mercoledì 3 agosto 2011

SIRIA, 2-3 AGOSTO 2011


Siria, secondo giorno di cannonate

GERUSALEMME - Sessantasei anni dalla nascita delle forze armate siriane, ventinove dal massacro di Hama voluto dal padre Hafez, un giorno dal nuovo assalto. Il presidente Bashar Assad ha elogiato le truppe «patriottiche» in un messaggio pubblicato dalla rivista militare L' esercito del popolo . Il discorso era già scritto, ma le parole arrivano dopo il bombardamento con l' artiglieria, dopo i cecchini sui tetti che centrano i manifestanti, dopo i quasi novanta morti nella città sotto assedio. Gli ufficiali hanno dato l' ordine di sparare anche ieri all' alba, mentre la gente tornava dalle moschee per la prima preghiera del mattino, il mese sacro di Ramadan è iniziato domenica con il sorgere della luna. «I cospiratori vogliono generare disordini per frammentare il Paese - scrive il leader -. Il popolo è più forte di questi complotti e lo ha dimostrato. I nostri militari incarnano la dignità e l' orgoglio della nazione». Il regime ripete che l' intervento dell' esercito è necessario per colpire le bande armate e permettere agli 800 mila abitanti di tornare alla vita normale. «Nessuno può lasciare la città», racconta al telefono la gente di Hama. «I soldati e le milizie della famiglia Assad bersagliano con le mitragliatrici chi prova a muoversi». Ieri sarebbero state uccise altre tre persone e una a Deir ez Zor, sul fiume Eufrate, verso il confine con l' Iraq. Nella notte, i carrarmati hanno bombardato di nuovo i quartieri residenziali. «Un colpo ogni dieci secondi», dice un testimone all' agenzia Reuters . I Fratelli musulmani accusano il regime di «pulizia etnica contro i sunniti». Nel 1982 il capostipite Hafez Assad aveva demolito gran parte di Hama e le frenesie ribelli degli islamisti: sotto le macerie sarebbero morte tra le dieci e le ventimila persone. Il ricordo di quella strage ha terrorizzato la maggioranza dei siriani, che per decenni non hanno osato affrontare il potere degli alauiti, la setta a cui appartengono gli Assad. Fino alla metà di marzo, quando è cominciata la rivolta che non retrocede. Il massacro alla vigilia del Ramadan ha spinto Abdullah Gül, il presidente turco e tra i fondatori del partito islamico Akp, a intervenire. «Le immagini che abbiamo visto sono raccapriccianti. Non possiamo accettare questa atmosfera sanguinaria all' inizio del periodo che dovrebbe essere pacifico e rasserenante per tutti». Ahmet Davutoglu, il ministro degli Esteri, avverte: «La crisi può diventare internazionale». Il potente vicino sunnita aveva già messo in discussione l' alleanza strategica con Damasco, quando almeno diecimila profughi avevano attraversato la frontiera per trovare rifugio in Turchia. William Hague, ministro degli Esteri britannico, chiede agli occidentali di aumentare la pressione sul governo siriano, ma esclude l' intervento militare. L' ipotesi di un attacco viene respinta anche da Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della Nato. L' Unione Europea ha inserito altri cinque esponenti del regime nella lista di persone colpite da sanzioni, in totale sono trentacinque, a partire da Bashar e dal fratello minore Maher, che coordina le operazioni contro i manifestanti. Il Consiglio di sicurezza dell' Onu si è riunito nella notte, dopo la richiesta della Germania e di Franco Frattini, ministro degli Esteri italiano. Berlino ha appena passato la presidenza di turno all' India, che è tra i Paesi (assieme a Russia, Cina, Brasile e Sudafrica) contrari a votare una risoluzione di condanna della repressione. Cinque mesi di scontri Strage Secondo gli attivisti dei diritti umani almeno 130 persone sono morte in Siria nella repressione di domenica, uno dei giorni più sanguinosi da marzo, quando è cominciata la protesta contro il regime di Bashar Assad Vittime Oltre 1.600 civili sono stati uccisi in cinque mesi di scontri. Circa 12 mila persone sono state arrestate Ramadan Il mese sacro all' Islam, cominciato ieri con i quotidiani appuntamenti in moschea, aumenta le occasioni di protesta e di repressione.


Corriere della Sera, 03/08/2011, Davide Frattini




Il popolo chiede al mondo di condannare il regime non di attaccarlo con le armi
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE LONDRA - Nata a Damasco e residente nel Regno Unito, Rime Allaf è scrittrice e analista per le questioni mediorientali di Chatham House, uno dei think tank più influenti. Qual è la situazione in Siria? «Sappiamo che le forze armate sono pronte ad aprire il fuoco in tutte le aree più problematiche, a cominciare dalla città di Daraa. Questa è la strategia del regime: reprimere in fretta la rivoluzione. Ma il popolo non si ferma. Anche la notte prima del Ramadan la gente ha pregato nelle moschee, poi si è riversata nelle piazze. Penso che alla fine la brutalità di Assad sia controproducente per il suo stesso governo: più lui usa la violenza, più i siriani si arrabbiano e accettano la sfida». Perché la rivolta dopo anni di silenzio? «Ci sono due ragioni. La prima è l' esempio della Tunisia e dell' Egitto: ciò che è accaduto in quei due Paesi dimostra che è possibile ribellarsi al terrore. La seconda ragione, ed è la più importante ma anche quella che molti dimenticano perché si tratta di un fatto accaduto 5 mesi fa, è che il regime ha preso e torturato 15 studenti a Daraa, bambini, ragazzini fra i 10 e i 14 anni. Arrestati in marzo dagli agenti della sicurezza e picchiati barbaramente. Una tragedia intollerabile. Di fronte all' arroganza del regime la gente è insorta». Gli Stati Uniti e l' Europa hanno tollerato per tanto tempo. «Non vi è dubbio alcuno. Sono caduti nella trappola propagandistica che a guidare la rivolta fossero i gruppi musulmani integralisti. Una falsità. Poi, quando si sono accorti che la pressione spontanea del popolo cresceva, che le manifestazioni venivano soffocate nel sangue, hanno cominciato a preoccuparsi e a capire che appoggiare Assad non è utile agli equilibri nel Medio Oriente». Londra e Parigi sono state le due capitali più risolute nel volere l' intervento militare in Libia. Perché non in Siria? «Perché la Siria è al centro di una complessa ragnatela di interessi e di problematiche che coinvolgono l' intero mondo arabo e l' intera area del Medio Oriente. La Libia è relativamente più isolata. La Siria ha svolto un ruolo, positivo se vogliamo, in questioni delicate come la guerra in Iraq, come i conflitti in Libano, così come coi palestinesi. È corretto dire che la Siria è stata parte importante nelle relazioni internazionali per affrontare le crisi in Medio Oriente. Ha acquistato crediti presentandosi con la veste di un governo stabile, nascondendo il suo vero volto. Adesso Washington, Londra e Parigi si stanno rendendo conto che la permanenza di Assad è pericolosa e stanno riconsiderando le loro posizioni». Possibile un intervento armato? «Assolutamente no, sarebbe una catastrofe per la Siria. Le grandi potenze devono appoggiare l' opposizione ricordando che è in atto una rivoluzione pacifica e che una soluzione di tipo libico non sarebbe accettata. Il popolo siriano vuole la condanna del regime, vuole che sia isolato nella comunità internazionale ma è contrario alla guerra». E allora qual è la via d' uscita? «Europa e Stati Uniti devono essere più risoluti. Condanna e isolamento sono le armi da usare». Soluzione per via diplomatica? «No, non è la comunità internazionale che fa cadere il regime. È compito del popolo siriano, con l' appoggio delle potenze mondiali, che, ad esempio, possono richiamare in patria i loro ambasciatori. Non vi sono altre strade». La posizione dei leader arabi? «Sono terrorizzati dall' idea di vedere un' altra rivoluzione che mette in pericolo le loro dittature. Ma tanto gli Usa quanto l' Europa possono tranquillizzarli. È loro compito convincerli che la caduta di Assad è positiva per la stabilità di tutta l' area». 


