domenica 27 febbraio 2011

NEL NOME DI DIO CLEMENTE E MISERICORDIOSO...

Nel suo ultimo articolo settimanale pubblicato su La Repubblica di Domenica 27 Febbraio 2011, Eugenio Scalfari scrive: "Le rivoluzioni dei popoli nord africani e medio orientali hanno numerose differenze tra loro ma anche numerose analogie. Tra queste ce ne sono 3 che meritano di essere segnalate: sono guidate da giovani, hanno come primario obiettivo la conquista dei diritti di libertà e sono rivoluzioni laiche anche se nei paesi musulmani il loro grido di riconoscimento e di vittoria è spesso quello tradizionale "Allah è Grande"."
Normalmente Scalfari è tra i giornalisti italiani uno di quelli che scrive le cose più interessanti e molto spesso più condivisibili, ma può capitare anche a lui di scrivere delle cose approssimative e sostanzialmente inesatte, specialmente se affronta realtà che non conosce o conosce male attraverso il solito prisma dei pregiudizi       euro-centrici  e filo occidentali. Mi sforzerò perciò da musulmano italiano che ha costruito la sua personale cultura abbeverandosi alle stesse fonti alle quali, con quasi certezza si è abbeverato Eugenio Scalfari, (l'illuminismo francese e in particolare Voltaire e Monteschieu e Diderop; la filosofia inglese del primo 700' e in particolare John Locke e, penso il Manuel Kant) ma che ha avuto poi la fortuna di tuffarsi in quel grande oceano che è il Corano, di mettere in evidenza quali sono le principali "inesattezze" del suo articolo:
1 - Il grido di vittoria e di battaglia dei giovani musulmani che hanno affrontato senza paura i proiettili e le bombe dei tiranni che, per gli interessi petroliferi e per la miopia dei vari governi occidentali sono stati imposti ai popoli arabi, non è "Dio è Grande" ("Allah-U-El-Kabir") ma è "Dio è il più Grande" ("Allah-U-Akbar). La presenza di Dio nei discorsi e nelle esclamazioni, nei saluti e nelle invocazioni dei musulmani è un dato costante. A chi ci chiede "Come stai?" noi rispondiamo "Dio sia lodato"; se intraprendiamo una qualsiasi attività e vogliamo esprimere l'auspicio che riesca bene siamo soliti ricorrere all'espressione "Se Dio vuole" ("Inshallah"); ogni discorso pronunciato in pubblico siamo soliti iniziarlo con la frase "Nel nome di Dio Clemente e Misericordioso".
A differenza di quanto avviene nell'Europa odierna, e in specie in quella che ha subito la tirannia sulla cultura e sulla scienza di un'organizzazione eclesiastica che poco ha a che vedere con le parole del Santo Profeta Gesù, i musulmani credono in Dio, si considerano soggetti alle sue leggi eterne e immutabili, cercano di adeguare le loro azioni individuali a quanto Egli ci ha rivelato attraverso i suoi Profeti. Probabilmente è sfuggito a Scalfari che le maggiori manifestazioni dei giovani e delle masse di popolo che hanno riempito a milioni le piazze e le hanno tenute per settimane si riempivano con maggiore velocità quando si usciva dalla preghiera del venerdì pronunciata in moschea;
2 - La giovane età dei rivoluzionari nord africani e del medio oriente si è si servita di moderni mezzi di comunicazione, che del resto hanno come base di partenza le scienze matematiche portate in Europa dalla civiltà islamica e del pensiero greco restituito all'Europa imbarbarita dai sapienti delle università del Cairo, di Damasco, di Cordoba, di Toledo e, successivamente, di Istanbul; ma l'uso di questi mezzi si è declinato con una forza che il non musulmano non può comprendere: quella che si riceve quando nelle prosternazioni di preghiera tramandate dalla Sunna, ognuno, inchinandosi tocca con la fronte la terra e sa che sul suo capo c'è la Mano di Dio e fra lui e il Creatore non vi è nessun intermediario. Noi musulmani sunniti non abbiamo preti, ne vescovi, ne papi;
3 - Non è da oggi che i giovani musulmani si gettano quasi inermi contro le pallottole e i carri armati dell'occidente e dei suoi derivati: lo hanno fatto per decenni in Cirenaica contro il colonialismo fascista; lo hanno fatto per decenni i giovani algerini contro i parà torturatori francesi del colonnello Massù; lo hanno fatto e lo fanno i giovani palestinesi, che hanno affrontato nelle Intifade contro l'occupazione israeliana armati di soli sassi e del grido "Allah-U-Akbar"; lo fecero anche i giovani iraniani quando, all'inizio della rivoluzione contro lo Shah (tanto simile nel suo pagliaccesco sfarzo al pagliaccio di Tripoli) si fecero uccidere a decine di migliaia dalla polizia segreta del tiranno di Teheran. Mi vengono in mente, per assonanza sentimentale le parole di una bellissima poesia che un poeta arabo nato e cresciuto nella Sicilia musulmana scrisse all'indomani della pulizia etnica anti araba portata avanti dagli Angioini francesi chiamati dal Papa per stroncare il grande sogno di un Mediterraneo unito e fecondato dall'incontro delle culture araba, ebraica, cristiana di Federico II di Svevia: "Addio Sicilia, mia diletta patria, i cui profumi mi vengono portati al tramonto dal vento che viene da occidente Addio Sicilia, terra dell'onore, i cui giovani affrontano la morte con il loro coraggio e con gli occhi sorridenti";
4 - Su questi giovani che invocano Dio, Al Qaida non può fare alcuna presa, perché lugubri esportatori di morte guidati da un sedicente sceicco che probabilmente non ha mai letto il Corano, o se lo ha letto ne ha dimenticato le cose più importanti, o forse ne ha letto la versione falsificata con finanziamento CIA nell'università del Nebraska e distribuita agli adolescenti afghani per fanatizzarli nella guerra santa contro i sovietici, non hanno niente a che fare col messaggio di pace, di libertà e di giustizia che vibra in ogni pagina del nostro libro sacro. Al Qaida è un movimento di segno fascista ed è il frutto del contagio che quanto di peggio ha prodotto l'occidente a trasmesso al mondo islamico nei secoli della dominazione coloniale;
5 - Noto con divertita curiosità come un incubo dell'occidente sia, oltre alla perdita degli approvvigionamenti energetici e agli arrivi di "orde selvagge" di musulmani barbuti con i vestiti imbottiti di tritolo (ricordo che in un articolo della Padania veniva definita "orda" anche una nave piena di profughi curdi che fuggivano dai gas americani lanciati a profusione dagli aerei di Saddam Hussein),  il possibile ritorno di un califfato musulmano esteso dalle rive dell'Atlantico fino ai confini dell'India. A parte la considerazione che quei califfati nei secoli della loro fioritura furono una delle manifestazioni più alte della storia umana, vorrei chiedere a chi nutre timori di questo genere perché i popoli europei, diversi per lingua e per religione, divisi da centinaia di guerre sanguinose di dinastia e di religione fra cui le due Guerre Mondiali del secolo scorso abbiano potuto fare con tutti i doverosi elogi l'Unione Europea, mentre i popoli arabi uniti dalla lingua, dalla comune cultura di base e dalla loro fede religiosa non dovrebbero fare qualcosa che possa chiamarsi gli Stati Uniti Arabi oppure l'Unione Araba: chi volesse chiamarla califfato non può che accomodarsi; la parola califfo viene dall'arabo e dal Corano e per la religione islamica l'unico vero Kalifa (vicario), di Dio è l'essere umano, fornito dal Creatore oltre che del dono della vita, di quello della ragione e del desiderio di conoscenza.
So che Eugenio Scalfari è un assiduo e profondo lettore di Voltaire, gli raccomando di rileggere la bellissima preghiera laica che conclude il trattato sulla tolleranza del grande francese: "Mi rivolgo a Te, Dio di tutti i tempi, di tutti i popoli e di tutti i mondi...Fa che tutti gli uomini ricordino di essere fratelli, e fa che ogni giorno si ricordino di dedicare qualche minuto della loro giornata per ringraziarti in mille lingue diverse dal Siam alla California per ringraziarti del dono che hai fatto loro dando ad essi la vita".
C'è in chi non crede in Dio qualcosa di comune con i cattolici che confondono la fede con l'essere cattolici. Anche molti laici sono convinti che laicità significhi non credere in Dio. Io mi sento profondamente laico perché credo ai valori di libertà, uguaglianza e fraternità. Oltre a questi valori credo anche in Dio che è Clemente e Misericordioso, ma è anche Giustizia; e quindi non c'è nessuna contraddizione tra il gridare nelle piazze "Dio è il più Grande" e lottare per la libertà come stanno facendo i miei fratelli e sorelle di Tunisia, Libia, Egitto, Yemen, Palestina in questi giorni; e poiché il Dio che invocano è Giusto ed è la loro guida, la vittoria verrà.


P.S: Nella preghiera di venerdì uomini e donne di tutte le nazioni islamiche, con tutti i loro colori di pelle e di abito diversi, dai bosniaci biondi e con gli occhi azzurri ai senegalesi neri come l'ebano, si sono uniti nei luoghi di culto che in Italia, per colpa di governi ottusi e intolleranti non possiamo chiamare moschee, abbiamo pregato tutti perché i nostri fratelli libici si liberino presto del sanguinario pagliaccio al quale il ridicolo presidente del consiglio italiano non si è vergognato di baciare le mani.

sabato 26 febbraio 2011

LA DEMONIZZAZIONE DEL COSIDDETTO FONDAMENTALISMO ISLAMICO

"Alla vita, alla morte, all'amore...Alla natura e a tutti i suoi elementi...Ai sassi e alle pietre, ai cristalli, agli alberi, alle stelle, al vento e alle acque, alla terra, al fuoco, alle rocce...Al Creato di Allah...Tutto vibra....Tutto è vivente...Che Allah perdoni le nostre manchevolezze; che Allah perdoni la nostra superficialità..."

"Quello che vorremmo trasmettere, in modo chiaro e immediato, è cosa fa parte dell'Islam e cosa no. Vogliamo sottolineare che l'Islam rispetta tutti gli altri, non li giudica perché solo Dio ha il diritto di giudicare, non lede la libertà o il diritto altrui; perché soltanto Dio converte i cuori, mai gli uomini e tanto meno la forza. Perciò non c'è alcun disprezzo per chi non è come noi, ne intendiamo fare prosemitismo. Nessuna costrizione può esservi nella religione.
Se Dio avesse voluto avrebbero creduto in Lui tutti coloro che sono sulla terra. Vuoi forse tu costringere tutti gli uomini fino a che siano credenti? Ricorda, tu sei solo un ammonitore ma non sei sui non credenti il loro impositore. Non è su di te la guida, ma è Allah che guida chi vuole. Un'anima può credere solo con il permesso di Allah. Noi intendiamo solo far conoscere a chi lo desidera cos'è l'Islam originario, quali ne sono le fonti e le regole principali."


