mercoledì 31 agosto 2011

LE "TRADIZIONI DEMOCRATICHE" DEL MONDO CATTOLICO

Il vezzo in rapida espansione di fronte ai sommovimenti in atto nei paesi arabi è quello di sottolineare in dotti saggi e in incolti articoli di improvvisati storici, la totale mancanza di tradizioni democratiche nel mondo islamico.
Poiché da musulmano ho profondo il senso della giustizia, comincio con il pubblicare documentate testimonianze relative alle tradizioni e alle radici democratiche del mondo cattolico, la cui Chiesa, come è noto, è retta da un monarca assoluto che possiede il dono dell'infallibilità:
A - "Dopo essere stato elevato, con regolare scrutinio del collegio Cardinalizio, al Trono Pontificio, stimiamo dovere del nostro ufficio dare a Lei, come Capo dello Stato conoscenza dell'avvenuta nostra elezione. Nello stesso tempo desideriamo, fin dall'inizio del nostro Pontificato, rimanere legati da intima benevolenza al popolo tedesco affidato alle Sue cure e invocargli paternamente da Dio Onnipotente quella vera felicità a cui provengono dalla religione nutrimento e forza.
Nella cara memoria dei lunghi anni, durante i quali noi, in qualità di Nunzio Apostolico in Germania, tutto facemmo per ordinare i rapporti tra Chiesa e Stato in mutuo accordo tra di loro e in spirito di pronta collaborazione a vantaggio delle due parti e, ordinato, portarlo a un salutare sviluppo, tanto più ora indirizziamo al raggiungimento di tale scopo l'ardente aspirazione che la responsabilità del nostro ufficio ci conferiscono e rendono possibile. Esprimiamo la speranza che questo nostro vivo desiderio, vincolato nel più intimo dei modi alla prosperità del popolo tedesco e all'efficace incremento di ogni ordine, con l'aiuto di Dio giunga a una felice attuazione".

firmato Pio XII, lettera a Hitler, 6 Marzo 1939

Quando avvenne questo cordiale invio di lettere, Hitler aveva già da un pezzo proclamato la religione del sangue contro quella di Gesù, aveva dichiarato l'incompatibilità tra l'appartenenza alle organizzazioni cattoliche e l'appartenenza alle organizzazioni naziste, aveva sciolto le organizzazioni degli scout cattolici, aveva inviato nei lagher parecchi esponenti del clero, aveva proibito i matrimoni dei cattolici con gli ebrei, aveva attuato un vasto programma di eutanasia contro chi aveva una malformazione o risultava malato di mente e, soprattutto, aveva iniziato la spietata campagna contro gli ebrei, rinchiudendoli nei ghetti, obbligandoli a portare sugli abiti la stella di David, sequestrando i loro beni, facendo incendiare e devastare le sinagoghe e i negozi ebraici, scatenando massacri e inviando a morire di stenti e di torture decine di migliaia di innocenti. Di tutte queste efferatezze non si trova cenno nella lettera riportata dal testo.

B - "Con immensa gioia ci rivolgiamo a voi, figli dilettissimi della cattolica Spagna, per esprimervi le nostre paterne felicitazioni con il dono della pace e della vittoria con la quale Dio si è degnato di coronare il cristiano eroismo della vostra fede e carità, provata da tante e generose sofferenze. [...] I disegni della provvidenza, amatissimi figli, si sono manifestati una volta ancora sopra l'eroica Spagna. La nazione eretta da Dio come principale strumento di evangelizzazione del nuovo mondo e come baluardo inespugnabile della fede cattolica a teste dato ai proseliti dell'ateismo materialista del nostro secolo, la più elevata prova che al di sopra di ogni cosa stanno i valori eterni della religione e dello spirito"

I nobilissimi sentimenti cristiani del generale Franco e dei suoi collaboratori, che avevano rovesciato la legittima repubblica spagnola con l'aiuto delle truppe naziste e fasciste sono messe bene in luce nel rapporto inviato in quei giorni da Galeazzo Ciano, ministro degli esteri italiano e genero del Duce. Il 19 Luglio 1939, dopo aver trascorso una settimana in Spagna, Ciano informò Mussolini che nelle varie carceri della Spagna si trovavano allora 200 mila detenuti politici e che i processi si svolgevano ogni giorno con rapidità sommaria:
"Le fucilazioni sono numerosissime: nella sola Madrid dalle 200 alle 250 al giorno, a Barcellona 150, a Siviglia 80".
Da ricordare che la menzione della pacifica evangelizzazione del nuovo mondo da parte della Chiesa Cattolica è stata ribadita qualche anno fa da Benedetto XVI nel corso del suo viaggio in Brasile dove l'affermazione che la Chiesa Cattolica aveva cristianizzato le popolazione pre-colombiane senza spargimento di sangue (dai 20 ai 30 milioni di morti) ha sollevato vibranti proteste.

C - "Benedico voi, le famiglie, gli amici, i pellegrini. Benedico anche quelli che reggono i destini di questa illustre nazione, e nel benedirli invoco sopra di loro lo spirito della fortezza per comprimere la libertà della stampa e fare in modo che l'insegnamento cristiano si dilati ogni ora di più in tutti i confini della Francia. Piaccia a Dio che quel fuoco che il Salvatore infuse nei cuori dei suoi discepoli entri e penetri nei cuori di questi governanti e li faccia cooperatori della resurrezione nella Francia di Gesù Cristo. Gli benedico finalmente di vederli occupati ancora nel difficile impegno di togliere o almeno attenuare una piaga orrenda che affligge la società umana e che si chiama "suffragio universale", che a tutti riconosce diritto di voto. Sì, questa è una piaga che distrugge l'ordine sociale e che meriterebbe a giusto titolo di essere chiamata menzogna universale".

firmato Pio IX, discorso ai pellegrini francesi, 5 Maggio 1974

Pio IX è stato beatificato qualche anno fa da Giovanni Paolo II, lo stesso giorno in cui forse per ironia, è stato beatificato anche un grande Papa come Giovanni XXIII.

Libia - 31 Agosto 2011


Sirte, l´ultimatum dei ribelli "Resa o sabato attacchiamo"

BENGASI - L´offensiva sarà scatenata tra tre giorni e non prima, per poter celebrare le festività di chiusura del mese sacro dei musulmani, il Ramadan. Sabato, se i lealisti di Sirte non avranno abbassato le armi, la città sarà dunque militarmente espugnata. E´ stato questo l´ultimatum impartito ieri mattina dal presidente del Consiglio nazionale di transizione, Mustafa Abdel Jalil, al luogo dove nacque il raìs e alle altre località ancora in mano ai gheddafisti: resa pacifica entro la scadenza del termine, o gli insorti ricorreranno alla forza. «Se non ci saranno indicazioni del fatto che l´ordine è stato adempiuto, risolveremo la questione militarmente», ha minacciato Jalil. Il leader degli insorti si è augurato di poter entrare in maniera pacifica nelle roccaforti ancora fedeli a Gheddafi, ma ha poi aggiunto che «non possiamo attendere oltre».
Nel pomeriggio, il monito è stato rilanciato anche dal comandante militare delle Forze di liberazione, colonnello Ahmed Omar Bani, il quale ha annunciato che l´offensiva contro i lealisti è imminente: «L´ora zero si sta velocemente avvicinando. Vorremmo che tutti sapessero che siamo pronti per una battaglia finale». Bani ha sottolineato che i negoziati per la resa e quindi per una soluzione pacifica sono sempre in corso, dicendosi però «sorpreso che gli abitanti di Sirte rifiutino ancora le nostre proposte pacifiche per evitare spargimenti di sangue su entrambi i fronti». La settimana scorso, riguardo alla durata delle operazioni militari, il comandante aveva previsto che la città non avrebbe retto per più di tre giorni sotto il fuoco degli insorti. Ieri, ha dichiarato «la durata non è un problema: l´importante è liberare Sirte».
Nel frattempo, a prescindere dalle festività per celebrare la fine del sacro digiuno, sulla città dove nacque il Colonnello proseguono senza sosta i bombardamenti aerei della Nato. Secondo fonti alleate a Bruxelles, nelle ultime ore sono stati centrati quattro radar e tre postazioni di comando e controllo, una batteria di missili terra-aria, una ventina di veicoli militari muniti di armi, come mitragliatrici pesanti o cannoni anti-aerei. In altre parole, i caccia dell´Alleanza stanno preparando il terreno, in attesa che attacchino gli shabab, i giovani combattenti di Bengasi e Misurata.
E prosegue senza risultati la caccia a Muammar Gheddafi che, secondo una delle guardie del corpo dell´ultimogenito Khamis, catturata dagli insorti, da Tripoli sarebbe fuggito verso sud in direzione di Sabha, nella regione desertica del Fezzan, da dove potrebbe riparare verso l´Algeria. Sempre ieri, da Bengasi, il colonnello Hisham Buhagiar ha fornito l´ultimo computo delle vittime dall´inizio della rivolta, il 15 febbraio scorso. «Sono state uccise circa 50 mila persone», ha detto il militare. «Solo a Misurata e Zlitan ne sono morte fra le 15 e le 17mila ma anche sulle montagne occidentali ci sono state moltissime vittime». Negli ultimi giorni, gli insorti hanno liberato più di 28mila prigionieri.

