martedì 29 novembre 2011

Egitto, i rgazzi e i generali

Oggi l´Egitto va alle urne per la prima volta dalla caduta di Mubarak: sarà una maratona elettorale di sei mesi e i ragazzi della rivolta temono la truffa dei militari. La posta in gioco è alta, il futuro della democrazia: così i giovani cercheranno di non far morire la rivoluzione In duecento giorni ci saranno quindici o più appuntamenti al voto. Troppi per l´elettorato Gli oppositori disposti a credere nell´elezione promossa dal regime sono pochi Per la maggioranza silenziosa i generali sono la spina dorsale della nazione IL CAIRO. Più che un voto è una maratona. Una marcia di resistenza destinata a durare più di sei mesi. Ci vorrà un bel fiato politico per arrivare a un risultato, a un traguardo democratico che non si riveli un miraggio. Ma questo voto egiziano, il cui svolgimento si annuncia impervio prima ancora dell´esito, deve essere seguito come la tappa di un lungo processo rivoluzionario. È un importante momento dell´irrisolto confronto tra le forze del rinnovamento e quelle della conservazione. La rivolta di gennaio non si è conclusa con l´avvenuta esautorazione del rais; se è riesplosa dieci mesi dopo è perché la posta in gioco è più profonda: è storica e culturale. Il vecchio regime, il sistema politico e sociale in vigore resiste agli assalti della rivoluzione. E le rivoluzioni hanno tragitti lunghi. È in questa prospettiva che va seguita la maratona elettorale che comincia stamane nel più grande paese arabo.
La conclusione è prevista in un ancora imprecisato giorno di giugno: quando, formatisi i due rami del parlamento, eletti separatamente, a distanza di due mesi, e ognuno in tre tempi (nove province per volta su ventisette), gli egiziani sceglieranno infine un presidente. Contando i ballottaggi e un paio di referendum, per approvare la Costituzione e forse per decidere sul potere dei militari, nell´arco di circa duecento giorni, ci saranno quindici o più appuntamenti elettorali.
Troppi, anche per un elettorato paziente come quello egiziano. Il voto è simultaneo alla rivoluzione di piazza Tahrir. Questa è la sua peculiarità. Quello di oggi riguarda la camera bassa, l´Assemblea del popolo, ed è limitato alle grandi città: il Cairo, Alessandria, Assiut, Porto Said. Le altre province andranno alle urne fino ai primi giorni di gennaio. La camera alta (Shura) sarà eletta tra gli ultimi giorni di gennaio e i primi di marzo. Poi ci saranno i referendum e l´elezione presidenziale. Alla vigilia del primo voto vado in piazza Tahrir, epicentro della rivoluzione. Alcune migliaia di cairoti assiepati danno l´impressione di un accampamento ancora insonnolito. Il sole non è abbastanza alto per riscaldare le sponde del Nilo. La piazza non si presenta come l´arena rivoluzionaria che ha messo in crisi un regime militare, cacciato un rais e gettato il panico tra monarchi ed emiri del mondo arabo. Una piazza dove sono stati uccisi negli ultimi giorni quarantun giovani e feriti almeno un migliaio. E dove hanno perduto la vista decine di manifestanti investiti dai gas nervini. 