Corriere della Sera, 03/08/2011, Fabio Cavalera





Siria, i tank sparano ancora "Nuove sanzioni per Assad"

MAJDAL EL SHAMS (Confine tra Siria e Israele) - Li hanno seppelliti nei giardini pubblici, i morti di Hama, perché erano troppi e perché anche ieri i cannoni di Damasco non hanno smesso di bombardare la città, mirando a casaccio, perfino nelle vicinanze del cimitero e nel quartiere residenziale di Dawar Bilal, solo per terrorizzare la popolazione. «Ogni dieci secondi cade una bomba» ha riferito un testimone alla Reuters.
Così, sordo all´unanime condanna internazionale per l´eccidio di domenica scorsa, che ha provocato 136 morti e più di mille feriti, il presidente siriano Bashar El Assad ha portato avanti la sua sanguinaria offensiva contro gli oppositori del regime. I suoi carri armati hanno ormai occupato tutto il nord del Paese e investito una decina di città, fino al confine con l´Iraq. Sul loro cammino i blindati incontrano sacche di resistenza sempre più numerose, così come sempre più numerosi sono i soldati dell´esercito filogovernativo che disertano. Ma nel primo giorno del Ramadan il bilancio delle vittime è ancora salito: altre sei vittime a Hama nelle ultime 24 ore, due a Deir al-Zour e una ad Abu Kemal.
Stanotte, intanto, come avevano suggerito Italia e Germania, il Consiglio di Sicurezza dell´Onu si è riunito per discutere della crisi in Siria. Finora ogni tentativo di denunciare la repressione di Damasco al Palazzo di Vetro era stata vanificata dall´opposizione di Russia e Cina, Paesi con diritto di veto. Ma all´indomani della strage di Hama, Mosca ha cambiato posizione e chiesto al regime di Assad, tradizionale alleato, di porre fine «immediatamente all´uso della forza contro i civili».
Al Consiglio di Sicurezza, il responsabile della politica Estera dell´Unione europea, Catherine Ashton, ha chiesto che «assuma una posizione chiara sulla necessità di mettere fine alla violenza», spiegando che Bruxelles sta varando un nuovo round di sanzioni contro il regime siriano e altri cinque membri dell´entourage del presidente: misure che prevedono il divieto di concessione dei visti e il congelamento dei beni. Amnesty International ha invece invitato i Quindici dell´Onu di imporre un embargo d´armi sulla Siria e di chiedere l´intervento della Corte penale internazionale dell´Aja per possibili crimini contro l´umanità.
Due giorni fa, per voce del suo ministro degli Esteri William Hague, Londra era stata la prima a ipotizzare un intervento militare per fermare la cruenta repressione in Siria. Hague aveva coraggiosamente sostenuto che questa soluzione non rimanesse soltanto «una remota possibilità», precisando che basterebbe il via libera dell´Onu, proprio com´è accaduto con la risoluzione 1973 sulla Libia. Immediata la risposta delle Nato: per il suo segretario generale Anders Fogh Rasmussen, a differenza della Libia in Siria non ci sono le condizioni per un intervento armato dell´Alleanza. «In Libia non solo conduciamo un´operazione su un chiaro mandato delle Nazioni Unite, ma abbiamo anche il sostegno dei Paesi vicini. Queste sono due condizioni che non sussistono in Siria anche se ovviamente condanno le violenze nel Paese», ha detto Rasmussen, il quale avrebbe potuto aggiungere che l´esercito siriano può contare su 400mila uomini, 5000 carri armati, 500 caccia bombardieri e una enorme quantità di razzi.
Nel frattempo, sul fronte interno è arrivato il macabro elogio del presidente siriano alle sue truppe per aver «sconfitto il nemico». Assad ha poi dichiarato che l´esercito ha dimostrato fedeltà al popolo e che la Siria presenterà al mondo «il suo modello di libertà, democrazia e pluralismo politico». Tutto ciò mentre si fa sempre più critica la situazione dei due ospedali principali di Hama. Dice un medico, che chiede l´anonimato per motivi di sicurezza: «L´esercito controlla gli ingressi degli ospedali principali e non permette ai feriti e ai donatori di sangue di entrarvi, e noi abbiamo un enorme bisogno di sangue. Due miei colleghi sono stati arrestati stamane accusati di collaborare con i manifestanti, senza alcun motivo». Intanto, nella città martire comincia anche a scarseggiare il cibo, perché le forze di sicurezza hanno saccheggiato e distrutto numerosi negozi di generi alimentari. Ma per ora il solo Paese che ha deciso di ritirare il proprio ambasciatore in Siria è stata l´Ucraina.

La Repubblica, 03/08/2011, Pietro Del Re




Siria: Italia richiama ambasciatore a Damasco

L’Italia ha richiamato il proprio ambasciatore in Siria a seguito “dell’orrendo peggioramento della repressione” che si è registrato nell’ultimo fine settimana, “che ha esacerbato ulteriormente la situazione”. Lo ha annunciato il sottosegretario agli Affari Esteri, Stefania Craxi, nel corso dell’informativa urgente alla Camera. In particolare, il ministro Frattini, ha riferito il Sottosegretario, “ha deciso di richiamare il nostro ambasciatore per consultazioni, al fine di dare un forte segnale di riprovazione per l’inaccettabile repressione” attuata dal regime siriano.
La Craxi ha sottolineato che il presidente Bashir Al-Assad, è “incapace di gestire efficacemente” la situazione, limitandosi all’uso della violenza e senza mettere mano alle riforme. Ma, anzi, ha detto il sottosegretario, il presidente siriano si è “limitato a fare enunciazioni declaratorie” su ipotetiche riforme e, ha aggiunto, le “parziali liberalizzazioni non hanno intaccato il monopolio del suo partito”. Nell’ultimo fine settimana, ha continuato il Sottosegretario, c’è stato un “orrendo peggioramento della repressione che ha esacerbato la situazione”. E, ha indicato, “è verosimile che il numero delle vittime sia elevato e destinato a crescere ulteriormente”. Il governo italiano è “profondamente sconvolto da questi terribili atti di repressione, perpetrati dalle autorità siriane nel corso degli ultimi giorni ad Hama e in altre città del Paese. La violenta repressione nei confronti di manifestanti pacifici – ha continuato il Sottosegretario – deve essere abbandonata immediatamente”. Anche perché “puntando le armi contro il suo popolo, la leadership siriana ha messo in dubbio propria legittimità”. Nel frattempo, ha spiegato, “l’Ue ha iniziato a intraprendere contatti con elementi dell’opposizione siriana” perché la “comunità internazionale non può rimanere indifferente nei confronti dei loro sacrifici”. Secondo la Craxi, ad ogni modo, “al momento pare possibile ritenere che la crisi siriana non segua il corso di quella libica”. Ma, ha avvertito, “non è pensabile che la protesta venga schiacciata nel sangue”. Dunque, ha concluso, si tratta di convincere Damasco a “fermare la repressione armata prima che oltrepassi la soglia dell’irreparabile”.

La Repubblica, 03/08/2011, Umberto Stabile

martedì 2 agosto 2011

SIRIA, 1 AGOSTO 2011

Parte dalla Siria la rivolta del Ramadan "Ogni notte in piazza contro il

regime"

Un mese di respiro per i regimi, che approfitteranno della fiacchezza dei cittadini a digiuno per soffocare ancor più le rivolte? O i 30 giorni che imprimeranno un tale impeto alle proteste da portare al loro trionfo? I più ottimisti pare siano gli attivisti della Siria. Dove il mantra ripetuto da settimane è lo stesso da Hama a Dara´a: «Sarà venerdì tutti i giorni durante il Ramadan». Ma anche in Egitto, Giordania, Bahrein, Yemen le opposizioni promettono di trasformare il mese sacro dell´Islam, che inizia domani, in un calvario quotidiano per i loro governanti. Con proteste non più settimanali, dopo la tradizionale preghiera del venerdì. Ma con manifestazioni ogni giorno. Anzi ogni notte, all´uscita dalle moschee: cruciali luoghi di ritrovo per i cortei anti-governativi da sette mesi che per quattro settimane saranno affollati più che mai.
Se ad agosto la primavera araba si preannuncia dunque più calda, rovente sarà di certo in Siria. Dove gli attivisti hanno annunciato da giorni sulla pagina Facebook "Syrian revolution 2011" che la protesta si sposterà nelle ore notturne. Quando, dopo la cena che rompe il digiuno osservato dall´alba al tramonto, le moschee saranno gremite per la preghiera del "tarawih". Notti bianche dunque. Che le forze di sicurezza del presidente Bashar Assad potrebbero non affrontare con l´umore alto. Visto che, invece di trascorrerle in famiglia tra cibo e soap-opera come tradizione vuole, saranno a dare la caccia ai manifestanti. Per giunta in un´oscurità che renderà il lavoro più difficile. Con 10 mila moschee nel Paese, il regime sa bene che la protesta potrebbe non solo diventare quotidiana, ma allargarsi a nuove città e ceti. Un rischio tanto più probabile se le autorità proveranno a impedire l´ingresso nelle moschee. Non a caso l´establishment alawita è nervoso: e negli ultimi giorni arresti e sparizioni sarebbero aumentati, superando i 3.000 casi da marzo secondo gli attivisti.
Ma non è solo per Assad che l´arrivo del mese sacro, come dice Blake Hounshell di Foreign Policy, «è una cattiva notizia». L´analista yemenita Ahmad Saif prevede nuovi tumulti anche a Sana´a. Del resto un manifesto tra gli accampati che chiedono un cambio al potere avverte: «Il Ramadan arriva e le nostre tende sono ancora qui». In allarme sono anche i governi di Amman, Riad e Cairo. Che, nel timore che l´inflazione tipica da Ramadan possa aggiungere altro risentimento popolare, hanno adottato misure per tenere a bada i prezzi degli alimenti. Tutto da vedere è poi l´effetto-Ramadan sulla Libia. Dove se i ribelli digiuneranno difficilmente avranno la forza di avanzare fino a Tripoli. E dove amor di patria e osservanza religiosa rischiano di far spargere ancor più sangue. Visto che tra loro c´è chi dice che «il Ramadan è un buon periodo per diventare martiri».