Pietro Del Re, La Repubblica



Il fantasma del dittatore che spegne i sorrisi di Tripoli

TRIPOLI. È un´ossessione. Un incubo che guasta la festa: quella di oggi, solenne, dell´Aid el Fitr, che celebra la fine del digiuno del Ramadan, e che dovrebbe essere anche quella della liberazione. Una liberazione incompleta poiché resta sempre in sospeso una domanda per molti angosciante: dov´è Gheddafi?
L´interrogativo avvelena gli animi. Provoca smorfie. Spegne i sorrisi. Ha ragione Mustafa Abd el Jalil quando dice che la Libia sarà liberata del tutto soltanto quando il raìs in fuga sarà acciuffato. Vivo o morto. Solo allora uscirà dalle menti. Jalil è oggi il presidente del Consiglio nazionale di transizione, ma fino a sei mesi fa era ministro della giustizia di Gheddafi. Lo conosce dunque bene, di persona, e quando ne parla è come se evocasse un fantasma sul punto di comparire, da un momento all´altro, in carne ed ossa. Un dittatore pazzo ormai senza potere, è tentato di dire. Ma pensa piuttosto a qualcuno di diabolico, pronto a tramare l´imprevedibile. Insomma una minaccia, non solo psicologica.
Come la stragrande maggioranza dei libici Jalil è cresciuto con la sua immagine sotto gli occhi. I suoi ritratti erano dappertutto, per quasi mezzo secolo. Si sono stampati nelle memorie. Nelle scuole, negli uffici, per le strade, sulle piazze, il suo sguardo, col passare degli anni sempre più protetto da occhiali scuri, ti seguiva ovunque. «Ed è rimasto qui», dice un attempato miliziano di guardia all´Hotel Al Waddan, appoggiando l´indice alla fronte. Per estirparlo dai cervelli, dove si è radicato per quarantadue anni, bisogna cancellare quello sguardo. Dunque catturare Gheddafi. Morto o vivo non importa. Basta che lo si sappia inoffensivo. La taglia si aggira su un milione e mezzo di dollari e l´impunità è garantita a chi lo tradirà.
A questo punto George Orwell, grande ritrattista di despoti, è di rigore. In un romanzo (Coming up for air) descrive le sfilate di manifesti con facce gigantesche e la folla di un milione di persone che acclama l´immagine del leader, pur detestandolo fino alla nausea. Due mesi fa, qui a Tripoli, sulla Piazza Verde (oggi dei martiri) ho assistito al delirio di decine di migliaia di persone davanti al ritratto di Gheddafi appeso a un balcone, mentre la sua voce, lui invisibile, usciva dagli altoparlanti. Mancava poco alla fine del suo potere, ma non lo sapevamo. Il raìs non si mostrava più in pubblico. Non osava. Aveva paura di un attentato. Forse era già lontano da Tripoli. Si udivano puntualmente soltanto i suoi discorsi, che pronunciava al telefono. Era già un fantasma, ma noi lo ignoravamo. Adesso il grande ritratto che dominava la piazza spunta da una montagna di immondizie sul lungomare. Ed ogni volta che ci passo davanti chiedo al libico che mi accompagna dove pensi che si nasconda. La risposta è sempre la stessa: sottoterra. In un tunnel. In una buca. In un labirinto segreto. Molti libici lo vedono nelle viscere della città. Rannicchiato in una fogna. L´odio della folla in questi giorni si sfoga. Un odio sepolto, comunque a lungo inesprimibile, in chi l´acclamava ancora due mesi fa sulla piazza Verde. Alcuni battono i piedi, come se calpestassero qualcosa o qualcuno, quando rivolgo la solita domanda. Dove sarà? E loro fanno come se lo schiacciassero con i tacchi.
Anche se non sottoterra, Muammar Gheddafi potrebbe essere nascosto a Tripoli, dove non mancano i fedelissimi della sua tribù. Potrebbe tuttavia avere raggiunto Bani Walid, a Ovest, una zona centrale, o Sabha, nel Sud, o Sirte, sua provincia natale. Là, in quelle tre aree, i suoi resistono. Se li ha raggiunti potrebbe avere l´occasione di battersi come chiede la tradizione tribale. Ma tanti sono i luoghi dove può avere organizzato un rifugio confortevole e segreto. Le montagne e i deserti della Libia sono generosi con chi deve darsi alla macchia. A un raìs megalomane, vanitoso e non privo d´audacia, non si addice tuttavia un comportamento da talpa o da lepre.
Un esperto della materia, autore di un libro sulle più celebri cacce all´uomo, da Geronimo a Bin Laden, sostiene che più di tutto conta il "terreno umano". Nel suo libro (Wanted Dead or Alive) Benjamin Runkle sostiene che deserti e montagne possono essere buoni nascondigli, ma che sono gli uomini a proteggere o a tradire il fuggitivo. Un personaggio come Gheddafi ha seminato odio e denaro nei lunghi decenni di potere. Quando disporrà di meno denaro, e l´odio non più contenuto dalla paura susciterà denunce e diserzioni, il raìs cadrà in trappola. O perderà la vita. Per Benjamin Runkle serviranno a poco gli uomini dell´intelligence e i Droni promessi da Liam Fox, ministro britannico della difesa, ai libici partiti alla caccia di Gheddafi. Né serviranno quelli offerti da Nicolas Sarkozy.
Non pochi uomini della Brigata Tripoli sono già partiti per raggiungere la provincia della Sirte, la più importante e significativa delle tre aree rimaste in mano a quelli che fino a pochi giorni fa erano i governativi, e che adesso rappresentano i resti di un regime in decomposizione. Là potrebbe trovarsi Gheddafi. È la sua terra natale e molti suoi sostenitori, appartenenti alla sua stessa tribù, si sono radunati in quella località. È a Sirte che si svolgerà la battaglia finale? Il dubbio sussiste. Potrebbe trattarsi di una falsa pista. Inoltre da giorni sono in corso fitte trattative con i clan della zona, ritenuti fino a ieri tradizionali amici del raìs, ma adesso sempre più inclini ad accettare una realtà che l´ha ormai messo fuori gioco. Il più importante di quei clan è il Farjan, che, con i suoi alleati Hamanlah ed altre famiglie della Sirte, ha partecipato alla guerra civile a fianco di Gheddafi, rispettando una vecchia solidarietà tribale. Da Bengasi, Mustafa Abd el Jalil ha lanciato un ultimatum: entro sabato i gheddafisti (a Bani Walid, a Sabha e a Sirte) devono venire a patti con il Consiglio nazionale di transizione. Ma nessun compromesso è possibile con la persona di Gheddafi e con i figli sopravvissuti. A partire da sabato comincerà l´azione militare.
A dirigerla potrebbe essere Abd al-Hakim Belhaj. Il quale comandava la Brigata Tripoli, addestrata anche da uomini della Cia sulle montagne occidentali, e che adesso è alla testa del Consiglio militare della capitale. Abd al-Hakim Belhaj era conosciuto un tempo nel mondo dei jihadisti come "Abu Abdullah al-Sadiq". Belhaj viene infatti da lontano. Il suo itinerario militare e politico è zigzagante. Nessuno mette tuttavia in discussione le sue capacità di comando. E´ lui che ha guidato la brigata che per prima è entrata a Tripoli, ed è sempre lui che ha conquistato Bab al Aziziya, la residenza-labirinto di Gheddafi.
Prima di questa esperienza, Belhaj, un uomo di quarantacinque anni, è stato il responsabile del Gruppo islamico di combattimento libico, un´organizzazione jihadista storicamente legate ad Al Qaeda, ai Taliban e ai movimenti egiziani islamisti più radicali. In quella veste è stato in Afghanistan e in Iraq, dove ha combattuto a fianco di Zarkawi, il capo dell´Al Qaeda irachena, ucciso dagli americani. Belhaj ha conosciuto prigioni e agitati rapporti con le intelligence occidentali. Col regime di Gheddafi non sono mancati gli scontri, ed è tramite Saif al-Islam, il figlio del raìs, che Belhaj è passato dal carcere a posizioni privilegiate. Ha partecipato al "pentimento degli eretici", redigendo con altri jihadisti un lungo documento di autocritica. Ma l´autocritica è andata oltre, ha preso una svolta da vera conversione, poiché il duro jihadista è diventato uno dei protagonisti della rivoluzione contro la dittatura di Gheddafi. E i responsabili delle varie intelligence occidentali impegnati in Libia hanno avuto fiducia in lui. Non è escluso che spetti a Belhaj di dirigere l´attacco a Sirte, se mai ci sarà.
La presenza di ex islamisti radicali, un tempo legati ad Al Qaeda, nelle file dei ribelli libici (ma ora preferiscono essere chiamati rivoluzionari), preoccupa l´Algeria, che non ha ancora riconosciuto il Consiglio nazionale di transizione, e che ha provocato la collera dei dirigenti libici accogliendo la famiglia di Gheddafi. Né Safiya, la moglie, né Aisha, la figlia che ieri ha partorito, né i figli Mohammed e Hannibal, sono inseguiti da mandati di cattura internazionale. Quindi il governo di Algeri non ha compiuto alcuna infrazione, ma i libici hanno considerato un affronto quella disponibilità a ricevere la famiglia del raìs braccato. L´esercito algerino ha nel frattempo dispiegato numerose unità lungo il confine, quasi volesse impedire infiltrazioni sul suo territorio.



Bernardo Valli, La Repubblica

martedì 30 agosto 2011

CERCHIOBOTTISTI, IGNORANTI, BUGIARDI, IPOCRITI...SONO QUESTI I PROTAGONISTI DELLA NUOVA "GUERRA SANTA" CONTRO L'ISLAM NEL MOMENTO IN CUI DALL'ATLANTICO ALLA MESOPOTAMIA SOFFIA UN IRRESISTIBILE VENTO DI LIBERTA'

I - Nell'articolo pubblicato da La Stampa di Torino, la giornalista Antonella Rampino ha voluto dare una analitica dimostrazione di totale ignoranza in tutto ciò che riguarda la storia, la filosofia, il diritto e la religione islamica sulla quale, per altro, discetta con grande disinvoltura.
L'oggetto dei suoi strali è il progetto di costituzione tracciato dal consiglio nazionale di transizione libico del 29 Marzo scorso. Secondo la semi analfabeta autrice gli aspetti che dimostrerebbero come il citato consiglio nazionale nasconda dietro l'immagine di "stato laico" dotato di costituzionale riconoscimento del rispetto dei diritti umani, dei diritti delle minoranze, dei più deboli, senza differenze di colore, genere, razza e censo si nasconderebbe un progetto di stato islamico fondamentalista e clericale in tutto simile all'Iran degli Ayatollah. A sostegno di questa bislacca convinzione la signora sottolinea che:
A - Nella prima riga del progetto si parla "In nome di Dio Clemente e Misericordioso" mentre all'articolo 1 si afferma che "La Sharia islamica è la fonte principale della legge". L'incolta ignora, naturalmente che il riferimento a Dio è un costume espressivo che vale per tutte le manifestazioni pubbliche di pensiero fatte in una comunità islamica, dove Dio, a differenza delle società pseudo cattoliche, conta molto, anche perché è l'unico Dio, che abbraccia tutte le creature quale che sia il loro credo religioso. In più Dio è un'essenza spirituale che pervade l'esistente e non può essere immaginato come un buon padre con la barba che vola sulle acque. Se vogliamo essere sintetici, l'unico Dio dell'Islam è il principio di tutte le cose e la sua natura può essere definita solo correndo insieme alla ragione e alla fede. Il Dio musulmano somiglia molto al Dio di tutti i tempi, di tutti i luoghi e di tutti gli esseri di cui parla niente di meno che Voltaire e quasi tutta la filosofia occidentale più nobile. E' il Dio di Beethoven menzionato ne l'Inno alla Gioia della 9a Sinfonia: "Tenetevi abbracciati o milioni di uomini. Senti tu sopra di te il Creatore, o Mondo?". Forse per la domestica in seconda del giornale di Angnelli sarebbe stato più moderno dire: "Tenuto conto delle leggi universali della globalizzazione e del mercato...";

B - La Sharia non è, come immagina la nostra insipiente giornalista una specie di prontuario delle più efferate torture e delle più sanguinarie procedure giudiziarie (un'opera del genere esiste ed era il prontuario ad uso degli inquisitori per procedere agli "interrogatori" degli eretici e, soprattutto delle donne accusate di stregoneria). Per l'Islam la Sharia è "la strada che conduce all'acqua" e cioè, con una metafora facilmente comprensibile per chi conosce le condizioni ambientali dei deserti d'Arabia, la strada che indica la via per arrivare alla luce divina. Si dovrebbe aprire qui un discorso molto lungo, ma per brevità ci limiteremo a dire che nell'Islam la Sharia è l'equivalente dei 10 comandamenti e dei più importanti precetti della Chiesa. In questo senso essa è la fonte principale del diritto positivo, e cioè delle norme giuridiche che la comunità si da per non discostarsi da comportamenti leciti. La Sharia è la base del "Fiqh" e cioè della elaborazione interpretativa della giurisprudenza, e il complesso dei principi ispiratori di ogni "kanun", legge positiva e messa da chi è titolare del potere. Dire che la Sharia è la base e la fonte del diritto islamico equivale a dire che nei paesi dove prevale la tradizione religiosa giudaico-cristiana, gran parte del diritto penale e civile si ispira ai principi etici contenuti nelle Tavole della Legge: che, per chi le legge, sono molto simili alle "Frontiere di Dio" elencate nella XVI sura del Corano;
C - Il fatto che per regolare il diritto di proprietà si rimanda alla legge, non significa che in Libia un "occhiuto" comitato instaurerà un sistema economico ispirato al comunismo marxista-leninista; ma che, come in Italia e in tutto l'occidente, l'esercizio del diritto di proprietà potrà conoscere limitazioni normative ispirate al rispetto del bene comune, dell'ambiente, dei diritti altrui: ad esempio leggi urbanistiche, leggi sui limiti spaziali del diritto di proprietà, leggi fiscali ecc.ecc.
Del pari, dire che, i diritti di libertà, di riunione, di espressione, di organizzazione dei partiti politici va regolato attraverso leggi specifiche, non significa che tali diritti sono svuotati di ogni contenuto: in Italia molti di tali diritti previsti dalla Costituzione sono rigorosamente regolati dal testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, perché in un paese libero nessuno può fare quello che gli pare.
Forse alla signora Antonella Rampino questa elementare regola di democrazia è andato sfumandosi dopo un ventennio di governi berlusconiani;
D - L'ultimo strafalcione della non dotta signora è quello di aver parificato il consiglio provvisorio della rivoluzione libica al consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iran. La signora ignora, col resto, che in Libia predomina l'Islam sunnita, che non ha preti e quindi il consiglio provvisorio della rivoluzione libica non può essere formato da Ayatollah, ma è in tutto simile al modello della "Shura": il consiglio di cui parla il Corano come forma per gestire il potere raccogliendo le rappresentanze delle tribù, delle comunità sparse nel deserto, delle genealogie più importanti, dei sapienti, e degli sheik.




