lunedì 11 febbraio 2013

EGITTO

Egitto e Iran lontani dal ’79. Sfida agli Usa e all’Arabia Saudita

UN’ACCOGLIENZA  così calorosa all’estero Mahmud Ahmadinejad non l’aveva avuta da
tempo.  Il presidente  egiziano Morsi ha atteso il collega iraniano ai piedi  dell’aereo e lo ha
accolto con un robusto abbraccio  e baci sulle  guance. Un momento storico. Dal 1979 nessun
presidente iraniano era  andato  in visita ufficiale al Cairo. A Teheran erano andati al potere i
religiosi sciiti, nemici degli Stati Uniti. L’Egitto era il più grande  paese sunnita e stretto alleato
degli  Stati Uniti. Offrì asilo al  deposto scià Pahlevi e concluse la pace con Israele. Due mondi.
Teheran e  il Cairo ruppero i rapporti diplomatici.
Oggi tutto dovrebbe  cambiare, la visita di Ahmadinejad è vista come  l’inizio di una nuova
amicizia. Dopo la caduta di Mubarak, l’Iran ha lanciato ripetute avance.  Ha salutato  la
primavera araba come erede dalla rivoluzione iraniana.  In settembre Morsi aveva proposto,  in
cambio di una diversa politica   iraniana verso la Siria, la ripresa  dei rapporti diplomatici. La
politica estera è il solo campo dove è riuscito a mantenere un certo  profilo  e un’intesa con
l’Iran può fargli  segnare dei punti. Il  presidente egiziano vuole distanziarsi dalla politica estera
di Mubarak e  dimostrare  di non farsi dettare la politica  da Washington. La visita  viene seguita
con attenzione dai Paesi del Golfo, primi fra tutti  l’Arabia Saudita, fermamente opposta al
tentativo dello Stato sciita di  conquistare  un primato nella regione. Il ministro degli Esteri
egiziano  Amr Kamel ha detto che «dei rapporti  dell’Egitto con l’Iran non  faranno  mai le spese
le nazioni del Golfo, la cui sicurezza è  direttamente  legata a quella egiziana». Dagli aiuti
finanziari dei  paesi del Golfo l’Egitto dipende in modo sostanziale  per affrontare una  crisi
economica sempre più grave. Anche  all’interno le reazioni non  sono  state tutte positive. I
salafiti di Al Nour, il partito alleato di  Morsi, hanno invitato il presidente a non dimenticare che il
ruolo  dell’Egitto  è proteggere i sunniti. E il grande sceicco Ahmed El  Tayyeb dell’Università
Al-Azhar, la massima  autorità teologica  dell’Islam sunnita, ha avuto parole ferme contro «le
ingerenze iraniane  nel mondo sunnita», in particolare nel Bahrain, la piccola monarchia
sunnita dove la minoranza sciita ha dato il via a numerose proteste, o  contro i «tentativi di
diffondere la fede sciita in Egitto  ».
Ahmadinejad  era arrivato allo storico appuntamento con El Tayyeb facendo il segno  “v” di
vittoria.  Anche lui deve fare i conti a Teheran con una lotta di  potere sempre più dura.
Sebbene non possa ricandidarsi alle elezioni in  giugno, Ahmadinejad vorrebbe continuare a
contare nel Paese,  mandando alla presidenza uomini  a lui vicini. Il suo più forte  antagonista è
Ali Larijiani, presidente  del Parlamento, con cui ha  avuto un aspro scambio verbale prima di
partire per il Cairo.
Nonostante l’abbraccio, ciò che divide i due presidenti è più di quello che li unisce. Sulla Siria,
che  sarà oggi al centro della conferenza  della Cooperazione islamica,   Morsi e Ahmadinejad
hanno posizioni distanti. Nella bozza del documento  finale della Conferenza  si addossa al
regime tutta la responsabilità   delle violenze e si chiede a Assad di avviare un dialogo  serio
con  l’opposizione.


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