Le citazioni che precedono sono tratte dall'introduzione di un libro che, tradotto in italiano, reca il titolo           "20 principi fondamentali per conoscere l'Islam". L'autore è l'imam Hassan Al-Banna, egiziano, fondatore e capo spirituale di quella "terrificante setta" che agita i sogni di quanti non conoscono nulla dell'Islam: i Fratelli Musulmani.
I suoi 20 principi o fondamenti dell'Islam sono rivolti ai musulmani perché conoscano i principi del vero Islam; ma essi non sono qualcosa che si vuole imporre a chi musulmano non è. Spacciare quindi il fondamentalismo islamico come una sorta di codice repressivo di una sorta di inquisizione musulmana è uno dei tanti misfatti che il cosiddetto occidente ha perpetrato e seguita a perpetrare nei confronti della religione islamica.
Pronunciai la formula di conversione all'Islam 3 anni fa ed ebbi subito modo di pesare sulla mia pelle i pregiudizi, i luoghi comuni, il disprezzo che specialmente in questa parte di Italia colpiscono i musulmani. I commenti più benevoli alla mia conversione furono: "Deve essere impazzito!"; ma non più tardi di 4 giorni fa una gentile signora che non ha, dato il suo coraggio declinato le sue generalità, mi ha onorato di una sua telefonata anonima che con un eufemismo definirò "una valanga di insulti": aveva appena letto della mia elezione a rappresentate legale dell'associazione dei musulmani italiani residenti a Vicenza.
Può apparire un eccesso di egocentrismo parlare di un caso personale all'interno di un evento storico, destinato a cambiare profondamente la fisionomia del Mediterraneo, ma non è così.
In un articolo comparso sul Corriere della Sera un lettore, di quelli che, almeno, trattano con rispetto quelli che hanno una fede religiosa diversa ha ritenuto di ravvisare, tra le ragioni della tumultuosa rivolta dei popoli nord africani e, presumibilmente dell'intero mondo arabo, l'umiliazione che è stata inflitta a questo mondo da despoti spietati e avidi messi a comandare intere nazioni per difendere gli interessi economici dell'occidente.
Non vi è dubbio che questa è una possibile ragione ma individuarla come l'unica o come al predominante trascura ben altre più gravi ragioni.
La causa della rivoluzione panaraba è l'umiliazione inflitta a popoli di antica civiltà verso la quale l'Europa è in forte debito con un dominio coloniale arbitrario, rapace, feroce e sanguinario da parte delle cosiddette potenze europee.
Chi ha tanta paura del cosiddetto fondamentalismo islamico dimentica che la colonizzazione francese imposta all'Algeria per più di 100 anni è costata al popolo algerino una guerra di liberazione con oltre un milione di morti; la colonizzazione stracciona dell'Italia pre-fascista e fascista sulla Libia, e in particolare sulla Cirenaica è stata pagata dalle popolazioni libiche con oltre 200 mila morti su una popolazione di un milione; l'Egitto della grande università di Al-Azhar, della grande biblioteca di Alessandria per millenni una delle culle della civiltà umana, ha dovuto subire l'ignominia di un ingiustificato protettorato inglese; popoli civilissimi, discendenti anch'essi da civiltà che sono alla base della nostra cultura (la Mesopotamia dei Sumeri e dei Babilonesi, la Persia di Ciro il Grande e del grande poeta Omar Kayan) sono state oggetto di contesa tra Francia, Inghilterra e Russia, con la ciliegina finale della creazione dello stato di Israele. A tutto questo e ad altro ancora le vittime di un'aggressione secolare hanno reagito con il fondamentalismo e con l'estremismo che è tipico della lotta più disperata. Ma l'occidente ha fatto finta di nulla, ha pensato solo a perpetuare l'utilizzazione delle risorse naturali di quei paesi, mettendo a guardia di tale possibilità i despoti che negli ultimi 50 anni hanno governato i popoli arabi con la polizia segreta, con le milizie private, con la totale mancanza di libertà, con il latrocinio più totale, che ha ridotto in miseria un paese ricco come l'Algeria.
E già che ci siamo io, sunnita, parlerò anche di ciò che è avvenuto nell'Iran  degli Ayatollah sciiti; e lo faccio sottolineando che tra sciiti e sunniti non corre buon sangue. Nell'Iran post-bellico, affidato da un accordo tra sovietici e americani al giovane Shah Reza Pehlevi si tennero elezioni democratiche che vennero vinte dal partito nazionalista Istaqlal che in coalizione con il partito comunista Tudeh nominò come primo ministro il nazionalista Mossadeq. L'anziano leader era un uomo di formazione culturale occidentale, ma ebbe il torto di nazionalizzare i pozzi di petrolio e le raffinerie di Abadan, terreno di caccia delle Sette Sorelle del Golfo. Mossadeq restò capo di governo per poco più di un anno; poi un bel colpo di stato lo destituì e, tra massacri, deportazioni, torture di massa l'Iran venne consegnato al potere tirannico dello Shah. Mossadeq morì in manicomio ma i suoi seguaci e i militanti del Tudeh furono oggetto di caccia spietata con decine di migliaia di morti.
Il potere dello Shah durò qualche decennio, poi il popolo iraniano perse la pazienza e lo costrinse alla fuga dal paese, dopo che per più di un mese le milizie monarchiche provocarono solo a Teheran dieci mila vittime, sparando ad alzo zero sulle folle che manifestavano contro la tirannia.
Il potere passò nelle mani del clero sciita, sotto la guida dell'Ayatollah Khomeini, rientrato dal lungo esilio da Parigi. Pensare che dopo una feroce tirannia e con la distruzione della borghesia colta e illuminata potesse nascere in Iran una qualche forma di democrazia rientra nelle illusioni ipocrite dell'occidente. Khomeini fu un tiranno, del genere di quelli che vanno al potere con una rivoluzione di un popolo esasperato; ma si dimentica che dopo di lui furono eletti presidenti dell'Iran un moderato come l'Ayatollah Raf Sajani e un uomo colto come Khatani, un filosofo laureato in filosofia teoretica in un'università tedesca. L'Iran conobbe un periodo di cauta liberalizzazione nonostante l'aggressione subita da Saddam Hussein, armato fino ai denti dagli americani (fu il futuro ministro della difesa statunitense che lo rifornì di gas). L'Iran pagò l'aggressione con un milione di morti, ma il popolo iraniano costrinse Saddam a ritirarsi con la coda tra le gambe. L'avvento al potere di un estremista demagogo come Ahmadinejad è stato in notevole parte il frutto velenoso della guerra di Bush ai confini dell'Iran, e dietro al fine proclamato di esportare la democrazia e combattere Al Qaida nascondeva in maniera anche abbastanza rozza il proposito di impadronirsi del petrolio iraniano e di trarre lauti guadagni dalla ricostruzione di un paese praticamente distrutto.
L'Iran non è certo un paese dalle istituzioni liberali ma è piuttosto una insopportabile tirannia: e tuttavia in questo paese il 47% dei laureati è di sesso femminile, la maggioranza dei medici è di sesso femminile, la minoranza ebraica ha diritto in base alla Costituzione ad avere 4 deputati in parlamento, mentre ai cristiani caldei è consentito coltivare vasti vigneti nonostante gli sciiti musulmani non bevano vino. Gli Ayatollah commentano: "I cristiani usano il vino nella loro Santa Messa". Non più tardi di 3 anni fa gli Ayatollah, preoccupati dalla esplosiva crescita demografica della popolazione hanno condotto in prima persona una decisa campagna per la limitazione delle nascite fino a distribuire anti concezionali subito dopo la preghiera del venerdì nelle moschee.
Si faccia il confronto, a proposito di fondamentalismi con il discorso del papa che ha condannato l'uso del preservativo dei paesi africani, dove il 30% della popolazione risulta siero positiva ai test sull'Aids.


venerdì 25 febbraio 2011

ANCORA VERGOGNA!

"Si mette meglio a fuoco adesso ciò che era solo intuibile: i despoti locali che a vario titolo e con diverse gradazioni di prepotenza hanno governato il nord Africa negli ultimi decenni, erano lì anche per nostro comodo e nostra sicurezza. Servivano a proteggerci dal "pericolo islamico" nelle sue diverse forme, il fanatismo religioso e la migrazione di massa, coincidenti nella visione xenofoba classica, che vede barche piene jihadisti dirigersi verso le nostre coste come facevano i corsari saraceni."
"Il fanatismo islamista esiste, e anche la migrazione di massa non è un fantasma, ma una questione fatta di carne e di territorio. Quello che non avevamo previsto, però è che esistono anche i popoli arabi, molti milioni di esseri umani che in casa loro si sono accorti di non voler più vivere soggiogati e poveri. Aver trascurato o sottovalutato la loro esistenza, i loro diritti, la loro capacità di autodeterminazione è stato l'ultimo retaggio del razzismo eurocentrico, che quando parlava di "masse arabe" immaginava un gregge di diseredati manovrabili con molte bastonate e pochissime carote. Ora il gregge ha i suoi volti, le sue parole, i suoi morti, ribalta governi e caccia tiranni. Siamo così preoccupati del nostro futuro da non capire che è del loro che si sta parlando".