II - Non ho ritenuto meritevole di pubblicazione l'articolo del Giornale di Vicenza a firma di Marino Smiderle e pubblicato in data odierna col titolo "I sogni della piazza diventano incubi per i copti egiziani". Il suo contenuto è infatti di terza mano, consistendo nel riassunto di un'intervista a un signore egiziano di religione copta rilasciata al New York Times. Di Marino Smiderle ho già avuto modo di misurare il suo anti islamismo infarcito di luoghi comuni e sostanziale ignoranza della storia e delle religioni abramitiche, compresa quella cristiana. Naturalmente, con la slealtà tipica delle migliori firme del Giornale di Vicenza pubblicò le mie risposte a modo suo, ma chi ha la pazienza di cercarle le trova tra i primi post di questo blog. In questa sede mi soffermo soltanto su una simpatica idiozia dovuta al suo pressappochismo presuntuoso. Secondo lui, infatti, i copti sono i cristiani egiziani nativi. Prima della conquista del paese da parti dei musulmani e per tutta l'epoca romana l'Egitto era cristiano. Più avanti il termine copto venne utilizzato per definire gli egiziani cristiani che si rifiutarono di unirsi in matrimonio con gli invasori arabi. A parte il fatto che la maggioranza della popolazione egiziana era in grande maggioranza di religione greco-ortodossa perché parlava lingua greca, riesce difficile capire come abbiano fatto i circa 10 mila guerrieri arabi dell'esercito del califfo Omar, che nel VII secolo conquistarono l'Egitto, a congiungersi in matrimonio con alcuni milioni di donne non arabe trasformando la stragrande maggioranza della popolazione egiziana in arabi per lingua e religione. In realtà l'islamizzazione dell'Egitto, come del resto quella del medio oriente e dell'impero del nord Africa, avvenne pacificamente a causa della superiore cultura di cui gli arabi erano portatori e, soprattutto, della estrema tolleranza religiosa e del sistema fiscale molto meno esoso di quello bizantino. Tra le altre cose il califfo Omar fece ricostruire la grande biblioteca di Alessandria d'Egitto, incendiata qualche secolo prima dal vescovo cattolico San Cirillo, dottore della Chiesa, proclamato tale nel 1878 da Leone XIII. Cirillo, oltre allo sterminio totale della numerosa popolazione ebraica di Alessandria, costrinse i pagani a subire il Battesimo. Rimarchevole la condanna a morte come strega di Ipazia, matematica, astronoma e fisica la cui fama era tale che Sant'Agostino, vescovo di Ippona, le inviava lettere che iniziavano con l'espressione "Cara Sorella". Ipazia venne scuoiata viva dai talebani di Cirillo (i Parabolanti) e, poiché dopo il trattamento era ancora viva, venne fatta sbranare dai cani. 
Dedico questo edificante episodio all'attenzione di quanti, in nome di un cattolicesimo che non centra molto con Gesù, spirito di carità e di bontà (Su di Lui la pace di Dio), scrivono sull'Islam le più spregevoli menzogne. 
L'ultima, in ordine di tempo, risale a ieri. Monsignor Dal Ferro, attivissimo propagandista del dialogo inter-religioso, ha inaugurato un secondo centro islamico a Vicenza, nel corso del quale uno dei suoi coprotagonisti, certo Giovanni Zanolo, convertito all'Islam e sedicente rappresentante dei musulmani vicentini ha affermato che la sua organizzazione conta in Italia circa 50 mila adepti, che sarebbero, a suo dire, i musulmani "moderati".
E' una distinzione che credevo fosse propria dei leghisti e di quelli che la pensano come loro. Io ho sempre saputo che la distinzione fondamentale tra i musulmani è quella tra sunniti e sciiti. 

Mi impegno a ricambiare il favore di Monsignor Dal Ferro, cui debbo già un intervento presso la mia comunità di appartenenza che sollecitava la mia non utilizzazione pubblica in rappresentanza dell'Islam vicentino, utilizzando il blog che ho aperto per rispondere in maniera efficace allo ostracismo cattolico pubblicando numerosi post che raccontano le più edificanti pagine della storia della Chiesa Cattolica.
Per dialogare bisogna conoscersi bene! 

Gheddafi, una famiglia in fuga "La moglie e tre figli in Algeria"

TRIPOLI - Ora è ufficiale il convoglio di sei Mercedes con i vetri oscurati che, sfrecciando da Tripoli, ha attraversato il confine con l´Algeria portava al sicuro la famiglia di Gheddafi. Ieri il governo algerino ha infatti ammesso che Sofia, la moglie del raìs e tre dei suoi figli, Aisha, Mohammed e Hannibal, sono da qualche giorno ad Algeri. Il via libera al transito dei familiari del Colonnello sarebbe stato accordato «per motivi umanitari» perché Aisha, soprannominata la Claudia Schiffer del mondo arabo, avrebbe appena partorito. Quanto a Khamis il figlio di appena 29 anni che, al comando della famigerata 32ma brigata, si sarebbe macchiato nei giorni della liberazione di Tripoli di orrendi massacri, sarebbe stato ucciso dai colpi sparati da un elicottero della Nato. Addirittura sepolto a Zlitan, dicono i ribelli.
Misteriosa resta invece la sorte del Colonnello che secondo il suo portavoce Moussa Ibrahim sarebbe ancora in Libia. Secondo il Consiglio Nazionale Transitorio Gheddafi sarebbe asserragliato con le sue truppe a Bani Walid, a centro chilometri da Tripoli, tra Misurata e Sirte, la sua città natale. Ed è in quella zona che si sta concentrando lo sforzo dei towar per quella che dovrebbe essere l´ultima battaglia. Anche dopo la liberazione a Tripoli sono in molti ad avere ancora paura. «Temono un ritorno di Gheddafi» spiega Haida Gana, l´insegnante che per la rivoluzione cuce i tricolori di Free Libia. In città si vocifera di una «quinta colonna» che non sarebbe ancora entrata in azione. «Gente legata al regime, che spera ancora di poter ribaltare la situazione». Gheddafi, al sicuro nel suo ultimo rifugio nonostante la taglia messa sulla sua testa di un milione e 600mila dollari, dal canto suo ha fatto sapere di essere disposto a trattare con i rivoluzionari per un governo di transizione. La risposta del Consiglio Nazionale Transitorio è stata però immediata: «Nessun accordo prima dell´arresto».
L´attenzione si concentra quindi sulla battaglia per Sirte. Annunciata da giorni come uno scontro epocale, forse il più violento di tutta la rivolta libica, è stata più volte rinviata. Il Consiglio nazionale transitorio ha fatto affluire nella zona le sue migliori brigate e le armi più pesanti, gli aerei della Nato anche ieri hanno pesantemente bombardato le postazione gheddafiane, gli specialisti delle Sas inglesi stanno preparando i towar a quello che dovrebbe l´assalto finale. In realtà accanto a questi febbrili preparativi il Consiglio Nazionale Transitorio ha affiancata un´intensa attività diplomatica con i capi delle tribù della zona. «Vogliamo evitare un massacro - spiegano i rappresentanti dei rivoluzionari a Tripoli - Sirte non è un villaggio, è una città densamente popolata, non possiamo rischiare di fare vittime innocenti…».
In compenso si combatte ancora nella zona del confine tunisino, sotto la città di Zuwara: lì sono rimasti bloccati i contingenti ancora fedeli a Gheddafi dopo essere stati scacciati dalle loro postazioni sulle montagne. «Sono stretti tra il mare, il confine e le nostre brigate ma non vogliono arrendersi, preferiscono lottare sino alla morte» spiegano i towar.
Sempre ieri, infine, parlando in un incontro a Doha, nel Qatar, con i rappresentanti dei Paesi che hanno sostenuto l´insurrezione libica, il leader del Consiglio di Bengasi, Mustafa Abdel Jalil, ha chiesto alla Nato di continuare ad appoggiare il movimento. «Perché - ha spiegato - Gheddafi è ancora una minaccia per la Libia e per il mondo intero».


Meo Ponte



Protetti dall´amico Bouteflika con il sogno di tornare in patria

TRIPOLI - Alla fine, la via d´uscita per il clan Gheddafi è l´Algeria: non il lontanissimo Venezuela, non lo Zimbabwe dove forse è difficile adattarsi. Meglio la fuga nel deserto di un Paese islamico, magari coltivando il sogno di un ritorno in patria, che un esilio anche dorato in una città lontana, nel mezzo di una cultura troppo diversa, con l´incubo che un giorno bussi alla porta un sicario o scenda dal cielo una squadra di forze speciali occidentali con le manette pronte. Il governo di Abdelaziz Bouteflika è "quasi amico": ha accettato il rischio di far arrabbiare i ribelli del Consiglio nazionale transitorio - che ieri hanno definito la decisione di Algeri «un atto di aggressione» - e sin all´inizio si era opposto alla no-fly zone richiesta dall´Occidente e all´intervento Nato. Ancora adesso rifiuta di riconoscere come interlocutore il Cnt «finché questo non prenderà l´impegno di combattere Al Qaeda», perché secondo fonti governative algerine, membri della rete terroristica si sarebbero uniti agli insorti libici.
Insomma, come il vecchio regime di Tripoli, anche Algeri si sente minacciata dai gruppi salafiti e qaedisti e deve affrontare le stesse tensioni: una prima base di intesa nasce da qui. Da tempo, poi, gli analisti segnalavano che sui posti di confine sahariani, con Algeria, Ciad e Niger, le forze lealiste avevano sempre investito uomini e armamenti, senz´altro in previsione di giornate come queste.
L´Algeria è vicina, è piena di zone fuori dal controllo centrale, dove per la famiglia Gheddafi è facile trovare le complicità necessarie per sfuggire alle ricerche dei nuovi governanti libici e della comunità internazionale. A prendere la strada del paese vicino, finora, sono stati la moglie del colonnello, Safia, i due figli Hannibal e Mohammed, e la figlia Aisha, che sarebbe incinta: una gravidanza difficile, ormai giunta quasi a termine, che avrebbe impedito all´aggressiva giovane di comparire a fianco del padre durante queste giornate di scontro.
Se è vero che Muhammar Gheddafi, il suo delfino Seif Al Islam e il fratello Saadi sono rimasti in patria, a Bani Walid, un centinaio di chilometri a Sud-est di Tripoli, è facile immaginare che abbiano solo rimandato l´uscita dalla Libia. Bani Walid, non lontano da Misurata, è un bastione della tribù Warfalla, ancora fedele al vecchio regime e ostile al Cnt. I tre erano con tutta probabilità a bordo di mezzi blindati nel convoglio di 60-80 auto avvistato sabato scorso in fuga da Sirte.
Secondo i ribelli, già nelle scorse settimane Gheddafi aveva chiesto ai paesi vicini - Egitto, Marocco, Tunisia e appunto Algeria - di ospitare la sua famiglia, non lui direttamente. Non è ben chiaro come mai il colonnello si sia fermato su territorio libico: le sorti dello scontro non sembrano più in discussione. Forse il raìs, sostenuto dalle tribù tuareg di cui ancora gode l´appoggio, vuole organizzare un´ultima difesa per prendere tempo, necessario magari a costruire presupposti adeguati per una semi-latitanza che si annuncia lunga e difficile, anche per chi dispone di risorse immense. Il governo algerino per ora ha accolto la famiglia Gheddafi per «ragioni umanitarie», legate alla gravidanza di Aisha. Ma difficilmente potrebbe resistere alle pressioni internazionali, visto che sull´ex dittatore e su Seif pendono i mandati di cattura internazionali del Tribunale dell´Aja. Nel clan Gheddafi, poi, c´è anche un posto vuoto: il figlio Khamis, capo della famigerata 32esima Brigata, forse il più odiato dalla popolazione, sarebbe rimasto ucciso nel suo fuoristrada Toyota distrutto con un missile da un elicottero Apache britannico. La notizia viene da Skynews: è l´ennesima segnalazione della sua morte, stavolta però potrebbe essere quella buona.


Giampaolo Cadalanu

lunedì 29 agosto 2011

Libia - 29 Agosto 2011


La democrazia col kalashnikov così gli insorti di Tripoli vogliono riprendersi la città