L´aria di smobilitazione non deve ingannare. La folla riempie la piazza, fino a traboccare nei quartieri vicini, a investire i palazzi del governo e a paralizzare il Lungonilo, nei momenti di tensione. Lo stesso accade ad Alessandria, a Porto Said, ad Assiut. Gli irriducibili di piazza Tahrir in quelle occasioni attirano masse di egiziani di tutte le classi sociali: dagli operai ai professionisti, dagli studenti ai disoccupati. Di primo mattino, in un giorno che non sembra riservare sorprese, senza collera e repressione, a poche ore dal voto, ho l´impressione di essere in una numerosa adunata di anarchici sobri e taciturni. Niente simboli di partito, niente ritratti di leader, niente palchi per gli eventuali oratori. 
I giovani disposti a credere nell´elezione ininterrotta promossa dai generali sono pochi. Molti la giudicano una trappola, una specie di terapia di massa tesa a sfiancare la rivolta e a riportare l´ordine nel paese grazie alla guida dei militari. Dopo una notte passata in un sacco a pelo, Wael Abu Hamad, 25 anni, dei quali tre in Inghilterra a studiare economia, dice senza esitare: «È una truffa». Un imbroglio ben programmato perché, anche per la sua durata, l´elezione sarà facilmente truccata. E i generali cercheranno di dimostrare al mondo che loro sono capaci di organizzare libere elezioni. Lui, Wael, pur essendo indignato, pur denunciando la manovra subdola dei militari, andrà comunque a votare. Ma poi ritornerà in piazza Tahrir per mantenere accesa «la fiamma della rivoluzione». E con gli irriducibili denuncerà gli imbrogli e promuoverà manifestazioni che smaschereranno il regime. 
Ci si perde volentieri tra gli abitanti del grande accampamento di piazza Tahrir. Si esprimono con chiarezza e i loro discorsi sono maturati rispetto a quelli di gennaio. Dieci mesi dopo non si limitano ad esigere che i militari abbandonino il potere. La loro protesta implica una profonda riforma del sistema politico e sociale. Gli obiettivi immediati sono la destituzione del maresciallo Tantawi, ex braccio destro di Hosni Mubarak e adesso capo della giunta militare (il Consiglio superiore delle Forze armate), e il rifiuto del primo ministro da lui designato, il vecchio economista Kamal el Ganzuri, ex capo del governo pure lui di Mubarak. Ma c´è anche l´obiettivo più ampio di riformare la società dominata dalla classe militare, una casta formatasi nei decenni, che invade tutte le attività più importanti della vita nazionale: dall´economia all´industria alla stessa giustizia, affidata in larga parte ai suoi tribunali. 
I militari hanno destituito in febbraio il loro capo, Hosni Mubarak, adesso imputato, con i figli e una manciata di complici civili, in un processo che sembra impantanato, ma è come se avessero gettato fuori bordo una zavorra, pensando di poter cosi salvare l´essenziale del regime. Vale a dire se stessi. Raccolti nel Consiglio supremo delle Forze armate, composto da una ventina di generali, si sono sostituiti al capo dello Stato. Una specie di presidenza collettiva, contestata, vilipesa, e tuttavia dotata di tutti gli strumenti di un regime autoritario: i mukabarat, i poliziotti (numerosi come gli scarafaggi, dice il giovane Wael di piazza Tahrir), continuano a tenere sotto sorveglianza il paese, come un tempo. 