Michele Serra, La Repubblica, 25/02/2011

Il criminale pazzo che ha tiranneggiato la Libia per più di 40 anni nel suo "replay" farneticante televisivo, dopo aver accusato nel primo Stati Uniti e persino l'Italia, "dell'amico Berlusconi", di fomentare la rivolta dei "ratti" ha capito che era più conveniente per la sua causa omicida passare ad accusare Al Qaida e il fondamentalismo islamico; dopo aver minacciato di tagliare i rifornimenti energetici all'Europa (compreso "l'amico Berlusconi") ha ritenuto più produttivo agitare lo spettro dell'invasione di milioni di persone sulle nostre coste, ora che non ci sono più le sue navi a presidiare le coste libiche e a catturare i disperati dei barconi da chiudere in campi di concentramento o da spedire a morire di sete nel deserto del Sahara. E' singolare che i due argomenti del delinquente in costume beduino sono stati immediatamente utilizzati dallo pseudo governo italiano. Berlusconi, dopo aver dichiarato di provare piacere nel vedere il "vento della democrazia" agitare i palmi della Libia, si è affrettato ad aggiungere che bisogna pensare anche al dopo: con ciò intendendo che quel vento può portare anche pericolosi emigrati islamici e jihadisti. Il ministro Maroni ha favoreggiato con altri (Frattini, La Russa e compagnia brutta) di milioni di clandestini in arrivo dall'Africa: cataclisma, quest'ultimo unanimamente respinto dal resto d'Europa. Del resto i lavoratori stranieri che lavoravano come immigrati in Libia hanno preferito ritirarsi in Tunisia e in Egitto, ben sapendo di trovare in quei paesi pur gravati da spaventosi problemi, luoghi più ospitali e più civili delle xenofobe schiere leghiste che governano l'Italia.
Non vi è tuttavia limite alla spudoratezza del personale politico e non che ricopre funzioni di potere nel nostro paese. E così:
1 - L'ambasciatore italiano a Tripoli ha detto che ai suoi occhi la situazione appariva piuttosto tranquilla: l'affermazione è arrivata sui nostri schermi televisivi nei giorni in cui Gheddafi bombardava i quartieri periferici della capitale libica, mentre le sue bande di mercenari giravano per le case ad assassinare uomini, donne e bambini, compresi i neonati;
2 - Il vescovo della diocesi di Tripoli, che amministra circa 6000 cattolici residenti nella sua diocesi (ma i cristiani non sono stati tutti assassinati nei paesi a maggioranza islamica?), nello stesso giorno ha dichiarato, sempre in televisione "che: "A Tripoli è oggi una bellissima giornata piena di Sole, ed è tutto tranquillo." poteva aggiungere che si trovava di fronte uno scenario quasi paradisiaco";
3 - Lo zotico onorevole Giovanardi, parlamentare del PDL, ha definito "bufale" le foto delle fosse comuni scavate sulle spiagge di Tripoli per seppellire le migliaia di morti: "Quali fosse comuni?" ha commentato il "grande uomo", "Lì è stato fotografato solo un cimitero dove in tombe ben ordinate e individuali si seppelliva qualche morto" (presumibilmente di morte naturale). Ignora il cialtrone che l'Islam non conosce l'usanza delle fosse comuni, perchè ogni defunto deve essere sepolto in una fossa individuale con il corpo rivolto verso la Mecca;
4 - La sola preoccupazione di tutti i cialtroni che hanno sostenuto la pretesa di George Bush di esportare in ogni parte del mondo la "democrazia" è stata quella di sottolineare quali gravi rischi corre l'economia del nostro paese se si perdono i contratti delle compagnie petrolifere italiane con il despota assassino. Naturalmente questa stessa preoccupazione è anche degli altri paesi europei: ma in nessuno di essi essa è diventata come in Italia una drammatica ossessione;
5 - L'ultimo alibi per giustificare il fatto che il governo italiano è l'unico che, a livello mondiale, non ha ancora definito Gheddafi con parole adeguate è stato quello di dover salvaguardare la vita dei numerosi cittadini italiani residenti in Libia: 1500 in tutto, di cui più di 1000 già rimpatriati. A questo riguardo giova sottolineare che gli altri grandi paesi europei hanno un numero molto maggiore di loro concittadini residenti in Libia: per non parlare degli egiziani, tunisini, algerini, filippini, indiani, pakistani e infine dei 12 mila cittadini cinesi.
Probabilmente quest'ultima paura è figlia diretta della coscienza sporca che l'Italia ha nei confronti del popolo libico; non solo e non tanto per la calda amicizia che il nostro presidente del consiglio ha manifestato nei confronti "dell'amico Gheddafi", ma anche e soprattutto perchè i libici non hanno dimenticato e hanno ereditato dai loro padri e nonni il racconto dei ferocissimi massacri che le truppe italiane hanno perpetrato nella "quarta sponda" dal 1911 al 1931 (200 mila morti  su una popolazione di meno di un milione di abitanti). Un'ultima notazione. Quasi tutti i mezzi d'informazione italiani hanno ripetutamente battuto sulla circostanza che in Libia vi sono ancora le "tribù". Nella pseudo visione di chi ignora i più elementari principi dell'antropologia culturale, il termine "tribù" richiama orizzonti primitivi e selvaggi, caotici e il più delle volte feroci. Si ignora che la tribù è la forma organizzativa umana tipica e necessaria alle popolazioni nomadi che vivono su grandi spazi desertici avendo come ultima risorsa economica la pastorizia e l'allevamento del bestiame: così è ancora oggi per le popolazioni centro asiatiche, per i mongoli, per gli arabi delle aree desertiche e per certi aspetti, di vaste zone dell'Australia e persino delle Highlands scozzesi (per non parlare delle popolazioni indigene del nord America, dei gauchos argentini ecc.ecc.ecc.).

giovedì 24 febbraio 2011

ANCORA VERGOGNE SULL'ITALIA

Corriere della Sera 24/02/2011 (Gian Antonio Stella)



Egoismi e Paure

Ma se si chiamassero Pedro o José e fossero bombardati da un golpista sudamericano? Se si chiamassero Pak o Koo e fossero mitragliati da un carnefice nordcoreano? Se si chiamassero Oja o Boris e fossero sgozzati da un nuovo macellaio cetniko? È il dubbio che rode a vedere come tanti politici italiani guardano al massacro dei libici facendosi una sola domanda: e noi? Certo, è ovvio che ci poniamo il problema di cosa succederà a casa nostra. Di più: è sacrosanto. Quanti disperati si rovescerebbero con i barconi sulle nostre coste se andasse tutto nel peggiore dei modi? Come potremmo gestire un'ondata migratoria mai vista? Riusciremmo a essere insieme vigili guardiani di un filtro indispensabile e buoni samaritani al soccorso di una umanità sofferente? Cosa farebbero gli altri europei? Accorrerebbero a darci una mano o guarderebbero altrove lasciandoci nelle peste? 
Sono domande doverose. Imposte da questa specie di esplosione nucleare dagli esiti imprevedibili deflagrata a poche decine di chilometri dai nostri confini. Lo studioso Khaled Fouad Allam si è spinto a scrivere sul Sole 24 Ore che la Libia potrebbe diventare, per la sua storia, per i suoi conflitti secolari, «l'Afghanistan del Mediterraneo». Come potremmo non stare in guardia? Come potremmo non essere preoccupati? Eppure questa non può essere la sola, unica, esclusiva nostra preoccupazione. Non può ruotare tutto ossessivamente intorno a noi. Perché laggiù in Libia, sotto i nostri occhi, a pochi minuti di volo dall'Italia, stiamo assistendo a un bagno di sangue che ci fermerebbe il fiato e ci strapperebbe grida di raccapriccio se solo le vittime di tanta ferocia repressiva non fossero arabi, berberi, islamici. Impastati tutti insieme, integralisti e laici, cammellieri e architetti, beduini sahariani e ragazzi cresciuti col Web che sognano solo la stessa libertà che hanno i ragazzi olandesi o americani.
Abbiamo tra l'altro due responsabilità in più. La prima è che quello che Ronald Reagan chiamava «il cane di Tripoli» e oggi sta azzannando rabbioso i suoi stessi cittadini, è stato fino a pochi giorni fa riverito e adulato, con minori o maggiori gradazioni di piaggeria, da un po' tutti i governi italiani. Convinti che «i vicini non si possono scegliere» e in fondo in fondo per noi fosse meglio che l'Africa più vicina fosse schiacciata sotto il tallone di un po' di duci muscolosi piuttosto che esposta ai brividi pericolosi della democrazia. La seconda è riassunta in un motivetto sull'invasione della Libia del 1911 il cui prologo risuona spavaldo: «Sbalorditi i musulmani stavan tutti a naso ritto / ma d'un tratto a capofitto bombe e fuoco gli arrivò / Assediato e bombardato sia di sopra che di sotto / il vil popolo corrotto all'Italia s'inchinò». Ecco, un secolo esatto dopo la brutale conquista di quello «scatolone di sabbia», dopo decenni di disprezzo per quelle genti «inavvezze al lavoro», dopo le foto dei nostri plotoni d'esecuzione che fucilavano anche i ragazzini, dopo i campi di concentramento nel deserto della Sirte dove Angelo Del Boca ha dimostrato che morirono decine di migliaia di donne, vecchi e bambini, abbiamo verso quei libici scesi nelle piazze per liberarsi di un dittatore capriccioso e feroce dei doveri in più. È giusto che ci preoccupiamo «anche» per noi. Ma non ci siamo solo noi. 

La Repubblica 24/02/2011 (Gad Lerner)

“LA PAURA DEL PROGRESSO”


A più di un mese, ormai, dall´inizio della rivoluzione araba che ridisegna i connotati del bacino mediterraneo in cui siamo immersi, finalmente, a denti stretti, il nostro primo ministro ha pronunciato le parole “vento di libertà”. Né ha osato ancora riconoscere che dopo quasi 42 anni di dittatura – il doppio di Mussolini! – è ben venuto il tempo che si allontani dal potere quel partner sanguinario cui Berlusconi ha da poco baciato la mano assassina in pubblico. Neanche le cifre di una vera e propria ecatombe in Libia lo hanno indotto a chiedere ufficialmente che Gheddafi sia assicurato a una corte di giustizia internazionale.
Come mai persiste una simile, vile titubanza, condivisa in forme più discrete da gran parte della classe dirigente italiana? Quale imbarazzante divario morale con la dichiarazione di un eroe della democrazia, Vaclav Havel, che sempre ieri paragonava il 2011 dei rivolgimenti nel Nord Africa al “suo” 1989, quando i moti popolari provocarono la caduta dei regimi comunisti nell´Europa centro-orientale.
Spiegare un tale contrasto è imbarazzante. Lo stato d´animo impaurito con cui il nostro establishment assiste, come paralizzato, all´impetuoso cammino della storia, certifica infatti un declino italiano vissuto come ineluttabile. Quasi che ci fosse precluso reagire all´impotenza cui noi stessi, e con noi l´Europa, saremmo condannati a rassegnarci.
Eppure dovrebbe soccorrerci una visione dinamica della storia italiana, a centocinquant´anni dalla fondazione dello Stato unitario. Dovremmo pur ricordare come la nostra penisola abbia conosciuto secoli di primato economico e culturale, non a caso, fra il Mille e il Millecinquecento, allorquando l´Italia dell´Umanesimo e del Rinascimento si è fatta forza della sua formazione geografica allungata che la proietta al centro del Mediterraneo. Proprio quella fortunata collocazione, le migliaia di chilometri di coste, viene oggi descritta con vittimismo dai nostri governanti, come una disgrazia da maledire. Come se l´Italia meridionale, vicina all´Africa e al Medio Oriente, fosse un´appendice di cui sopportiamo malvolentieri il peso.
Questa miopia rischia di farci perdere un appuntamento cruciale con la storia. Com´è possibile ignorare che abbiamo vissuto le stagioni italiane più felici di egemonia intellettuale e commerciale grazie al destino intrecciato che le nostre repubbliche marinare prima, e Venezia poi, seppero realizzare con le città cosmopolite del Levante e del Maghreb? Com´è possibile negare che proprio il mancato sviluppo armonico della sponda meridionale del Mediterraneo, con gli squilibri economici e demografici che provoca, ha nuociuto alla nostra crescita come una palla al piede?
Ci siamo illusi, per decenni, che sostenere dei regimi totalitari costituisse la miglior garanzia per fronteggiare la minaccia del terrorismo e il flusso dei migranti, garantendo altresì il rifornimento energetico. A supporto di questa realpolitik oggi rivelatasi fallimentare, abbiamo elaborato teorie razziste di matrice neocoloniale: secondo cui i nostri vicini di casa sarebbero per loro natura inadatti alla democrazia, refrattari al progresso civile. Fino a usare anche per loro il concetto di “democratura”, come se le società arabe si potessero governare solo con un mix fra democrazia (finta) e dittatura (vera).
D´altra parte ricordiamo che fu Giulio Andreotti l´unico statista europeo che esplicitò la sua delusione di fronte alla caduta del Muro di Berlino («amo talmente la Germania da volerne mantenere due, separate»). Berlusconi ha solo esasperato, da istrione affarista qual è, una vocazione al sostegno dei tiranni mediterranei già coltivata trasversalmente dai suoi predecessori. Ignorando il malessere delle società arabe, abbandonando al loro destino gli intellettuali laici e progressisti di quelle regioni, considerandovi ineluttabile il predominio dell´integralismo islamico e l´avversione per l´occidente.
Il fallimento conclamato di questa politica mediterranea fondata sulla partnership con i tiranni – salvo poi elogiare Israele quale unica democrazia della regione – ora cede il passo a un allarmismo recriminatorio. A leggere le dichiarazioni dei nostri ministri, il “vento di libertà” che soffia impetuoso fra il Nordafrica e il Levante non meriterebbe il nostro apprezzamento perché la “piazza araba” resta sempre e comunque una minaccia.
Dopo la caduta di Ben Ali, con l´arrivo a Lampedusa di alcune migliaia di profughi, Roberto Maroni è si è riscoperto buono e ha riconosciuto che si tratta di un´”emergenza umanitaria”, poi enfatizzata addirittura come “esodo biblico”. Salvo polemizzare subito dopo con l´indifferenza di una Unione europea certo non benevola nei confronti dell´Italia, penalizzata oggi dalle ripetute condanne internazionali alla politica dei respingimenti allestita dallo stesso Maroni di comune accordo con Gheddafi. Errori che si pagano a distanza.
Ora che quel trattato italo-libico del 2008 è ridotto a carta straccia si deve certo predisporre una nuova strategia fondata sul concerto europeo. Ma a questo fine non giovano certo le cifre sparate a casaccio: che senso ha preconizzare trecentomila migranti nel prossimo futuro? Peggio ancora è lo scaricabarile sull´accoglienza già cominciato fra le diverse regioni italiane; mentre Bossi promette spavaldamente di dirottare in Germania le non meglio precisate masse di profughi. Finendo solo per dare ragione agli altri Stati dell´Unione che hanno buon gioco a evidenziare, dati alla mano, come oggi l´Italia accolga un numero di richiedenti asilo e di nuovi migranti assai inferiore alle altre grandi nazioni europee.
Le nostre credenziali in materia di accoglienza e di sensibilità umanitaria sono ridotte al minimo. Ciò non facilita il rapporto con Bruxelles nella necessaria gestione comune dell´emergenza.
Molto dell´esito politico dei rivolgimenti in atto dipenderà dal nostro comportamento. Ma siamo stati, noi, dalla parte giusta? Ci siamo prodigati a proteggere i nostri vicini di casa da una repressione feroce? Gli Stati Uniti di Obama si sono rivelati più pronti dell´Europa nel sostenere il cambiamento. E ahimè in Europa proprio l´Italia, cioè la nazione che ha più interesse alla crescita di società aperte nel sud Mediterraneo, si è mostrata la più reticente nel prendere le distanze dai dittatori.
Questo atteggiamento istintivo ha rivelato un deficit culturale che caratterizza la nostra classe dirigente di matrice nordista. Spiace ricorrere ai luoghi comuni, ma certi ministri parlano come antichi “polentoni” impauriti dalle potenzialità del cosmopolitismo mediterraneo, da loro vissuto (per ignoranza) solo come una minaccia. Come se la storia non avesse niente da insegnare a una nazione anziana, la cui età media è di quasi vent´anni più elevata rispetto alle società giovani e vitali che si stanno ribellando. Come se fossimo condannati ad avere paura del progresso fino al punto di non immaginare neppure un futuro democratico comune a tutti i popoli del nostro mare.