TRIPOLI. Tutto è difficile. Nel mio albergo c´è una sola chiave per duecento camere. Fortunato chi l´acciuffa in tempo per andare a letto. Le altre si sono perse durante la guerra civile che ha coinvolto la portineria. Niente funziona. Meglio non pensare agli ascensori anche se alloggi al ventesimo piano e oltre. Grazie agli introiti del petrolio e del gas negli ultimi tempi l´immobiliare si è purtroppo sviluppato in altezza.
Come a New York e a Shanghai. L´acqua scarseggia. Quella minerale costa come la benzina. Ossia trenta, quaranta volte quel che costava normalmente. Oppure manca del tutto. La luce singhiozza. E con lei tutte le apparecchiature elettroniche che ti porti dietro. Sono inconvenienti aggravati dal caldo. Poi ci sono quei ragazzi all´angolo delle strade con kalashnikov e qualche mitragliera montata su un pick-up giapponese, che possono preoccupare. Ci sono armi dappertutto e penso che in larga parte siano quelle distribuite da Gheddafi alla popolazione affinché difendesse Tripoli, e che adesso sono usate contro di lui da vecchi o nuovi nemici. Ho trovato dei kalashnikov persino sotto il materasso. Allungando i piedi, sentivo in fondo al letto qualcosa di strano. In piena notte la porta della mia camera è stata forzata e hanno fatto irruzione due shebab, in tuta mimetica. Hanno alzato il materasso sotto il quale c´erano non uno ma due kalashnikov. Erano venuti a recuperarli nella loro vecchia stanza. E´ stato un trauma notturno.
Tutto è piuttosto difficile, eppure in questa città sudicia, imprevedibile, infida, non governata, ed anche innervosita dal digiuno diurno del Ramadan, senti una sferzata di ottimismo. Ti rivitalizzano i sorrisi. Sorridevano anche i due marcantoni che sono entrati con la forza nella mia camera in piena notte. Ma l´adrenalina viene soprattutto dal fatto che assisti alla nascita di una democrazia. Una democrazia forse destinata a un aborto; le premesse non mancano; ti lasciano col fiato sospeso; e tuttavia per il momento c´è nell´aria, nelle espressioni, nelle parole, un sentimento raro, obsoleto, che credevi relegato nelle preghiere in chiesa, dove si parla dell´al di là. Penso alla speranza. La quale in queste ore a Tripoli è sbrindellata, chiassosa, insolente, e non esclude esplosioni di vendetta, può avere anche il colore del sangue. Ma segna la partenza per un avvenire comunque diverso da quello consumato nei quarant´anni dominati dalle violente, umilianti stravaganze del colonnello Gheddafi. Adesso dei ritratti del raìs i tripolini hanno fatto tappeti in cui pulirsi le scarpe prima di entrare in casa. Con una punta di spavalderia, io, almeno in queste ore, poi si vedrà, farei altrettanto con le obiezioni dei profeti di sventura che già decretano un fallimento del dopo Gheddafi, terzo grottesco tiranno, dopo Ben Ali e Mubarak, inghiottito dalla primavera araba.
Il caos di Tripoli ha un suo ordine. Basta capirlo. Il governatore, investito dal Consiglio Nazionale di Transizione, ha preso contatto con i vari quartieri. Un´impresa ardua poiché la metropoli in tempi normali contava una popolazione di quasi due milioni di abitanti (sui sei e mezzo dell´intero paese), frantumata in tante tribù inurbate con variabili rapporti con un potere che appariva perenne. Via via che la resistenza delle forze governative si affievoliva, fino a spegnersi (in apparenza) del tutto come adesso, ad ogni quartiere è stato assegnato il compito di disciplinare, nei limiti del possibile, i gruppi di giovani armati e di affidare loro il compito di garantire la sicurezza, e sempre nei limiti del possibile, di mantenere l´ordine.
Così si è realizzata paradossalmente, non si sa per quanti giorni, quella che Gheddafi chiamava Jamahirya, e che doveva essere lo Stato delle masse. Era una finzione, poiché lo Stato era soprattutto sotto il suo personale controllo e della famiglia. Ma con i suoi toni da visionario lui parlava di "democrazia diretta" nella quale la popolazione si autogovernava, detenendo il potere, la ricchezza e le armi. Almeno in parte è quel che sta avvenendo, poiché il potere nelle strade e le armi (la ricchezza, ossia il petrolio, è un altro capitolo) in queste ore di transizione sono sotto il controllo della gente dei quartieri. Per lo più ragazzi sui vent´anni, che fanno chiasso, a volte sciupano le munizioni sparando per aria, ma che in effetti mantengono l´ordine. Un ordine provvisorio, che può anche apparire caotico, ma che è rassicurante. Salvo qualche imprevedibile cecchino, da alcune ore giri la città senza apprensione. Questo grazie agli shebab, guerriglieri imberbi e improvvisati.
Senza di loro ci sarebbe il vuoto, perché in quarantadue anni di potere il colonnello Gheddafi ha lasciato il paese senza istituzioni: niente parlamento, niente partiti, niente società civile. La scolarizzazione è stata mediocre e i funzionari sono corrotti. Il funzionamento del paese, straricco grazie al petrolio, è stato assicurato dagli immigrati, egiziani, tunisini, algerini, africani subsahariani, che rifacevano i letti negli alberghi e contribuivano alla conduzione delle aziende nei grattacieli. Quasi tutti gli stranieri se ne sono andati. Infatti nessuno fa più i letti negli alberghi e le aziende devono ancora riaprire. I membri del Consiglio Nazionale di Transizione, che in queste ore si spostano a gruppi da Bengasi a Tripoli, trovano il vuoto. Sono quaranta personaggi dei quali, per motivi di sicurezza, fino a qualche ora fa non si conoscevano neppure i nomi (salvo per tredici di loro). Tra poco saranno ottanta saggi incaricati di indire anzitutto un´elezione per l´assemblea costituente. Nell´attesa, non essendoci né esercito né polizia, gli shebab dei quartieri avranno un compito essenziale.
Non è stato tutto un sorriso. La sete di vendetta è costata tanto sangue. Ed è l´aspetto più inquietante. Diana Eltahwi, di Amnesty International, denuncia torture, esecuzioni sommarie o giudizi sbrigativi. I massacri compiuti dagli uomini di Gheddafi in fuga, in particolare dalla Brigata comandata dal figlio Khamis (del quale si dice sia stato nel frattempo ucciso), sono stati ampiamente descritti. Il giovane Khamis ha ucciso o fatto uccidere di preferenza con colpi alla nuca. Prima di ritirarsi, probabilmente in direzione di Sirte, dove si è concentrato quello che sembra essere l´ultimo centro di resistenza del regime, la Brigata Khamis ha eliminato gran parte dei prigionieri. Un giudice, Abdul Hadi Abu Shahyna, liberato ai primi di luglio, ha raccontato che tra i cadaveri lasciatisi alle spalle dai gheddafisti ci sono quelli di suoi compagni di prigionia, tutti oppositori politici del regime, ingegneri, avvocati, ed anche artigiani e operai.
Ma anche gli insorti si sono accaniti sugli avversari fatti prigionieri. Nelle vicinanze di un loro ospedale da campo uomini stesi sulle barelle e con gli aghi delle fleboclisi nelle vene hanno agonizzato per due giorni. I ribelli si sono accaniti soprattutto sui supposti mercenari neri Non pochi cadaveri sono stati trovati con le mani legate. I corpi erano stesi sui prati tra Bab al Aziziya, la roccaforte di Gheddafi, e il quartiere di Abu Salim. Le esecuzioni sarebbero avvenute durante e dopo la battaglia per la conquista di Bab al Aziziya. Fatti del genere si sono verificati anche nella città di Zawiya, a cinquanta chilometri da Tripoli, sulla strada per la Tunisia. E in seguito a quanto è accaduto in quella località, il Foreign Office ha espresso preoccupazione, precisando che la giustizia dovrà perseguire tutti gli abusi commessi, senza distinzione tra vinti e vincitori. Ha contribuito ad accentuare il forte malessere, per il comportamento degli insorti, la voce secondo la quale nella prigione di Abu Salim, da dove sono appena stati liberati quattromila detenuti politici, saranno rinchiusi i gheddafisti colpevoli di crimini. Abu Salim è un nome importante nella storia della rivolta di febbraio che in sei mesi ha condotto alla fine di Gheddafi. Nel ‘96 in quel carcere furono assassinate milleduecento persone, e l´avvocato che chiese la restituzione dei corpi alle famiglie fu arrestato. E´ per ottenere il suo rilascio che a Bengasi sono cominciate le manifestazioni.
Il nuovo potere rischia la sua reputazione e ne è cosciente, poiché i richiami all´ordine del Consiglio nazionale di transizione sono stati numerosi e fermi. Se ai suoi primi passi i nuovi dirigenti accettassero il dilagare delle vendette la loro rispettabilità sarebbe seriamente compromessa. Ma quando la sera, alla fine del digiuno, condivido la cena con gli shebab, che tengono il kalashnikov tra le gambe, mi accorgo che i loro sorrisi nascondono intenzioni bellicose. E quando dico che la democrazia non è un regolamento di conti, molti mi guardano perplessi. Forse non ci capiamo.

Bernardo Valli, La Repubblica



Gheddafi vuole trattare. Il Cnt lo gela

TRIPOLI - Mahleshi, shafshufa, ovvero: "lascia perdere, buffa chioma", cantano gli abitanti di Tripoli irridendo i riccioli scomposti di Muammar el Gheddafi. E più o meno è la stessa risposta che l´ex dittatore in fuga ha ottenuto anche dal Consiglio nazionale di transizione, quando ha proposto attraverso il portavoce Moussa Ibrahim di aprire trattative con i ribelli. Secondo Muussa, il Colonnello avrebbe nominato il figlio Saadi (ex calciatore in Italia) "capo negoziatore". Un´offerta «delirante», l´ha liquidata Londra. «Non abbiamo negoziato quando eravamo deboli, non negozieremo adesso, che abbiamo liberato tutta la Libia», ha tagliato corto Mahmoud Shammam, ministro dell´Informazione del Cnt.
La risposta fa apparire il raìs - che ieri sera ha perso il suo capo di Stato maggiore Abdelhafid Massoud, passato dalla parte dei ribelli - un giocatore di scacchi che offre il pareggio quando il suo re è assediato. Ma in realtà i negoziati fra i ribelli e le tribù legate al clan Gheddafi sono già in corso, anche se difficilmente il fronte rivoluzionario accetterà un cessate il fuoco che non comprenda l´arresto e il processo del tiranno. "Buffa chioma" ormai non terrorizza più i libici, sui muri viene ritratto con gli occhiali neri e il corpo di un cane. Ma non è scappato in Algeria, niente fuga in Zimbabwe, niente volo clandestino in Venezuela: secondo il portavoce, il raìs sarebbe ancora nel suo paese. Dove, non si sa. Ma la sede più probabile è Sirte, regione natale e roccaforte del colonnello, a 450 chilometri dalla capitale. I ribelli sono ormai pronti a un attacco massiccio sulla città costiera: per prenderla, dicono i generali dell´armata ribelle, ci vorranno tre giorni, anzi, forse dieci. Per il momento le truppe convergono in massa verso la città lealista, lasciando Tripoli in mano ai giovani miliziani. La capitale appare quasi pacificata: i colpi di arma da fuoco sono più rari, anche perché il Consiglio ha vietato agli insorti di esprimere la gioia sparando in aria.
Anche se gli scontri sono più rari, la popolazione di Tripoli è stremata: in città la corrente elettrica si interrompe di continuo, l´acqua manca da sabato, i negozi sono vuoti, alle poche stazioni di servizio aperte si formano code lunghissime. Ma lentamente la vita si riavvia verso la normalità, anche perché il posto di confine con la Tunisia sulla costa del Mediterraneo, Ras Ajdir, è ora controllato dai ribelli, che garantiscono così l´apertura di un´arteria fondamentale per il commercio, visto che la frontiera è a meno di tre ore dalla capitale. Gli ospedali sono al lavoro, tranne quelli di Abu Salim e di Yurmuk, dove sono state scoperti i corpi in decomposizione di 75 e 35 persone. Altri corpi bruciati, almeno 170 dicono alcuni testimoni, sono stati scoperti nella caserma della 32esima brigata guidata da Khamis Gheddafi. Lo stesso figlio del raìs sarebbe morto in uno scontro a Tarhouna. Il portavoce militare dei ribelli, in una conferenza stampa a Bengasi, ha detto che una brigata di combattenti, a 80 km a sud-est di Tripoli, «ha intercettato un convoglio militare composto da più veicoli Mercedes e, nel tentativo di bloccarlo, si sono verificati violenti scontri: due delle auto hanno preso fuoco e le persone a bordo sono rimaste uccise. Tra le vittime ci potrebbe essere anche Khamis».
Secondo Human Rights Watch, le forze lealiste potrebbero aver giustiziato a freddo decine di prigionieri e ucciso civili durante gli scontri della settimana scorsa. Anche Amnesty International denuncia le uccisioni a freddo dei lealisti, ma allo stesso tempo segnala abusi da parte dei ribelli. Diana Ettahawi, delegata dell´organizzazione, segnala diversi casi di torture e maltrattamenti, diretti soprattutto ai lealisti di colore, sia libici che dell´Africa sub sahariana nella scuola di Bir Tirfas, adibita a centro di detenzione.