La Repubblica, 31/07/2011, Valeria Fraschetti

Siria, carneficina ad Hama tank e razzi sulla folla "I morti sono più di cento"

Majdal e-shams (confine tra siria e israele) - Tace la collina delle grida. Tace dopo l´ultima strage compiuta alla vigilia del Ramadan dalla tirannia di Damasco. Siamo lontani dalla città martire di Hama, dove l´apparato opaco e arrogante delle forze di sicurezza siriane ha giustiziato ieri più di un centinaio di oppositori disarmati usando i cannoni e le mitragliatrici pesanti. Ma da Majdal e-Shams il confine con la Siria è a un tiro di schioppo, lo scorgi da ogni spazio aperto. Fino all´avvento dei cellulari e di Internet, dalla vicina collina delle grida, le famiglie di drusi che nel 1967 furono divise dall´occupazione israeliana comunicavano con chi era rimasto dall´altra parte delle alture del Golan usando un megafono.
Qui, l´eco della strage di Hama giunge per vie indirette, ma è ben eloquente, quasi tangibile. La intercetti, per esempio, negli sguardi terrorizzati di chi ha un parente in Siria. «Mio figlio studia ingegneria all´Università di Damasco, e dice che adesso ha paura perfino di mettersi in viaggio per tornare a casa», dice Talal, un uomo dai baffi ispidi e i capelli lanosi, che chiede di non trascrivere il suo cognome. Ci invita a casa, e accende la tv. I canali israeliani mostrano ininterrottamente i video più cruenti dell´attacco di ieri contro la folla di manifestanti che protesta contro il regime di Damasco. Come sempre sono immagini mosse, perché girate con i cellulari. Sono le sole, poiché per i giornalisti la Siria è terra vietata. Stavolta tuttavia, oltre a cecchini appostati sui tetti delle case, contro i manifestanti l´esercito siriano ha usato l´artiglieria pesante, ha aperto il fuoco con i cannoni dei carri armati. E li vedi i tank che sparano sulla folla, falcidiando vite. Le senti le grosse mitragliatrici con il loro suono che è quasi un rimbombo, sordo e metallico.
Sempre via telefono, da Hama, assediata dall´esercito siriano da più di un mese, arrivano le prime testimonianze: «All´alba ho cominciato a sentire distintamente il rumore dei bombardamenti. Hanno attaccato da quattro direzioni, sparando a casaccio. Il numero delle vittime è alto, ci sono cadaveri in strada non ancora rimossi. I morti sono almeno un centinaio. E i feriti sono numerosissimi, tra cui molte donne e bambini», racconta un abitante di questa città che conta circa 800mila persone e che si trova 270 chilometri a nord di Damasco. «I carri armati sparano quattro colpi al minuto e i principali quartieri della città sono ormai senza luce né acqua», dice un medico, aggiungendo che l´ospedale dove lavora è stato circondato dai blindati.
Nel pomeriggio, dopo ore di bombardamenti, i cittadini di Hama si sono barricati in casa, con gruppi di giovani che hanno approntato barricate usando tutto quello che trovavano, anche materassi, a difesa dei propri quartieri. «I ragazzi stanno tentando di proteggere le loro famiglie, perché temono che le forze di sicurezza e polizia segreta vadano casa per casa, a prenderli uno per uno», sostiene un altro testimone.
L´attacco di ieri è ancora più atroce perché sferrato alla vigilia del mese sacro per i musulmani. Ma il Ramadan non metterà fine alle proteste contro il presidente Bashar Al Assad. Attivisti e oppositori hanno anzi fatto sapere che la rivolta procederà senza sosta, nonostante le difficoltà del digiuno e delle infernali temperature estive. «Stiamo organizzando dei sit-in notturni, oltre a cortei che partiranno dopo l´iftar, il pasto che rompe il digiuno», spiega l´attivista Bassem Khaddoun. «Una cosa è certa: stavolta non finirà come nel 1982». Allora, sempre Hama fu teatro di una sanguinosa repressione condotta da Hafes Al Assad, il padre dell´attuale presidente. Per sedare la rivolta della maggioranza sunnita della città contro l´élite alawita a cui appartengono gli Assad, fu scatenata una durissima offensiva in cui rimasero uccise ventimila persone.
Ieri, le forze governative hanno seminato morte anche altrove: cinque persone sono state uccise a Homs, tre nella provincia nord-orientale di Idlib, ventuno a Deir Ezzor, sei a Harak, nel sud, e una a Al Bukamal. I tank siriani sono entrati in azione anche in periferia di Damasco, a Moadamiyya, e le forze di sicurezza hanno lanciato gas lacrimogeni a Daraya, un altro quartiere della capitale dove un migliaio di persone erano scese in piazza per dimostrare sostegno alle città bombardate. Nel sobborgo di Harasta, almeno una quarantina di manifestanti sono rimasti feriti dopo che la polizia ha lanciato bombe imbottite di chiodi per disperdere una protesta. Ad Hama, intanto, dove molti feriti moriranno nelle prossime ore o nei prossimi giorni per le pallottole e gli obici sparati dai soldati siriani, il bilancio delle vittime cresce di ora in ora. L´ultimo bollettino fornito dalle associazioni umanitarie parla di 136 morti, il bilancio di una delle giornate più cruente da quando è iniziata la protesta il 15 marzo. Tragicomica, l´agenzia ufficiale siriana Sana addossa la responsabilità degli scontri «a gruppi armati», e parla soltanto della morte di due militari nell´incendio di posti di polizia.
Arrivano intanto altre testimonianze. Atroci come le precedenti. C´è quella di Shamir, soldato siriano che ha deciso di disertare quando gli è stato ordinato di sparare sulla folla disarmata. Dice Shamir: «Chi si rifiuta di obbedire e di aprire il fuoco sui civili viene a sua volta mitragliato da un altro fronte di soldati più in retrovia». Come lui, 57 soldati di Assad, compresi tre ufficiali, sono passati a sostenere i manifestanti a Deir Ezzor.
Unanime è stata la condanna dell´Occidente: Francia, Gran Bretagna e Italia hanno immediatamente stigmatizzato la sanguinosa repressione. Quanto a Barack Obama, ha espresso «orrore» per le violenze in Siria. «È giunta l´ora di isolare Bashar Al Assad», ha detto il presidente americano.
La Repubblica, 01/08/2011, Pietro Del Re


«Verranno a prenderci uno per uno»

«Due miei amici sono stati uccisi oggi. L' ho sentito dagli altoparlanti della moschea, che annunciano i nomi dei morti». Parla un giovane raggiunto al telefono di casa, ad Hama, nel pomeriggio di ieri. Dice di avere 27 anni, di essere un ingegnere informatico, nato e cresciuto ad Hama. «Per favore non scrivere il mio nome». «I miei amici sono morti cercando di difendere la città. Uno di loro si chiama Ahmad Nasser, lavora alla caffetteria dell' ospedale. Si trovava in un quartiere nel nord di Hama quando i carri armati tentavano di entrare. Aveva 17-18 anni: è un bambino». Parla di loro un po' al presente, come fossero ancora vivi, e un po' al passato. «L' altro si chiama Kamal Shemali, fa l' imbianchino, ha più o meno la mia età e ha già due figli maschi. Ieri ero stato a casa sua a prendere un caffè. Mi aveva confessato di essere pronto a morire per difendere la città. Suo cugino mi ha confermato che è stato ucciso da una cannonata. Negli anni 80 la gente fu uccisa in casa, stavolta sono in strada a difendere Hama». Le notizie che giungevano ieri dalla città erano confuse, frammentarie e non verificabili, perché il governo siriano ha bandito dal Paese i giornalisti stranieri. Parlando ai media per telefono, diffondendo su YouTube e i social media appelli e video, gli abitanti hanno spiegato di essere stati svegliati all' alba dal suono assordante delle cannonate, cui sono seguite le sparatorie, mentre i carri armati da quattro direzioni tentavano di entrare in città. I residenti negano le notizie diffuse dalla tv siriana sulla presenza di bande armate di criminali. «Abbiamo pietre, coltelli, qualche spada, bastoni - dice il giovane informatico -. C' è qualcuno che sa come fare i molotov, e tra i tanti abitanti magari ne troverai uno che ha una pistola o un fucile da caccia, ma vuole usarlo per proteggere la propria famiglia». Una donna velata da un niqab nero, da cui emergono solo gli occhi, appare in un video diffuso online: «Siamo tutti bersagli, uomini e donne. Ho appena visto una donna colpita mentre stava pacificamente seduta in casa. I bombardamenti sono pesanti e indiscriminati». «Per strada ci sono solo gruppi di ragazzi che tentano di difendere il quartiere, le case e i familiari, alzando barricate con tutto quello che trovano», ha detto un testimone anonimo all' Ansa . «Si evita di uscire, di andare a piedi o di spostarsi in macchina. Da ogni angolo ti possono sparare addosso, lo sappiamo. È tutto chiuso, le scuole, i negozi, tutto». Il giovane informatico è rimasto a casa con i genitori. «Il mio dovere è di proteggere loro, e per farlo ho solo il mio coltello». Gli amici in varie parti della città gli hanno detto che a nord l' avanzata dei carri armati sarebbe stata bloccata dalle defezioni, mentre «a est sono arrivati a un ponte a un chilometro da casa mia». «Urgente, donazioni di sangue tipo O+ e O- necessarie all' ospedale Hourani»: appelli come questo circolavano ieri anche su Internet. «Un mio amico ha tentato di andare a donare il sangue - racconta il giovane - ma è tornato indietro con l' auto perforata dai proiettili». Circolano liste provvisorie dei «martiri», alcuni dei quali identificati attraverso i video con messaggi su Twitter come: «Questo è Ahmed Farhoud di Hama, ucciso da sgherri del governo» oppure «Il martire-bambino Ahmad Murad Al-Masri». Ci sono vittime anche in altri luoghi: ieri circolava la foto di una bambina avvolta in un lenzuolo bianco: «Layal Askar, uccisa ad Al Harak, Deraa, in Siria. Morta per un attacco di cuore dopo che un missile aveva colpito il villaggio». Ad Hama tutto questo non è nuovo. Tutti hanno parenti o amici uccisi o incarcerati nel 1982. Il giovane informatico ricorda uno zio del padre: «Era un dottore e un politico molto rispettato. L' esercito arrivò e, tra i primi, prese gli uomini più amati e rispettabili. Era un oculista, quindi lo accecarono, poi lo bruciarono vivo. Legarono il corpo ad un furgone militare e lo trascinarono per i villaggi... Finora non ho sentito che siano entrati nelle case. Ma appena avranno il controllo, lo faranno. E verranno a prenderci uno per uno, me incluso». Istantanee di una rivolta Negli anni 80 la gente fu uccisa in casa, ora sono in strada a difendere Hama null Uno è morto nel nord di Hama quando i tank tentavano di entrare Siamo tutti bersagli (...). Da ogni angolo ti possono sparare, lo sappiamo.

