Nasser, i Fratelli musulmani rialzano la testa e abbandonano le posizioni più estremistiche della lotta armata in vista di una legittimazione politica. "La Fratellanza ha un fine preciso  -  spiega Massimo Campanini, docente di Storia dei paesi islamici a Trento  -  che è quello di islamizzare la società e pervenire nel lungo periodo alla realizzazione di uno Stato islamico". Un movimento fondamentalista che, cavalcando la Primavera araba, ha preso il potere in Tunisia, Marocco e soprattutto in Egitto col presidente Mohamed Morsi. Il motto dell'organizzazione è: "Allah è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il jihad è la nostra via. Morire nella via di Allah è la nostra suprema speranza".

E l'Italia che c'entra? Lo spiega il 29 giugno 2012 Ezz Eldin Naser, esponente della Fratellanza musulmana egiziana, che si trova a Roma per incontrare alcuni imprenditori italiani: "Consideriamo l'Italia la nostra porta per l'Europa e la Russia". Traduzione: i Fratelli sono partiti alla conquista della complessa galassia dell'Islam italiano ed europeo. Lo confermano alcune informative dei servizi segreti occidentali. Quest'estate un rapporto dell'intelligence Usa fotografa i movimenti della Fratellanza in Europa, Italia compresa, seguiti al successo politico ottenuto in Egitto. In Francia l'ottobre scorso, l'ex capo del Dst (il controspionaggio francese), Yves Bonnet, indica Arabia Saudita e Qatar quali fonti del finanziamento delle reti islamiste radicali (compresi i Fratelli) nel Vecchio continente. Quanto all'Italia, l'ultima relazione dei servizi segreti al Parlamento si limita a mettere in guardia da un possibile e generico "nuovo attivismo di militanti islamisti galvanizzati dalla caduta dei regimi". Non tutto il mondo arabo guarda però con favore l'espandersi della Fratellanza. Stando al quotidiano al-Khaleej, che cita una fonte anonima vicina alle indagini, il primo gennaio scorso le autorità degli Emirati arabi uniti hanno arrestato una "cellula egiziana dei Fratelli musulmani", impegnata ad addestrare degli islamici locali per rovesciare alcuni governi arabi. La cellula, composta da oltre dieci persone, reclutava egiziani negli Emirati e finanziava alcune attività commerciali per recuperare fondi volti a sostenere l'organizzazione madre. Ma torniamo all'Italia: per quali vie i Fratelli musulmani si ramificano nel nostro Paese? E dove si è fatta più visibile la loro presenza?

Il business dei negozi. Rashid è solo la punta dell'iceberg: quella dei fruttivendoli egiziani pare un'avanzata inarrestabile. Lo confermano i numeri della Camera di commercio di Milano. In Italia quest'anno sono attive oltre 30mila imprese che commerciano in frutta e verdura. Il loro numero è in calo rispetto al 2011. A tenere sono solo i titolari stranieri, impermeabili alla crisi, con un boom degli egiziani che nell'ultimo anno hanno aumentato di ben il 20% i loro negozi: record di presenze a Milano e Roma (qui i fruttivendoli provenienti dal Cairo sono ben 233). Il segreto del loro successo è raccontato da Mohamed, che ha due negozi nella capitale: "Facciamo rete e quando andiamo ai mercati generali, compriamo grandi quantità di merce per rifornire fino cinque negozi, più qualche ristorante e albergo del centro, così abbattiamo i costi". Ma chi copre l'investimento iniziale? "È tipico della Fratellanza aiutare economicamente i propri affiliati: in tal caso investono all'estero e in cambio ricevono consenso  -  sostiene Naman Tarcha, giornalista di origine siriana in Italia  -  In base alla mia esperienza posso dire che appartengono quasi tutti alla Fratellanza e la stessa scelta di questo lavoro è halal, non toccano infatti materia impura, cosa che invece può capitare se lavori in un bar con la birra, o in una pizzeria con il prosciutto". Rashid, fruttivendolo, lo spiega chiaramente: "Tra Fratelli ci si aiuta anche col denaro, che male c'è? Non siamo estremisti, Mubarak era un dittatore, ora vediamo cosa farà Morsi, mettiamolo alla prova". Insomma, nulla da nascondere: dopo le vittorie politiche nel Nord Africa, i Fratelli escono allo scoperto e rivendicano la propria identità.

Il giallo del carpentiere. Una conferma della forza della Fratellanza tra gli immigrati sta nella notizia che l'Italia è il solo Paese occidentale in cui la maggioranza degli egiziani residenti abbia votato a favore della costituzione voluta da Morsi (1.165 hanno votato a favore e 1.039 contro). Sulla Fratellanza è dura la posizione di Souad Sbai, presidente dell'Associazione donne marocchine in Italia ed ex deputata Pdl: "Prima i Fratelli musulmani finanziavano le moschee fai-da-te, ora si sono dirottati sulle attività commerciali. I soldi arrivano dall'estero, anche dai sauditi. In cambio hanno valuta pregiata di ritorno e la crescita della loro sfera di influenza tra gli immigrati musulmani in Italia. Arrivano con valigie piene di contanti, come nel caso di quell'egiziano fermato poche settimane fa a Malpensa". La Sbai ha pochi dubbi. La deputata di origine marocchina si riferisce alla vicenda di un carpentiere proveniente dal Cairo (ma del quale non è provato il legame con la Fratellanza), al quale i finanzieri di Milano-Malpensa l'11 dicembre scorso hanno sequestrato parte dei 110mila euro in contati contenuti dentro un borsone e non dichiarati alla frontiera. L'uomo ha cercato di eludere le verifiche dei finanzieri nascondendo la somma all'interno di grosse sacche, piene di vestiti e altri effetti personali, sperando che il volume dei suoi bagagli avrebbe scoraggiato i controlli. Così non è andata.

La "presa" delle moschee. Stando a un dossier segreto del Viminale (datato aprile 2007), solo le moschee di via Pallavicini a Bologna e di via dei Frassini a Roma sono in mano ai Fratelli musulmani. Ma negli ultimi anni le cose sarebbero molto cambiate: "Oggi nei centri islamici la maggioranza delle iniziative legate al culto è collegata a qualcuno della Fratellanza  -  conferma Yahya Pallavicini, imam a Milano e vicepresidente della Coreis (Comunità religiosa islamica)  -  la loro espansione si è fatta via via più forte negli ultimi tempi tra tutti gli immigrati, con la sola eccezione di senegalesi, turchi e di qualche pakistano. Oggi si sentono più potenti perché legittimati dall'Occidente quali mediatori col mondo islamico, dopo i successi elettorali incassati in giro per il mondo. Ma attenzione: va ricordato che il loro fondamentalismo ha come priorità strategica la presa del potere e un islam politico". Non manca una nota positiva: "Prima dell'11 settembre  -  ragiona Pallavicini  -  si consideravano i soli puri, ora hanno abbandonato l'arroganza dell'esclusivismo e dialogano con le altre realtà dell'islam, anche se alla fine rivendicheranno per loro la leadership". Non lontana dalla Fratellanza viene considerata l'Unione delle comunità islamiche (Ucoii). Oggi il suo presidente, Izzeddin Elzir, conferma solo che "una minoranza dei nostri membri aderisce alla Fratellanza" e quanto al finanziamento delle attività commerciali non crede che "dietro ai fruttivendoli egiziani ci siano i Fratelli musulmani e comunque non ci sarebbe nulla di male, né di illegale, nell'aiuto economico tra connazionali". Ma qual è il rischio connesso all'espansione della Fratellanza in Italia? Qual è il loro progetto non solo religioso, ma politico?