Giampaolo Cadalanu, La Repubblica






domenica 28 agosto 2011

Libia - 28 Agosto 2011


Esecuzioni sommarie e fosse comuni per le strade di Tripoli città senza legge

TRIPOLI - È una lotta senza quartiere quella che si combatte ancora per le strade di Tripoli. A una settimana dalla presa della capitale, la città è in gran parte "liberata" ma alcune sacche di gheddafiani resistono ad oltranza, rifiutando qualsiasi offerta di resa. Come spesso succede, il crepuscolo di un tiranno porta con sé ferocie inaudite. Nei quartieri già liberati cresce la paura per le esecuzioni sommarie. Gli spari in aria per festeggiare la rivoluzione sono stati sostituiti da raffiche secche e mirate contro le automobili che paiono sospette. Ai check point che controllano ogni incrocio della capitale i towar, i ribelli, si sono fatti più guardinghi. Alzano ancora due dita in segno di vittoria ma pretendono che gli automobilisti si fermino e aprano il cofano. Nel quartiere di Dhebi, nato negli anni Settanta, ieri hanno riaperto i primi negozi, una gioielleria e un calzolaio, ma pochi giorni fa in quelle stesse strade al mattino sono stati trovati quattro cadaveri. «Uccisi da squadre di civili, più pericolose dei militari – spiega Ibrahim, 50 anni –, fanatici che ammazzano chiunque incontrano». Che la pietà a Tripoli sia morta lo conferma anche la terribile scoperta fatta ieri dai rivoluzionari del Consiglio nazionale transitorio in un magazzino di una caserma della famigerata 32esima Brigata comandata da Khamis, uno dei figli di Gheddafi: cinquantatré cadaveri, ammassati uno sull´altro, molti civili, e insorti catturati negli scontri per il controllo della capitale. Un´esecuzione di massa. I soldati del raìs prima di lasciare la posizione hanno appiccato il fuoco al magazzino e finito a raffiche di mitragliatore alle spalle chi cercava di salvarsi arrampicandosi sul tetto. I rivoluzionari possono vantarsi di aver completamente conquistato Tripoli ma di certo in città ci sono ancora zone in mano ai gheddafiani, cecchini appostati sui tetti e squadre della morte a caccia di prede. A Tojoura, uno dei quartieri della capitale, gli abitanti stavano improvvisando una fossa comune per i corpi di ventidue africani, probabilmente mercenari al soldo di Gheddafi.
Nelle aule di una scuola elementare, trasformata in fretta e furia in prigione, ci sono 375 soldati lealisti catturati dagli insorti durante i combattimenti. Aspettano in silenzio di sapere cosa ne sarà di loro. Alcuni sono appena adolescenti, leggono il Corano o fissano il pavimento, le teste rasate per evitare le pulci.
Dagli schermi di Free Libya si continua a ripetere che la prima emergenza è ora assicurare ordine e sicurezza a Tripoli e al resto del paese con la creazione di un nuovo esercito e di una nuova polizia. Il Consiglio nazionale transitorio sta pensando di chiedere ai paesi arabi di inviare in Libia agenti di polizia che aiutino i ribelli a garantire la protezione della città.
Il fronte vero e proprio di battaglia si sta spostando verso la Sirte. I ribelli ieri giuravano di aver ripreso Bin Jawad. I combattimenti continuano anche sul fronte occidentale. Nelle città di Jmril e Ajilat, a pochi chilometri dalla frontiera con la Tunisia, sarebbero asserragliati contingenti di soldati del regime, scacciati dalle posizioni sulle montagne e rimasti intrappolate tra il mare, il confine e le zone libere. «Non si possono arrendere – spiega Nasir Nawut, un ribelle – molti getterebbero le armi ma i loro ufficiali sono pronti ad ucciderli in caso di diserzione». Ieri Ras Ajdir, il valico con la frontiera tunisina ancora in mano ai gheddafiani, sarebbe finalmente caduto in mano ai ribelli. Anche la raffineria di Ras Lanuf, sulla costa verso Bengasi, sarebbe stata nuovamente conquistata dai rivoluzionari che negli ultimi giorni l´hanno presa e perduta diverse volte, combattendo metro per metro.
A Tripoli, gli abitanti hanno paura. Alcuni quartieri si stanno organizzando per garantire un minimo di sicurezza. A Dhebi lo hanno fatto ieri dopo la scoperta dei quattro cadaveri e gli appelli della popolazione. «Ci sono troppe armi in circolazione - spiega Ibrahim che con altri compagni ha appena formato un Comitato di salute pubblica – dobbiamo prima di tutte censirle e poi formare delle squadre di sorveglianza che proteggano le nostre case». A Ghiran ci hanno provato ma finora senza successo. «Venerdì qualcuno ha parlato in moschea dopo la preghiera di questa possibilità – spiegano nel quartiere – ma ci sono ancora troppa paura e diffidenza». In compenso nel rione sono stati disarmati tutti quelli che sono sospettati di simpatie verso il regime morente. «Anche se si tratta di persone che non hanno mai fatto del male è meglio togliere loro le armi – dicono gli insorti – spaventati da eventuali rappresaglie potrebbero mettersi a sparare a casaccio».
C´è poi ancora un problema che però non è poco conto: convincere i ribelli a smetterla con le raffiche sparate in aria per festeggiare la vittoria. «Credo che molti dei feriti che arrivano negli ospedali dicendo di essere stati feriti dai cecchini siano invece vittime dei proiettili di ricaduta – sottolinea Medhi Gana, appena rientrato in Libia dalla Gran Bretagna – bisognerebbe ricordare a quanti sparano in aria che un colpo di ricaduta ha una penetrazione nel corpo umano di almeno quindici centimetri». Bisognerebbe farlo in fretta dato che mancano quattro giorni al primo settembre quando la fine del Ramadan, tradizionalmente festeggiata con sparatorie, coinciderà con il ricordo della presa del potere di Gheddafi nel 1969. Un momento che a Tripoli tutti aspettano con ansia ma anche con preoccupazione per quello che potrebbe accadere con tutte le armi che circolano in città.

Meo Ponte


Senza luce né gas, con il mitra sotto il divano

TRIPOLI - Alle 12 Aisha, 63 anni, è già sveglia e legge il Corano. Nella sua casa al 180 del quartiere Ghiran c´è ancora silenzio. Sono gli ultimi giorni del Ramadan e figli e nipoti che dall´inizio della rivoluzione si sono trasferiti da lei dormono ancora.
La famiglia
Dall´inizio della rivolta a casa di Aisha vivono i tre figli maschi (Shaban, 37 anni, Ahmed, 25 anni e Youssef, 22 anni), le due figlie (Asma, 30 anni e Omessaad, 34) e i figli sposati: Abdullah, 40 anni, Mohammed, 36 anni, e Rukia con il marito e 2 bimbi. In più Hadia, la cugina. In tutto 16 persone.
La mattina
Ahmed si alza verso l´una, deve controllare i motori delle auto di famiglia. Una, un pick up Toyota "liberato" da poco, è nel garage della famiglia di fronte, sospettata di essere legata al regime. «Lo sappiamo - dice Ahmed - ma non sono pericolosi». Anche il controllo degli Ak47 nascosti dietro il divano è compito di Ahmed. «Ne abbiamo cinque. Uno è cinese, è più nuovo ma meno buono di quelli russi» sottolinea.
La benzina e il cibo
Abdullah controlla le scorte di benzina e gas. Prima di febbraio ha fatto lunghe code ai distributori. «Dormivo lì e mi facevo dare il cambio da mio fratello» ricorda. Così ha accumulato un bel po´ di galloni raccolti in taniche sistemate in garage. «Siamo stati previdenti: 20 litri costavano tre dinari, ora 120». Le bombole di gas sono salite da 2 a 150 dinari l´una: «Però abbiamo fatto scorta anche di quelle». Youssef va al supermercato per comprare carne se ce n´è, datteri, quello che si trova. «La carne non è aumentata grazie all´assenza di corrente, costa 25 dinari al chilo - spiega Youssef - non potendola conservare in frigorifero sono costretti a venderla subito».
Le ragazze
Asma e le sorelle badano ai bimbi e pensano al pane. «Lo facciamo nel nostro forno - spiega Asma, che ha perso il lavoro in banca - abbiamo messo da parte sacchi di farina. Eravamo abituati a fare scorte di cibo. Abbiamo vissuto per anni con la tessera annonaria. In più i panettieri sono chiusi: erano in gran parte erano egiziani e marocchini: sono fuggiti all´inizio della rivoluzione».
La preparazione del cibo
Verso le 16,30 inizia la preparazione dell´iftar, la cena serale: le brick, frittate con uova e formaggio e il latte e le mandorle che precedono l´Isha, l´ultima preghiera. «Il problema è l´energia elettrica. Quando se ne va è una dramma, non siamo riusciti a trovare un generatore», dice Omessaad. Arrivano gli amici, Hadia ascolta le notizie e commenta: «Dicono che Gheddafi sia a Sirte o che sia ad Algeri. Io penso che si sia fatto una plastica facciale, sono mesi che non si fa vedere…».
La cena
Quando il sole tramonta Aisha e la sua famiglia possono finalmente mangiare e soprattutto bere. «Il metabolismo si adatta ma con questo caldo la sete è terribile» dice Aisha il cui terrore più grande, ancor più della guerra, è che qualcuno in casa si ammali. «Negli ospedali manca tutto. La gente ha raccolto l´appello del Cnt ed ha donato il sangue. È andata anche a fare le pulizie. Ma mancano le medicine e soprattutto i medici e gli infermieri. Nei mesi scorsi sono morte quasi tutte le persone che avevano bisogno di assistenza quotidiana, come i pazienti in dialisi». Un cognato di Hadia passa per dire che il Cnt ha dirottato a Tripoli una petroliera diretta a Bengasi e promette di dare benzina gratis a tutti. «Anche questa è la rivoluzione» sottolinea Hadia.
La notte
Dopo la cena e l´ultima preghiera si parla. «Senza luce né corrente abbiamo imparato a parlare molto: del nostro futuro, di quello che faremo dopo quaranta anni di Gheddafi. Ogni discorso finisce sempre con la stessa speranza: che lui sia catturato al più presto e processato in Libia - dice Medhi, il fratello di Hadia - mi piacerebbe vedere com´è davvero, senza i capelli tinti e le solite mascherate. Ecco, vorrei vederlo andare in giro come una persona normale, senza più privilegi. Credo però che l´uccideranno i suoi per nascondere i loro crimini e farne un capro espiatorio…».

Meo Ponte



"Il raìs su un convoglio nel deserto" l´Algeria nega: da qui non è passato

BENGASI - Dopo averlo avvistato a Sirte, sua città natale, poi in Algeria a bordo di un convoglio blindato, le ultimissime voci riguardo al covo dove avrebbe trovato rifugio Muammar Gheddafi indicano lo Zimbabwe di Robert Mugabe, anche lui un sanguinario dittatore in carica da diversi decenni. Il Colonnello sarebbe da quattro giorni suo ospite a Harare, dopo aver lasciato la Libia su un aereo militare messo a disposizione dal presidente africano. A sentire fonti dell´opposizione al padre padrone dell´ex Rhodesia, il raìs si troverebbe in una residenza nel sobborgo di Gunninghil, circondato dalle celebri "amazzoni", le guardie del corpo femminili con cui da sempre condisce la teatrale e buffonesca scenografia del suo regime.
Altre voci, all´alba di ieri, lo avevano segnalato in Algeria. Stavolta è stata l´agenzia egiziana Mena a parlare di un convoglio di sei Mercedes blindate che avrebbero attraversato nella notte tra venerdì e sabato il confine tra Libia e Algeria. Secondo quando riportava la Mena, le auto erano scortate da un gruppo armato di nomadi del deserto, fedeli all´ex leader libico. Ma il governo algerino ha smentito "categoricamente" un passaggio nel paese di veicoli blindati provenienti dalla Libia. L´Algeria è l´unica nazione dell´area a non aver ancora riconosciuto la legittimità del Consiglio nazionale di transizione, adducendo il pretestuoso motivo che la Libia deve prima far pulizia degli elementi di Al Qaeda infiltrati al suo interno.
Nel pomeriggio di ieri è stato lo stesso presidente del Comitato nazionale di transizione, Mustafa Abdel Jalil, ad ammettere che Gheddafi è riuscito a far perdere le sue tracce. Jalil ha poi spiegato che il comando militare degli insorti sta negoziando con le truppe lealiste per convincere Sirte alla resa.
Sempre ieri, gli insorti hanno conquistato il villaggio di Jmayl, luogo d´origine del primo ministro di Gheddafi, Baghdadi al Mahmoudi, consolidando la loro posizione nell´area a Ovest di Tripoli. Dopo cinque giorni di stallo, un centinaio di combattenti è finalmente entrato nel piccolo centro a bordo di pick-up. L´emittente Al Jazeera ha mostrato le immagini di uno shabab che cancellava sulle mura di Jmayl la scritta: "Solo Dio e Muammar".
I combattenti di Jadu e Zintan, affiancati da quelli di Misurata, hanno invece lanciato un attacco in forze verso Salah Dein, dove c´è un´importante base militare segnalata come l´ultimo rifugio di Khamis Gheddafi, il figlio del Colonnello al comando della 32sima brigata delle forze speciali. Dopo violenti combattimenti, gli insorti hanno anche preso il controllo del posto di confine di Ras al Jadir, alla frontiera tra Libia e Tunisia.