I generali reprimono e poi si scusano. Annunciano che si ritireranno dal potere politico ma chiedono garanzie per conservare i loro privilegi, anche quelli politici. E hanno programmato la maratona elettorale, destinata a rinnovare le istituzioni e la stessa Costituzione, ma non hanno nascosto l´intenzione di collocarsi al di sopra della Costituzione (suggerendo che il paese approvi questo singolare privilegio con un referendum). Hanno altresì chiesto che il loro bilancio rimanga segreto. Quest´ultima esigenza sarebbe giustificata dal ruolo decisivo che le forze armate egiziane hanno in Medio Oriente. Esse sono garanti degli accordi di Camp David (1979), su cui si basano i rapporti tra Egitto e Israele, e di riflesso quelli con gli Stati Uniti. I quali danno ogni anno un miliardo e trecento milioni di dollari all´esercito del Cairo. Un aiuto secondo soltanto a quello elargito all´esercito israeliano. Il recente richiamo della Casa Bianca, che ha invitato con toni asciutti i militari egiziani a trasferire i poteri ai civili, deve avere preoccupato i generali. Anche se essi sanno di essere interlocutori indispensabili alla super potenza, per quel che riguarda la pace mediorientale. 
Per la maggioranza silenziosa egiziana i militari sono la spina dorsale del paese. La loro forza risiede in quella larga parte della popolazione. I rivoluzionari di piazza Tahrir raccolgono l´adesione della società civile, di una qualificata parte della popolazione urbana, ma l´Egitto rurale, prigioniero delle tradizioni e dei richiami religiosi, non ha le stesse reazioni. La principale formazione politica, il Partito della Libertà e della Giustizia, emanazione della Confraternita dei Fratelli Musulmani, dopo avere partecipato alle grandi manifestazioni di protesta di piazza Tahrir, ha assunto una posizione molto più moderata, e in definitiva tollerante se non sottomessa, nei confronti dei militari. Sui quali conta per far rispettare l´inevitabile successo elettorale dei Fratelli musulmani. 
L´"alleanza per la continuità della rivoluzione", in cui sono raccolti i partiti di sinistra e i musulmani progressisti, oltre a non pochi cristiani copti, rifiuta il confronto tra laici e musulmani che ha prevalso nella campagna elettorale degli altri partiti, e pone soprattutto il problema della giustizia sociale e del potere dei militari. Ma pur essendo uno dei motori della protesta, può difficilmente concorrere con i Fratelli Musulmani e con la maggioranza silenziosa, in cui sono annidati anche i partiti nostalgici di Mubarak. La maratona elettorale è quindi al tempo stesso un essenziale esercizio democratico e un´abile operazione dei militari. In essa possono infatti dissolversi, sia pur per breve tempo, le forze rivoluzionarie di piazza Tahrir.