Corriere della Sera, 01/08/2011, Viviana Mazza


«Un intervento armato come quello in Libia sarebbe una catastrofe»

WASHINGTON - La Siria è intoccabile? Vincent Cannistraro ritiene di sì. Ma intoccabile non soltanto per l' America e l' Europa. «Intervenire significherebbe sconvolgere i delicati equilibri del Medio Oriente e del Golfo Persico, e probabilmente anche scatenare una sanguinosa guerra regionale. Sarebbe una tragedia ancora più grave di quella in corso». L' ex direttore dell' antiterrorismo della Cia, ex consigliere della Casa Bianca che negli anni 80 lavorò in Italia, non esclude che il presidente siriano possa cadere. L' America e l' Europa sono intervenute militarmente in Libia. Perché non in Siria? «Troppo pericoloso. La Siria confina con l' Iraq, il Libano e Israele, che verrebbe coinvolto in un intervento occidentale. E la Libia insegna che interferire in una guerra civile può essere controproducente. L' Europa e l' America speravano di indurre Assad alla ragione con la politica, con la diplomazia e con le sanzioni. Si sono sbagliate. Ma non devono abbandonare questa strada, è l' unica che può dare frutti. Devono mobilitare la comunità internazionale contro questi bagni di sangue». L' Iran non è presente in Siria? «Mi risulta che consiglieri politici e militari iraniani aiutano il regime nella repressione, perché l' opposizione ad Assad si è trasformata in una rivolta armata. Ma non penso che, se la situazione a Damasco peggiorasse, l' Iran manderà le truppe regolari o i pasdaran. L' Occidente e i Paesi dell' area hanno di certo diffidato l' Iran, isolato in Medio Oriente come nel Golfo Persico, dal compiere mosse avventate». Perché Assad è indebolito? «Non solo dalla graduale diffusione della rivolta. Ma anche dalla straordinaria cautela di Hezbollah in Libano nel discuterne pubblicamente. Quando scoppiarono le rivolte in Tunisia, Egitto e Libia, Hezbollah le definì un risveglio musulmano. Ora tace. Teme due cose: perdere la protezione di Damasco e diventare teatro di un' altra guerra tra siriani e israeliani. E sa che se fornisse aiuti ad Assad perderebbe l' appoggio della maggioranza dei musulmani». Che sbocco potrebbe avere la crisi? «È difficile da prevedere perché l' opposizione non è organizzata e l' entità delle defezioni tra le forze armate non ci è nota. Se le pressioni e le sanzioni fallissero, l' amministrazione Obama preferirebbe che la rivolta divenisse un movimento di massa come in Tunisia e in Egitto, senza sfociare in guerra civile. Ma molto dipenderà dai militari. Qualcuno tenterà un golpe? Oppure imporrà l' ordine con le armi come pretende Assad? Neppure i servizi segreti americani hanno ancora una risposta». L' Iran accetterebbe di perdere la Siria? «Se intervenisse militarmente in Siria le conseguenze sarebbero gravi. Il Consiglio di sicurezza dell' Onu non starebbe a guardare, anche se io non credo che darebbe mandato all' Europa e all' America di bombardarlo. L' Iran non è così stabile. Ed è nel mirino occidentale per il suo programma di riarmo atomico. Non può gettarsi in avventure all' estero». 

Corriere della Sera, 01/08/2011, Ennio Caretto


Il paladino dei diritti umani "Questo regime è cieco il massacro non ci fermerà"

«Avevo vent´anni quando l´artiglieria spianò la mia città, Hama, nel 1982. Ho ancora le immagini di quel massacro negli occhi. Oggi, vedo che il regime ha imparato niente: i tempi sono cambiati, i cannoni non faranno tacere le voci di chi reclama democrazia, diritti umani, libertà». Anwar Al Bunni, 52 anni, "principe" dei difensori dei diritti umani in Siria, avvocato pluripremiato all´estero per il suo attivismo, parla al telefono da Damasco. Riemerso dal carcere due mesi fa, dopo una condanna a cinque anni, ritrova la Siria in fiamme, ma anche un Paese cambiato: «Prima eravamo in pochi, isolati, a sfidare il regime. Ora il popolo intero condivide le nostre richieste».
A che prezzo, avvocato Al Bunni? Hama è di nuovo insanguinata. La storia si ripete?
«Hama ha un profondo valore simbolico, per quel che accadde trent´anni fa. Le autorità distrussero il vecchio centro. Doveva servire da lezione per l´intero Paese: chiunque avesse osato alzare la testa, avrebbe patito la stessa sorte. Così è stato, per decenni».
E adesso?
«Adesso c´è che la gente, tutta la gente, è unita nel desiderio di libertà. Non si torna più indietro. Il regime, però, è fermo al passato: è cieco di fronte alla realtà. Crede di potere aggiustare le cose ora esercitando pressione, ora intervenendo con le armi. Per pura follia, pensa di risolvere la questione in un solo giorno, con l´esercito, alla vigilia del Ramadan, impedendo che la ribellione divampi nel mese sacro».
Con che risultati, secondo lei?
«Che otterrà niente. Per un mese, da giugno, Hama è vissuta in relativa libertà. Non importa se moriranno 100 o più persone: Hama non obbedirà più. Il governo non potrà ripetere i massacri del passato».
Come si esce dallo stallo? Lei crede nell´apertura di un dialogo nazionale?
«Non si dialoga col coltello alla gola. Ho rifiutato l´invito al tavolo allestito dal governo. Finché il sangue scorre per le strade, finché le riforme sono un pretesto per guadagnare tempo, non si può parlare. La soluzione è nelle mani delle autorità: dell´esercito, del potere».
Lei vuol dire che il regime può ancora riformarsi?
«Il presidente Assad può trasformare il regime in ventiquattro ore, se lo vuole: può aprire le porte del potere alla democrazia. Noi, infatti, non vogliamo una soluzione all´egiziana né alla tunisina: lì sono cambiate le autorità, ma la struttura del regime è intatta. Finché questo accadrà, in Siria, i ribelli continueranno a riempire le piazze. E se finora molti siriani sono rimasti in casa, nel mese di Ramadan tutto può cambiare».
La Repubblica, 01/08/2011, Alix Van Buren