Pietro Del Re



Lingotti d´oro, dollari e diamanti Gheddafi in fuga con il suo tesoro

Dov´è? Muhammar Gheddafi è svanito con il seguito e i numerosi figli per il momento senza lasciare traccia. Le fonti di intelligence occidentali lo danno quasi certamente nella zona di Sirte, sua città natale, il suo feudo, dove i Ghaddafa - la tribù originaria del colonnello - ha da quarant´anni potere di vita e di morte. Verso Sirte si stanno dirigendo colonne di camion, di pick up con le mitragliatrici sul cassone, sgangherate motociclette cariche di ribelli che vanno ad affrontare - sperano - l´ultima battaglia contro il tiranno e farla finita con lui e il suo clan una volta per tutte.
I ribelli del Cnt non dispongono di informazioni certe sull´ex raìs, se era falsa la pista che portava in Algeria, resta dubitativa quella che porta a Sirte. Da non scartare quella che invece punta a Sud, verso il deserto - si viaggia di notte per sfuggire ai satelliti e si sta fermi di giorno - per raggiungere quella zona franca sub-sahariana dove i confini fra gli Stati sono labili, di sterminata lunghezza e mal controllati. Ciad e Sudan potrebbero essere la meta, dopo che il Niger ha deciso ieri di riconoscere i ribelli del Cnt come rappresentante del popolo libico.
A Khartum, nella capitale dove governa l´amico Bashir - quello che il tribunale internazionale vorrebbe processare per crimini contro l´umanità per le stragi in Darfur - Gheddafi ha molti interessi, compreso un meraviglioso hotel sulle rive del Nilo, e godrebbe di ampia protezione. Senza contare i finanziamenti garantiti alle milizie arabe del Sudan in lotta contro i ribelli del Darfur. E poi Gheddafi ha storici legami con varie tribù e gruppi ribelli del Sahara, ha fomentato e cercato di risolvere le rivolte in questa parte dell´Africa soltanto per espandere la sua influenza, lì può vantare degli amici. La coordinata africana nasce dai solidi legami instaurati da Gheddafi con il Continente Nero. Oltre a sostenere il 15 per cento dei costi dell´Unione Africana, Tripoli investe da un decennio in tutta l´Africa sub sahariana spendendo milioni e milioni di dollari in costosi progetti in Mali e Ciad e lanciando mirabolanti investimenti in Liberia, Sudafrica, Madagascar e gli appoggi alla dissestata economia dello Zimbabwe di Robert Mugabe.
Il gruppo in cerca di scampo dovrebbe essere ben numeroso, perché il Colonnello se ne è scappato da Tripoli con il suo tesoro, in contanti naturalmente. Si dice che l´ex raìs tenesse sempre pronti alcuni miliardi di dollari fra oro e contanti proprio per questa necessità: la fuga e le sue prime necessità prima di riorganizzarsi. L´oro e le valigie piene di contanti pesano, sono ingombranti, trasportare il tutto non è semplice. Ma potrebbe essere solo una soluzione momentanea, arrivato in un rifugio relativamente sicuro per lui, il Colonnello potrebbe mettere le mani sul suo «vero» tesoro. Dato per perso quello che tutti conoscono con la rete di investimenti ufficiali libici in Italia, Malta, Gran Bretagna e in decine di altri Paesi delle due company per questo create - La Lybian Investment Authority (Lia) e la Lybian Arab Foreign Investment Company (Lafic) - già ampiamente tracciati e congelati dopo l´inizio della rivolta di febbraio nelle Banche europee e americane, Gheddafi dispone di un altro tesoro: quello parcheggiato in paradisi fiscali irraggiungibili che il Colonnello ha «stornato» dalle rimesse per la vendita di greggio e gas.
Si parla - ma siamo sempre nel campo delle ipotesi degli specialisti dell´intelligence - di un portafoglio di quasi 100 miliardi di dollari. Conti cifrati, depositi in contanti, cassette di sicurezza piene di dollari e diamanti, tutto intestato a persone fisiche o società fittizie, mediatori e uomini di fiducia profumatamente pagati. Se il Colonnello poteva pagare tre milioni di dollari l´anno un team di professori di Harvard come consulenti per l´immagine, figurarsi se non ha una rete «brasseurs d´affaires» in grado di far arrivare questo denaro praticamente ovunque. E poi sono decine i paradisi fiscali che non aderiscono alla lotta contro il riciclaggio di denaro varato dall´Ocse nel 1999, dall´isole Cook nel Pacifico, alle Samoa, dalle isole Marshall alle Vanuatu, solo per restare in quell´area. Grenadine, Monserrat, Saint Kitts e Nevis nel Mar Caraibico, dove può essere parcheggiato con sicurezza il «tesoro».
Poi, visto che Gheddafi non si è mai fidato di nessuno, invece di depositare le ingenti riserve aurifere in Svizzera o in Inghilterra, come fanno molti Paesi, aveva accumulato in Libia 144 tonnellate di oro, pari a 6.5 miliardi di dollari in lingotti, nella sua esclusiva disponibilità. Quest´immensa ricchezza, tra le 25 riserve aurifere massime al mondo stando al Fondo Monetario Internazionale, si dice che sia stata nascosta vicino alla frontiera con il Ciad. Qui i lingotti possono essere facilmente scambiati per armi, per pagare i mercenari africani, le milizie personali dei membri della sua famiglia e magari fomentare una rivolta nella nuova Libia che sta nascendo.



Fabio Scuto

sabato 27 agosto 2011

Palestina e Israele


Pioggia di razzi tra Gaza e Israele


GERUSALEMME - Una pioggia di razzi da Gaza sulle città di Beer Sheva e Ashqelon, la mattina. La risposta immediata dello Stato ebraico, con raid sulla Striscia poche ore dopo. Sale la tensione in Medio Oriente e la crisi innescata giovedì con il blitz dei terroristi nel Negev, rischia di portare israeliani e palestinesi sul baratro di un nuovo conflitto. Spiragli però s´intravedono, in una giornata pur segnata da venti di guerra: nel pomeriggio di ieri, in gran segreto e su iniziativa egiziana, una delegazione israeliana di alto livello sarebbe arrivata al Cairo per discutere con i rappresenti di Hamas una nuova tregua. Lo rivela la radio dello Stato ebraico, che riporta una notizia apparsa sul quotidiano egiziano Al Ahram. E a confermare l´esistenza di una trattativa, arriva in serata l´annuncio della disponibilità a fermare il lancio di missili da parte delle fazioni palestinesi di Gaza.
La diplomazia non si ferma. Anche se, per il quarto giorno consecutivo, a parlare sono soprattutto le armi. L´offensiva dalla Striscia inizia all´alba. Le Brigate Ezzedin Al Qassam, il braccio armato di Hamas, lanciano decine di razzi Grad e sparano colpi di mortaio contro le città meridionali d´Israele: a Beer Sheva viene centrato un liceo, per fortuna chiuso per le vacanze estive. Altri missili finiscono in Egitto per errore. La risposta israeliana non si fa attendere: in una retata di massa in Cisgiordania, i militari arrestano 120 dirigenti di Hamas. Poi, si levano in volo i caccia di Tsahal per i soliti raid mirati su Gaza: tre palestinesi vengono feriti, tra questi anche un bambino.
E´ una reazione meno dura del previsto, però. Israele prova infatti a ricucire con l´Egitto, furibondo per l´uccisione di alcuni soldati del Cairo nel corso dei combattimenti di giovedì scorso al confine, avvenuti per stanare i terroristi del Negev. Lo Stato ebraico cerca anche di portare dalla propria parte i Paesi moderati dell´area, dopo la dura condanna di ieri della Lega Araba dei raid su Gaza. Il Cairo giudica "insufficienti" le scuse del ministro della Difesa Barak. E allora, per scongiurare una crisi ancora più grave, scende in campo persino Shimon Peres. Durante la visita ai parenti di una vittima degli attacchi di Eilat, il presidente dello Stato ebraico esprime «dispiacere per i tre militari uccisi». «Il Sinai - aggiunge - deve rimanere un centro turistico e di pace. Bisogna fare il possibile per impedire che terroristi ed estremisti ne prendano il controllo».
L´offensiva diplomatica di Gerusalemme, però, non placa la rabbia degli egiziani. Il Consiglio supremo delle Forze armate al potere, fa sapere che «respinge ogni ingerenza nella sicurezza del Sinai». E ieri notte, mille persone hanno scandito slogan anti-ebraici davanti all´ambasciata israeliana al Cairo. Un giovane è riuscito persino a salire fin sul tetto dell´edificio, per sostituire la bandiera con la stella di David con quella del Paese delle Piramidi. Ahmad A-Shahat, questo il nome dell´uomo che ha compiuto "l´impresa", grazie alla Rete è diventato il nuovo eroe egiziano. Migliaia di messaggi su Twitter ora inneggiano al "novello giustiziere". I media lo hanno ribattezzato "Spider Man" per via delle doti di arrampicatore. «Non basta cacciar via Mubarak - dice Ahmad mentre la folla lo acclama - Bisogna fare piazza pulita dei suoi amici, a partire dagli israeliani».


Alberto Mattone, La Repubblica



"Hamas non c´entra con l´attentato ma se ci attaccano, ci difenderemo"

Dopo tre giorni di raid aerei e bombardamenti anche dal mare, cento missili sparati contro le città israeliane circostanti la Striscia, Hamas continua a negare di essere dietro il massacro di giovedì scorso a Eilat. «Stiamo pagando un alto prezzo per quell´azione che non abbiamo compiuto. Quali prove ci sono che gli attaccanti siano da venuti da Gaza? Non c´è nessuna prova che siano venuti dalla Striscia. Eilat è a 2 km dal confine giordano e a 1 km da quello egiziano, e allora perché danno la colpa alla gente di Gaza che dista oltre 200 km?». Uscito da uno dei bunker sottoterra dove tutta la leadership di Hamas si è rifugiata per scampare al diluvio di bombe israeliane, Ahmad Yousef - alto dirigente del gruppo integralista e portavoce del governo di Ismail Haniyeh - risponde al telefonino. «Non possiamo parlare per molto… lei sa come funziona vero?», dice prima di tutto. La paura di essere intercettato e fulminato da un missile sparato da uno dei droni israeliani che volano come calabroni nel cielo di Gaza ha una sua concretezza.
Yousef ci dica perché questa tregua che era in qualche modo in vigore da due anni è saltata.
«Noi la rispettiamo fintanto che Israele la rispetta, ma abbiamo il diritto di difenderci».
Tutto è cominciato con l´attacco a Eilat dove gruppi armati hanno colpito un bus pieno di soldati, ucciso dei civili innocenti. Perché?
«Lo dovrebbe chiedere a chi ha condotto quell´attacco, ripeto ancora: Hamas non ha nulla a che vedere con quell´azione».
E allora perché quei "complimenti" a chi ha organizzato quell´attacco?
«E´ stato un errore marchiano, quella frase è stata subito rimossa dal nostro sito ufficiale»
Perché è stata colpita Eilat? E´ una città-vacanza, non è nei Territori occupati, su quelle spiagge ci vanno le famiglie…
«Normalmente chi vuole compiere azioni di quel tipo cerca luoghi dove è più facile infiltrarsi e Eilat una zona "debole" per gli standard di sicurezza israeliani. Visto come si è svolto l´attacco l´obiettivo era un´imboscata contro il bus che trasportava i soldati».
Israele è deciso a farvi pagare cara la violazione della tregua, per la Striscia si prevedono giorni duri.
«Stiamo pagando un alto prezzo - giorno e notte - nella rappresaglia israeliana per quell´attacco, con cui ripeto non abbiamo nulla a che vedere. In tre giorni di raid e bombardamenti sono stati uccisi venti palestinesi e decine sono stati feriti. Questo ha innescato la reazione di tutte le fazioni presenti nella Striscia che hanno risposto all´attacco».
Che previsioni fa per i prossimi giorni?
«Hamas non è interessato a una escalation della violenza. Mentre ci parliamo ci sono mediatori al Cairo - di Hamas e del governo israeliano - che stanno trattando per un cessate il fuoco che entri in vigore stanotte. Molti sforzi sono in corso, speriamo che Israele risponda positivamente. Loro fermino gli aerei che ci bombardano, noi fermeremo i missili».
Che garanzie può dare che tutti i gruppi armati di Gaza accettino questo cessate il fuoco e smettano di lanciare missili sulle cittadine israeliane? Il vostro controllo sulla Striscia sembra "allentato", una volta quando Hamas dava un ordine tutti lo eseguivano a Gaza oggi non è più così...
«Nessuno può negare che Hamas è per il mantenimento della sicurezza a Gaza. Ma ripeto: noi non vogliamo un´escalation e faremo di tutto per evitarla».
I gruppi salafiti non la pensano così.
«Nessuno a Gaza è al di sopra della legge».
E´ vero che siete a corto di fondi? Che l´Iran vi ha tagliato i finanziamenti perché non vi siete schierati apertamente a fianco di Assad contro la "primavera di Damasco"?
«Mi spiace… la sento male… il nostro tempo è scaduto… ci risentiremo, Inshallah». Click.