Bernardo Valli








sabato 26 novembre 2011

MOLTI GIORNALI ITALIANI FANNO IL TIFO...

Le vicende dei paesi arabi, con i loro lutti e in qualche caso con il loro seguito di crisi economica e sociale, non sono partite di calcio da seguire con la faziosità dei tifosi di una squadra, ma vicende complesse e, almeno fino a quando non saranno positivamente concluse, vicende intrecciate con la tragedia quotidiana.
I - Non essendo avvenimenti sportivi non è possibile seguirle con la fretta che si può riservare a una partita di pallavolo o di pallacanestro. Gli eventi rivoluzionari e i sommovimenti sociali della storia europea, anche i più recenti, hanno spesso avuto durata pluridecennale; quasi sempre hanno conosciuto un momento "esplosivo" seguito da un alternarsi di repressioni, di incertezze e di riprese. Pretendere che un processo rivoluzionario che coinvolge paesi che contano 350 milioni di abitanti, che hanno situazioni economico-sociali estremamente diversificate, salvo la comune sorte di essere usciti da lunghi periodi di dominazione coloniale e di dittature più o meno feroci, è una manifestazione di malafede e di superficialità che ha nel suo sfondo una forma di latente razzismo e di meno latente anti-islamismo. Il fatto che i processi rivoluzionari si siano avviati contemporaneamente in tutta la sponda sud del Mediterraneo, dall'Egitto al Marocco e nel Medio Oriente dalla Siria allo Yemen è già qualcosa di stupefacente. Del pari stupefacente è l'eroismo con cui grandiose masse di giovani, di donne, di gente di ogni condizione e di età abbia saputo affrontare corpi militari e sistemi polizieschi armati fino ai denti e al servizio di tiranni spietati e senza scrupoli, quasi sempre a mani nude, uscendo dai venerdì di preghiera e avendo per scudo il grido: "Allahu Akbar!". Quest'ultimo elemento serve a ridicolizzare le versioni di quei pubblicisti i quali, nella quasi maggioranza delle loro corrispondenze, seguitano a sforzarsi di dimostrare che l'elemento propulsivo della primavera araba non sono stati i telefonini, le reti informatiche e gli altri strumenti moderni della comunicazione di massa (questi semmai sono stati uno degli strumenti), ma il profondo senso religioso che pervade i popoli del Corano. Eppure c'è stata una sorta di gara per dimostrare che l'Islam ha influito solo su gruppi più o meno fanatizzati di "islamisti";
II - Particolarmente grottesca è stata la versione fornita dell'ultima fiammata egiziana, iniziata con la mobilitazione massiccia operata da quei partiti e da quelle forze politiche potenzialmente maggioritarie che temevano con fondamento che elementi provocatori potessero provocare il rinvio delle prossime elezioni. Chi legga con attenzione alcuni degli articoli che abbiamo pubblicato si renderà conto facilmente della faziosità spesse volte stupida che gli ha ispirati. Patetico è ad esempio il tentativo di spacciare Muhammad Al Baredei come il vero leader della rivoluzione egiziana. In realtà questo "illustre" personaggio, premio Nobel per la Pace per i meritori sforzi profusi nell'impedire che fosse dato agli Stati Uniti il pretesto di intervenire militarmente contro l'Iran accusato di mire atomiche, è molto noto in occidente, che ha avuto modo di seguirne i lavori svolti nella commissione ONU sull'energia atomica e di apprezzare la serietà professionale e l'obbiettività; ma agli occhi della stragrande maggioranza degli egiziani, Al Baradei, è poco meno di uno sconosciuto, e il suo seguito elettorale è accreditato tra il 2 e il 5%;
III - Che piaccia o no in Egitto la forza politica egemone candidata a prevalere in una competizione elettorale che rispetti un minimo di regole democratiche è costituita dalla Fratellanza Musulmana, ben conosciuta dalle masse diseredate di quel grande paese che hanno avuto modo di apprezzarne la rete di beneficenza e di assistenza con la quale i Fratelli, rischiando la galera o peggio, hanno saputo tenere in piedi per decenni e per allentare lo stato endemico di crisi socio-economica provocato dalle ruberie dei dittatori.
L'ultima notazione vogliamo farla a proposito del Marocco: l'occidente ha tifato con patto per il re Muhammad VI, che a differenza di tiranni ottusi, ha avuto il merito di avviare in maniera pacifica un sia pur minimo, timido processo di riforma costituzionale, al cui interno si prevedono libere elezioni. Ma non si illudano gli anti-islamici di casa nostra: anche in Marocco il partito islamico che riprende i valori sociali della Fratellanza vincerà la prossima competizione elettorale; e allora vedrete i giornalisti di casa nostra fare a gara nel cercare di dimostrare che tale esito è dovuto all'alto tasso di astensionismo che si verificherà nelle elezioni marocchine.
 