La radicalizzazione degli immigrati. "Il loro progetto di realizzazione di una società islamica non implica un elemento intrinseco di estremismo  -  ci tiene a chiarire il professore Campanini  -  e la loro espansione non ha nulla a che vedere con rischi terroristici. Ciò detto, la loro lettura fondamentalista dell'Islam può portare a una limitazione dei diritti umani, soprattutto delle donne e rendere le comunità islamiche in Italia meno integrabili. Ma è pur vero che la Fratellanza ha sempre dimostrato un notevole pragmatismo, che potrebbe portare a smussarne la radicalità e poi ricordiamoci che rispetto ai salafiti passano per dei moderati". Stando ad alcuni documenti rinvenuti dopo l'11 settembre in Svizzera, la Fratellanza disporrebbe di una rete finanziaria imponente. "La loro ricchezza  -  spiega Campanini  -  viene dalle donazioni dei fedeli, dal lavoro volontario dei loro affiliati e dai finanziamenti provenienti da alcuni ricchi Stati arabi". Dove sono presenti, i Fratelli musulmani forniscono alla popolazione anche assistenza sanitaria e scolastica. E questa è la spiegazione principale della loro forza e del crescente consenso. Per questo il boom dei fruttivendoli egiziani non sorprende Campanini: "Finanziare gli immigrati all'estero? È tipico del loro welfare".

ISRAELE

Israele al voto, la carica dei religiosi record di rabbini nella nuova Knesset

Corre con la certezza che dal voto di oggi in Israele, otterrà il suo quarto mandato da premier Benjamin Netanyahu, ma non sarà quella vittoria trionfale che "King Bibi", soltanto tre mesi fa, si aspettava. La sua formazione Likud-Beitenu, con il nazionalista Avigdor Lieberman, uscirà - ci dicono i sondaggi israeliani che però non azzeccano una previsione dal 1999 - come partito di maggioranza relativa con 33-35 seggi sui 120 della Knesset. Un' erosione rispetto al 2009, quandoi due partiti separati portarono a casa 42 deputati, provocata dalla forte aspettativa per la novità nella destra del panorama politico: "Focolare ebraico", il partito nazionalista religioso animato dal milionario Naftali Bennett, ex capo dello staff di Netanyahu, si appresta a diventare il terzo partito con 14 seggi in Parlamento. Bennett, portavoce per anni dei coloni, fra le altre cose sostiene che sia «inevitabile» l' annessione del 60 per cento della Cisgiordania palestinese. È con questa "nuova destra" e con i famelici partiti religiosi Shas e United Torah Judaism (15 seggi previsti) che Netanyahu dovrà trovare una maggioranza che affronti prima di tutto i seri problemi economici che attraversa Israele, come chiede la maggioranza degli elettori. Sul fronte dell' opposizione risale, sull' onda delle grandi proteste sociali dell' estate 2011, il Labor guidato dall' ex giornalista Shelly Yachimovich (16-18 seggi) e "Hatnua" - il neo-partito guidato da Tzipi Livni (7-9). Ma anche con il sostegno dei tre partiti arabi un fronte anti-Netanyahu che unisca tutta l' opposizione sembra destinato a restare inchiodato ai 55-57 seggi. Fino a ieri sera per tutti, da Netanyahu alla Yachimovich, è stata caccia all' ultimo voto, perché come titolava il quotidiano Haaretz ieri mattina c' è ancora il 15 per cento di indecisi. Una fetta elettorale che vale 18 seggi. Non può passare inosservata in queste elezioni la forte presenza di candidati religiosi. Gli ebrei FOTO: ANSA ortodossi hanno lasciato i partiti di nicchia per unirsi al Likud e agli altri partiti principali, sfidando il dominio laico fra i politici e infondendo alla politica israeliana un fervore religioso e certamente una linea più dura nel negoziato con palestinesi. Tutti i partiti, di destra, di centro e di sinistra, hanno candidato rabbini e personalità religiose ortodosse. Le previsioni indicano che la 19esima Knesset avrà un record di 40 deputati religiosi, in quella uscente erano 25 e solo una ventina di anni fa si contavano sulle dita di una mano. Mentre alcuni settori della società israeliana gioiscono, ha molti timori invece la maggioranza laica. Perché la tendenza può alterare l' identità di una nazione che non ha mai segnato i delicati confini fra religione e Stato, e che al suo interno ha anche una sostanziale minoranza araba musulmana. Una inchiesta condotta lo scorso anno indica che solo il 22 per cento degli ebrei israeliani si dichiara osservante- ortodosso o ultra-ortodosso - mentre ben il 78 per cento si dichiara laico. I religiosi si troverebbero a esercitare quindi un ruolo e un' influenza sproporzionata nella società israeliana. Stando a molti sociologi israeliani i movimenti religiosi che cercano di espandere gli insediamenti ebraici nella Cisgiordania occupata e che negano ai palestinesi uno Stato, stanno soppiantando, come simbolo auto-dichiarato della missione di Israele, i potenti kibbutz di una volta. E quest' ascesa nella società israeliana è stata alimentata dalla diffusa disillusione sul negoziato di pace con i palestinesi, e dall' esito delle rivolte arabe che negli ultimi due anni hanno portato al potere gli islamisti, facendo sembrare fragile anche il trattato di pace di Camp David con l' Egitto del 1979.
FABIO SCUTO


Israele, verso l'accordo Netanyahu-Lapid

GERUSALEMME - È una vittoria che ha il sapore amaro della sconfitta e Benjamin Netanyahu è costretto rivedere i suoi piani all'indomani del voto che ha ridimensionato l'alleanza elettorale del premier uscente Likud-Beitenu (31 seggi) e premiato invece nuovi partiti di centro come Yesh Atid (19), e a sinistra il Labour (15) e Meretz (6). E' mancata quell'ondata di voti di voti che si aspettava il milionario hi-tech Naftali Bennett, leader del partito dei coloni "Focolare ebraico", che però incassa 11 seggi. Al momento attuale la Knesset appare divisa in due blocchi eguali, di 60 deputati ciascuno: quello della destra e dei partiti confessionali, e quello della sinistra con le liste laiche e quelle arabe.
La situazione potrebbe cambiare oggi, con la fine dello spoglio dei voti dell'esercito e il possibile passaggio di un seggio dall'area di sinistra a quella di destra.
Ma la sostanza politica non cambia: senza Yesh Atid guidata da Yair Lapid sarà difficile formare una coalizione con un margine di maggioranza accettabile.
Il partito centrista fondato solo un anno fa dall'ex anchorman di Channel Two - sull'onda delle proteste sociali e contro i privilegi concessi ai religiosi ortodossi - è la seconda forza politica del Paese.
Il primo ministro Netanyahu, a cui il presidente Peres dovrebbe affidare l'incarico di formare un governo essendo il leader del partito di maggioranza relativa, già ieri pomeriggio ha promesso di impegnarsi in riforme socio-economiche e di formare una coalizione la più ampia possibile. «Ci siamo svegliati con un chiaro messaggio degli elettori», ha detto dopo essersi consultato con l'alleato ed ex ministro degli Esteri Avigdor Lieberman. La sicurezza rimarrà una priorità ma il prossimo governo, ha spiegato, si occuperà anche di riequilibrare la situazione fra laici e ortodossi, riduzione del costo degli alloggi e riforma elettorale. Tutti cavalli di battaglia su cui l'ex volto della tv ha costruito la sua fortuna elettorale. Una telefonata di complimenti di Netanyahu l'altra notte a Lapid ha aperto di fatto le consultazioni e ieri dal premier uscente è venuto un invito ancora più chiaro a partecipare al prossimo esecutivo.
Sulla stampa e alla tv israeliana impazzano gli scenari. Quello dato per possibile prevede l'esclusione dei religiosi e degli ultraortodossi per un governo formato dal Likud-Beitenu, "Focolare Ebraico", Yesh Atid e Hatnuah, il nuovo partito della signora Livni (6 seggi). Il totale dei seggi sarebbe 67 su 120, un compromesso che ricorda il precedente di Ariel Sharon, che tenne fuori appuntoi religiosi. Come le dichiarazioni di Lapid di ieri sera lasciano intravedere. Il risiko politico, però, è appena iniziato.