RAMADAN 2011

Il mese di Ramadan è il mese più sacro per i musulmani, non solo perché è quello nel quale attraverso la rinuncia  e la preghiera ogni credente si avvicina maggiormente all'Altissimo, ma perché fu nel mese di Ramadan che il Profeta Muhammad, la Pace di Dio sopra di lui, ricevette da Gabril il Sublime Corano. Il Ramadan è il mese nel quale la notte del destino, quella nella quale migliaia di angeli discesero sulla terra per indicare la giusta via da seguire e che per questo è più lunga di migliaia di anni, ma è anche il mese nel quale i musulmani hanno la possibilità o, meglio, il dovere di offrire la propria capacità di rinuncia e la propria generosità al Creatore dell'Universo, Allah-U-Akbar, aumentando il numero delle preghiere e soprattutto sperimentando, se benestanti, cosa significhi l'esistenza di quanti per la loro povertà sono costretti a rinunciare al cibo e all'acqua; ma possono anche e debbono offrire ai poveri che hanno digiunato durante il giorno cibo e bevande abbondanti con cui festeggiare le ore dopo il tramonto, in modo che tutti ricchi, gente comune, poveri, stranieri possano sentirsi uguali e fratelli e sorelle tra loro. Ho due motivi personali per avere con il mese di Ramadan dei legami che risalgono a quando non ero ancora un "muslim":
I - Nel 1958, appena ventenne, nel mese di Agosto partecipai a un campo estivo organizzato dai giovani socialisti e laburisti europei. Ero allora un militante della gioventù socialista italiana e l'organizzazione che curava l'allestimento dei campi estivi era "la Lega dei Falchi Rossi". Nel campo vi erano giovani italiani, francesi, tedeschi, scandinavi, greci. Non vi erano invece spagnoli e portoghesi ne giovani dei paesi dell'est europeo che vivevano ancora sotto regimi dittatoriali e non potevano usufruire della libertà di essere socialisti o di altri partiti. Fu particolarmente festeggiata invece la delegazione dei giovani del Neo Destour, il partito socialista tunisino del grande leader Bourguiba, perché la Tunisia aveva appena conquistato la sua indipendenza: posso ricordare che fu la delegazione più festeggiata;
II - Come ho raccontato nella pagina di apertura a questo blog, il 27 Agosto 1981, in una notte stellata dell'Arizona ebbi la prima percezione di quella che era stata la Notte del Destino. Da lì è partito il mio lungo percorso che mi ha portato a pronunciare la Shahada nel centro islamico di Vicenza. Attualmente credo di essere il musulmano più vecchio della comunità islamica vicentina.
Proprio per questo mi sento di dover dedicare il mio Ramadan iniziato ieri sia alla memoria dei giovani norvegesi uccisi da un nazista anti islamico e morti innocenti, pieni di speranze nell'isola di Utoeya mentre passavano le loro vacanze in un campo simile a quello che ho ricordato prima (fra di loro vi erano anche giovani fratelli e giovani sorelle musulmani, diventati figli di Norvegia grazie alla gentilezza e allo spirito solidale di quel popolo), sia alle decine di migliaia di giovani siriani che da mesi, uscendo dalle moschee nei venerdì di preghiera, affrontano a mani nude le pallottole degli sgherri di un criminale assassino al grido di "Dio è il più Grande!". Negli altri giorni della settimana affrontano in numero imprecisato e neppure conosciuto arresti, torture, sevizie di ogni genere, decisi tuttavia a non arrendersi perché la libertà è il dono più grande che Dio ha dato agli esseri umani: "la Libertà bella scintilla divina scesa dal paradiso a noi", come canta l'Inno alla Gioia di Beethoven. Prima o poi, poiché Dio lo vuole, essi vinceranno: perché non si tratta di conquistare città o di imporre la propria fede e le proprie idee ad altri e neppure di acquisire benefici personali, ma di portare nella loro patria ciò che Dio ci ha garantito creandoci.
Poiché, come ho ricordato prima, sono ricco di anni e anche di un pò di esperienza, prego Dio che eviti che nelle nostre comunità formate in gran parte da immigrati abbiano ad esplodere piccole beghe di condominio, basate sulla rivendicazione "noi marocchini", "noi tunisini", "noi bosniaci" ecc.ecc. In tutta la loro esistenza, ma specialmente quando si vive in un paese straniero, circondati da gente per lo più ostile quando non nemica, non dovrebbero esistere "nazionalità" o differenze di etnia; ma tenere sempre in mente che si è prima di tutto musulmani, dediti e obbedienti verso l'Altissimo. Chi manca a questo precetto offende il nome di Allah.