26 Novembre 2011 - Egitto e Marocco





25 Novembre 2011 - Egitto






mercoledì 23 novembre 2011

EGITTO - 23/11/2011









Ho pubblicato, senza commenti, numerosi articoli relativi alle più recenti vicende egiziane come saggio della difficoltà che i mezzi d'informazione italiani, anche quelli che sembrano essere i più obbiettivi, creano quando si voglia avere un quadro minimamente chiaro di ciò che accade veramente. Non ci riferiamo qui a tute le espressioni che vogliono creare l'effetto "caos" in relazione alle cosiddette rivoluzioni arabe (non sono mancati titoli del genere: "L'inferno Egiziano"), quanto invece all'effetto distorsivo della tendenza occidentale a "parlare degli arabi senza parlare con gli arabi": le vicende degli arabi, come in genere quelle dei musulmani, non vanno raccontate per come avvengono, ma per come vengono interpretate.
Un esempio difficilmente imitabile è stata la puntata dell'Infedele, dedicata alla Siria e all'Egitto: Gad Lerner, in genere, occupa con le sue verbose considerazioni e con le sue interruzioni che a volte superano i confini della buona educazione, ha in questa occasione superato ogni limite, relegando in angusti spazi i discorsi che in vano i suoi ospiti siriani ed egiziani tentavano di abbozzare. L'interruzione diventava inesorabile quando l'interlocutore cercava di accennare ai "Fratelli Musulmani". Singolare è stato l'originalissimo tentativo con il quale l'ineffabile Gad ha cercato di guadagnare tempo presentando il caso della giovane egiziana residente negli Stati Uniti che si è presentata nuda e in calze nere per sostenere la causa della pace universale e della libertà: Lerner ci ha raccontato che per solidarietà con la giovane, che con le rivolte arabe centrava come i cavoli a merenda, 40 donne israeliane si sono presentate alla televisione di Tel Avivi completamente nude.
Ci pare perciò necessario fissare dei punti fermi che servono a fare chiarezza su ciò che è effettivamente avvenuto in Egitto negli ultimi 5 giorni:
I - Sono stati i Fratelli Musulmani che venerdì scorso hanno dato il via alla nuova massiccia ondata di proteste in piazza Tahrir. Migliaia di aderenti alla fratellanza islamica e di militanti del movimento di libertà e giustizia, che raccoglie i fratelli più giovani e meno disposti a compromessi, hanno marciato sulla piazza contro il tentativo dei militari di garantirsi enormi poteri nella futura carta costituzionale e nei prossimi parlamento e governo. Il motivo della mobilitazione è stato quello di impedire il minacciato rinvio delle elezioni che avranno luogo a partire dal 28 Novembre. I Fratelli Musulmani hanno egemonizzato la rivolta anche il successivo Sabato e la Domenica; mille groppuscoli più o meno rappresentativi, si sono poi aggiunti e mescolati a quella che era ormai diventata la marcia del milione e le hanno conferito un carattere sempre più violento, nel tentativo di provocare essi un rinvio delle elezioni da parte della giunta militare.
II - A questo punto i Fratelli Musulmani si sono ritirati dalla manifestazione abbandonando la piazza anche perché la giunta militare ha dichiarato di confermare le elezioni legislative e ha anzi annunciato che le elezioni presidenziali avranno luogo entro fine Giugno 2012;
III - Gli analisti più obbiettivi hanno osservato che la decisione di prendere le distanze dal generico movimento di protesta è la prova che i Fratelli Musulmani sanno di potere uscire vincitori dalle elezioni previste per la prossima settimana. La rinuncia di forzare la mano alla giunta nel timore che il voto ad essi favorevole venga annullato, è stata così dettata dal fermo proposito di far svolgere le elezioni. Che i Fratelli Musulmani siano fortemente radicati nel paese e organizzati al meglio è un dato che non può essere messo in dubbio: per decenni essi sono stati l'unica vera forza di opposizione al regime, perseguitati e vietati come partito, chiusi in galera o nei campi di concentramento insieme con i comunisti, sono tuttavia riusciti a mandare in parlamento molti deputati etichettati come "indipendenti". La Fratellanza, inoltre è stata sempre attivissima nel campo sociale, dagli ospedali alla previdenza sociale, dall'assistenza ai poveri alla difesa in giudizio dei lavoratori. I Fratelli, inoltre, sono percepiti a ragione fra i pochi politici non afflitti dalla malattia nazionale della corruzione. I pochi sondaggi elettorali che circolano danno ai Fratelli una vittoria massiccia di circa il 38% dei voti, cui va aggiunto il 12% accreditato al movimento "Libertà e Giustizia", che dice di ispirarsi ai principi del partito turco di Erdogan.
A contestare l'esposta ricostruzione sono rimasti i partiti "laici e filo-occidentali" che, ovviamente vedono come il fumo agli occhi la possibilità che l'Egitto possa essere governato democraticamente da un movimento che si definisce "Musulmano". Secondo questi campioni della democrazia occidentale, un paese arabo, per essere autenticamente democratico, dovrebbe dichiarare di non essere musulmano e soprattutto dovrebbe manifestare benevoli sentimenti di amicizia nei confronti di Israele.
Costoro assomigliano a quanti nel nostro paese pretendono che gli stranieri di religione islamica residenti in Italia accettino una piena integrazione: naturalmente facendosi battezzare in una chiesa cattolica.