ALGERIA

Algeria, assalto ai rapitori ma è strage di ostaggi C'è la mano di Al Qaeda

PARIGI - Un blitz che si è trasformato in un disastro. Decine di morti, una pioggia di polemiche e il laconico commento del presidente francese Hollande: «La faccenda ha preso una piega drammatica». L'intervento armato voluto da Algeri nel sito petrolifero della Bp di In Amenas, dove i ribelli avevano preso in ostaggio una quarantina di occidentali, è stato un bagno di sangue. L'obiettivo era quello di annientare i terroristi che avevano attaccato l'impianto.
L'esercito ha dato l'assalto a fine mattinata, un portavoce dei terroristi ha annunciato la morte di 34 ostaggi (sette gli stranieri) e 15 integralisti tra cui il leader Abou Al Bara. Ma le notizie sono confuse e contraddittorie: secondo un'agenzia di stampa algerina, l'attacco è finito ieri sera, alcune fonti parlano della liberazione di «metà» degli ostaggi stranieri, senza che se ne conosca il numero esatto. I paesi occidentali non nascondono l'inquietudine e le critiche: la Casa Bianca ha chiesto chiarimenti: «C'è dietro Al Qaeda», dice il Pentagono. Cameron ha fatto sapere al primo ministro algerino che avrebbe voluto essere avvertito; il premier giapponese ha chiesto l'immediato arresto delle azioni militari. L'assalto dell'esercito è cominciato verso mezzogiorno. Secondo le diverse testimonianze, impossibili da verificare, si sa che i terroristi avevano fatto irruzione nella base abitativa del sito petrolifero, che si trova a quattro chilometri dalla raffineria e dai giacimenti di gas. I fondamentalisti avevano in ostaggio almeno 41 stranieri, ai quali sarebbero state messe cinture cariche di esplosivo. Al tempo stesso, 600 lavoratori algerini sono rimasti intrappolati nella base, ma liberi di muoversi al suo interno.
La tragedia degli ostaggi, come tante altre volte in passato, arriva sugli schermi occidentali attraverso Al Jazeera: tre di loro, un britannico un giapponese e un irlandese, chiedono il ritiro dell'esercito che accerchia la base. Difficile parlare di negoziato: i fondamentalisti vogliono la fine della guerra in Mali, la liberazione di cento terroristi detenuti in Algeria e soprattutto di potersene andare in Libia con gli ostaggi. Richieste inaccettabili per Algeri. Alcuni stranieri e una manciata di lavoratori algerini riescono a fuggire, poi, verso mezzogiorno, arriva l'assalto, violento.
Secondo un portavoce integralista, i primi scontri a fuoco provocano, come detto, la morte di 34 ostaggi e di 15 integralisti. I seicento lavoratori algerini riescono a uscire indenni. Il conflitto a fuoco continua, senza che se ne sappia granché: l'agenzia di stampa mauritana che aveva i contatti con i terroristi resta senza notizie. Il cellulare del portavoce non risponde più. Ma queste notizie frammentarie lasciano aperti molti interrogativi sulla dinamica dei fatti.
Il ministro della Comunicazione algerino, ieri sera, non ha dato dettagli. Ha detto che il dialogo coi terroristi si è rivelato impossibile a causa del loro oltranzismo. Il blitz avrebbe consentito la «neutralizzazione» di molti terroristi e «purtroppo alcuni morti e feriti.
Daremo il numero esatto appena lo avremo». Il premier britannico Cameron resta pessimista: «Dobbiamo prepararcia brutte notizie», dice ai giornalisti. Il bilancio del governo algerino tarda ad arrivare, mentre nel Mali le truppe francesi continuano ad avanzare verso il nord del paese con molta cautela.
- DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GIAMPIERO MARTINOTTI



Costretti a mettere cinture esplosive e siamo diventati degli scudi umani

ALGERI - L' intervento militare algerino è ancora in corso attorno alla base di Tigantourine presa dai jihadisti di Mokthar Belmokhtar vicini ad Al Qaeda; le comunicazioni dall' interno della base sono interrotte, i familiari degli ostaggi seguono le notizie con il fiato sospeso. Le prime notizie filtrate dopo la fuga di alcuni sequestrati, restituiscono un quadro del terrore: stando a uno degli scampati, gli islamisti hanno fatto sapere che «uccideranno gli ostaggi cristiani e infedeli», dotati di maggior valore ai loro occhi, risparmiando i musulmani. Per separare i due gruppi, hanno imposto a ognuno di recitare in arabo un versetto del Corano. Alcuni sono stati costretti a infilare cinture esplosive, trasformati in scudi umani per frenare l' intervento delle forze algerine. Il campoè stato minato. Fra gli ostaggi ci sarebbero parecchi feriti in gravi condizioni. «Li ho visti uccidere uno a sangue freddo». Lyès, ingegnere nella divisione tecnica dello stabilimento per l' estrazione del gas di Tiguentourine a In Aménas (alla frontiera con la Libia), è ancora incredulo: «Non riesco a capire come i terroristi siano riusciti a entrare con tanta facilità nella base, nonostante la presenza della sicurezza: devono avere avuto dei complici all' interno». Di ritorno a casa dopo essere stato liberato dai sequestratori con una quarantina di lavoratori algerini, Lyès non smette di pensare a quello che ha vissuto. «Quando sono penetrati nella base, stavo per uscire dalla mia stanza per andare al ristorante a fare colazione. Ci sono state raffiche di mitra. Ho capito subito che si trattava di un attacco, ma pensavo che a sparare fossero i militari da una postazione proprio accanto a noi». Gli è impossibile immaginare che i terroristi «possano entrare senza ostacoli fino allo stabilimento e forzare la porta d' ingresso con un' autoariete. Come hanno fatto», si chiede, «a superare il primo posto di controllo della polizia, a 10 chilometri dall' ingresso dello stabilimento, sulla strada di Illizi, e la barriera fissa che si trova sulla strada secondaria che porta all' impianto?». Ieri quattro ostaggi stranieri (un francese, un keniano, due britannici)e 600 algerini sono stati liberati dopo l' assalto militare disposto dal governo. Il raid è avvenuto in seguito a un tentativo di fuga dei sequestratori a bordo di due fuoristrada. In mancanza di un bilancio ufficiale, il ministro algerino delle Comunicazioni, Mohamed Said, parla di «un notevole numero di ostaggi liberatie purtroppo di alcuni morti e feriti». Una valutazione rosea rispetto alle dichiarazioni degli islamisti che parlano di più di 30 ostaggi e una quindicina di sequestratori uccisi. All' alba, una trentina di impiegati algerini era già riuscita a sfuggire. «Ma sono tutti sotto shock», dice Samir, che li ha incontrati all' aeroporto di Tébessa, dove 11 dei "miracolati" sono atterrati nel pomeriggio. «Oltre a non aver dormito, hanno dovuto fare l' autostop per più di 40 chilometri prima di arrivare all' aeroporto». A Djanet, un agente di sicurezza della base, in ferie, ha saputo per telefono della morte di un collega. «Aveva solo 30 anni», si dispera. «Stava lasciando il campo in autobus: i terroristi li hanno intercettati e riportati all' impianto». Tutto lascia pensare che l' Algeria abbia deciso da sola il momento di lanciare l' attacco. Il primo ministro britannico, David Cameron, si è lamentato di «non essere stato avvertito». La Casa Bianca, che conta diversi americani tra gli ostaggi, aspetta «chiarimenti» dalle autorità locali. Il Giappone, a sua volta, ha chiesto all' Algeria di far cessare immediatamente il suo intervento militare sull' impianto di gas.
MÉLANIE MATARESE