Abbiamo affidato ai due articoli che precedono, il compito di salvare l'onore e il buon nome dell'Italia rispetto alla terribile tragedia del popolo libico, trucidato da Gheddafi (che dopo aver blaterato su una congiura americana e italiana che avrebbe armato la rivoluzione contro di lui, ha nelle sue ultime farneticazioni televisive tirato in ballo Al Qaida). Coloro che disonorano il nostro paese sono nell'ordine:
1 - Il presidente del consiglio Silvio Berlusconi che non ha ancora avuto il buon gusto di accusare direttamente e personalmente il suo compare libico del genocidio in atto alle nostre porte di casa. Il reuccio di Arcore si compiace del vento della democrazia però "Bisogna pensare anche al dopo..." e cioè al pericolo del fondamentalismo islamico;
2 - Il dis-onorevole Lamberto Dini, presidente della commissione esteri della camera, che non si è vergognato di dire che il governo italiano deve operare per salvare il potere di Gheddafi;
3 - La Lega in genere, che sa soltanto pensare all'ondata di clandestini che potrebbe riversarsi sulle coste italiane (si è arrivati ad ipotizzare 3 milioni di profughi). Quasi sicuramente i timori della Lega sono privi di fondamento fino a questo momento quanti fuggono dalla Libia trovano rifugio e ospitalità in Egitto e in Tunisia: forse perchè sanno quali regole barbariche vengono applicate in Italia anche nei confronti di quanti avrebbero diritto, in base alle norme internazionali, diritto all'asilo politico.
Ripetiamo quanto abbiamo già detto ieri: "Dio è Clemente e Misericordioso, ma è anche Giusto e non fa sconti a chi viola le elementari leggi della giustizia e della verità". 






mercoledì 23 febbraio 2011

VERGOGNA!

"Si farebbe volentieri a meno degli umori leggeri di fronte a tragedie come quella libica; ma inevitabilmente la parabola catastrofica del colonnello Gheddafi scatena nei peggiori bar della nostra città fantasie mezzo satiriche e mezzo politico-diplomatico sul suo destino: finirà ad Arcore dividendo la cameretta con l'amico Putin o ad Antigua, da solo sul Nig o con un carro di amazzoni al seguito? E quale uniforme, in caso di fuga sceglierà nel suo guardaroba? Quella ieratica da capo beduino o quella da generale pazzo mutuata dalle peggiori tradizioni dell'occidente colonizzatore? O tutte e due per segnalare il disastro prodotto dal colonialismo militare e dall'arcaismo tribale? E soprattutto: cosa staranno pensando in queste ore le Miss reclutate a Mazi per ascoltare le lezioni pseudo coraniche di un tizio che fa bombardare il suo popolo? Avranno colto la differenza tra una convention e lo stage di indottrinamento nato dall'asse di ferro Roma-Tripoli/ Berlusconi-Gheddafi, oppure penseranno solo si essersi prestate a pagamento a un pomeriggio appena più pittoresco del normale? E se hanno conservato il velo ricevuto in omaggio dal tiranno libico, sapranno rivolgere un pensiero alle donne libiche che quel velo ora lo usano per asciugare il sangue dei loro morti?"

Abbiamo citato questo breve commento che Michele Serra ha dedicato alla tragedia libica su La Repubblica del 23/02/2011.
Voglio solo aggiungere alcune considerazioni da musulmano italiano:
1 - Per i musulmani il Corano è il libro che reca la parola di Dio: quando lo prendiamo tra le mani è buona regola lavarsele prima e quando ne leggiamo un brano è ugualmente buona regola chinare il capo e portare il libro alla fronte e al cuore. Un cialtrone che si permette di leggere il Corano a una platea di hostess reclutate a pagamento e si mette a disquisire come un pagliaccio sul testo sacro merita solo per questo il più totale irrimediabile disprezzo. Se oltre a ciò un individuo del genere bombarda il suo popolo e scatena contro di esso squadre di mercenari che hanno l'ordine di uccidere chiunque capiti a tiro, additarlo al disprezzo e alla vergogna del mondo non è sufficiente: che Dio Clemente e Misericordioso lo punisca nel più adeguato dei modi in nome della giustizia e dell'umanità;
2 -  Vergogna su chi a un individuo ha baciato pubblicamente le mani quasi si trattasse di un santo o di un Profeta. Le hanno presenti i suoi elettori le immagini di Berlusconi, che in una cornice da grande circo equestre si inchina davanti al Rais e si produce in un galante "bacia mani"? E che dire della frase che il nostro presidente del consiglio ha pronunciato rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano se avesse telefonato al suo amico libico, intento a massacrare centinaia di persone: "Mah! Non ho voluto disturbarlo..."?;
3 - E che dire infine del nostro ineffabile, azzimato ministro degli esteri Frattini il quale, buon ultimo rispetto ai suoi omologhi di tutto il mondo ha pronunciato timide parole di disapprovazione, accompagnandole con la precisazione che la democrazia non è esportabile? Che commento bisogna fare sulle parole di questo stesso individuo il quale, sempre in tv ha definito le squadracce di mercenari assoldate da Gheddafi per massacrare cittadini inermi ha usato la formula "squadroni della morte di fondamentalisti islamici"?

Ma la VERGOGNA accompagni anche tutti coloro che, senza avere il coraggio di dirlo, pensano che la democrazia non è qualcosa che possa essere conquistata da milioni di persone, soprattutto giovani che scendono in piazza sfidando la morte, "Perché gli arabi non sono maturi per la democrazia".
Ma Dio è Grande e Misericordioso ed è soprattutto Giustizia e sa più di tutti i "venditori di fumo" e i saccenti di casa nostra chi merita e chi non merita: Perché Egli Onnisciente e Onnisapiente, da a ciascuno quel che merita e non fa sconti.

IL DIRITTO ISLAMICO - 3a parte

FONTI DEL DIRITTO ISLAMICO:


A - FONTI PRINCIPALI. 
La prima fonte è il Corano. Dio è il Legislatore Unico: "Egli ha stabilito per voi, nella religione la stessa via che aveva raccomandato a Noè, ad Abramo, a Mosè, a Gesù, e quella che riveliamo a te o Muhammad". La legge è conosciuta attraverso la parola di Dio rivelata, il Corano.
La seconda fonte è il corpus dei hadith, che contiene le parole e le azioni di Muhammad, cioè la Sunna (tradizione del Profeta). Verso la fine del VII secolo, la Sunna profetica cominciò ad essere considerata fonte interpretativa del Corano e il hadith ne era il documento, prima orale poi scritto. Poco dopo se ne formarono piccole raccolte, mentre al IX risalgono le raccolte classiche dei hadith, classificati per temi di cui le due più importanti sono quelli di Al-Bukhari (m. 870) e di Muslim (m. 875). Il sistema islamico afferma che il Corano è rivelato da Dio al Profeta, mentre il hadith è ispirato, cioè contiene le parole e le azioni di Muhammad ispirate da Dio.
I hadith sono una produzione terminata; se ne conoscono quasi un milione, raccolti e ordinati in numerosi trattati da vari tradizionalisti. Queste raccolte hanno un valore normativo diverso per i musulmani, che ritengono degne della massima considerazione quelle di Al-Bukhari e di Muslim, entrambe chiamate Al-Sahih (l'autentico). Gli studiosi islamici considerano autentici circa 7000 hadith.
La stra grande maggioranza dei hadith furono fabbricati durante i primi secoli dell'Islam senza alcuna attinenza diretta con il Profeta o con i suoi diretti compagni, e per le più svariate ragioni politiche, settarie, eretiche, dottrinali, consuetudinari attribuite a posteriori al Profeta per avvalorarne l'autorità. Il hadith è perciò una fonte della religione e del diritto inevitabilmente al centro di aspri dibattiti sulla sua attendibilità.

B - IL FIQH .

Dopo la morte di Muhammad i problemi crescenti della Umma richiedevano sempre nuove soluzioni; e da quel momento si cominciò ad elaborare il diritto islamico in senso stretto e cioè il Fiqh.
I propulsori di esso, nei primi 2 secoli dell'Islam, furono quei "devoti" che, volendo improntare il diritto di idee morali e religiose cominciarono una riflessione personale per islamizzare la società, grazie all'applicazione della Sharia. Già nell'epoca dei califfi Omayyadi i governatori delle provincie nominarono i primi giudici (Qadi) per risolvere le controversie tra musulmani. Si trattava perciò di tribunali religiosi, nei quali si ammodernava l'amministrazione della giustizia attraverso il passaggio dall'arbitrato tribale allo stato che si faceva garante della giustizia. I Qadi emettevano sentenze riflettendo sulla Sharia primaria, ma facendo riferimento anche al diritto consuetudinario degli arabi e alle istituzioni giuridiche dei paesi conquistati, perché le fonti primarie non risolvevano tutte le situazioni. Essi esercitarono un ruolo di interpretazione creativa, mediante il ragionamento (Ijtihad, sforzo continuo di riflessione personale). Oltre all'esercizio del ragionamento per analogia che risolveva i casi nuovi con i casi simili presenti nel Corano, nei hadith e nella giurisprudenza precedente essi esercitarono una Ijtihad basata sulle due fonti principali e sul Ra' Y (opinione personale).
Il Ra'Y è il giudizio del giurisperito "secondo equità" che può avvenire per opinione discrezionale (Istihbab), della decisione personale e razionale (Istihsan) e della scelta in base all'interesse generale (Istihlah o Maslaha).