EGITTO - 21/11/2011








lunedì 21 novembre 2011

Quella "democrazia controllata" che ha tradito l´ultima rivolta

LA VIOLENTA repressione di Piazza Tahrir, che segue arresti e processi davanti ai Tribunali militari di migliaia di civili, molti dei quali attivisti del movimento che ha fatto cadere Mubarak come Alaa Abdel Fattah, rompe definitivamente la difficile tregua tra i militari e quanti negano legittimità al potere con le stellette.
Un potere accusato di rappresentare la continuità con il regime di Mubarak. In discussione è, infatti, la decisione dei militari di ritagliarsi uno spazio rilevante nel futuro Egitto. Qualunque siano i nuovi equilibri politici e tanto più se a vincere saranno i partiti islamisti. Le Forze armate hanno raggiunto in questi mesi un accordo interno sull´ipotesi Bastawisi, il vice presidente della Corte di Cassazione, la suprema magistratura egiziana, che l´ha ispirata con un suo documento. In quello schema ai militari competerebbe non solo la difesa del territorio nazionale ma anche la protezione attiva dell´ordine costituzionale. Dunque, saranno le stellette a decidere, in qualità di garanti di ultima istanza, se gli sviluppi politici saranno o meno in linea con i principi costituzionali. Con tutte le conseguenze del caso.
La prospettiva di una democrazia controllata ha generato il rifiuto dei maggiori partiti, compresi quelli di ispirazione Fratelli Musulmani, che pure per un certo periodo hanno cogestito con i militari la transizione. Rifiuto poi sfociato nella protesta dei giorni scorsi, che aveva come slogan "proteggere la democrazia e trasferire il potere". Opposizione che ha indotto il Consiglio Militare Supremo a puntare su un´ipotesi meno invasiva ma che, nella proposta costituzionale che ne è seguita, ha tenuto il punto sull´autonomia delle Forze Armate nelle vicende interne e in materia di bilancio. Nella proposta Bastawisi, infatti, il budget delle Forze Armate è di competenza non dal Parlamento ma del Consiglio Nazionale di Difesa - organo formato, tra gli altri, dal Presidente della Repubblica, dal comandante il capo e dal capo di stato maggiore delle forze armate - che avrebbe la supervisione delle questioni riguardanti la sicurezza nazionale. Un´autonomia che permetterebbe anche la tutela degli ingenti interessi economici derivanti dal controllo del conglomerato militare-industriale che produce sia beni militari che a uso civile, oltre che servizi. Attività, dai cospicui introiti, che coinvolge circa un quarto dell´economia egiziana; e che, unita al controllo del monopolio della forza e all´influenza nei media, rende pervasivo il potere degli uomini in divisa. 
Un ruolo, quello delle Forze Armate, che si ispira al "modello turco". Più che quello attuale - nel quale i militari convivono con un governo democraticamente eletto di orientamento islamista come quello guidato dall´Akp di Erdogan, mantenendo la possibilità di far sentire il proprio peso su questioni di rilevante interesse - quello degli anni ‘80, sfociato nella prova di forza contro il Refah di Erbakan. 
Gli scontri di piazza Tahrir, che hanno indotto alle dimissioni il ministro della Cultura Ghazi e provocato l´arresto all´unica donna candidata alle presidenziali Butaina Kamel, potrebbero mandare in soffitta la ventilata possibilità che i militari ritirino l´articolo che ne fa i garanti dell´ordine costituzionale e modifichino quelli sulla separatezza gerarchica ed economica delle Forze Armate e sui compiti del Consiglio Nazionale di Difesa. Saranno gli eventi in corso in queste convulse ore, così come le imminenti elezioni confermate dal Consiglio Supremo per il 28 novembre, a decidere i rapporti di forza tra civili e stellette in riva al Nilo e le stesse sorti della "Primavera araba".