venerdì 28 dicembre 2012

EGITTO

Egitto, la festa dei Fratelli Musulmani Nuova Costituzione, abbiamo vinto noi

IL CAIRO - Per il Fratelli Musulmani le cose sono già decise, anche se sabato prossimo dovranno votare ancora 25 milioni di egiziani.
«Le ruote della democrazia hanno cominciato a girare e nessuno potrà più fermarle» dice Walid Schalabi, portavoce della Guida spirituale Badia. A spoglio non ancora terminato i Fratelli musulmani hanno diffuso domenica sera dei risultati secondo cui il 56 per cento dei votanti aveva risposto "sì" al referendum sulla nuova Costituzione che darà alla religione un ruolo predominante alla negli affari dello Stato. Questa percentuale è destinata ad essere confermata, anzi ad aumentare, nel prossimo turno elettorale nel quale voterà soprattutto la provincia, dove l'influenza dei Fratelli Musulmani è molto più forte che al Cairo o Alessandria dove si è votato domenica.
L'opposizione denuncia frodi e violazioni diffuse. Non solo perché in molti seggi elettorali, nei quartieri più poveri, la povera gente, per lo più analfabeta, è stata minacciata del castigo di Dio se non avesse votato "sì", oppure comprata con qualche elargizione di zucchero tè o latte. La miseria che è sempre stata un flagello in Egitto, è enormemente aumentata dopo la rivoluzione. Il turismo, che era una fonte cospicua di lavoro, è fermo, la disoccupazione dilaga e i prezzi aumentano. Il governo si è dimostrato incapace di prendere qualsiasi provvedimento, oggi decide un aumento delle tasse e due ore dopo fa marcia indietro. La lira egiziana sta perdendo colpi ogni giorno. Ci sono accuse di intere scatole di schede distrutte, gli elettori stessi hanno denunciato più di quattromila violazioni di cui erano stati testimoni. Ma le loro denunce non hanno trovato ascolto tra gli osservatori dei seggi. Ci sono risultati incredibili come voti in massa per il sì in quartieri dove alle presidenziali nessuno aveva votato per Morsi. Solo al Cairo, perfino la propaganda dei Fratelli musulmani ha dovuto arrendersi e ammettere che ha vinto il "no". Nella capitale ieri si erano viste fin dalla mattina presto lunghe file di giovani di tutte le classi sociali che aspettavano pazientemente di dare il loro voto e dire no a quella che sono convinti significhi l'islamizzazione del loro paese. Particolarmente lunghe erano le file delle donne che sanno bene che una costituzione dove la donna è nominata solo in quanto "moglie e madre" restringerà i loro diritti. Secondo i Fratelli al Cairo avrebbero bocciato la Costituzione il 56% degli elettori ma per l'opposizione sarebbero almeno i tre quarti. Anche le organizzazioni per i Diritti umani lamentano gravi violazioni. Ad esempio, dicono, non è vero che in tutti i seggi elettorali fossero presenti dei giudici.
In molti casi c'erano persone che si sono fatte passare per magistrati senza esserlo, messe lì proprio per manipolare il voto. «Come al tempo di Mubarak» dice un portavoce dell'Istituto per i Diritti umani del Cairo, che chiede che il voto venga annullato e ripetuto.
- VANNA VANNUCCINI


MA IL PAESE RESTA SPACCATO

VINCE il "sì" nel primo round del referendum costituzionale in riva al Nilo, anche se non in maniera trionfale. A conferma che la società egiziana è fortemente polarizzata e le fratture politiche e religiose si allargano, minacciando la stabilità del paese. Il risultato, annunciato con enfasi dai Fratelli Musulmani, è comunque contestato dalle opposizioni, che a loro volta rivendicano un marcato successo del "no". Il Fronte Nazionale di Salvezza aveva fatto sapere alla vigilia che avrebbe accettato l'esito del voto, un impegno destinato a cadere in presenza di brogli o palesi illegalità.
E' prevedibile che ora l'opposizione invochi nuovamente la sospensione, se non il ripetizione del primo turno, della consultazione. La regolarità del voto è denunciata anche dagli attivisti dei diritti umani, che hanno evocato un clima da era Mubarak ai seggi.
Una valutazione così diversa sulla correttezza della competizione spinge maggioranza e opposizione sul terreno della delegittimazione reciproca, con ovvie conseguenze sulla radicalizzazione del conflitto. Morsi e i Fratelli Musulmani confidavano sulla favorevole risposta popolare, contrapponendo legittimità della Costituzione a quella della rivoluzione: almeno quella della prima piazza Tahrir. La Fratellanza conosce bene il paese, il suo radicamento nell'Egitto profondo, dove i seguaci della Guida Badie e i salafiti esercitano grande influenza, è un dato di fatto. Non è causale che il "no" abbia prevalso al Cairo e a Alessandria, e il "sì" nel governatorato di Sonhag o nel Nord del Sinai, dove Fratelli e salafiti sono storicamente molto forti. Tenendo conto della geografia politica egiziana, il voto nella prossima tornata nelle restanti province, rurali e tradizionaliste, dovrebbe premiare ulteriormente gli islamisti.
Morsi cercava il conforto delle urne, dopo la prova di forza della dichiarazione costituzionale e la parziale marcia indietro seguita alle reazioni di piazza. Un conto era ritirare la dichiarazione, altro accettare il rinvio sine die del referendum: alla leadership della Fratellanza è parso chiaro sin dall'inizio che avrebbe voluto dire farsi imporre l'agenda politica dagli avversari.
E questoi Fratelli Musulmani, pressati dall'inquieta concorrenza degli alleati-rivali salafiti sul versante islamista, non avrebbero potuto accettarlo.
Il "sì" alla Costituzione è un passaporto per indebolire le ultime resistenze dalla magistratura, in attesa che lo spoil system in campo giudiziario consenta una più marcata egemonia islamista. La Fratellanza, un tempo teorica della sovranità divina, è oggi la principale fautrice della sovranità popolare.
Se la situazione non precipitasse, all'opposizione, unita dopo le divisioni del passato, non resta che preparare le elezioni legislative che dovrebbero seguire la fine del travagliato processo costituzionale. Potrebbe essere l'ultima prova d'appello per evitare che il cerchio islamista si chiuda.
- RENZO GUOLO


Una notte di scontri e arresti le due anime dell' Egitto invadono le vie del Cairo
IL CAIRO - Si chiama Ahmad,è un giovane alto e magro e senza barba, potrebbe essere uno dei manifestanti che presidiano il palazzo presidenziale per chiedere il ritiro della bozza costituzionale che minaccia di trasformare l' Egitto in una società islamizzata. Invece è qui, davanti alla moschea di Rabaa el Adaweya, con migliaia di salafiti con le barbe lunghe e i pantaloni alla zuava come si crede li portasse Maometto, con i jihadisti e i Fratelli musulmani del presidente Morsi. Si sentono i rappresentanti di tutto l' Egitto, se non addirittura il popolo di Dio. «Sono qui per difendere Morsi» dice. «Morsi è stato eletto. Anche Obama è stato eletto con il 51 per cento ma nessuno ha protestato. Questa è la democrazia». «Sì alla legittimità democratica» era la parola d' ordine della manifestazione dei sostenitori di Morsi. A poche miglia di distanza da qui altri giovani, liberali, di sinistra e delle minoranze cristiane, aprivano con gesto di sfida brecce tra i blocchi di cemento messi dall' esercito e si avvicinavano al palazzo presidenziale, protetto dai carri armati. I militari, che ieri avevano ricevuto da Morsi poteri da stato di emergenza che li autorizza ad arrestare i civili, li hanno lasciati fare. Due mondi, due campi divisi, sono sfilati ieri per le strade del Cairo. Due narrazioni contrapposte delle vicende di questi giorni: quella di Ahmad, che era presente con i suoi amici agli scontri di mercoledì scorso quando morirono otto persone, e che afferma che le vittime apparteneva alla Fratellanza; e quella dei giovani che mostrano i video in cui si vedono chiaramente gruppi di islamisti disciplinati e ben organizzati che aggrediscono i manifestanti. Come è successo ancora la notte scorsa a piazza Tahrir, dove una decina di persone sono state ferite quando degli incappucciati muniti di coltelli e bastoni hanno fatto irruzione nelle tende in cui gli oppositori di Morsi mantengono i loro presìdi. Le Forze armate, che nei giorni scorsi aveva affermato «che non lasceranno precipitare il paese nella catastrofe» cercano una mediazione. Il ministro della Difesa Al Sissi, che è anche il capo di Stato maggiore, ha chiesto ieri a tutti i partiti politici, ai rappresentanti dell' Università Al Azhar, la massima autorità teologica del mondo sunnita, e a quelli della società civile di riunirsi per avviare immediatamente un dialogo nazionale. L' incontroè fissato per il pomeriggio di oggi al Villaggio Olimpico. La Fratellanza musulmana ha già risposto che parteciperà al colloquio. «L' invito viene dalle Forze armate con il permesso del presidente. È chiaro che parteciperemo» ha detto il portavoce Mahmud Ghozlan. L' opposizione, riunita nel Fronte di Salvezza nazionale presieduto da El Baradei e dall' ex capo della Lega araba Amr Moussa, darà la sua risposta stamani. Anche la magistratura, che deve supervisionare le operazioni di voto per il referendum, è divisa. La partecipazione dei magistrati era stata garantita nei giorni scorsi dal Consiglio superiore della Giustizia, l' organo di governo dei giudici legato alla Fratellanza musulmana, ma ieri il presidente dell' Associazione magistrati, El Zend, ha annunciato che i magistrati diserteranno al 90 per cento la supervisione del referendum perché la bozza costituzionale «contiene attacchi contro l' amministrazione della giustizia». Il numero due del Consiglio di Stato, Magdi al-Gahri, ha precisato che il numero dei giudici non sarebbe perciò sufficiente a supervisionare le operazioni di voto. Dalla decisione dei magistrati l' opposizione aveva fatto dipendere la decisione se chiedere agli egiziani di boicottare il referendum o di votare per il no. Gli Usa, principali alleati dell' Egitto, sono tornati a far sentire la loro voce avvertendo che non si può tornare ai "giorni bui" dell' era di Mubarak e chiedendo alle forze armate di esercitare moderazione nel «mantenere l' ordine, rispettando i diritti di quanti manifestano pacificamente».
VANNA VANNUCCINI