Al tempo del califfato degli Omayyadi nacquero le scuole di diritto (Madha' Ib) in cui ogni membro conservava una grande libertà d'opinione. Sedi delle scuole principali furono Kufa, Bassora, Medina, la Mecca e Damasco che si svilupparono in modo indipendente fra loro. La teoria giuridica elaborata nelle scuole consisteva nelle tradizioni giuridiche viventi chiamate Sunna o 'Amal pratiche ideali (unificate dall'Ijma, consenso medio dei sapienti delle singole scuole).
Ijma acquistò grande importanza grazie a un hadit riguardante l'infallibilità della Umma: "La mia comunità non si accorderà mai su un errore". In tal modo la Ijma divenne ben presto la terza fonte del diritto dopo il Corano e gli hadit. Le scuole si trasformarono rapidamente in scuole personali basate sulla tradizione del maestro e sui suoi successori. Così Kufa divenne la scuola di Abu Hanifa, Medina la scuola di Malik Ben Anas; una scuola minore fu quella di Sufyan Al-Thawri, la Siria si basò su Al-Awza' I; iniziarono poi le scuole dei discepoli di Al-Shafi' I e di Ibn Hanbal e nacque infine la scuola della Zahiriyya. Dopo il 1300 sopravvissero solo le quattro scuole classiche.
Poco prima dell'anno mille le fonti del diritto islamico furono fissate e il grande storico Al-Tabari definì la Sunna della sapienza islamica come il Corano, la scienza religiosa e il Fiqh, le fonti canoniche del quale divennero quindi: Il Corano, fonte testuale rivelata da Dio; il hadith/Sunna (tradizione o fonte testuale ispirata); Ijma (consenso della Umma espresso dai giuristi); Ijtihad (sforzo di riflessione personale dei dottori delle scuole); 'Urf (costume, ammesso solo da alcuni giuristi.



Questi principi comuni sono chiamati Usul Al-Fiqh (Fonti del Diritto). La scienza che intorno ad esse è stata costruita fu sistematizzata dall'importante capo scuola Al-Shafi'I: "Il Corano e la Sunna vi sono indicate come le autorità assolute e primarie: in particolare del Corano si evidenzia che contiene circa 700 versetti giuridici di cui 500 riguardano le Ibadat e 200 le Mu'Amalat. Va aggiunto che la Sunna è diventata nel tempo il supporto del tradizionalismo conservatore arabo, ma tuttavia ha subito grandi trasformazioni; ed infatti il Corano chiama Sunna il costume di Dio (e cioè il modo abituale di comportarsi. Dopo la morte del Profeta Sunna indicò le parole e le azioni di Muhammad e dei suoi Compagni, ispirati da Dio e cogenti: "Abbiamo inviato un messaggero affinché sia obbedito per volontà di Dio". Muhammad è considerato esempio per tutta la comunità: "Avete nel Messaggero di Dio un bell'esempio per voi, per chi spera in Allah e nell'Ultimo Giorno e ricorda Dio frequentemente". Con l'avvento dell'Islam il califfo assordì il ruolo dell'antico giudice dell'amministrazione della giustizia e diventò egli stesso il produttore della Sunna. Poiché l'impero islamico si ingrandì velocemente, il califfo non poté esercitare personalmente tutte le funzioni giurisdizionali, e delegò l'amministrazione della giustizia pur restandone il titolare. In tal modo la nozione della Sunna ebbe un'evoluzione grazie ai giuristi delle scuole del Fiqh. Nacque così l'idea di Sunna del Profeta, contenuta nei hadith che divenne progressivamente una fonte oggettiva del diritto per la pressione dei trasmettitori di hadith e che finì con l'identificarsi con la pratica ideale attuale e ininterrotta della Umma e con la dottrina degli Ulema.
Grazie all'Ijma e all'Ijtihad il diritto islamico dei primi 3 secoli fu un sistema capace di rispondere alle esigenze socialu, anche se successivamente diventò un sistema statico e sacrale. 
Poiché il mutamento culturale e sociale era inarrestabile, nelle nuove situazioni di vita ricorsero all'uso delle Fatwa (consultazione giuridica e risposta di un giureconsulto). le Fatwa avallate dal consenso dei dotti entrarono a fare parte del patrimonio delle scuole giuridiche. Successivamente si aggiunse la dottrina che i grandi Ulema del passato avevano esaurito la loro funzione e che i giuristi dovevano limitarsi a spiegare e ad applicare la dottrina fissata una volta per sempre. Il pensiero attuale delle scuole finì con l'essere attribuito rispettivamente all'uno o all'altro compagno del Profeta scelto come fondatore, mentre la chiusura delle porte del Ijtihad condusse alla fissazione delle 4 grandi scuola giuridiche che definiscono con alcune diversità nei fondamenti e nei contenuti l'ortodossia interpretativa della Sharia.

martedì 22 febbraio 2011

IL DIRITTO ISLAMICO - 2a parte

Già negli ultimi decenni dei califfati Omayyadi era andata crescendo l'esigenza di dare un'organica sistemazione al sistema del diritto islamico in relazione al fatto che sempre di più, a misura che si ampliava il dominio dell'Islam, popoli, culture, tradizioni giuridiche sempre diverse avevano fortemente diminuito il carattere "arabo" dei territori di religione musulmana. Tale esigenza di sistemazione aumentò con l'avvento della dinastia Abbaside che andò arricchendosi di elementi culturali che andavano ben oltre l'ambito arabofono, per assumere il carattere di "impero universale".
Per affrontare il tema dobbiamo anzi tutto esplorare tre termini giuridici fondamentali: "Sharia, Fiqh, Qanun":

A - La SHARIA si tratta di un termine comune ai popoli arabofoni del medio oriente. Nel Corano il termine si incontra 4 volte e congiunge al significato di "legge" a quello più generale di "Via salvifica tracciata da Dio". Dal punto di vista letterale la Sharia è la "via che conduce all'acqua", e perciò esso evoca la vita in un paese desertico come l'Arabia. Un secondo significato è quello di "cammino" che il credente deve seguire per giungere alla vita grazie ai comandamenti religiosi stabiliti da Dio, e rivelati a Muhammad; in tal senso Sharia è sinonimo di religione. A volte, tuttavia, la Sharia si presenta come una legge positiva e cioè come una serie di norme precise, altre volte fissa dei principi comportamentali generali che consentono un certo margine di creatività. Nel corso dei secoli si nota uno slittamento, nei commentatori del Corano e negli Ulema in genere dal senso ampio al senso ristretto di "legge positiva divina e di norme precise del comportamento".
La Sharia diventa la legge divina onnicomprensiva, che plasma minuziosamente il comportamento dell'individuo e della società e il cui significato viene gradualmente a coincidere con il diritto islamico. I giuristeriti islamici (Fuqaha) determinano il carattere insieme giuridico e morale delle azioni umane, classificando i vari atti secondo 5 qualificazioni:
1 - Wajib (atti obbligatori): tali sono ad esempio i 5 pilastri della fede. Dio castiga chi non li compie senza un giusto motivo;
2 - Mandub (atti raccomandati): chi compie questi atti riceve una ricompensa ma chi li trascura non merita castigo: ad esempio la "preghiera libera" e la "Sadaqa" o elemosina libera;
3 - Haram (atti proibiti): chi li compie viene punito sia dagli uomini sia da Dio, nell'aldilà e tal volta in questa vita. Sono Haran il furto, l'adulterio, l'omicidio ingiustificato, il ripudio non coranico;
4 - Makruh (atti biasimevoli): in questa categoria rientrano certe forme di ripudio valide ma prive di motivo valido. Dio castiga queste azioni nell'aldilà;
5 - Mubah (atti leciti o permessi): tale è la maggior parte delle azioni umane.
Questa determinazione della qualità degli atti è una delle forme di adempimento del comandamento coranico:
"Raccomandate le buone consuetudini e proibite ciò che è riprovevole".
In base alla tradizione giuridica e nell'orizzonte teologico dominante, che è quello della teologia asharita, non trova posta una concezione morale "naturale", basata sulla ricerca della ragione per scoprire e interpretare il progetto iscritto da Dio nella Creazione, ma solo una morale basata sulla rivelazione positiva, che in certe correnti interpretative molte aggressive, scade spesso nel formalismo. Vi è per altro la coesistenza in un unico sistema ibrido di due principi del diritto, umano e divino, profano e religioso, e delle rispettive procedure e istituzioni spesso in conflitto fra loro.
B - I FIQH. Se la Sharia è la legge divina, il Fiqh è la scienza della legge divina, frutto di una sintesi tra due elementi: da un lato certi dati attinti dal Corano e dalla tradizione profetica (Sunna) dall'altro le soluzioni elaborate dalla ragione umana a partire dalle necessità della vita. Il Fiqh si può definire come una teologia etico giuridica della civiltà islamica, che allo stesso tempo è più larga e più stretta della nozione occidentale di diritto. Il Fiqh (comprensione) è il termine tecnico per indicare la scienza del diritto islamico e la giurisprudenza, e poiché esso indica un'attività umana, non si applica ne a Dio ne al Profeta. L'uomo è chiamato da Dio a osservare la Sharia per vivere in accordo con l'ordine cosmico che egli ha stabilito. I giuristeriti che hanno l'autorità richiesta in questo campo espongono ed elaborano la Sharia che trovano nelle fonti primarie della rivelazione divina e cioè il Corano e la Sunna.
Il Fiqh abbraccia tutti gli ambiti della vita che deve fondarsi sulla religione, ma a loro volta gli ambiti di applicazione del Fiqh sono normalmente 3:
1 - Ibadat, leggi che riguardano il culto e la pratica religiosa;
2 - Mu'Hamalat, leggi che riguardano la vita sociale;
3 - Altri ambiti comprendenti le sfere del diritto e della procedura penale del diritto costituzionale delle leggi dell'amministrazione dello stato e della conduzione della guerra.
C - Il QANUN. Il termine ha acquistato un senso molto generale di legge o codice. Già nei primi tempi dell'impero islamico i detentori del potere, soprattutto i governatori delle provincie senza specifica competenza legislativa, emanarono varie leggi nel campo del diritto pubblico e penale in cui il Fiqh appariva insufficiente o, nel caso delle pene coraniche troppo rigido. Nel campo amministrativo il Qanun non fu mai conflittuale con la Sharia, che del resto non ne trattava; nel campo del diritto penale, invece, talvolta i governatori sostituirono le pene discrezionali alle mutilazione e alla morte previste dalle pene coraniche. In seguito i sultani ottomani legiferarono in altri campi sottoposti alla Sharia.
Nell'epoca moderna e contemporanea il Qanun indica sia le leggi e i codici ispirati alle legislazioni occidentali (diritto civile, commerciale, amministrativo, penale ecc. ecc.) sia i codici che riproducono le norme semplificate della Sharia, come ad esempio alcuni codici dello statuto personale (Siria, Iraq). La procedura del Qanun attuale prevede la preparazione delle norme in commissione, la votazione in assemblea e la promulgazione nel potere esecutivo.