Fabio Scuto, La Repubblica

27 Agosto - Libia

"Gheddafi è a Sirte dentro un bunker" la Nato bombarda la città del Colonnello

Brega. Avanzano lentamente, simili a ciclopici coleotteri di ferro, i pochi carri armati di cui dispone l´esercito delle forze democratiche di Bengasi. Questi che sfilano quasi arrancando al check-point di Brega erano gli ultimi rimasti a difesa della capitale della Cirenaica. Ma il comando militare degli insorti ha deciso di muovere anch´essi verso Sirte, baluardo delle truppe lealiste.
È a Sirte che, a sentire l´Eliseo, Muhammar Gheddafi si sarebbe rifugiato nelle ultime ore mischiandosi tra gli uomini della sua tribù, fedelissimi alleati che lo sostengono e lo proteggono da 42 anni.
Altissimi in cielo, luccicano puntini d´argento, quasi impossibili da scorgere come stelle in pieno giorno. Sono i Tornado britannici che, dopo aver lanciato nella notte scorsa i loro missili di precisione sul vasto complesso fortificato della città dove il Colonnello vide la luce, sorvolano adesso l´ampio "fronte orientale", per incutere coraggio, se mai ve ne fosse bisogno, agli shabab, i giovani combattenti di Bengasi. «Stanno facendo un po´ di pulizia», dice il portavoce del Consiglio nazionale di transizione, Ahmed Omar Bani. «Stasera (oggi per chi legge, ndr) o al massimo domattina attacchiamo. Stiamo aspettando il via da parte dei nostri che si sono infiltrati nella città del raìs». Ma gli insorti aspettano forse il calar del sole, e l´arrivo della "Notte del Destino", che precede il 27esimo giorno di Ramadan, in cui è detto che tutti i sogni si realizzano, che per molti libici significa soltanto catturare il Colonnello.
È dunque pronta l´offensiva verso Sirte. La città è stata circondata da un paio di giorni da un migliaio di shabab, i quali dovranno sfondare il muro delle più agguerrite truppe lealiste della Libia, forti queste di 1500 soldati. Ora, anche se negli ultimi due mesi i giovani bengasini sono stati addestrati alla guerra da istruttori italiani, inglesi e americani, i militari del Colonnello sono per lo più miliziani di lunga esperienza, e per i quali quella che sta per scoppiare sarà davvero l´ultima battaglia. Tra di loro ci sono sia gli uomini di ruolo nelle caserme di Sirte, sia tutti quelli che lì hanno riparato dopo le ultime sconfitte, in Tripolitania ma anche nel contesissimo porto petrolifero di Brega.
L´importanza che riveste per loro la difesa dell´ultima roccaforte è dimostrata dalla testardaggine con cui hanno rifiutato ogni proposta di negoziato avanzata nelle scorse ore dal comando di Bengasi per evitare combattimenti e ulteriori spargimenti di sangue, e l´accanimento con il quale continuano a sparare razzi Grad contro gli assalitori. Il generale degli insorti Omar Bukatif aveva chiesto all´esercito governativo di consentire che almeno le donne, i vecchi e i bambini potessero lasciare Sirte. Ma il suo omologo lealista gli ha retoricamente risposto che questi avrebbero combattuto al loro fianco, e che mai avrebbero abbandonato la loro città. «Sono parole vuote, come le loro minacce: i lealisti, adesso che cominciamo a conoscerli, non ci fanno davvero più paura», riprende Bani. «Ci vorranno al massimo tre giorni per conquistare Sirte».
Intanto, al check-point di Brega, approntato un paio di giorni di fa per fermare i giornalisti e gli shabab non irreggimentati, perché poco lontano si continua a combattere aspramente, continuano a passare Toyota cariche di armi e di uomini sorridenti. È forse giunta fino a loro la notizia che Gheddafi potrebbe nascondersi a poche decine di chilometri da lì. Prima del quotidiano Le Parisien, che ieri riprendeva la supposizione di fonti vicine al presidente Nicolas Sarkozy quanto al ritorno del Colonnello tra la tribù a lui più fedele, la stessa ipotesi era stata ventilata due giorni fa a Roma da Abdessalam Jalloud, ex numero due del regime.
Ieri pomeriggio anche il ministro degli Esteri Franco Frattini ha dichiarato che sulla presenza di Gheddafi a Sirte «ci sono seri indizi, che vanno ben al di là di un semplice sospetto». Il titolare della Farnesina ha spiegato che questi indizi derivano da quello che hanno dichiarato coloro che si trovano lì. Infatti, qualcuno avrebbe visto il raìs aggirarsi per le strade della sua città. «Mi pare evidente che se le azioni si stanno concentrando su Sirte, che è una delle poche aree libiche ancora non recuperate alla libertà da Consiglio nazionale di transizione, ciò faccia pensare che ci possa essere un serio indizio sulla presenza di Gheddafi in loco». Ma il motivo più evidente è forse un altro: l´accanimento della difesa delle truppe lealiste, anche dopo la promessa di immunità formulata ieri dal leader delle forze democratiche libiche, Mustafa Abdel Jalil, il quale ha dichiarato che nel Paese «c´è spazio per tutti, a condizione che le armi tacciano immediatamente e si cerchi ricostruire tutti assieme il nostro futuro». Tuttavia, secondo il ministro della Giustizia di Bengasi, Mohammed al-Alaqi, Gheddafi si nasconderebbe in un quartiere di Tripoli, circondato dagli insorti.
Fermiamo uno shabab in mimetica e con occhiali di marca. Si chiama Ahmed. Prima della rivolta di febbraio gestiva assieme al fratello una boutique di abbigliamento. Gli chiediamo se è d´accordo, una volta catturato Gheddafi, di spedirlo all´Aja perché venga giudicato dalla Corte internazionale. Risponde Ahmed: «No, perché sarebbe un´ammissione di impotenza. E poi credo che la nuova Libia sarà un Paese democratico, e quindi in grado di processare anche il peggiore dei criminali». Difficile dargli torto.
Pietro Del Re, La Repubblica

Le ragazze di Ghiran che fanno la rivoluzione con le loro canzoni

TRIPOLI - Le ragazze della rivoluzione si incontrano all´incrocio del quartiere di Ghiran, nella parte ovest della città. Ogni sera dopo l´iftar, la cena del Ramadan. Asma, 30 anni, porta il tamburo con cui sua madre accompagnava le canzoni tradizionali. La sua amica le poesie che ha appena scritto e il registratore con l´incisione del nuovo inno nazionale. La più piccola del gruppo ha appena tredici anni e si avvolge nel tricolore rosso, verde e nero ricavato da tre sciarpe.
Sono una ventina le ragazze di Ghiran che si radunano per cantare gli inni vecchi e nuovi della rivoluzione davanti alle finestre dei ultimi sostenitori di Gheddafi nel rione. Come le sorelle Aisha e Najat che, durante il regime, arrivarono a denunciare come «anti-governativo» il marito della terza sorella che era venuta a far loro visita per presentarglielo. Da quando è scoppiata la rivoluzione le due sorelle lealiste sono uscite di casa una sola volta e per andare dagli Abougascia, un´altra famiglia lealista che abita in fondo alla strada. «Uno dei figli ha ucciso un uomo anni fa e senza motivo ma è stato in prigione per soli tre giorni. Il padre era ben inserito con il regime. Diceva di conoscere il libretto verde a memoria. Il cognato delle due sorelle invece è sparito senza aver fatto nulla», dice Asma.
Le ragazze della rivoluzione non vogliono vendette ma solo poter dimostrare che ora non si deve più tacere, che si può dire quello che si vuole, che il tempo di Gheddafi è finito. La fanno cantando la sera davanti alle porte sbarrate di chi invece è ancora disperatamente fedele al raìs. Intonano il nuovo inno nazionale che poi è quello che si cantava dopo la colonizzazione e che Gheddafi aveva soppresso appena al potere. Non erano nemmeno nate quando in Libia risuonavano quelle note ma le hanno imparate a memoria e ora le cantano insieme ai nuovi slogan e a canzoni nate poche settimane fa. Come quella composta per i ragazzi del quartiere che sono morti nelle prime battaglie e che recita: "Il nostro paese ci chiamava e noi abbiamo risposto all´appello. Mamma non piangere che mio fratello un martire. Ha risposto all´appello per salvare il paese e il nostro popolo…".
Le più amate però sono quelle scritte con una rabbiosa ironia come quella composta sull´onda dell´indignazione per uno dei discorsi di Gheddafi nei primi giorni della rivoluzione. «Parlando in tv aveva detto di essere amato ovunque nel paese e nel mondo e aveva chiesto ai rivoluzionari chi erano. Ricordo bene quella domanda: "Chi siete voi?". Gli abbiamo risposto con una canzone che cita tutte le città che si sono rivoltate contro di lui…», spiega Asma. E ora le ragazze della rivoluzione cantano: "Non sai chi siamo noi? Noi siamo cavalieri non topi come ci hai chiamato tu, noi siamo quelli di Misurata che ti hanno rotto il naso, noi siamo Nalut e Zawria che ti faranno mangiare la morte, noi siamo Felan che tu, fifone, hai circondato per paura…".
Le ragazze di Ghiran quattro giorni fa hanno iniziato a cantare a Tajura, una città poco lontana da Tripoli che lentamente è stata fagocitata dall´espansione della capitale diventandone un fashloum, un quartiere. «A Tajura sono sempre stati più liberi che in qualsiasi parte di Tripoli» spiega l´amica di Asma. Lì hanno urlato a squarciagola e sino allo sfinimento Shaeshoufa maleshi, ci dispiace ricciolone, uno slogan che fa riferimento alla capigliatura del raìs e che è il più in voga ora tra i ragazzi. E poi quando la rivoluzione è gradatamente arrivata sino alla piazza Verde sono andate a cantare negli altri quartieri.
L´altra sera erano di fronte alle finestre della famiglia Abougascia, rigorosamente sbarrate. Con Asma e le amiche c´erano anche bimbi e mamme, ragazzi appena tornati dal fronte di Abousalim con le canne degli Ak 47 ancora calde. Hanno cantato e ballato, urlato Shaeshoufa maleshi mentre i giovani towar sparavano in aria qualche breve raffica e guardavano i traccianti rossi attraversare il cielo buio. Da dietro le finestre chiuse e illuminate dalla luce fioca originata dal generatore nessun commento. Solo una frase sfuggita per l´esasperazione prima di spegnere anche l´ultimo lumicino: «Scimmie». Stasera le ragazze della rivoluzione canteranno ancora. L´appuntamento è all´incrocio di Ghiran.
Meo Ponte, La Repubblica

Tripoli prega fra le macerie "Allah, aiutaci a essere liberi"

TRIPOLI - Sul muro bianco la scritta con la vernice spray rossa salta subito all´occhio: «We know how to make freedom», Sappiamo come si fa la libertà. Sulla strada centrale del quartiere di Fashtoom, il primo a ribellarsi contro Gheddafi, i guerriglieri adolescenti agitano come un giocattolo il kalashnikov scrostato che li fa sentire adulti. Alla rotonda, i resti di una Bmw bruciata costringono a un giro largo. Il paesaggio è quello di Blade Runner: bidoni incendiati ancora fumanti, aiuole rovesciate, ovunque rifiuti. Finestre chiuse, porte sbarrate. E posti di blocco con miliziani giovanissimi ogni 150 metri. I muri continuano a gridare: «Vai via», oppure: «17/2/2011, viva la rivoluzione», ma anche: «Fashtoom free» e «Gheddafi ebreo». Nelle vie accanto, la bandiera sventola ancora sull´ambasciata del Sudafrica, senza un graffio. E lo stesso vale per un paio di rappresentanze europee. Poco più avanti, la grande residenza dell´ambasciatore italiano esternamente appare sfregiata solo dagli insulti spray rivolti al raìs. Ma all´angolo, prima dei palazzi di Tv Jamahiriya, le tracce dei bombardamenti Nato sono ben evidenti: due edifici rasi al suolo, erano «della sicurezza», cioè sedi di servizi statali vicini al regime.
Al venerdì mattina le strade di Tripoli sono deserte. È il momento della preghiera, non importa per quale fazione si combatta: il richiamo del muezzin si diffonde dai quartieri della zona costiera, controllata dai ribelli, fin lontano verso sud, nelle aree in mano ai fedelissimi del colonnello. Gli uni come gli altri rispettano il dovere da buoni musulmani. A combattere si riprende più tardi. Persino la piazza Verde appare vuota. C´è solo qualche bambina in hijab che si affretta verso casa, e i segni evidenti dell´euforia collettiva: le strisciate delle macchine usate nei caroselli, bossoli di ogni calibro e numerose pallottole, in genere intere, a indicare che sono state usate per sparare contro le stelle, nella gioia per la conquista della città.
Ma che Tripoli sia davvero in mano ai ribelli per ora sembra solo un´illusione. Dare ascolto alle rivendicazioni dei combattenti di una parte o dell´altra è tempo perso: già nei giorni scorsi le dichiarazioni baldanzose del Consiglio Nazionale di Transizione hanno dimostrato una credibilità simile a quelle del regime, cioè molto modesta. Persino il New York Times teorizza che siano dichiarazioni bugiarde, ad uso e consumo dei militanti. Insomma, un modo per dire: avanti, ché alla vittoria finale manca poco. Per i ribelli, la capitale è presa; per gli altri, è solo un momento di difficoltà. I primi ammettono che ci sono "sacche di resistenza" ma assicurano che saranno annientate presto. In realtà, la stessa testimonianza dei giornalisti rapiti, in mano ai lealisti per un giorno intero, smentisce la leggenda: la zona ancora controllata dai fedelissimi è vasta, quartieri interi continuano ad innalzare la bandiera verde ed esibire i ritratti del raìs.
Una ricostruzione possibile potrebbe essere questa: in mano ai ribelli c´è senz´altro la zona costiera, con il porto, la Piazza Verde, la città vecchia. Questa fascia si estende fin verso Ovest. La strada per Zawiya è controllata ogni 500 metri da miliziani e sbarrata spesso da giganteschi blocchi di cemento, a forma di "X" ma tridimensionali, come cavalli di Frisia: sono quelli normalmente usati nei porti come frangiflutti, qui adoperati dai guerriglieri per rallentare il traffico e tenere sotto controllo chi arriva.
In mano ai lealisti resta per il momento la zona sud: i quartieri sotto la strada che va verso l´aeroporto, la zona di Abu Salim e Bab el Aziziya, con il compound governativo, il centro commerciale di Aisha Gheddafi e la blindatissima caserma delle truppe scelte, la guardia personale del colonnello. Giovedì i ribelli sono riusciti a buttar giù un cancello corazzato del compound, usando un bulldozer dopo un inutile assalto a forza di granate Rpg: secondo il racconto di un testimone diretto, sono riusciti ad attraversare il compound da una parte all´altra, senza resistenza. Ma si tratterebbe comunque dell´anello esterno: la caserma dei fedelissimi sarebbe ancora fuori portata, per il momento.
Nell´ospedale di Abu Salim sono stati ritrovati almeno duecento cadaveri: la struttura era rimasta isolata per una settimana perché i cecchini tenevano a distanza tutti, compresi medici e infermieri. Così i pazienti sono morti di stenti, abbandonati al loro destino.
Il fronte passa dunque vicino all´aeroporto, colpito ieri dall´artiglieria dei lealisti. La strategia dei fedelissimi sembra abbastanza chiara: "tenere" verso sud vuol dire assicurarsi una possibile via d´uscita verso le zone più vicine al vecchio regime, anche quando le possibilità di rovesciare le sorti dello scontro si assottigliano. In altre parole: la resistenza dei governativi è ancora fortissima, ma non per una fedeltà tribale ormai indebolita, quanto per mancanza di scelta. Questa è una guerra civile, non uno scontro fra gentiluomini. Per i gheddafiani si sa, basta vedere la bestiale esecuzione a freddo dell´autista dei giornalisti italiani, colpevole di arrivare dalla città sbagliata e di aiutare gli stranieri. Ma anche dall´altra parte si ragiona allo stesso modo. Un giovane fotografo italiano ha ripreso i corpi dei lealisti abbattuti dai ribelli, nel pieno centro di Tripoli. Le immagini sono riprese da lontano, ma comunque si vede con chiarezza: i combattenti uccisi avevano le mani legate dietro la schiena. In Libia, in questi giorni, non si fanno prigionieri.