Noi cristiani abbiamo paura temiamo una svolta autoritaria
CAIRO - Della commissione che ha approvato la bozza di Costituzione facevano parte originariamente due membri delle chiese cristiane, che insieme a laici e liberali hanno abbandonato la commissione fidando che la magistratura ne avrebbe riconosciuto l' illegittimità. Morsi invece ha decapitato la magistratura, dato un colpo d' acceleratore ai lavori della commissione e indetto per il 15 dicembre un referendum che confida di vincere. Padre Rafic Greiche è il Direttore dell' Ufficio stampa della Chiesa cattolica egiziana che, con le altre sei chiese che fanno parte della Conferenza patriarcale, aveva partecipato inizialmente alla stesura del testo costituzionale. Ora Morsi dà a voi la colpa di impedire lo svolgimento della vita democratica. Perché vi siete ritirati? «Perché, detto senza peli sulla lingua, è un testo che se verrà approvato consacrerà un regime fascista. Non solo è pericoloso per i cristiani che sono il 10-12 per cento della popolazione, e di cui i cattolici sono una piccola minoranza. Contraddice lo spirito degli egiziani e tutte le speranze che erano nate dalla rivoluzione. Per mesi i fondamentalisti hanno promesso di inserire le nostre modifiche ma riproponevano ogni volta lo stesso testo camuffato. Alla fine abbiamo perso la pazienza». L' islam è, come dicono i riformatori, una questione d' interpretazione? «Troppo facile. I testi islamici danno sempre un comandamentoe il suo contrario, anzi teorizzano che proprio questa è "la grazia di Dio". Il metodo dei fondamentalisti è passare dalla politica alla religione, per cui chi fa una critica diventa un amorale. Il loro islam è pura politica, i loro occhi sono sul potere. Ma la situazione in Egitto è molto grave».


Egitto, la scommessa di Morsi Nuova Costituzione e stabilità
IL CAIRO - Domani si vota. Il presidente Morsi è andato avanti per la sua strada. A furia di decreti e di bluff è arrivato a due passi dall'obbiettivo: la nuova Costituzione. In ultima battuta ha decretato perfino che il referendum si terrà in due rate, per ovviare alla mancanza di giudici che devono supervisionare i seggi ma rifiutano di farlo ritenendo il voto incostituzionale. Sabato voteranno le grandi città e il sabato successivo il resto del paese, ha deciso il presidente. Né le manifestazioni, né le contestazioni dei giudici, né le dichiarazioni del capo della più prestigiosa autorità teologica sunnita, il gran imam El Tayeb, nemmeno i jet dell'aviazione che hanno sorvolato il Cairo l'hanno fermato.
Dopo esser riuscito con finti o parziali cedimenti a spiazzare l'opposizione ha avuto la meglio anche sulle Forze Armate, che mercoledì hanno ritirato il loro invito al "dialogo nazionale". Proprio mentre l'opposizione si era finalmente decisa a dire che vi avrebbe partecipato, i militari hanno rimandato il dialogo sine die. La settimana scorsa avevano parlato di "catastrofe" dentro cui l'Egitto minaccia di scivolare. Ieri il capo di Stato Maggiore el Sissi ha concordato con il presidente il dispiegamento di 120.000 soldati e 6.000 blindati per garantire la sicurezza intorno ai seggi.
Gli obbiettivi di Morsi sono quelli della Fratellanza musulmana. Questo è chiaro a tutti.
Quando incontra Badia, il presidente dei Fratelli musulmani, è Morsi che gli bacia la mano, non viceversa, dice la gente. Ma Morsi sembra sicuro di poterla convincere a votare sì. La parola d'ordineè stabilità. Solo la Costituzione garantisce la stabilità che può rimettere in moto l'economia e solo i Fratelli Musulmani possono assicurarla, viene martellato nelle moschee. La gente sa che i Fratelli musulmani non sono quello che sembrano, sa che hanno milizie armate, ma teme anche che l'opposizione- sempre un po' sparpagliata e con un leader, El Baradei, incapace di avere un orecchio per la gente - non sappia riportare l'ordine e la sicurezza.
Nei 23 mesi dalla rivoluzione la disoccupazione è salita alle stelle, i prezzi anche, il turismo è paralizzato. Davanti alle piramidi di Giza, una lunga fila di carrozzelle cammelli aspettano invano qualche turista. Dobbiamo dimostrare che è proprio la Fratellanza che ha portato instabilità, mi dice lo scrittore Salmawy. Forsei giovani manifestanti saranno capaci di farlo.



Come volevasi dimostrare, ancora una volta, quanti a casa nostra puntavano sulla sconfitta di Morsi e dei Fratelli Musulmani hanno preso una botta sui denti.
Allahu Akbar

martedì 18 dicembre 2012

EGITTO

Morsi come Mubarak piazze in fiamme in Egitto contro il golpe istituzionale
GERUSALEMME - «Morsi come Mubarak», «Morsi, il nuovo faraone», «Morsi vai via!». In un crescendo di slogan e d' invettive che rimandavano al tempo della rivolta contro il vecchio regime, gli oppositori di Mohammed Morsi, il presidente eletto dopo la caduta di Hosni Mubarak, si sono ritrovati a piazza Tahrir, per denunciare il colpo di mano istituzionale con cui il nuovo raìs si è in sostanza dotato di poteri straordinari, sottraendoli ad ogni controllo della magistratura. Lui, Morsi, parlando ad una folla di fedelissimi su un palco allestito fuori dal palazzo presidenziale, lontano molti chilometri da piazza Tahrir, ha difeso il suo operato affermando di aver agito per salvare il Paese dai nemici della rivoluzione e per garantire che il processo costituente, impantanato da dispute interminabili, si concluda rapidamente. Ma le sue prevedibili rassicurazioni non hanno convinto le decine di migliaia di egiziani che, raccogliendo l' appello alla protesta lanciato dai principali partiti laicie liberali, sono scesi ieri in piazza non soltanto al Cairo, ma anche ad Alessandria, Porto Said, Asyut. La mobilitazione è degenerata in scontri particolarmente violenti ad Alessandria, dove sostenitori e oppositori di Morsi si sono affrontati per le strade del centro e sul lungomare (25 feriti, 100 in tutto il Paese) e dove alcune sedi del partito "Libertà e Giustizia", l' organizzazione politica paravento dei Fratelli Musulmani, trionfatori alle elezioni generali, al cui vertice Morsi appartiene, sono state saccheggiate e date alle fiamme. A piazza Tahrir, o per meglio dire, in un viale laterale che conduce alla piazza, gli incidenti con la polizia schierata in forze per evitare che il luogo simbolo della rivoluzione egiziana diventasse teatro dell' ennesima battaglia, sono cominciati quando il neo presidente ha iniziato a parlare dal palco di Heliopolis. E mentre la folla dei seguaci, 80 mila persone, applaudiva e scandiva slogan alla maniera degli islamisti, alzando il dito indice ammonitore verso il cielo, dai ranghi dei contestatori (anche lì diverse decine di migliaia) partivano bottiglie molotov verso le truppe in assetto antisommossa che rispondevano coi lacrimogeni. Una ventina le persone contuse, decine i fermati. Gli argomenti del presidente sembrano non avere convinto neanche il suo assistente Samir Morcos, copto, responsabile per la transizione democratica, che ieri in serata ha dato le dimissioni. E subito si è dimessa anche Sekina Fouad, consigliera per la Cultura, argomentando: «Tutti vogliono il giudizio degli assassini dei manifestanti, ma rifiutano che la Costituente e il consiglio consultivo del Parlamento siano al riparo di ogni giudizio sul loro scioglimento». A giudicare dalle risposte date a quanti lo hanno attaccato dopo i decreti emessi in questi giorni, Morsi non si è lasciato intimidire dalla mobilitazione. «L' opposizione non mi preoccupa - ha detto - ma deve essere una vera e forte opposizione». Se ha deciso di dotarsi del potere straordinario di prendere qualsiasi decisione e istituire qualsiasi procedura, per giunta sottraendosi al sindacato della magistratura, è «per difendere la rivoluzione» dai suoi nemici, «una minoranza», certo, ma pericolosa,e per garantire la stabilità del paese, non per istituire una dittatura personale. Al contrario, Morsi ha aggiunto di credere nella divisione dei poteri. Ma il processo che dovrebbe portare ad adottare la nuova Costituzione, rischiava di impantanarsi in interminabili diatribe. L' Assemblea Costituente stava per esaurire il mandato, in scadenza a dicembre, senza aver adempiuto il suo compito. «Ho deciso di dare all' Assemblea altri due mesi di tempo perché approvi la nuova Costituzione che sarà sottoposta a referendum popolare, e nuove elezioni politiche seguiranno». Ma ha preferito ignorare le critiche dei liberali che hanno, nella sostanza, deciso di scendere in piazza per protestare anche contro gli orientamenti di parte emersi in seno ad un' Assemblea Costituente dominata dagli islamisti, orientamenti che non garantiscono la tutela dei diritti delle donnee delle minoranze. Morsi s' è limitato ad affermare di essere il presidente di «tutti gli egiziani», un presidente che non si schiererà mai contro i diritti di nessun cittadino, uomo o donna, ricco o povero, musulmano o cristiano che sia.