Renzo Guolo

domenica 20 novembre 2011

LA VERA NATURA DELLA DITTATURA SIRIANA




A differenza della dittatura di Gheddafi e di Mubarak, a loro modo ben più presenti nel giudizio dell'opinione pubblica internazionale: il primo per la sua bizzarria a volte feroce, altre volte geniale, il secondo per essere stato a capo per un trentennio del più popoloso stato arabo, l'Egitto, le dittature degli Assad, padre e figlio, pur essendo al potere dal 1964 hanno goduto di una notorietà molto meno brillante, più legata alla presunta pericolosità del regime siriano nei confronti del cocco di mamma dell'occidente, Israele, che non per la ferocia dispiegata nei confronti dei propri concittadini. Eppure la dittatura di Assad padre è stata una delle più feroci del XX secolo, mentre quella del figlio Bachar sembra avere tutta l'intenzione di procedere sullo stesso metro.
Afez Assad andò al potere nel 1966 quando, nominato da un anno capo dell'aeronautica, organizzò un nuovo golpe interno da cui trasse vantaggio l'ala moderata e militare del partito, cui Assad aderì conferendogli il prestigio legato alle sue imprese di guerra (in passato gli era stato accreditato l'abbattimento di un caccia inglese durante l'intervento franco-inglese a Suez).
Dopo la sconfitta nella Guerra dei 6 Giorni, che fece vacillare il regime militare, Assad raccolse appoggi sufficienti per lanciare la cosiddetta rivoluzione "correttiva" (1970), un ennesimo colpo di stato senza spargimento di stato che gli consegnò il governo del paese. Assad seppe sfruttare a proprio vantaggio le divisioni etniche e religiose interne: non solo la setta Alauita cui lui stesso apparteneva, lo sostenne realmente con tutto il suo potentissimo clan, ma anche drusi e cristiani, temendo l'affermazione della maggioranza sunnita, si schierarono al suo fianco senza esitare. In modo altrettanto netto gli oppositori sunniti si raccolsero attorno agli Ulema e, soprattutto intorno ai Fratelli Musulmani, che diedero inizio a una sanguinosa offensiva, culminata nel 1979 con l'uccisione di 40 cadetti della scuola di artiglieria di Aleppo. Nonostante i duri tentativi di repressione, all'inizio del 1982 il regime di Assad sembrò sul punto di sgretolarsi. Molti impiegati pubblici e persino molti ufficiali dell'esercito smisero di recarsi al lavoro o di vestire la divisa: la vita del paese sembrò sospesa nel vuoto in attesa di un'imminente e drammatica soluzione della crisi.
Assad decise allora di ricorrere a misure estreme e attaccò il cuore stesso della rivolta, la testa di Hamah che Assad nei suoi discorsi definiva senza mezzi termini la "testa del serpente". Per catturare i capi della fratellanza musulmana e grazie alla risolutezza del partito Baath a lui fedele, Assad inviò contro Hamah un forte contingente di truppe scelte al comando del fratello Riifa'At. Le operazioni cominciarono la notte del 2 Febbraio; 3 settimane dopo Hamah era ridotta a un cumulo di rovine e la sua popolazione brutalmente decimata, con perdite stimate tra le 15 mila e le 40 mila persone per la maggior parte civili ed estranei alla rivolta. Il 21 Settembre 2001 Thomas Friedman ricordava sul New York Times che l'intera città sembrava devastata da un rovinoso tornado e che il regime non aveva fatto alcuno sforzo per nascondere l'entità dei danni causati, esibiti al contrario come monito agli oppositori.