domenica 20 febbraio 2011

IL CONFLITTO ISRAELO PALESTINESE - 8a parte

A dimostrazione della natura velleitaria della cosiddetta Road Map verso la pace basta scorrere la lista dei suoi componenti: gli Stati Uniti d'America con il loro presidente George Bush Jr. si è distinto nei mesi immediatamente successivi alla sua avventurosa elezione per il suo totale disinteresse verso la questione mediorientale. Ciò è equivalso a un disco verde per ogni iniziativa di Sharon. Dopo l'11 Settembre, quando è apparso necessario assicurarsi la benevola neutralità dei paesi arabi cosiddetti "moderati" nella proclamata guerra contro il regime afghano e in quella non ancora confessata contro Saddam Hussein, Bush ha anzi offerto lo zuccherino dell'intenzione di riconoscere uno stato palestinese indipendente assicurando gli sforzi del governo americano in tal senso. Naturalmente erano solo parole. Quando in consiglio di sicurezza dell'ONU, di fronte all'aggravarsi della spirale attentati/rappresaglie che ha caratterizzato il biennio della seconda Intifada, si è discussa la possibilità di inviare in medio oriente una forza internazionale di interposizione sotto Egda ONU, il rappresentante americano ha posto il veto:
1 - l'81° in sessanta anni di storia delle Nazioni Unite e il 55 a favore di Israele
2 - Mentre la Russia è stata invitata solo proforma, anche perché in medio oriente, dopo gli esploit alcolistici del presidente Eltsin, il medio oriente non conta più nulla, l'Unione Europea non ha mai espresso una posizione in qualche misura autonoma dalle menzogne israeliane: agli occhi di quasi tutti i governi europei Israele è l'unica democrazia del medio oriente, e i suoi abitanti sono i discendenti dei sopravvissuti all'Olocausto; e anche chi è più digiuno di storia sa che almeno la seconda "storia" è una favola contraddetta dai fatti: la stragrande maggioranza degli abitanti di Israele è di origine russa, nord africana e americana; i pochi sopravvissuti alla Shoah, fino al 1966 dovevano nascondere ai loro neo concittadini israeliani il tatuaggio impresso dai lager nazisti: "Siete stati dei vigliacchi! Vi siete fati macellare come agnelli, senza difendervi!" commentavano molti cittadini israeliani. "Ma noi non piegheremo la testa a eventuali nuovi carnefici, anche a costo di provocare la terza guerra mondiale".
3 - A rendere del tutto incredibile il piano di pace della Road Map vi è infine la condizione di quelle che dovrebbero essere le parti contraenti e cioè il governo israeliano e l'autorità nazionale palestinese.
Per quanto riguarda il primo partner va sottolineato che fino al 2006 il capo del governo israeliano è stato Ariel Sharon, il quale ha approfittato della seconda Intifada per seminare di rovine le città della Cisgiordania e Gaza, per sterminare, accusandoli di essere "terroristi", gli agenti della polizia palestinese e persino i vigli urbani, per incarcerare migliaia di palestinesi con l'accusa di "complicità col terrorismo"; e con tale pretesto sono stati cancellati dalla scena politica quelli che avrebbero potuto costituire una nuova credibile leadership della Palestina araba.
Per quanto riguarda l'autorità palestinese, essa è stata oggetto di una manovra a più largo raggio da parte di Sharon. Il primo anello della strategia israeliana è stato quello di togliere ogni residuo prestigio ad Arafat accusato a più riprese di essere la versione palestinese di Al Qaida e di Osama Bin-Laden. Sharon ha più volte rifiutato di riprendere trattative di pace fino a che il vero ispiratore degli attentati anti israeliani potesse essere il suo interlocutore: "Non tratterò mai con quel criminale in Kefiah!". Più volte Sharon ha auspicato che Arafat morisse in qualche incidente, salvo consumare nei suoi confronti uno di quelli omicidi mirati in cui è specialista il Mossad. Sharon ha persino progettato di deportare Arafat per farlo ricoverare in qualche ospedale straniero col pretesto di curare il suo morbo di Parkinson. Nel 2003 il povero Arafat è stato costretto a cedere una parte del suo ben magro potere ad un primo ministro "gradito" agli israeliani, che è stato individuato nella persona del mite e inoffensivo Abu Mazen.
Poi è venuto il colpo finale nelle elezioni per il rinnovo della assemblea legislativa dell'autorità palestinese contro tutte le aspettative non ha vinto Al-Fatah, anche perché nel frattempo Arafat era morto, ma il temibile movimento di Hamas che ha addirittura surclassato i seguaci di Abu Mazen nella Striscia di Gaza e si è impadronito nella città di tutte le leve del potere amministrativo e delle forze di sicurezza. In questo modo Sharon ha favorito una sostanziale divisione in due parti di ogni potenziale stato palestinese indipendente: la Cisgiordania, governata dai moderati alla Abu Mazen saldamente sotto controllo israeliano; Gaza, mostruosa città di oltre un milione di abitanti e con la densità di popolazione più alta del mondo, libera di cuocersi nel suo brodo di fame, disoccupazione, assedio strettissimo e blocco di ogni rifornimento di cui si è reso complice anche il regime egiziano di Mubarak.
Nel 2006 Sharon è stato messo fuori combattimento da un ictus che lo ha ridotto a un vegetale, al suo posto ha assunto la direzione del governo israeliano l'incolore Hehudi Olmert il quale si è ben guardato dal modificare la politica del predecessore e di avviare soltanto per finta la famosa Road Map verso la pace. Gli insediamenti "colonici" in Cisgiordania hanno seguitato a moltiplicarsi, fino ad interessare la zona immediatamente confinante con Gaza. Il dirigente di Hamas si erano impegnati a non compiere atti ostili nei confronti del territorio israeliano se per 6 mesi almeno gli insediamenti non fossero ripresi. Di fronte allo gnorri israeliano i loro militanti hanno cominciato a lanciare quasi inoffensivi missili Kassam sulla parte meridionale del territorio israeliano, con una violenza tale che in 6 mesi sono riusciti a provocare 3 vittime, di cui 2 nomadi beduini. Nel frattempo Olmert aveva voluto mostrare i muscoli cercando di invadere la parte meridionale del Libano da dove, con ben altra efficacia partivano gli attacchi e i missili di hezbollah, il movimento filo iraniano degli sciiti libanesi, che hanno inflitto all'esercito israeliano una sonora sconfitta nonostante i bombardamenti a tappeto con i quali gli aerei con la stella di David hanno semidistrutto numerose città del Libano. Per rifarsi della brutta figura Olmert ha così scatenato un criminale attacco contro la Striscia di Gaza. L'operazione, denominata "Piombo Fuso" ha provocato nella città 1535 vittime e un numero imprecisato di feriti, quasi tutti amputati perché colpiti dalle schegge delle bombe al fosforo, vietate dalle convenzioni internazionali, sganciate sulla sventurata città. La flotta israeliana ha imposto un blocco navale totale che impedisce ai palestinesi di Gaza anche di avvicinarsi al mare per pescare. Le condizioni di vita della città sono inimmaginabili e hanno sollecitato la solidarietà internazionale di organizzazioni umanitarie di numerosi paesi. La piccola flotta destinata a portare aiuti alimentari alla stremata popolazione è stata intercettata nella acque internazionali dalla marina israeliana: una nave turca è stata abbordata e i militari israeliani hanno provocato 11 morti.
Ultimissima: l'elezione di Obama aveva fatto sperare in una modifica della politica americana sulla questione israelo palestinese. Il contraltare alla elezione di Obama è stata la nomina a primo ministro israeliano del ben noto Benjamin Netanyahu il quale ha provocatoriamente ignorato il ripetuto invito del governo americano a sospendere gli insediamenti delle colonie ebraiche in Cisgiordania. Due giorni fa il governo israeliano ha dato il via alla costruzione di un complesso di 290 appartamenti nella parte araba di Gerusalemme, suscitando l'indignata reazione del segretario generale dell'ONU. Il consiglio di sicurezza riunito d'urgenza, ha approvato all'unanimità con un solo voto contrario un ordine del giorno che intimava a Israele di sospendere il progetto. Il voto contrario con annesso esercizio del potere di veto, è stato espresso dal rappresentante statunitense alle Nazioni Unite. E l'86° in sessanta anni.
I servi degli americani esibiranno sui loro giornali di "oscillazioni della politica americana in medio oriente".
L'Europa si esibirà nelle sue rituali giaculatorie sulla necessità che le parti tornino al tavolo dei negoziati e, magari tornerà a proporre l'invio di osservatori esterni, per evitare nuovi scoppi di violenza; è certo, comunque che si rassegnerà a pagare ogni aumento del prezzo del petrolio. C'è però una variante rispetto al passato i paesi arabi non seguiteranno a fare quello che hanno sempre fatto: proclami, proteste e sostanziale acquiescenze alla politica israelo americana. L'intero mondo arabo si sta liberando di despoti corrotti, reucci da burla e sceicchi pronti a ogni gioco. I popoli con un grande passato e con un retaggio di antiche civiltà prima o poi si ridestano e impongono le ragioni della storia: e allora "In nome di Dio Misericordioso e Clemente la giustizia verrà!" e Israele non potrà aspettarsi molto dai suoi vicini.