Alberto Stabile

La battaglia di Al Azhar l'Università che decide sulla Sharia in Egitto

IL CAIRO - A chi appartiene Al Azhar? Tra i tanti paradossi a cui ci sta abituando la "primavera araba" c'è anche quello che la massima autorità teologica del mondo sunnita possa cessare di essere un polo moderato dell'islam, com'è stata fino ad oggi, e diventare un fortino dell'islam più radicale. «Liberare istituzioni come al Azhar, che determina ciò che è islamico e ciò che non lo è, è per noi più importante che vincere le elezioni o riscrivere la costituzione» afferma Mohammed Nour, portavoce del partito salafita. I salafiti e i Fratelli musulmani usano la parola "liberare" perché mirano a spingere alle dimissioni l'attuale gran Imam Ahmed el Tayeb per impadronirsi della prestigiosa Università, accampando come pretesto che el Tayeb era stato nominato da Mubarak (nel 2010, alla morte del precedente gran Imam) come tutti i grandi sceicchi di Al Azhar prima di lui, tradizionalmente nominati (a vita) dal presidente egiziano.
Solo quest'anno, prima di lasciare il potere, i militari avevano decretato che in futuro la nomina del gran Imam sarà riservata a una commissione di 40 teologi interni all'Università.
Nel grande campus di al Azhar, dove studiano migliaia di studenti, la settimana è cominciata come al solito. La crisi, percepibile dovunque nella capitale, qui sembra ancora lontana. Gli uffici del gran Imam e dei suoi consiglieri sono al secondo piano di un palazzo non distante dall'ingresso principale del campus. Al pianoterra, due persone pregano inginocchiate verso la Mecca, altre aspettano la liberatoria per contrarre matrimonio (vengono qui soprattutto chi sposa stranieri o persone di altre religioni). El Tayeb ha partecipato al colloquio con il presidente dal quale sono rimasti lontani i partiti dell'opposizione. Ma se Morsi ha fatto un passo indietro sui poteri eccezionali, non ha però ceduto di un millimetro sulla data del referendum sulla nuova costituzione.
Sul referendum la Fratellanza musulmana punta tutte le sue carte per islamizzare il paese e farne una quasi teocrazia di tipo iraniano.
Il testo costituzionale stabilisce che le leggi approvate dal parlamento dovranno aderire ai princìpi stabiliti dalle quattro scuole dell'islam (inclusa quella wahabita).
Potrebbe significare l'obbligo delle donne di coprirsi il capo, la separazione dei sessi, il matrimonio per le bambine di nove anni e la creazione di una polizia religiosa per proteggere i valori della "vera famiglia egiziana", "promuovendo la virtù e mettendo al bando il vizio". Chi avrà l'ultima parola insindacabile su che cosa è vizio e che cosa è virtù sarà appunto Al Azhar.
«L'opinione dei massimi teologi dell'onorevole Istituto sarà decisiva in tutte le questioni che riguardano il diritto islamico», afferma l'articolo 4, e il linguaggio del testo costituzionale è stato lasciato volutamente ambiguo per permettere in futuro anche interpretazioni molto restrittive.
La battaglia per Al Azharè già cominciata e el Tayeb siede ormai su una poltrona pericolante. Il partito salafita Al Nour chiede che il prossimo gran Imam venga eletto direttamente dagli studenti e dal corpo insegnante, che ormai proviene sempre più spesso dall'Arabia Saudita (l'Imam el Tayeb ha una laurea in filosofia islamica presa alla Sorbona). «El Tayeb potrebbe essere presto costretto a dimettersi» ci dice un suo stretto consigliere. L'ambasciatore Mahmud Abdel Gawad ci riceve con molta cordialità e un buon caffè arabo nel suo studio al secondo piano. È il consigliere diplomatico e uno dei più stretti collaboratori del gran Imam. Parla un italiano perfetto che è stato lodato perfino da Monti durante la sua visita in Egitto.
Spiega che il riferimento alla Sharia c'è sempre stato nella costituzione egiziana, ma come sempre nell'islam il problema è l'interpretazione. Nessuna religione come l'islam, che a differenza del cristianesimo non ha avuto una Riforma, viene interpretata in modi che non hanno nulla a vedere con il Corano e la tradizione del Profeta. Mi racconta una storia della vita del Profeta che gli ha appena raccontato il gran Imam. Maometto rimproverò aspramente i suoi fedeli che uccisero un uomo perché si era allontanato dalla fede, dopo che lui aveva detto di lasciarlo in pace. «La vita umana è sacra. I fanatici invece continuano ad uccidere».
Al Azhar è stata sempre orgogliosa della sua moderazione, equidistante dagli estremisti radicali ma anche dai modernisti. «Se questo ruolo cambiasse, cambierebbero molte cose nel mondo islamico». Gawad s'indigna che i salafiti vadano dicendo che al Azhar è d'accordo sul matrimonio delle bambini a nove anni. «Semplicemente non è vero». E aggiunge: «Con una costituzione così il giorno dopo il referendum l'Egitto sarà ancora più ingovernabile di oggi». Di politica l'ambasciatore Gawad non vuole parlare, non è questo il suo ruolo, dice. Ma crede che, in tutto l'Egitto, molta gente che aveva votato per Morsi oggi non lo rifarebbe.
L'ignoranza, dicono qui, è la causa principale della crescita dell'estremismo. Gli egiziani sono più ottanta milioni e quasi il quaranta per cento della popolazione è analfabeta. È facile abbindolarli.
Bisognerebbe diffondere il vero islam, ma come? I mezzi finanziari per farlo li hanno solo gli estremisti. Fuori dall'università sono riprese le manifestazioni e i presidi di piazza Tahrir e davanti al palazzo presidenziale restano pieni di gente. Il testo costituzionale «reprime le nostre libertà e i nostri diritti» ha detto El Baradei, invitando tutti a proseguire la protesta.