LA LUNGA MARCIA DELLA DEMOCRAZIA ARABA

La primavera incompiuta

Al rientro dalla Libia di Gheddafi vado a trovare una famiglia amica. La Tunisia, in cui vive, conosce l´ebbrezza e l´affanno della democrazia incompiuta, ancora da inventare, alla ricerca di un modello costituzionale. Inoltre la fine di una dittatura non implica l´avvento di un miracoloso benessere. Anzi, può accadere il contrario. Infatti l´economia soffre. Nella famiglia amica ne sono coscienti e partecipano all´agitata, appassionante transizione con lo slancio di chi può infine esprimere le proprie idee e agire con la speranza che si realizzino. Tutti consapevoli che non sarà facile. È evidente il fastidio quando parlo, forse dottoreggiando un po´, delle esperienze storiche europee in fatto di democrazia. Sembra una lezione e lo sguardo di Moncef, a lungo impegnato in una casa editrice mitragliata dalla censura, si distrae, si perde nel limpido mare di La Marsa, il sobborgo residenziale di Tunisi dopo Cartagine e Salambò, in cui abita con i suoi. Ed Essiah, la sorella, sfodera il suo solito intelligente sarcasmo con un´eloquente silenziosa occhiata. Non mi resta che tacere e ascoltare.
Considero quella di Essiah, di Moncef e della moglie Leila la mia seconda famiglia. La prima per elezione. Da decenni ci lega una profonda amicizia, punteggiata per loro da sofferti e interminabili periodi politici. Penso ai tre decenni dopo l´indipendenza (1956), dominati da Bourghiba, un raìs di stampo particolare, che a tratti ragionava come un radicale della Terza Repubblica francese, ma che restava pur sempre un despota; e ai quasi tre decenni, assai più oscuri, di Ben Ali, trasformato dal lungo potere e dalla moglie avida di denaro in un pirata-gangster. In quel più di mezzo secolo di tirannia la grande famiglia tunisina, devota all´indipendenza nazionale e al tempo stesso imbevuta di cultura francese, non ha ceduto un pollice della propria dignità. È rimasta liberale, laica e sprezzante verso il potere corrotto, cioè fedele ai principi dei vecchi defunti: il nonno, celebre avvocato nazionalista che avrebbe potuto recitare Molière e il Codice di Napoleone, come le devote donne di casa il Corano; e il padre, direttore di banca, che in gioventù si batté contro i nazisti come ufficiale ("indigeno") dell´esercito francese, quando la Tunisia era un "protettorato" di Parigi.
Adesso il puntiglioso razionalismo che ha consentito alla famiglia la sopravvivenza intellettuale nei tempi bui è venato da un´emozione che incute rispetto, e che esenta da interferenze. Moncef è troppo amico e troppo raffinato per dirlo apertamente: ma in definitiva credo di capire quel che pensa.
La democrazia in gestazione in Tunisia è affar loro. Me ne rendo conto, mi accorgo che parlavo da un pulpito al momento non particolarmente attendibile. Settant´anni dopo la fine del fascismo e l´arrivo della democrazia, il mio paese, che Moncef ed Essiah conoscono bene, conta tre (o quattro) mafie, equivalenti a tribù criminali che non riconoscono lo Stato, e da tre lustri vi prevale a singhiozzo un berlusconismo difficilmente proponibile come modello. In quanto alla Francia, con la quale, abitandovi da tanto tempo, mi capita abusivamente di identificarmi, fino a qualche mese fa era devota a Ben Ali, il raìs cacciato dai tunisini a furor di popolo.
La primavera araba non è stata tradita. Ha poco più di sei mesi ed è più che mai viva. Continua. È una rivoluzione profonda e come tutte le rivoluzioni è contrastata, tormentata, conosce momenti di euforia ed altri di smarrimento. I frequenti scioperi, i turisti meno numerosi, gli investimenti stranieri esitanti creano problemi. Ma la Tunisia, etnicamente omogenea ed economicamente dinamica, se la cava meglio del molto più grande e complicato Egitto, l´altro teatro della primavera araba. È azzardato, anzi impossibile, immaginare quale sarà l´esito finale. Le svolte radicali, le restaurazioni sotto parvenze liberali, gli scontri tra laici e religiosi non sono da escludere. Ma la tendenza prevalente nel fervore rivoluzionario, in due realtà diverse come la piccola Tunisia e il grande Egitto, è di creare una società più aperta, pluralista, democratica. Alcune specificità arabe sono ostacoli che non è semplice aggirare: come creare un quadro istituzionale in cui siano possibili relazioni distese tra lo Stato e l´Islam; come consentire eguali diritti alle minoranze etniche e religiose; come equilibrare i redditi, finora basati spesso sugli abusi e la corruzione; come risanare una burocrazia inefficiente e asservita ai potenti; come rifondare il sistema giudiziario; e fare dell´esercito e della polizia strumenti al servizio di una costituzione democratica ancora da scrivere. E quali rapporti stabilire con i Paesi in cui i raìs o i monarchi continuano ad esercitare poteri assoluti, sia pure contestati. Con la Siria ad esempio, dove il raìs (Assad) resiste massacrando gli oppositori, o con la remota Arabia Saudita, danarosa per il petrolio e influente in quanto custode della Mecca e di Medina. Migliaia di automobili libiche, riconoscibili per la targa d´immatricolazione bianca, percorrono in questi giorni la Tunisia: sono ricchi profughi da Tripoli o da Bengasi, amici o nemici di Gheddafi, che ricordano con la loro presenza ai tunisini che il sanguinoso confronto tra i raìs e la democrazia in Libia è ancora aperto. Là l´esito della guerra civile resta incerto. Ed è un costante segnale d´allarme.
I miei amici di La Marsa, Moncef e Essiah, esprimono un´élite; ma la Tunisia è comunque uno dei paesi più scolarizzati del mondo arabo; e se recupera i numerosi esperti (intellettuali, economisti, ingegneri, medici) dispersi in Occidente e in Medio Oriente, può disporre di una classe dirigente di qualità. Jalloul Ayed, il ministro delle Finanze ed ex dirigente della Citibank (oltre che musicista), pensa che il Paese potrebbe diventare in meno di dieci anni qualcosa di simile a una Singapore del Mediterraneo. La crescita economica azzerata dai timori suscitati dalla rivoluzione non lo spaventa. Risalirà. Le insurrezioni popolari sollecitano i sogni. La rapidità con cui è stata spazzata via la dittatura ha acceso le fantasie, spinge a immaginare un futuro forse irrealistico e tuttavia impensabile fino a sei mesi fa.
Per ora la Tunisia continua a conoscere momenti di vivacità, a tratti di collera rivoluzionaria. Moncef, e suo nipote Mehedi, regista cinematografico appena arrivato da Parigi, erano impazienti di raggiungere il centro della capitale per partecipare a una manifestazione contro le intemperanze dei movimenti religiosi. Non bisogna lasciarli fare. Nell´attesa di una costituzione che stabilisca le regole democratiche, i laici si impegnano in un confronto politico teso ad arginare un´eventuale ondata islamica.
Durante le brevi soste a Sfax e a Jerba (andando o ritornando dalla Libia) ho visto quanto siano ancora agitati i rapporti tra la popolazione e la polizia, per decenni al servizio del raìs, e quindi accusata di numerosi delitti, dalla brutale repressione alla tortura. Sei mesi dopo l´insurrezione, che ha cacciato Zine El-Abidine Ben Ali e la moglie Leila Trabelsi (adesso in esilio in Arabia Saudita), la gente non ha più paura di chi indossa divise e imbraccia armi. Ha un certo rispetto per i militari perché l´esercito ha contribuito alla cacciata del rais. La polizia non ha diritto agli stessi riguardi. In una sola notte, a metà luglio, sono stati assaltati con cocktail Molotov e lanci di pietre sei o sette commissariati.
A loro volta gli agenti di polizia hanno creato un loro sindacato. Non esiste nulla del genere nel mondo arabo. Il nuovo sindacato segna la svolta democratica delle "forze per la sicurezza interna", e al tempo stesso esige, insieme al diritto di voto finora negato ai poliziotti, migliori condizioni di lavoro. I salari sono bassi, tra 600 e 800 dinari (300-400 euro) al mese per un agente semplice. Un aumento si impone. E poi ci vuole qualche condizionatore in caserma per combattere il caldo; e i servizi igienici, docce e cessi, devono essere ammodernati. Anche queste sono rivendicazioni.
Per evitare vendette personali, gli ufficiali e gli agenti sono stati trasferiti in località lontane da quelle in cui erano in servizio durante la dittatura. Ma sono ugualmente presi di mira la notte da chi vuole regolare i conti con il concreto simbolo della repressione (che nei giorni caldi della rivolta ha fatto 300 morti). Di giorno capita che gli stessi poliziotti incrocino le braccia per usufruire delle conquiste civili ottenute dall´insurrezione popolare. Scioperavano quando mi trovavo a Sfax. E poi a Jerba. Insomma le espiazioni notturne per la passata azione controrivoluzionaria si alternano alle rivendicazioni diurne avanzate nel nome della rivoluzione oggi in marcia e un tempo repressa. Quelli della Lega dei diritti dell´uomo denunciano tuttavia numerose violenze commesse da poliziotti, in divisa nera e il viso coperto, in diverse località. Compresa la capitale. Le tentazioni controrivoluzionarie, o le semplici azioni di rivalsa, sia pur sporadiche, non si sono dunque spente. Lo straniero non se ne rende conto. Il turista non deve essere disturbato. E non lo è.
Beji Caid Essebsi, primo ministro dal 27 febbraio, è un 84enne che non manca di energia. È stato ministro nei governi del raìs, ma senza mai perdere la dignità. A lui è affidata la transizione, nell´attesa del 23 ottobre, quando sarà eletta l´Assemblea costituente, alla quale spetterà di varare entro un anno la "magna charta" della prima vera democrazia tunisina. Il Paese doveva andare alle urne il 24 luglio, ma la data è stata ragionevolmente ritardata per dar tempo ai più di 90 partiti registratisi (formazioni laiche e religiose di varia intensità islamica) di prepararsi all´appuntamento. La legge elettorale, basata sul sistema proporzionale, sfoltirà i ranghi e finirà con l´ammettere soltanto una decina di partiti nell´Assemblea costituente. La futura Costituzione potrebbe essere influenzata da quella francese, un po´ presidenziale e un po´ parlamentare. Ma dopo la lunga esperienza autoritaria il presidenzialismo non dovrebbe troppo prevalere.
Quasi tutti i sondaggi sulle intenzioni di voto mettono in testa Nahda, il principale partito islamico. Il cui prestigio è basato anche sull´incorruttibilità dei suoi dirigenti, e sulle persecuzioni subite dai suoi affiliati e simpatizzanti durante la dittatura (cinquemila imprigionati nei momenti più duri, e spesso per vent´anni). Il leader di Nahda, il settantenne Rashid Gannouchi, un matematico, ritornato dopo più di vent´anni dall´esilio londinese, si prodiga nel presentare il suo partito come una formazione moderata, tollerante, rispettosa delle regole democratiche, ed anche favorevole ai diritti delle donne, in Tunisia riconosciuti, fin dai tempi di Bourghiba, molto di più che nel resto del mondo arabo. Nahda non si propone di applicare la sharia, la legge coranica, né di proibire l´uso dell´alcol, né di moralizzare il turismo. Come molti islamisti, colti di sorpresa dall´insurrezione popolare in favore delle libertà fondamentali e ansiosi di adeguarsi, Rashid Gannouchi considera con attenzione la Turchia di Erdogan, un modello politico in cui Islam e democrazia convivono. Nessuna indagine d´opinione attribuisce comunque a Nahda la maggioranza assoluta. Al massimo potrebbe ottenere il 25 per cento. Il sondaggio più recente, a mia conoscenza, cala bruscamente, non va oltre il 14 per cento. Circa tre tunisini su quattro non si dichiarano islamisti e dicono di non avere fiducia nel partito di Rashid Gannouchi. Lo accusano di adottare toni diversi secondo il pubblico. Un movimento, che si definisce Polo democratico modernista, cerca di riunire tutti i partiti laici, incluso l´ex partito comunista (Tajdid), con l´obiettivo di arginare Nahda. E comunque di formare una maggioranza capace di governare senza il grande partito islamico.
Il panorama politico e sociale si allarga e diventa opaco, nebbioso, se si sposta lo sguardo sull´Egitto, l´altro teatro della primavera araba. La piccola Tunisia ha trascinato nella rivoluzione, con il suo esempio, il più grande Paese arabo, abitato da una popolazione dieci volte più numerosa, e con un passato remoto tra i più famosi nella storia dell´uomo. Dal 1952, quando gli "ufficiali liberi" cacciarono re Faruk e abolirono la monarchia, i militari controllano la società egiziana. Ancora oggi sono loro che fissano i tempi e le regole, quindi anche i limiti, della transizione democratica. Il tunisino Habib Bourghiba, il padre della patria, diffidava dei militari e relegò le forze armate in un ruolo secondario. Il successore, Ben Ali, pur essendo un ufficiale di carriera, aveva più l´anima dello sbirro che del soldato. Ma il frustrato esercito tunisino è diventato decisivo quando è esplosa l´insurrezione popolare. Senza il suo sostegno la rivolta non sarebbe sfociata in una rivoluzione. Come senza la decisione dell´esercito egiziano, Hosni Mubarak non sarebbe stato spinto alle dimissioni, vale a dire destituito. A differenza di quelli tunisini, i militari egiziani continuano tuttavia a tenere le redini del potere e non hanno intenzione di cederle. Erano la spina dorsale del regime quando comandava il raìs, che era uno di loro, e adesso, disciplinano il passaggio alla democrazia. Questo fa dire a Wafik Ghitany, esponente del partito Wafd (liberale) che «l´ex regime controlla ancora il Paese». Oppure, con più sarcasmo, si chiede se sia opportuno affidare «alla dittatura il compito di processare se stessa».
Il generale Mahmud Hegazy, membro del Consiglio supremo delle Forze armate, precisa che spetta ai militari distinguere tra le richieste legittime e quelle illegittime della popolazione. E un noto giornalista, Hisham Kassem, aggiunge che almeno per altri dieci anni neppure un presidente eletto democraticamente potrà sfidare il potere militare. Il generale Mahmud Shahine è più possibilista. Secondo lui le cose cambieranno quando entrerà in vigore la nuova Costituzione, che l´Assemblea eletta il prossimo autunno dovrà redigere. Di questo, del ruolo dei militari, si dibatte in particolare al Cairo nell´attesa delle elezioni. Finora, ad eccezione dei suoi membri, nessuno conosce il numero esatto dei componenti del Consiglio supremo delle Forze armate (si dice siano 19), né l´identità di tutti coloro che ne fanno parte.
La destituzione dei raìs è stato soltanto un passo, sia pure decisivo, verso la democrazia. Se a Tunisi riesce difficile liberare lo Stato da tutte le incrostazioni del vecchio regime, in Egitto l´impresa appare titanica. Dall´8 luglio centinaia di migliaia di egiziani hanno riempito al Cairo piazza Tahrir, sei mesi prima teatro dell´insurrezione popolare. È vero, l´atmosfera era diversa. Gli interventi, sia pur violenti, per disperdere la folla, non avevano l´intensità di una repressione. Quella presenza popolare su piazza Tahrir era comunque il segno di una vasta insoddisfazione. La tutela militare sul processo democratico crea insofferenza e suscita sospetti. I generali cercano di apparire aperti al dialogo, e si rendono accessibili via Facebook o in riunioni in cui sono ammesse le critiche, ma il loro comportamento assomiglia più a quello dei predicatori che a quello di dirigenti rispettosi dei principi democratici. Insomma, più che dialogare comandano. È un vizio professionale. Quelli di piazza Tahrir esigono i processi dei membri del vecchio regime, corrotti o colpevoli di vari delitti (torture e repressioni), e i generali li concedono, risparmiando però i militari. Con l´eccezione di Mubarak, che è un generale, che dovrebbe essere processato domani. Sempre i militari ripristinano il ministero dell´Informazione, un tempo strumento di censura, ma i giornali non rinunciano alle libertà di informazione e d´opinione conquistate. Lo spazio delle libertà è più ampio, si sente che è passata la rivoluzione, anzi che è ancora in corso, a volte sulle piazze, sempre in molti cuori e cervelli. Ma c´è anche incertezza.
Al principale partito religioso, quello dei Fratelli Musulmani, i sondaggi pronosticano un robusto successo elettorale. Ma non superiore al 20 per cento. I loro concorrenti salafiti, militanti dell´ala islamica ultra-puritana, si sono divisi in almeno quattro gruppi. I quali non riservano le critiche più aspre ai partiti laici, ma si accaniscono più volentieri contro il movimento Sufi, rappresentante una tendenza esoterica e tradizionale dell´Islam. La gara su chi è più ortodosso impegna i partiti religiosi. I quali non trascurano i rapporti con i generali. I Fratelli Musulmani, i più organizzati e disciplinati, hanno cacciato dalle loro file i giovani radicali, suscettibili di inquinare la rispettabilità democratica del partito agli occhi dei militari, che un tempo impiccavano o tenevano nei campi o in prigione, insieme ai comunisti, i membri della confraternita, allora al bando. Oggi i Fratelli Musulmani si fanno in quattro per apparire cittadini esemplari. Ma, come a Tunisi, molti diffidano di loro.