sabato 19 febbraio 2011

IL CONFLITTO ISRAELO PALESTINESE - 7a parte

In concomitanza con quella che sembrava l'effettivo avvio del processo di pace, vi fu una drammatica recludescenza dell'estremismo più aggressivo dei gruppi sionisti e, almeno sotto il profilo propagandistico dello stesso Likud. I muri delle città israeliane, a cominciare da Gerusalemme vennero inondati da provocatori manifesti che ritraevano insieme Arafat e Rabin uniti da una svastica nazista. Agli occhi dei sionisti Rabin, firmatario con Arafat del primo tentativo di pace tra israeliani e palestinesi, fondato sul principio "sicurezza in cambio dei territori" e sul riconoscimento di un'autorità nazionale palestinese da parte dello stato di Israele, durante una imponente manifestazione pacifista venne assassinato con 3 colpi di pistola a Tel Aviv il 4 Novembre 1995 da un giovane studente di legge nato negli Stati Uniti e appartenente a un piccolo partito ebraico dell'ultra destra. Il killer, Yigal Amir, riuscì ad avvicinarsi al primo ministro israeliano senza che nessuno lo notasse; ma dopo lo sgomento e lo sconforto dei primi giorni andarono crescendo le perplessità sulla reale natura dell'attentato, che assunse sempre più i contorni di un vero e proprio complotto e non un folle gesto di un giovane isolato. Nel corso dell'inchiesta crebbero i dubbi sull'operato dello Shin Bet e dei servizi di sicurezza. Le indagini e le dichiarazioni di Amir misero in evidenza che l'attentatore sarebbe stato spalleggiato da un gruppo di giovani ultras, da alcuni elementi del Mossad e persino da una delle guardie del corpo di Rabin. La mattina era comparso a Tel Aviv un manifesto che ritraeva Rabin sotto la scritta "Wanted". Leah, la vedova di Rabin respinse le condoglianze di Sharon e di Netanyahu, leader del Likud, e gli accusò senza mezzi termini di complicità morale dell'assassinio del marito nonostante la gravissima perdita e la crescente opposizione anche violenta che alcuni gruppi palestinesi opposero al prosieguo del processo di pace, agli inizi del 1996 si tennero le prime elezioni generali nei territori consegnati all'autorità palestinese: Arafat ne fu eletto presidente e il suo partito (Al-Fatah) si aggiudicò la maggioranza dei seggi nel consiglio nazionale dell'autonomia. L'affluenza alle urne fu eccezionale nonostante il boicottaggio del fronte di Abash e del fronte popolare di Hawatmeh e di un nuovo movimento di recente nascita, destinato ad avere largo sviluppo in prosieguo di tempo: si trattava di un organizzazione, Hamas che si diceva essere sostenuta dai Fratelli Musulmani e dall'Iran Khomenista (ma non mancava chi denunciava il lavoro sotto banco di Sharon, che nell'estremismo di Hamas vedeva un elemento che poteva indebolire Arafat). Sempre nel 1996 in un clima di crescente tensione dovuta alla ripresa degli attentati anti israeliani, si tennero nuove elezioni in Israele che furono vinte dal Likud, il cui leader Benjamin Netanyahu, divenne primo ministro. Egli si alleò con l'estrema destra, avviò in violazione degli accordi di pace la ripresa della colonizzazione in tutti i territori occupati, impose in ripetuti rinvii delle date concordate per l'evacuazione delle truppe e causò in tal modo un acuto ritorno di ostilità con l'OLP e con l'intero mondo arabo.
La coalizione governativa di destra fu presto indebolita a causa di alcune defezioni e nel 1999 si tennero nuove elezioni, che portarono alla guida del paese il laburista Ehud Barak, che sembrava intenzionato a riprendere il processo di pace fino ad ammettere in maniera esplicita il riconoscimento di uno stato arabo palestinese. Anche il governo Barak ebbe vita difficile per i contrasti interni alla coalizione di maggioranza e perchè fallirono le trattative di pace con Arafat avviate alla fine del 2000 a Camp David (USA) con la mediazione del presidente americano Clinton.
All'inizio sembrò che tutto procedesse per il meglio ma i 3 protagonisti della trattativa erano in qualche modo delle "anatre zoppe": Clinton stava per cessare il suo secondo mandato; Barak, ammesso che fosse in buona fede sapeva in partenza che non avrebbe mai potuto accettare almeno due delle richieste che Arafat gli aveva rivolto, e cioè la riconsegna della parte araba di Gerusalemme e il rientro dei profughi nel futuro stato palestinese; Arafat sapeva che, anche a causa della corruzione di molti rappresentanti dell'OLP il suo partito si era fortemente indebolito. D'altra parte mentre avveniva la trattativa, a Gerusalemme Ariel Sharon, sfidando ogni regola di correttezza che nessuno aveva mai avuto l'ardire di violare, si produsse con la protezione di un imponente schieramento di poliziotti israeliani in una provocatoria passeggiata sulla spianata delle moschee a Gerusalemme. L'ira che l'irresponsabile gesto, per altro accuratamente studiato in vista delle quasi certe nuove elezioni israeliane, scatenò la popolazione palestinese che diede vita a sanguinose manifestazioni e alla proclamazione di una seconda "Intifada".
Dimessosi Barak, nelle elezioni anticipate del Febbraio 2001 si affermò la coalizione di destra guidata da Sharon che formò un governo di unità nazionale con i laburisti e con i partiti religiosi. Nel 2001/2002 un'ondata di attentati terroristici senza precedente colpì Israele, la cui opinione pubblica rimase sconvolta dal fatto che gli attentatori erano giovanissimi, che si facevano saltare in aria insieme alle loro vittime in spaventosi attentati suicidi. Israele rispose con pesanti rappresaglie nei territori occupati, in particolare in Cisgiordania, fino a confinare Arafat ormai vecchio e ammalato, nel suo quartier generale Ramallah. Alla fine del terribile scontro si contarono 320 vittime nella popolazione civile israeliana e quasi 4000 morti dalla parte palestinese.
Tra gli episodi nei quali si sviluppò la tragica vicenda spiccò per la sua drammaticità quanto avvenne alla Chiesa della natività a Betlemme, dentro la quale si erano rifugiati un centinaio di palestinesi, alcuni dei quali sospettati di essere terroristi vennero esiliati alla fine di una lunga trattativa, grazie anche all'attivo intervento di Papa Giovanni Paolo II, che senza mezzi termini accusò Israele di imporre al popolo palestinese un doloroso e ingiusto calvario.
Le elezioni anticipate del Gennaio 2003 videro la schiacciante vittoria del Likud guidato da Sharon, la sconfitta dei laburisti e il successo di una nuova formazione a orientamento laico, lo Shinui che pur opponendosi ai partiti religiosi non era per questo meno intransigente nei confronti degli arabi. A Sharon venne affidato il compito di formare un nuovo governo e nel Febbraio dello stesso anno egli presentò alla Knesset una coalizione formata dal Likud, dallo Shinui e dal partito nazionalreligioso, piccola formazione estremista che rappresentava i "coloni".
Per fronteggiare gli attacchi terroristici degli attentatori suicidi il governo israeliano rispose ordinando la costruzione di un alto muro di cinta che, oltre a circondare i territori palestinesi ne approfittava per incorporare nei confini israeliani sempre nuove terre. Nel corso dello stesso anno tuttavia ripresero i tentativi da parte della comunità internazionale di arrivare a una soluzione del conflitto tra israeliani e palestinesi, anche perchè l'11 Settembre del 2001 era avvenuto il tragico attentato alle Torri Gemelle di New York e al Pentagono da parte di un gruppo di terroristi sauditi, affiliati ad un organizzazione, Al-Qaida, guidata dallo sceicco Osama Bin-Laden. Il nuovo governo americano, guidato da George W. Bush aveva urgente bisogno di isolare il conflitto israelo palestinese da tutto ciò che poteva offrire spazio e motivazioni al nuovo nemico affacciatosi all'orizzonte e in tale contesto venne presentato un nuovo piano di pace denominato "Road Map", elaborato, oltre che dagli USA, dall'Unione Europea, dalla Russia, e dalle Nazioni Unite, che veniva affidato alla discussione tra i leader palestinesi e israeliani. I fatti avrebbero presto dimostrato che si era in presenza di una nuova infruttuosa illusione: ormai, come ebbe a commentare uno scrittore israeliano, israeliani e palestinesi erano come due scorpioni chiusi in una bottiglia.

venerdì 18 febbraio 2011

IL CONFLITTO ISRAELO PALESTINESE - 6a parte

Le elezioni israeliane del 1988 confermarono la preminenza nella Knesset dei Likud e dei laburisti, che diedero vita a un governo contrassegnato dalla contrapposizione netta sulla questione dei territori palestinesi occupati. Il contrasto portò all'inevitabile crisi di governo e alla nascita di un governo di estrema destra appoggiato dai partiti religiosi e presieduto dal leader del Likud Shamir. La vita della coalizione fu breve e all'inizio del 1992 si ebbero nuove elezioni vinte dai laburisti che formarono un governo di coalizione ad egemonia laburista guidato da Yitzhak Rabin.
Già agli inizi degli anni 90', in concomitanza con la prima guerra del Golfo contro il regime iraqeno di Saddam Hussein, Arafat e i capi laburisti israeliani avevano tentato di raggiungere un accordo. Rabin e Peres erano stati convinti dalla prima Intifada che i palestinesi dei territori non erano più la mandria tranquilla e rassegnata, con la quale si erano trovati a confrontarsi. Arafat si trovava invece con le spalle al muro per il contesto internazionale: poco prima egli aveva commesso un gravissimo errore schierandosi con il dittatore iracheno e la circostanza aveva azzerato le sue risorse finanziarie perché l'Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo, alleati di Bush Senior nella guerra anti Saddam gli avevano tagliato ogni aiuto. Nello stesso tempo era venuta a mancare anche la protezione dell'URSS e con essa ogni possibilità di avere un qualche aiuto militare. Fu così che essi si accinsero a trattare in uno stato di quasi costrizione e portandosi dietro tutte le loro riserve mentali. Ciò valeva anche per la "colomba" Shimon Peres in quel momento ministro degli esteri israeliano, il quale, quasi sicuramente pensava di guadagnar tempo per imporre alla fine la soluzione alla quale Israele aveva sempre puntato. In un colloquio del 1992 rimasto riservato fu chiesto a Peres se egli pensasse veramente ad uno stato palestinese; egli rispose che i palestinesi avrebbero potuto avere un loro stato soltanto nella striscia di Gaza, non più di questo; quanto alla Cisgiordania la sua idea era quella di una specie di condominio israelo/giordano/palestinese; della spartizione di Gerusalemme, che da anni era stata proclamata "capitale eterna" di Israele e del ritorno dei profughi palestinesi nei territori non era neppure il caso di parlare.
Nonostante tutto nel 1993 si assistette a una storica svolta: Israele e OLP proclamarono il riconoscimento reciproco e stipularono una avvio di negoziato che prevedeva l'autonomia amministrativa della striscia di Gaza e della città di Gerico. Fu finalmente l'avvio di un processo visibile di mediazioni positive che nel 1994 portò alla concessione della effettiva autonomia di Gaza e di Gerico e al ritiro dell'esercito israeliano dalla striscia di Gaza. Nel Settembre 1993 dopo ulteriori lunghi negoziati si giunse allo storico accordo di Oslo in cui venne formalizzata la dichiarazione di principio sulle disposizioni interinali di "autonomia" per i territori occupati che prevedeva l'entrata in vigore dell'autonomia palestinese, non più formale, ma sostanziata nella formula riconoscimento dell'autorità nazionale palestinese sui territori occupati. La dichiarazione fu poi precisata l'anno successivo al Cairo con l'accordo definitivo su Gaza e Gerico il cui controllo fu trasferito ufficialmente all'autorità dell'OLP.
Nel Settembre 1995 Rabin e Arafat firmarono alla presenza del presidente americano Bill Clinton l'accordo per l'estensione della piena autonomia palestinese all'intera Cisgiordania e al progressivo ritiro da essa di tutte le truppe israeliane.
La stretta di mano tra Arafat e Rabin e gli accordi di Oslo, dai quali parve avviarsi una effettiva tela di dialogo tra gli antagonisti, si sono costruite delle grosse illusioni in larga misura infondate. Quasi certamente l'unico personaggio certamente in buona fede era Yitzhak Rabin ma intanto il processo di pace fu fin dall'inizio aspramente contestato dalle frange estremiste delle due parti, e in particolare di quelle israeliane. A pesare sulle possibilità di successo del processo di pace seguitò infatti a pesare la vicenda degli insediamenti di colonie israeliane in Cisgiordania. Più si estendevano le colonie e più si rafforzavano i partiti ultra ortodossi, la destra radicale sionista e la linea di coloro che hanno sempre perseguito l'annesione dei territori. In tale politica infatti ci sono sempre stati precisi interessi economici. I territori occupati da Israele sono sempre stati un mercato vitale per l'industria israeliani che vi ha potuto reclutare mano d'opera a buon mercato; ma ai palestinesi è sempre stato vietato di avviare attività che facessero concorrenza alle imprese ebraiche, e il tutto senza alcuna contro partita. In oltre trenta anni di occupazione Israele non ha costruito una sola scuola, strada, ospedale mentre il primo semaforo stradale si è visto a Gaza, città con oltre un milione di abitanti nel 1995, ma è stato instaurato dall'autorità nazionale palestinese.
Gli insediamenti di colonie sono sempre stati una stabile e strutturale linea politica di tutti i partiti israeliani. Il regime di occupazione fu sempre una gara tra laburisti e destre tra chi costruiva un numero più alto di "colonie ebraiche" nei territori; e il tutto per guadagnarsi i voti della destra più radicale che non ha mai nascosto di volere l'espulsione degli arabi dalla Cisgiordania e degli ultra ortodossi religiosi, che sognavano una grande Israele dal Nilo all'Eufrate (che non è mai esistita).
Il risultato dell'insediamento di 400 mila ebrei intorno alla Gerusalemme araba in Cisgiordania a Gaza fu quella di un'annessione di fatto: e il segnale della massima prepotenza sionista e dell'umiliazione più profonda e continua subita dai palestinesi. La comunità internazionale per bocca dell'ONU e persino gli USA intervennero molte volte per fermare gli insediamenti, ma i governi israeliani continuarono imperterriti, intensificando l'azione proprio nei periodi che sembravano di più proficua trattativa.
Le terre confiscate per costruirvi fattorie fortezza con piscina incorporata, in una regione dove l'acqua certo non abbonda, vennero difese da nuove truppe, da nuovi posti di blocchi e da nuove devastanti strade militari.
Nel 1995 i coloni ebrei di Cisgiordania (il 10% degli abitanti della regione consumavano il 40% dell'acqua disponibile. I 4000 coloni di Gaza arrivarono ad occupare il 30% delle terre coltivabili della zona pur essendo meno del 3% della popolazione. Nel 1994 inoltre, ad Hebron un pazzo criminale israeliano, affiliato a un partito di estrema destra, ammazzò in una moschea trenta arabi in preghiera. L'anno seguente 300 ortodossi fanatici innalzarono a loro spese un monumento al pazzo criminale, e per proteggerlo costruirono alcune case a ridosso del vecchio centro, e per "proteggerli" il governo israeliano ha dovuto impiegare un'intera brigata dell'esercito.
Di fronte a questo quadro la cosiddetta sinistra israeliana e lo stesso movimento "Peace Now" si sono sempre limitati a reazioni sostanzialmente platoniche, perseverando nell'errore di non riconoscere che i palestinesi, pur non avendo alcuna colpa per l'Olocausto, avevano subito con la nascita dello stato ebraico una dura ferita. La sinistra israeliana non ha mai voluto riconoscere quel "vulnus" e le sofferenze umane e le conseguenze morali e politiche che ne sono scaturite. La sola differenza con la destra sta nel fatto che la sinistra propugnava la restituzione dei territori alla sovranità palestinese come la soluzione politica per arrivare alla pace. Questo era importante, ma la sinistra intendeva la restituzione della terra palestinese come benevola concessione come il prezzo da pagare per risolvere la crisi, non come una presa di coscienza e una scelta etica che rimediasse alla catastrofe subita dal popolo palestinese: "In questo modo la sinistra pacifista è diventata la più marginale delle tante componenti del dibattito politico in Israele, mentre avrebbe potuto essere la forza morale capace di scuotere le coscienze e avviare lo stato ebraico sulla strada della coesistenza pacifica con lo stato palestinese". Immagino che chi leggerà questo blog mi accuserà di essere un antisemita. Debbo confessare un mio trucco: il 98% delle parole e dei concetti esposti non è farina del mio sacco, ma la fedele riproduzione di un'intervista di Amos Elon, scrittore israeliano.