Vanna Vannuccini

La Rivoluzione contesa tra laici e Fratelli musulmani

NELLE rivoluzioni il compromesso, soluzione principe della politica, tarda ad arrivare. È quel che accade in queste ore in Egitto dove due forze si contendono in aperta tenzone, a muso duro, la «primavera » cominciata nel gennaio dell’anno scorso in piazza Tahrir, nel cuore del Cairo. Entrambe rivendicano di fatto, separatamente, il diritto di esercitare il potere, poiché ciascuna si considera appunto l’unica autentica rappresentante della rivoluzione da cui quel potere deriva.
DA UN lato i laici, i liberali, i cristiani, raccolti in un Fronte nazionale di salvezza dai confini incerti, accusano il presidente Mohammed Morsi, espressione di un vago, ampio fronte islamico, di essere un usurpatore; dall’altro i Fratelli musulmani difendono la legittimità di Morsi e delle prerogative che si attribuisce, in quanto capo dello Stato eletto al suffragio universale.
L’esercito avrebbe gli strumenti per decidere la sorte della rivoluzione contesa. Ma a parte l’inevitabile impegno di alcune unità d’élite, incaricate della protezione del capo dello Stato, rafforzate per l’occasione da qualche carro armato parcheggiato davanti alla presidenza, nel quartiere di Heliopolis, al fine di tenere a distanza i manifestanti, a parte queste essenziali precauzioni, i militari sono rimasti fuori dalla mischia. Si sono ben guardati dall’intervenire in appoggio di una delle parti a confronto.
In agosto i generali più giovani hanno esautorato i loro colleghi anziani, compromessi col vecchio regime, hanno concluso un’alleanza con i Fratelli musulmani, e quindi hanno appoggiato Mohammed Morsi appena eletto alla presidenza della Repubblica. In cambio hanno conservato, e conserveranno, i privilegi riservati da più di sessant’anni alla società militare. Ma non hanno venduto del tutto la loro anima. Un’anima tutt’altro che omogenea, poiché nel corpo ufficiali prevale un tradizionale spirito laico, risalente ai primi anni Cinquanta, quando fu proclamata la repubblica; mentre la truppa, in cui sono in maggioranza i coscritti provenienti dalle diseredate periferie urbane, e dalle province ancora rurali, è sotto una forte, altrettanto tradizionale influenza religiosa. Quindi i soldati
sono tendenzialmente per i Fratelli Musulmani, o per i salafiti, più estremisti. Insomma l’esercito, per ora, resta un enigma.
E’ invece evidente che la «primavera araba» data per morta, sommersa dall’ondata islamica, è ancora rovente, e non solo nella sua versione egiziana. La Tunisia, che ha conosciuto la prima rivolta contro i raìs, e che poi è rimasta prigioniera di un prepotente, inquietante risveglio islamico, sarà influenzata, come altre società arabe, dagli avvenimenti del Cairo, principale capitale mediorientale. Dove i laici, i liberali, i progressisti, all’origine della insurrezione di piazza Tahrir, dopo essere stati emarginati dalla tardiva ma incontenibile irruzione sulle sponde del Nilo dei Fratelli musulmani, sono adesso riemersi in forza per far valere le loro esigenze democratiche. E contrastare la svolta autoritaria di Mohammed Morsi. Il quale, in attesa di una Costituzione, si è aggiudicato poteri definiti dai laici «uguali o superiori a quelli che aveva Mubarak», il raìs destituito.
Adesso i promotori della «primavera araba» vorrebbero ridarle i colori iniziali. Il loro programma è vasto e di difficile applicazione. E’ tuttavia la prova che la rivoluzione continua. La posta in gioco è la futura Costituzione. Vale a dire la natura politica dell’Egitto di domani. I due fronti, il laico e l’islamico, non usano le stesse armi. I primi, i laici, all’inizio chiedevano libere elezioni, ma si sono accorti molto presto che essendo frantumati in numerosi movimenti sarebbero stati facilmente sopraffatti
nelle urne dai Fratelli musulmani, dotati di un partito ben organizzato (Libertà e giustizia), e di una rete sociale che abbraccia l’intero Egitto.
Sono stati dunque gli islamici, non per vocazione democratica ma per motivi tattici, ad adottare le elezioni come armi politiche. Ed infatti hanno vinto tutte le consultazioni, quelle parlamentari annullate, come quelle presidenziali che hanno portato Mohammed Morsi alla massima carica dello Stato.
Morsi è tuttavia un presidente senza Costituzione, poiché quella del vecchio regime è stata annullata, e quella nuova dovrebbe essere sottoposta il 15 dicembre a un referendum. Al quale il fronte laico si oppone; e sul quale i giudici, indignati dai poteri giudiziari che il presidente si è attribuito, non vogliono soprintendere come la legge esigerebbe. Non è dunque sicuro che lo si possa tenere.
Il testo costituzionale preparato dai Fratelli musulmani, nel caso si dovesse votare tra una settimana, non correrebbe comunque troppi rischi, perché sul terreno elettorale i Fratelli musulmani sono imbattibili. I numeri sono per loro. Per questo i laici, i progressisti, i cristiani si oppongono a un voto che renderebbe legittima la svolta islamica del paese attraverso la nuova Costituzione.
Secondo Human Rights Watch il progetto di magna charta presentato da Morsi è difettoso e contraddittorio, ma non catastrofico. È ambiguo. Si presta a varie letture. La nuova Costituzione non disegna uno Stato teocratico, ma lascia aperte molte porte a un’evoluzione conservatrice rigorosa. Le libertà individuali sono garantite, ma al tempo stesso si affida a un’autorità religiosa, l’università islamica di Al Azhar, le decisione di interpretare, senza appello, i principi della sharia (le leggi coraniche) da applicare. Viene così esclusa curiosamente da questo compito qualsiasi altra autorità, giuridica o legislativa. E abbandonata alle variabili tendenze teologiche, agli umori religiosi, la facoltà di regolare le libertà dei cittadini. Per il capitolo essenziale delle donne è stata abbandonata una prima versione salafita, che puntava sulla lettura più intransigente del Corano. Ed è stata adottata la generica formula che riconosce «l’uguaglianza tra tutti gli egiziani». Anche se poi si esplicita che la donna «deve trovare un equilibrio tra i suoi doveri familiari e professionali». La libertà di culto è assicurata alle tre religioni monoteistiche, ma non è estesa a tutte le religioni.
Mohammed Morsi non può agire come i vecchi raìs. Lui è condizionato dai salafiti, ala radicale dell’islamismo e concorrenti dei Fratelli musulmani. Non può disporre liberamente, almeno per ora, dell’esercito che vuole tenersi fuori dalla mischia. Non può usare con spregiudicatezza la polizia e annessi per reprimere le manifestazioni perché è sotto sorveglianza del Fondo Monetario internazionale dal quale aspetta quattro miliardi e mezzo di dollari, che dovrebbero impedire il fallimento economico del paese. E deve tener conto dello sguardo, sia pur non troppo severo degli americani, che danno un miliardo e mezzo all’anno alle forze armate.
Il 22 novembre Mohammed Morsi ha tuttavia compiuto quel che può essere considerato un colpo di Stato. Ha proibito qualsiasi tipo di ricorso contro le sue decisioni e contro la Costituente, assumendosi così tutti i poteri. Compreso quello di scrivere una Costituzione su misura. Si è messo al di sopra delle leggi e ha eliminato via via tutti gli ostacoli alla conquista del potere da parte dei Fratelli musulmani. L’operazione ha colpito anche numerosi uomini del vecchio regime, in particolare nell’amministrazione della giustizia, spingendo verso l’opposizione funzionari epurati perché un tempo al servizio del deposto raìs. Questo non favorisce l’immagine del movimento laico e liberale.