E' difficile ancora oggi appurare cosa sia accaduto veramente ad Hamah nella fase iniziale della rivolta. Secondo la versione dei giornali siriani nella notte tra il 2 e 3 Febbraio, le truppe speciali cominciarono a setacciare la città casa per casa, in cerca di armi e individui sospetti. Mentre il rastrellamento era in corso, circa 500 Fratelli Musulmani lanciarono un violentissimo contrattacco: ne nacque una battaglia vera e propria con centinaia di morti, con combattimenti corpo a corpo dove le persone venivano raggiunte nelle loro abitazioni e trucidate.
Privi di armi sofisticate gli uomini di Assad utilizzarono l'artiglieria pesante campale. Hamah venne circondata da un anello di fuoco che poco a poco si strinse intorno al centro antico, mentre le truppe fedeli al regime attendevano ai margini dell'abitato con le armi al piede. Solo dopo due settimane di cannoneggiamento continuo entrarono in città, aprendosi il varco tra le macerie con i buldozer e rastrellando i superstiti, giustiziati sommariamente sul posto. Anche la grande moschea Omayyade, uno dei luoghi più venerati della Siria, venne rasa al suolo. Assad non voleva lasciare margini di dubbio: l'Islam veniva dopo lo stato Baathista e il suo uso politico non sarebbe mai stato tollerato.
Il massacro fu il peggiore atto criminale compiuto da un governo arabo contro il suo stesso popolo; le testimonianze raccolte negli anni successivi dalla sezione siriana di Human Rights Watch sono agghiaccianti e parlano di esecuzioni di massa e di fosse comuni, di feriti sgozzati e di donne e bambini sepolti vivi nelle macerie.
La feroce repressione ordinata da Assad stroncò la rivolta dei Fratelli Musulmani e salvò il regime Baathista Alauita. 
Sono passati quasi 30 anni dal massacro di Hamah. Assad padre è morto nel 2000 e oggi il figlio Bashar Al Assad, subentratogli al potere, deve affrontare una nuova ondata di proteste popolari scandita dai venerdì di preghiera, ma che va ben oltre l'ambito religioso. I disordini durano da oltre 4 mesi, secondo il portavoce di Human Right Watch si contano ormai più di 3500 vittime civili e almeno 10000 persone, dopo essere state arrestate, vengono trattenute in carcere e sottoposte a torture senza alcuna prova delle accuse a loro carico e senza alcuna certezza di un processo equo e sulla durata della detenzione. Ai posti di frontiera con Libano e Turchia si moltiplicano le testimonianze di uomini e donne in fuga dal paese, ma il regime non trova altra via che la repressione sempre più feroce. La Siria soffoca nella sua incapacità di raggiungere un qualche equilibrio tra governo e sviluppo, tradizione e modernità, centralismo e autonomia tra le varie componenti entiche-religiose.
Un'altra generazione di siriani è stata tradita dal governo Baathista, che non solo non ha saputo garantire un adeguato sviluppo economico ma non ha nemmeno avuto il coraggio di offrire maggiori libertà ai suoi cittadini, sempre più consapevoli della complessità e della ricchezza degli orizzonti da cui sono esclusi. Se Assad padre riuscì a soffocare nel sangue la rivolta dei Fratelli Musulmani, è difficile che suo figlio possa riuscire ad arginare la marea della protesta attuale, meno aspra di quella che sconvolse il paese 30 anni fa, ma più potente, perché capace di raccogliere consensi anche al di fuori degli ambienti sunniti tradizionalisti. Nella Primavera dei venerdì di preghiera di Damasco, Homs, Aleppo, Dara, della stessa Hamah, ritornano gli spettri delle decine di migliaia di uomini e donne massacrati nel 1982, non solo come coscienza religiosa dei Fratelli Musulmani offesi dalla stranezza dell'eresia Alauita e dal laicismo di marca stalinista del partito Baath, ma come memoria dolente dei giovani siriani alla ricerca di un futuro migliore di libertà. Ma Dio è il più Grande. 

EGITTO