Naím: "Un governo forte dopo Gheddafi anche all´Italia serve una Libia stabile"

NEW YORK - «Il grande interrogativo oggi è questo: se la lezione che l´Occidente ha imparato durante la rivolta in Libia potrà servire anche dopo, se il successo contro il regime è il preludio a un successo nel dopo-Gheddafi, perché è questo che conta. La questione è cruciale per l´Italia perché nessun altro paese può beneficiare quanto il vostro, da una Libia stabile». Chi parla è Moisés Naím, uno dei massimi esperti di geopolitica e strategie internazionali, da sempre attento in modo particolare alle questioni energetiche e all´evoluzione dei paesi produttori di petrolio. Fondatore della rivista Foreign Policy, oggi impegnato come Senior Associate al Carnegie Endowment di Washington, Naìm affronta in questa intervista a Repubblica le questioni aperte a Tripoli e in tutto il mondo arabo.
Sei mesi per abbattere un regime durato 42 anni: fin qui il bilancio dell´intervento occidentale a sostegno della rivolta libica non è poi così male, avevano torto i critici di Barack Obama e della sua linea "soft"?
«L´Occidente, e anzitutto gli Stati Uniti, hanno applicato le lezioni dolorose che erano state apprese in Iraq e in Afghanistan. In Libia la strategia è stata ben diversa rispetto ai casi precedenti caratterizzati dall´uso massiccio e permanente della forza militare. Obama ha fatto bene a lasciare che alcuni paesi europei assumessero un ruolo di punta, ha avuto ragione lui a dispetto di chi ironizzava su quel modo di "dirigere dalle retrovie". Stati Uniti, Nato, paesi europei hanno fatto di tutto per dimostrare che quella libica è una rivolta nazionale, non ha nulla a che vedere con presunte mire imperialistiche dell´Occidente né tantomeno con la questione israelo-palestinese».
Questo relativo successo può essere replicato anche nel "dopo"?
«È questo il punto. La lezione dell´Iraq e dell´Afghanistan diventa ancora più importante adesso. Bisogna evitare che la Libia precipiti in una violenta anarchia, impedire una contro-rivoluzione, scongiurare l´emergere di correnti nazionalistiche anti-occidentali. E minimizzare l´influenza di agenti esterni: Al Qaeda o l´Iran. Infine occorre creare condizioni per un dinamismo economico, la ripresa dell´occupazione, il che implica la costruzione di un governo forte. È il paradosso delle dittature: dietro di sé lasciano uno Stato debole, paesi senza istituzioni, senza una società civile dinamica, senza un esercito e una polizia che non siano i pretoriani del tiranno. Il grande interrogativo, oggi, è se i libici sapranno creare le condizioni per una convergenza e uno sforzo di unità nazionale».
Può cambiare qualcosa nel ruolo della Libia sul mercato petrolifero mondiale? Possono cambiare le alleanze, i rapporti storici con i paesi clienti?
«Anzitutto è chiaro che la Libia resterà un petro-Stato, come durante il regime di Gheddafi. La sua vocazione economica è determinata da fattori che vanno oltre la natura del governo: le geologia, la geografia, la storia. Il peso delle infrastrutture già esistenti ha un´influenza determinante anche sulle strategie future, e questo crea un vantaggio indubbio per l´Italia. È proprio l´Italia il paese che avrà più da guadagnare da una Libia stabile».
Le vicende dell´intervento Nato però hanno creato qualche timore sui rapporti futuri Italia-Libia. Francia e Inghilterra si sono mosse con più decisione, senza ambiguità né tentennamenti, con una chiara scelta di campo fin dall´inizio in favore del Cnt. Sarkozy e Cameron potranno insidiare il ruolo politico e le quote di business energetico dell´Italia?
«Io penso all´Italia del dopo-Berlusconi. Non c´è dubbio che i legami storici tra Italia e Libia possono essere danneggiati, distorti o troncati per ragioni di politica interna inerenti ai due paesi. Non bisogna però minimizzare il peso dell´eredità storica, non sarà facile per la Francia e la Gran Bretagna sostituirsi alla rete di contatti costruiti negli anni dalle imprese italiane come l´Eni».
Alla luce degli eventi in Libia, come va aggiornato il bilancio provvisorio del grande sommovimento cominciato a Tunisi e al Cairo, la cosiddetta primavera araba che ormai volge verso l´autunno?
«Siamo ancora al prologo di una storia lunghissima. Il fatto che in molti paesi arabi i venerdì di preghiera siano diventati degli appuntamenti di protesta, può generare un miraggio: l´illusione che siamo di fronte a un solo movimento, una sola causa, quindi un solo risultato. L´effetto-contagio è reale, ma ogni paese ha caratteristiche diverse, il modo in cui è caduto Ben Ali non è lo stesso di Mubarak né Gheddafi».
Dunque è prematura l´analogia con l´89 nell´Est europeo, la speranza che l´intero mondo arabo si evolva verso la democrazia e un atteggiamento filo-occidentale?
«L´evoluzione democratica è una speranza, è una possibilità, è uno scenario: ma non è l´unico. Se ai governi autoritari dovesse seguire un periodo di anarchia o instabilità, insicurezza, violenza o crisi economica, le popolazioni di quell´area potrebbero riscoprire appetiti autoritari. I cittadini in rivolta contro i tiranni vogliono libertà, ma chiedono anche di non morire quando escono per strada, o di non essere impoveriti dalla stagnazione economica».
Dipenderà anche da noi? È tempo di realizzare il piano Marshall per il Nordafrica, che Obama lanciò al G8 di Deauville?
«Noi dobbiamo fare tutto il possibile perché l´evoluzione di quei paesi avvenga in senso democratico, però non illudiamoci che tutto dipenda da noi. È una pericolosa illusione, pensare che le riforme istituzionali ed economiche in un paese come l´Egitto possano accadere come conseguenza di un piano del G8. Tra l´altro non c´è nessun segno che i paesi del G8 sappiano come si modernizzano le economie sottosviluppate. Quei paesi poveri che si sono trasformati in potenze emergenti, lo devono anzitutto alle loro classi dirigenti. Gli aiuti servono, ma un paese come la Libia ha ricchezze proprie, non sono i capitali che le mancano. Per determinare il futuro di quell´area conta più il Cairo di Bruxelles».
Federico Rampini, La Repubblica

Aguzzino del raìs, eroe dei ribelli il doppio gioco di Ben Jumaa

NEW YORK - L´aguzzino di Muhammar Gheddafi era l´eroe dei ribelli. Di giorno compilava le liste dei rivoluzionari da schiacciare. Di notte tramava con i compagni carbonari. Sembra una storia da romanzo d´altri tempi quella di Ben Jumaa: il moschettiere del re che in gran segreto tramava per la rivoluzione. E invece è la fotografia di questa Libia ancora appesa tra passato e futuro.
Ben Jumaa non è solo. Dietro di lui c´è una caterva di militari e funzionari passati armi e bagagli col nuovo che avanza: di battaglia in battaglia. Ma forse nessuno si è mai trovato a giocare il doppio ruolo in una maniera così pericolosamente spregiudicata. «Sì, ho diretto uno degli strumenti più oppressivi del governo di Gheddafi» confessa adesso al Wall Street Journal. «Ma nello stesso tempo ho cercato di fare di tutto perché questa rivoluzione finalmente riuscisse».
La storia di Jumaa è la speranza della Libia: che il passaggio cioè dal regime alla democrazia non venga ostacolato dalle élite fedeli al vecchio raìs, così com´era successo per esempio nell´Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein. Ma la sua incredibile vicenda aiuta anche a spiegare come sia stato possibile che i ribelli siano potuti entrare a Tripoli senza trovare grandissima resistenza. Proprio grazie alle porte aperte dagli uomini come Jumaa: raccolti in una vera e propria organizzazione clandestina. Una ventina di "consigli" diffusi per tutta la capitale: ciascuno guidato da un anonimo carbonaro. E tutti rispondenti al Consiglio di transizione nazionale (Cnt).
La fuga dal regime di Jumaa è maturata lentamente. L´uomo faceva parte di uno dei comandi di sicurezza più vicini al Colonnello. Conosceva i piani per piegare gli insorti. Era anzi incaricato di raccogliere informazioni su di loro. Che però utilizzava all´incontrario: per invitare i ribelli a evitare i blitz degli squadroni della morte.
La situazione è cominciata a precipitare a febbraio. Mentre tutto il paese si sollevava era proprio la capitale a cadere sotto il pugno di ferro di Gheddafi. La repressione spietata ha spinto gente come Jumaa a farsi più prudente. «La regola generale era dotarsi di un nome di battaglia» racconta Jamal Derwish Boulsayn, un uomo d´affari che ha raggiunto anche lui la carboneria degli insorti, raccogliendo una trentina di persone nella sua casa di Souq al Jouma. «La segretezza è stata fondamentale: l´unico modo per evitare di rivelare i nomi nel caso qualcuno fosse preso. Ma anche per difendersi dall´intrusione delle spie».
E già: spie nell´organizzazione delle spie. Ben Jumaa ha incominciato a capirlo sulla propria pelle. A marzo il regime spegne Internet e accelera sulla repressione. L´aguzzino doppiogiochista "accelera" anche lui: le sue segnalazioni aiutano decine di rivoltosi a mettersi in salvo. Ma la sua attività comincia a suscitare qualche sospetto. All´inizio di agosto è lui a ricevere, a sua volta, una soffiata. È un amico, anche lui con le mani ancora in pasta nel regime ma già in contatto con i ribelli: ho visto il tuo nome sulla lista delle persone da arrestare. Sono le 11 di sera quando Ben mette la famiglia in auto e scappa. Tante vite salvate hanno salvato la sua. Alle 4 del mattino gli uomini di Gheddafi fanno irruzione a casa: tra le mani un ordine di arresto come quelli che lui stesso aveva redatto fino a poche ore prima.
La battaglia non è finita. Con la famiglia in salvo in Tunisia, Jumaa raggiunge finalmente la resistenza. Ma l´addio a Tripoli dura poco. Quando i ribelli avanzano, pochi giorni fa, tra quelle colonne c´è anche lui. Ha già rimesso in piedi il vecchio gruppo. La nuova Libia nasce anche così: col doppiogioco di un aguzzino diventato eroe.
Angelo Aquaro, La Repubblica