Bernardo Valli


Al Aswani: Ci hanno mentito non è il governo del popolo
«SARÀ un lungo braccio di ferro. Ma sarà decisivo. I Fratelli musulmani hanno chiesto il supporto della gente, promettendo riformee giustizia, però hanno fallito. Gli egiziani vedono bene che sono stati imbrogliati: e non ci stanno. Se votassimo ora i Fratelli perderebbero. Invece li stiamo affrontando in strada, non nelle urne: ma è lo stesso, vogliamo toglierceli di torno una volta per tutte». In queste ore Ala al Aswani, il più importante scrittore egiziano, è in Germania: nella sua stanza di hotel, in sottofondo, si sente la televisione che trasmette gli eventi del Cairo. Signor al Aswani, cosa è quello a cui stiamo assistendo? «La seconda onda della rivoluzione. Nessun dubbio a proposito. Abbiamo eletto un presidente che non risponde alla gente, ma alla struttura piramidale dell' organizzazione politica a cui appartiene. È stato Shater (il leader dei Fratelli musulmani, ndr) ad ordinare di sparare sulla folla e Morsi ha avallato. Il presidente pensa di poter governare il paese così: la gente gli sta dicendo di no. È uno sviluppo utile: anche se sanguinoso. Gli egiziani hanno capito che i Fratelli musulmani hanno cattive intenzioni». Lei parla come se Morsi non si fosse dimesso dalla Fratellanza subito dopo essere stato eletto: invece lo ha fatto. «La mia risposta è solo una: ah ah ah». Vuole spiegare meglio? «Ho incontrato Morsi qualche tempo fae gli ho detto chiaramente che così non poteva andare, che un presidente non poteva rispondere a un gruppo di cui non si sa nulla a livello di finanziamenti o di decisioni interne. Mi ha risposto "ha ragione, concordo con lei". Poi mi ha sorriso edè andato via. Come se nulla fosse». Però anche l' opposizione ha molte responsabilità: una fra tutte, quella di non essere riuscita a presentarsi unita alle elezioni presidenziali. «È stato un enorme errore. Se lo avessimo fatto, avremmo vinto noi. Ma dagli errori si impara. Oggi in piazza a dire "no" a Morsi c' è tutto l' Egitto che non è schierato con i Fratelli musulmani. Siamo uniti di fronte al pericolo: e lo resteremo. Morsi sarà obbligato a fare un passo indietro. Ed è meglio che lo faccia presto. Dovrebbe aver imparato la lezione della rivoluzione: se Mubarak si fosse fermato in tempo, se avesse ascoltato la folla dall' inizio, forse sarebbe ancora al potere. Ha aspettato troppo e la gente ha alzato le sue richieste: è finita come avete visto». Lei oggi è in Germania: nello scenario che delinea, che ruolo hanno i paesi occidentali? «I governi occidentali si stanno comportando in modo riprovevole: hanno dato mano libera a Morsi. Cercano un nuovo Mubarak, qualcuno che esegua i loro ordini: lo hanno trovato in Morsi. In cambio gli hanno dato mano libera sul piano interno».

Francesca Caferri

Perché i film sull’Islam sacrificano la verità

UN TEMPO andavamo al cinema per sognare, per invitare Ava Gardner o Sofia Loren a entrare a far parte delle nostre fantasie. Ci piacevano quelle storie d’amore che finivano male, eravamo felici di aver potuto vivere per un’ora o due tra le braccia immaginarie delle donne più belle del mondo. Questo accadeva prima che la politica s’impadronisse della settima arte per fare propaganda a colpi di effetti speciali, con inseguimenti di macchine sui tetti di Istanbul o esplosioni nei mercati popolari di Kabul o Islamabad.
Abbandonati i sogni meravigliosi e il «glamour», si punta sul tema del «pianeta in pericolo». E questo pericolo oggi è l’Islam. Evidentemente, quello sfigurato da Al Qaeda, o esibito da terroristi e trafficanti di droga per giustificare la loro barbarie, come sta avvenendo anche in questo momento nel Nord del Mali. Nella celebre serie «Homeland » si assiste alla visita di un agente della Cia a Beirut. Una caricatura. Fin dall’aeroporto, nient’altro che donne velate di nero, come in un feudo dei Taliban. Si dà il caso che io sia nato a Beirut alla fine di ottobre, poco dopo l’assassinio di Wissam al Hassan. E ho avuto modo di constatare la modernità, il dinamismo di questa città che non ha perduto nulla della sua energia e delle sue speranze, dove le donne sono vestite come le europee; e se alcune portano il velo, non hanno nulla a che vedere con l’immagine diffusa dal serial americano.
Bene ha fatto il ministro del Turismo a denunciare il modo in cui «Homeland» descrive la capitale libanese. Ha certamente ragione, anche perché questo serial, celebrato e premiato con vari Oscar, è distribuito in tutto il mondo e sta appassionando centinaia di milioni di telespettatori. Ma una denuncia contro una produzione di così grande portata e potenza non basta certo a ricostituire un’immagine veritiera del mondo arabo.
Nell’immaginario americano, oggi l’Islam e il mondo arabo hanno preso il posto del comunismo. In passato si combatteva con ogni mezzo contro il pericolo comunista (tanto che tuttora il popolo cubano soffre nella propria carne per l’embargo economico imposto dall’America, che neppure un presidente come Obama ha osato ammorbidire, e men che meno abolire). Ai bambini si diceva che il diavolo veniva dai Paesi comunisti. Ma poiché ormai l’Unione Sovietica si è dissolta, il muro di Berlino è caduto e il comunismo è relegato in Cina e nella Corea del Nord, ci si è rivolti a un nuovo diavolo:
l’arabo, il musulmano.
Evidentemente, non mancano gli arabi e i musulmani che si impegnano notte e giorno per accreditare nel mondo intero quest’immagine odiosa e devastante, propagando un terrorismo atroce, le cui principali vittime sono gli stessi musulmani. Certo, dall’11 settembre 2001 è stato fatto di tutto per dirigere la lotta contro il mondo islamico e arabo. Al Qaeda è il migliore alleato di quell’America che ha reso tutti gli arabi sospetti, e vede in ogni musulmano un potenziale terrorista.
Chi, come me, viaggia parecchio nel mondo ha avuto occasione di constatare fino a che punto un nome arabo su un passaporto (il mio è francese) susciti diffidenza e sospetti. Nel 2003 mi è capitato di essere trattenuto per varie ore in un box dell’aeroporto di Newark, senza aver fatto nulla di strano o di illegale, e senza che nessuno mi abbia dato spiegazioni. Il mio crimine era quello di essere arabo. Casi del genere si verificano tutti i giorni, ai danni di centinaia di migliaia di viaggiatori.
Abbiamo una cattiva reputazione. Siamo percepiti come lo erano i comunisti ai tempi della guerra fredda.
In un recente film americano di grande successo, «Argo», con Ben Affleck che ne è anche il regista, si racconta come nel 1979 la Cia riuscì a far uscire dall’Iran sei funzionari dell’ambasciata americana che si erano rifugiati presso quella canadese: una vicenda realmente accaduta.
L’Iran vi è rappresentato nel modo più orrendo possibile. Può darsi che all’epoca i guardiani della rivoluzione fossero veramente individui fanatici e brutali. Ma ciò che questo film suggerisce allo spettatore in maniera molto efficace è l’immagine di un Islam selvaggio, sanguinario e violento. Mi ha ricordato un altro film: «Midnight Express», che tanto male aveva fatto a suo tempo alla Turchia.
Non provo alcuna simpatia per il regime iraniano e la sua rivoluzione. Ma il mio pensiero va a quella popolazione, già costretta a subire il regime degli ayatollah. Perché penalizzarla ancora rappresentandola in un modo che non corrisponde affatto alla realtà? Viviamo in un sistema privo di sfumature, che rifiuta la complessità: bianco o nero, vero o falso, buono o cattivo, il bene o il male.
Ogni cosa è vista attraverso un prisma che sacrifica la verità. Ma non lamentiamoci, non accusiamo gli americani se non ci rispettano. Sta a noi, agli arabi coscienti di questa situazione lottare all’interno delle nostre società, contro gli impostori, i falsificatori, i bugiardi, gli inquinatori che corrompono la nostra immagine e la nostra storia, sacrificando il futuro dei nostri figli. Fintanto che i nostri Paesi non saranno divenuti Stati di diritto, con istituzioni realmente democratiche e con una cultura della libertà, saremo sempre soggetti ai perturbatori che ci confinano nell’arretratezza, nel pauperismo, nel sottosviluppo intellettuale. C’è tanto da fare nei nostri Paesi per ristabilire un’immagine veritiera e rispettata della nostra identità, della nostra religione e del nostro essere. Ma finché continuerà l’ingerenza della religione nella politica, finché regnerà la confusione tra la ragione e la fede, offriremo agli americani, e agli occidentali in genere, le migliori occasioni possibili per rappresentarci come caricature, o come marionette.

Ben Jelloun