La Repubblica, 02/08/2011, Bernardo Valli
Riteniamo il precedente articolo una obbiettiva immagine della situazione reale dei due paesi arabi nei quali il processo di rivoluzione libertaria ha preso l'avvio, con prospettive realisticamente rosee. 

TRA FATTI DI CRONACA E PROGRAMMI DI VITTORIA DELLA NATO, SEGUITA IN LIBIA LA GUERRA CHE PER ORA NON HA NE VINTI NE VINCITORI


Il mistero dell' assassinio del capo dei ribelli libici

L' assassinio giovedì sera del generale 67enne Abdel Fattah Younes, massimo responsabile militare delle forze rivoluzionarie libiche, rilancia con gravità la questione delle debolezze, lacerazioni tribali e divisioni interne al fronte anti-Gheddafi. I suoi funerali ieri nel centro di Bengasi, assieme a due colonnelli apparentemente uccisi nello stesso attentato, si sono svolti nel terrore generale che potessero sfociare in guerra fratricida. «C' erano migliaia di persone. Giovedì sera i militanti più arrabbiati degli Obeidi, la stessa tribù di Younes, avevano sparato per le strade. Temevamo vendette sommarie. Ma poi la situazione si è calmata e le esequie si sono svolte regolarmente», raccontavano ieri sera per telefono da Bengasi i responsabili del Consiglio nazionale transitorio, l' organo di governo dei ribelli. «La morte di Younes resta un grave mistero. Preoccupante. Si diffondono voci contraddittorie. Ma per fortuna è stata istituita una commissione d' inchiesta, sembra accettata da tutti. L' importante è che le violenze tra i nostri ranghi siano tenute sotto controllo. E ora a Bengasi le strade sono tornate tranquille», ha spiegato Abdelkader Kadura, noto docente di diritto all' università locale legato al fronte rivoluzionario. Pure, i tentativi di gettare acqua sul fuoco non riescono a nascondere questioni fondamentali sulla capacità di tenuta del fronte rivoluzionario che già covavano sotto la cenere e ora tornano incandescenti. La tesi che va per la maggiore è infatti che Younes sia stato ucciso (e forse anche torturato) da elementi estremisti delle forze rivoluzionarie perché accusato di stare negoziando segretamente con inviati del governo di Tripoli e forse in modo diretto con familiari di Gheddafi. Si parla dello stesso Saif al Islam, il figlio più politico del Colonnello, che di recente ha con insistenza pubblicamente avanzato la proposta di un compromesso negoziato sulla base di elezioni nazionali. Ieri in serata, il ministro del Petrolio Ali Tarhouni ha affermato che sarebbe stato lo stesso commando di ribelli mandato a prelevare Younes ad ucciderlo. In un primo tempo, tuttavia il presidente del Consiglio transitorio, Mustafa Jalil, aveva puntato il dito contro non meglio definiti «sicari» di Gheddafi. Ma nella giornata di ieri si è fatta più corposa la versione assolutamente opposta. Ormai da diverse settimane crescevano i dubbi sulla fedeltà di Younes, tanto che martedì scorso aveva lasciato le sue truppe impegnate nei combattimenti sul fronte di Brega per essere ascoltato in proposito da una commissione di capi tribali e militari a Bengasi. In quel frangente sarebbe quindi stato assassinato. «Abbiamo ricevuto il suo corpo solo il giorno dopo. Riportava ferite di proiettili. Ed è stato in parte bruciato», ha raccontato ieri il nipote, Abdul Hakim. La sua morte non costituisce comunque un fulmine a ciel sereno. Dalle rivolte di febbraio Younes è un personaggio controverso. Accusato ripetutamente di tradimento da Gheddafi, sospettato di fare il doppiogioco tra le fila della rivoluzione: sin da marzo evitava di farsi vedere in pubblico. Le sue conferenze stampa a Bengasi (sempre scortato da guardie del corpo ben armate) si contano sulle dita di una mano. Per i militanti delle sommosse sin dall' inizio era considerato un nemico pericoloso, da eliminare a tutti i costi. Fedelissimo di Gheddafi sin dal colpo di Stato del 1969, suo ministro degli Interni e poi della Difesa, era a capo dei corpi scelti dell' esercito nella regione di Bengasi, la «Brigata al Saiqa», quando scoppiarono i tumulti del 17 febbraio. La sua abitazione (una grande e lussuosa villa nelle periferie occidentali) venne saccheggiata e data alle fiamme assieme a quelle di un' altra decina di esponenti locali più noti della dittatura. Quando il 22 febbraio annunciò il suo passaggio tra le fila dei ribelli, i più scettici lo accusarono di «doppiogiochismo», addirittura di avere garantito la fuga verso Tripoli dei militari incaricati della repressione, prima di passare di campo «in combutta con Gheddafi». Accuse simili tornarono all' ordine del giorno circa un mese dopo, quando la scarsità di coordinamento con la Nato causò a più riprese decine di vittime tra le fila dei rivoltosi, caduti sotto il «fuoco amico» dei jet alleati. E non mancarono i rivali interni. Sin dal suo ritorno dall' esilio negli Stati Uniti in marzo, l' ex generale Khalifa Haftar (popolare eroe nazionale della guerra contro il Ciad, noto per i dissidi con Gheddafi, poi catturato dai nemici e quindi riparato a Washington) mira ad assumere il comando militare dei ribelli scalzando Younes. Il loro braccio di ferro è stato tra le cause delle abissali inefficienze e degli sprechi dimostrati dalla macchina militare rivoluzionaria, a fronte invece della disciplina e capacità di adattamento al mutare delle situazioni sotto la minaccia delle bombe Nato evidenziate dalle truppe filo-Gheddafi. La sua scomparsa in un quadro tanto ambiguo apre ora la lotta alla successione. I dirigenti di Bengasi sanno bene che, a oltre cinque mesi dall' inizio delle sommosse, l' aspetto militare resta dominante. Tra pochi giorni inizierà la semitregua imposta dal mese di Ramadan. La morte di Younes lascia la rivoluzione in Libia più confusa e disorganizzata che mai. Lorenzo Cremonesi RIPRODUZIONE RISERVATA **** Profilo Con il Raìs Abdel Fattah Younes, nato 67 anni fa, è stato uno dei militari chiave nel golpe del 1969 che ha portato Gheddafi al potere. È stato ministro degli Interni e poi della Difesa Coi ribelli A febbraio è passato con i ribelli, assumendo il comando delle operazioni militari Dubbi Mentre per Tripoli era un traditore (sulla sua testa aveva posto una taglia da 2,5 milioni), alcuni dei ribelli sospettavano che facesse il doppiogioco. La sua leadership era contesa da Khalifa Haftar, un altro capo militare 165 i giorni della rivolta in Libia, cominciando dalle proteste scoppiate a metà febbraio nella città di Bengasi 42 gli anni passati dai libici sotto il regime di Muammar Gheddafi, che prese il potere con un golpe incruento nel ' 69.


Corriere della Sera, 30/07/2011, Lorenzo Cremonesi





lunedì 1 agosto 2011

SI INTUISCONO STRANI GIOCHI. CHE C'ENTRI L'OCCIDENTE?