giovedì 17 febbraio 2011

Sempre a proposito di Fratelli Musulmani

Di fronte al divagare delle rivolte che scuotono il mondo arabo e che hanno in comune il fatto di rivendicare la defenestrazione di piccoli tiranni che hanno in comune la subalternità agli interessi del cosiddetto occidente, si intensifica la campagna di denigrazione e le grida di "Al Lupo! Al Lupo!" nei confronti dei Fratelli Musulmani. In Italia la trombetta più attiva in questa opera di denigrazione è una graziosa signora di origine marocchina che è stata eletta deputato nelle fila del partito di Berlusconi: il che considerato le caratteristiche e i comportamenti del leader di riferimento, la dice lunga sugli orientamenti e sulle convinzioni della signora: una specie di versione femminile del giornalista Magdi Cristiano Allan, battezzato in mondo visione dal Papa e premiato con un seggio al parlamento europeo per aver scritto un libro, lui arabo, dal titolo "Viva Israele.
La storia e la cronaca traboccano di gente che, per opportunismo e per visibili interessi materiali tradisce il proprio popolo e la propria cultura, ma le affermazioni della signora ex marocchina ci bastano a ricordare le parole che la più autorevole rivista di politica estera pubblicata in Italia ("Lines") ha dedicato alla questione: "Non commettiamo l'errore di confondere i Fratelli Musulmani con Al-Qaeda: in realtà i Fratelli Musulmani sono il movimento politico più radicato nella storia egiziana degli ultimi 150 anni e, inoltre sono il movimento politico che con maggiore coerenza ricorda all'occidente che il mondo arabo degno di questo nome non accetterà mai che Israele cancelli il diritto del popolo palestinese all'esistenza.".

IL CONFLITTO ISRAELO PALESTINESE 5a parte

Il trattato di pace che Israele aveva siglato con l'Egitto e subito dopo con la Giordania aveva creato nell'opinione pubblica israeliana la convinzione che ormai lo stato ebraico poteva cominciare a vivere in una condizione di sicurezza. A neutralizzare gli sporadici tentativi di rivolta dei palestinesi di Cisgiordania e di Gaza era sufficiente usare con la dovuta durezza un'articolata attività repressiva che andava dalla deportazione all'espulsione degli elementi ritenuti più pericolosi, alla distruzione delle abitazioni, delle famiglie di soggetti sospettati di essere simpatizzanti dell'OLP, alla distruzione dei raccolti, degli uliveti e delle piantagioni di agrumi. Le carceri israeliane arrivarono ad avere circa 10 mila prigionieri politici. A supplemento di tutti questi accorgimenti andò intensificandosi la costruzione nei territori occupati di un reticolo sempre più fitto di installazioni militari e di colonie strategiche armate fino ai denti, che sottraevano all'avversario le terre più fertili e minavano dalla base l'ipotesi di uno stato palestinese autonomo con un suo credibile territorio. L'ultima pennellata dell'oppressione israeliana erano gli assassini mirati  della Mossad (il servizio segreto israeliano) consumati ai danni dei personaggi di spicco della società palestinese trasferiti all'estero: tra gli altri un pacifico poeta da anni residente a Roma e fraterno amico dell'ebreo Alberto Moravia e di Pierpaolo Pasolini. Rimaneva la spina nel fianco della presenza organizzata dell'OLP nelle basi libanesi dove i palestinesi si erano inseriti nella ultra ventennale guerra civile a schieramenti variabili di tutti contro tutti (cristiani contro musulmani, musulmani sunniti contro sciiti, drusi contro tutti, siriani molto elastici nella scelta degli alleati) che era tuttavia sostanzialmente una lotta tra le forze economicamente dominanti costituite dalla ricca borghesia libanese per lo più cristiana e le popolazioni arabe relegate nelle fasce più basse della società che nei palestinesi trovavano un naturale alleato.
Le truppe israeliane, per stroncare gli sporadici attacchi contro gli insediamenti della Galilea settentrionale che, per la verità, non facevano gran danno, sferrarono ripetuti attacchi contro il territorio libanese fino ad occuparne, in stretta alleanza con le bande cristiano maronite, la parte a sud del fiume Litani: alle azioni di terra fecero riscontro spietati bombardamenti che distrussero le città di Tiro e Sidone e, soprattutto i campi di profughi che vi erano stanziati.
Nel 1982 infine Israele concepì un'operazione di vaste dimensioni che venne denominata "Operazione pace in Galilea". Nel Giugno 1982 l'esercito della stella di David invase il Libano sotto la guida del ministro della difesa israeliana Ariel Sharon con lo scopo di ridurre al silenzio l'OLP. Il sanguinoso conflitto che ne seguì attirò su Israele la disapprovazione della comunità nazionale, anche per la ferocia con cui l'invasione venne portata avanti. Beirut venne bombardata ininterrottamente per oltre un mese; giunti alla periferia della città gli israeliani si fermarono per cedere il passo alle milizie cristiano maronite desiderose di vendicare l'uccisione del loro leader Bashir Gemayel. Grazie all'illuminazione a giorno organizzata dagli israeliani i miliziani cristiano maroniti si scatenarono contro le inermi popolazioni dei campi profughi di Sadra e Chatila e vi massacrarono 3000 persone soprattutto donne e bambini. L'efferatezza di tale massacro portò ad un voto di condanna da parte dell'assemblea generale dell'ONU e persino le dure critiche del presidente americano Ronald Reagan, che intimò telefonicamente al primo ministro israeliano Begin di interrompere immediatamente tutte le operazioni militari a cominciare dal bombardamento di Beirut. Il primo ministro si dimise e salì al potere Isaack Shamir, che non poté non obbedire alle intimazioni del protettore americano ordinando il ritiro delle truppe israeliane. In cambio con la mediazione statunitense l'impero stato maggiore dell'OLP ottenne il salvacondotto per lasciare il Libano e per trovare rifugio a Tunisi, dove i palestinesi ripresero la loro azione diplomatica. Il ministro della difesa Sharon, messo sotto accusa per crimini di guerra, dalla maggioranza del parlamento israeliano, fu dall'alta corte di giustizia di Gerusalemme costretto al ritiro dalla vita politica.
Una svolta importante si registrò in campo palestinese nel Dicembre 1987 con lo scoppio in Cisgiordania della prima "Intifada" (rivolta) e cioè con la sollevazione spontanea dei territori occupati che l'esercito israeliano tentò, senza riuscirci, di stroncare con una repressione che fece inorridire il mondo intero: l'opinione pubblica mondiale ebbe infatti modo di assistere al tragico spettacolo di migliaia di giovani palestinese che affrontavano le truppe corazzate israeliane a sassate, mentre i soldati israeliani, scesi dai carri, li catturavano e spezzavano loro le gambe e le braccia a colpi di calci del fucile. Particolare raccapriccio suscitò la scena trasmessa nelle televisioni di tutto il mondo di un padre che cercava di proteggere con le mani il figlioletto di 10 anni dal tiro a segno dei soldati israeliani. Le atrocità crearono finalmente una svolta nell'opinione pubblica mondiale, non più disposta a credere alla favola dell'agnellino israeliano (un carro armato ha famiglia) esposto alla ferocia genocida di masse arabe assetate di sangue. Arafat capì che era il momento di una scelta coraggiosa e, dopo un memorabile discorso tenuto all'assemblea dell'ONU, dove finalmente una delegazione palestinese era stata ammessa come "osservatrice" proclamò nel Novembre del 1988 la nascita dello stato indipendente palestinese che, pur avendo confini indefiniti, doveva nei propositi del consiglio generale dell'OLP comprendere Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme est. Arafat venne nominato presidente del potenziale stato e il consiglio generale dell'ONU deliberò il riconoscimento del diritto di Israele all'esistenza, togliendo così dall'arco della propaganda sionista la freccia della possibilità di una nuova Shoah da parte degli arabi.