Egitto, la prova di forza degli islamici

«L’Islam è l’identità dell’Egitto, il suo passato e il suo futuro» , si leggeva su un enorme manifesto in Piazza Tahrir al Cairo. «Gli Stati secolari e socialisti hanno fallito in Turchia e in Russia. Vogliamo uno Stato islamico che applichi la legge di Dio» , diceva un manifestante, mentre un altro gridava: «Dio ha fatto la rivoluzione» . Sei mesi dopo l’insurrezione popolare che ha rovesciato il presidente Hosni Mubarak, il 29 luglio la piazza simbolo della rivolta è stata inondata da una delle più grandi manifestazioni islamiche nella storia dell’Egitto: decine di migliaia di manifestanti con lunghe barbe e abiti conservatori — poche le donne, per lo più velate dal niqab, che lascia liberi solo gli occhi — sono giunte da tutto il Paese, molti in autobus dalle zone rurali. Al centro della piazza, accampati, c’erano i giovani— molti dei quali laici— che l’ 8 luglio sono tornati in piazza Tahrir accusando la giunta militare al potere di tradire gli ideali della rivoluzione. Si guardavano intorno: «Quante barbe...» . Alcuni che tentavano di gridare «vogliamo essere un Paese civile» hanno detto d’essere stati costretti a tacere.
La manifestazione, denominata «venerdì dell’unità» , è stata in realtà una evidente conferma delle divisioni crescenti nell’Egitto post-Mubarak, nonché una prova di forza da parte degli islamici. Ventotto gruppi liberali e di sinistra unitisi alla marcia dopo avere, per giorni, discusso con i partiti islamici al fine di evitare slogan che mostrassero divisioni, arrabbiati per «il tono» della protesta hanno abbandonato la piazza. C’erano i membri e simpatizzanti di vari gruppi islamici banditi sotto Mubarak, che negli ultimi mesi, hanno formato i loro partiti: dai più moderati agli ultraconservatori, dalla Fratellanza musulmana ai salafiti.
L’ascesa di questi ultimi, che seguono una interpretazione letterale del Corano e predicano il ritorno all’Islam praticato da Maometto, ha sorpreso e preoccupato molti laici. C’erano anche sostenitori del «Gruppo islamico» , responsabile di attentati contro i turisti negli anni 90, che ha abbandonato la violenza e formato un partito politico. È stata una prova della forza degli islamici in vista delle elezioni, prima previste a settembre ma rimandate a novembre dal Consiglio supremo delle forze armate che governa il Paese dalla caduta di Mubarak l’ 11 febbraio.
La Fratellanza è il gruppo più organizzato in vista del voto, benché sia stato marginale durante la rivoluzione, mentre i partiti liberali e di sinistra restano divisi e deboli. E’ proprio il Partito «Libertà e Giustizia» dei Fratelli musulmani a guadagnarci di più dal 29 luglio, secondo Rania Al Malky, direttore del quotidiano Egypt Daily News: «Da una parte mostrano ai critici d’essere più moderati rispetto ai salafiti, incoraggiando così le alleanze. Dall’altra, hanno sottolineato di considerare i salafiti come potenziali partner se vengono snobbati dai liberali» . Al centro del braccio di ferro tra forze diverse c’è la nuova Costituzione. Ogni gruppo politico vuole influenzarne i contenuti. Poiché verrà scritta da un’assemblea costituente nominata dal nuovo parlamento (lo ha deciso un referendum popolare a marzo), i liberali temono un’alleanza tra Fratellanza e altri gruppi islamici per una Costituzione in linea con la sharia. Nella Carta precedente, i principi della legge islamica venivano citati come principale fonte del diritto egiziano. La giunta militare ha nominato un comitato per formulare principi «sopracostituzionali» tesi a proteggere le libertà religiose e i diritti delle minoranze ma gli islamici accusano i liberali di sottrarre al popolo il diritto di decidere, e di voler introdurre norme «occidentali» . Sulle linee guida, comunque, sono divisi anche i laici: il timore è che l’esercito voglia assumere un ruolo di garante della laicità simile a quello dei militari in Turchia negli anni 80 (che gli permetta anche di proteggere i propri interessi economici). Negli ultimi mesi, lo slogan della rivoluzione «l’esercito e il popolo sono una mano sola» ha ceduto il campo a proteste per la lentezza delle riforme e dei processi per punire i responsabili della repressione che fece 850 morti; per la permanenza al potere di uomini dell’era Mubarak, anche nel governo provvisorio; per i processi militari cui, nel «nuovo» Egitto, sono stati sottoposti tra i 5.000 e i 10.000 civili; e per le torture denunciate dai manifestanti anche dopo la caduta del presidente.
I problemi di povertà e disuguaglianza, che sono stati tra le ragioni della sollevazione popolare sono tutti da risolvere. Ed emergono timori sulla sicurezza del Paese. L’altro ieri, nel Sinai, un gruppo di miliziani islamici, gridando «Allah è l’unico vero Dio» , ha attaccato una stazione di polizia: sono morte 6 persone (3 agenti e 3 civili, tra cui un 13enne). Ieri, nel Nord del Sinai, un commando armato di granate ha assaltato un gasdotto che rifornisce Israele, il quinto attacco da febbraio. Si avvicina il 3 agosto, la data del processo di Mubarak, dei suoi figli e di altri funzionari del regime.
Dall’ospedale di Sharm el-Sheikh dove l’ex raìs è ricoverato da aprile, giungono notizie sulla sua cagionevole salute. Una settimana fa pareva non mangiasse più. Ora è «stabile ma depresso» . Intanto il futuro del nuovo Egitto resta avvolto nell’incertezza.
 



Corriere della Sera, Viviana Mazzi, 01/08/2011


Turchia, lo schiaffo dei militari a Erdogan

UNA resa dei conti micidiale. Fra le due entità contrapposte che reggono il Paese. In Turchia l' inizio di agosto segna sempre un momento di turbolenza nei rapporti tra Forze armate e governo islamico moderato, a causa della consueta riunione dello YAS, il Consiglio militare supremo che decide le promozioni degli alti ufficiali. Ma quel che è accaduto ieri ad Ankara non è mai successo nei quasi 90 anni dalla fondazione della Repubblica nata dalle ceneri dell' Impero Ottomano. Il capo di Stato maggiore, cioè il numero uno delle Forze armate, il generale Ishik Koshaner, ha rassegnato polemicamente le dimissioni ieri pomeriggio dopo una serie di colloqui riservati avuti con il capo dello Stato Abdullah Gul, e con quello del governo Recep Tayyip Erdogan, entrambi fondatori del partito conservatore Giustizia e sviluppo, di origine islamista. Insieme con lui, per solidarietà, si sono successivamente dimessi anche i capi di Stato maggiore di Esercito, Marina e Aeronautica. Koshaner verrà sostituito dal generale Necdet Ozel, finora capo della Gendarmeria. Nessuna delle due parti ha dato per ora spiegazioni per un gesto che rischia di destabilizzare lo Stato e il Paese, mentre l' economia turca vola e il Pil ha superato nell' ultimo trimestre l' 11 per cento, battendo addirittura la Cina. Al centro di questo scontro al calor bianco ci sono i dissidi riguardanti una serie di promozioni in vista della seduta decisiva dell' organo militare supremo, prevista per domani. I vertici delle Forze armate pretendevano che fra i nuovi incarichi risultassero 17 ufficiali dell' Esercito, detenuti assieme ad altri 25 commilitoni implicati nel piano per un presunto colpo di stato denominato "Martello", scoperto nel 2003 e avente lo scopo di scalzare Erdogan dal potere. Il governo avrebbe voluto trasferirli direttamente nella Riserva. I militari accusano invece gli islamisti al potere di voler promuovere ufficiali sensibili alle istanze religiose, e dunque secondo loro poco inclini nel difendere la Costituzione laica voluta da Ataturk, padre della patriae fondatore della Turchia moderna. Il durissimo braccio di ferro richiama i risultati usciti dalle ultime elezioni generali del 12 giugno, stravinte dal partito conservatore di Erdogan con quasi il 50 per cento dei consensi. Mentre gli ufficiali ancora si leccano le ferite per la sconfitta nel referendum del 2010, che ha visto il Paese voler limitare fortemente i poteri un tempo assegnati a una classe, quella militare, tuttora molto potente e rispettata. Di norma, gli incarichi assegnati ai più alti gradi delle Forze armate vengono concordati dopo lunghe mediazioni fra le due parti. Così non è avvenuto questa volta. È vero che lunedì prossimo i tre comandanti di terra, cielo e aria, tranne il capo di Stato maggiore Koshaner, sarebbero andati in pensione. E ieri sera l' agenzia di stampa Anadolu, semi ufficiale, ha precisato che la loro richiesta di dimissioni è in realtà una domanda di pensionamento. Ma il gesto eclatante espresso dall' altissimo vertice militare turco nella sua totalità ha comunque un valore simbolico dirompente, sulla scia di un braccio di ferro in atto da anni che sembra, adesso, giunto all' alba dello scontro decisivo.

La Repubblica, Marco Ansaldo, 30/07/2011




Sono ben strani gli occidentali, specie gli europei e gli italiani che rivendicano le radici cristiane dell'Europa! Cosa dovrebbero fare i popoli dei paesi di religione islamica? Manifestare per rivendicare l'abolizione delle radici musulmane dei loro paesi?