martedì 22 maggio 2012

EGITTO

Egitto, la febbre delle presidenziali

IL CAIRO - Finalmente sono iniziate le 48 ore di silenzio elettorale prima del voto per le presidenziali. In un Paese dove fino a quindici mesi fa si scompariva nel nulla solo per aver pubblicamente criticato il raìs Mubarak, i 52 milioni di egiziani chiamati al voto sono stati sottoposti a una martellante campagna elettorale in stile americano dai 13 candidati rimasti in lizza. Marce, sit-in, comizi, gigantografie per le strade, manifesti sui taxi, sulle macchine private, dibattiti in tv che hanno tenuto incollati allo schermo milioni di egiziani, sms sui telefonini e video sugli smartphone. Un diluvio di denaro investito che fa gridare allo scandalo un paese nel quale metà della popolazione vive con 2 dollari al giorno. Ma nei bar, per strada negli uffici non si parla d´altro.
Sono le prime "vere" elezioni presidenziali nella storia del mondo arabo. La combinazione di novità, alta posta in gioco, suspense e confusione, hanno contagiato l´Egitto come se fosse alla finale dei mondiali di calcio. Non ci sono sondaggi affidabili qui per capire come andrà a finire. Né una Costituzione che imposti le funzioni e i poteri del presidente che verrà eletto; né quale sarà il ruolo dei militari nel futuro del Paese, loro che da sempre sono i veri arbitri dei destini dell´Egitto. E non è un caso che tutti i presidenti (Nasser, Sadat, Mubarak) siano venuti proprio dalle loro file. Ma c´è una diffusa convinzione che chiunque vinca le elezioni avrà un ruolo importante nella creazione del nuovo Egitto per decenni a venire.
Così nei caffè dei quartieri popolari come in quelli più eleganti del centro un ronzio costante di nomi dei candidati aleggia sopra i tavoli e gli avventori si dividono in campi di appassionati a favore dei quattro-cinque contendenti plausibili ancora in pista. Da "Groppi", storico locale del centro - dove Nasser andava a bere il caffè al mattino prima di andare in "ufficio" - frequentato da artisti, intellettuali, studenti ma anche da tassisti e negozianti è certamente Amr Moussa, l´ex segretario generale della Lega Araba, il nome più ricorrente. Ma basta sedersi al caffè in un quartiere popolare per sentire i consensi crescere per l´islamico Abdul Moneim Abol Fotoh, fuoriuscito dei Fratelli Musulmani, e per il candidato ufficiale della Fratellanza, Mohammed Morsi. L´ultimo premier dell´era Mubarak, Ahmed Shafik, sale nelle valutazioni dei giornali ma non tanto in quelle dell´uomo della strada.
Tra i più "papabili" a sedersi sulla sedia che Mubarak occupò con ogni mezzo per più di trent´anni, c´è certamente Amr Moussa, che è stato anche ministro degli Esteri durante il regime del raìs e gode dell´appoggio di parte della minoranza cristiana, circa il 10 per cento della popolazione. Il 75enne Moussa, sostenuto dalla classe media dei laici e liberali, durante la campagna elettorale ha fatto leva soprattutto sulla sua grande esperienza diplomatica conquistata sulla scena internazionale. Altro favorito è il prescelto della Fratellanza, Mohamed Morsi, che risulta già in vantaggio nel voto all´estero, grazie al massiccio sostegno della comunità egiziana in Arabia Saudita. Candidato di peso anche Abdul Moneim Abol Fotoh, storica anima riformista dei Fratelli Musulmani ma espulso dall´organizzazione per volontà dell´ala più conservatrice. Rinchiuso per molti anni in carcere sotto Mubarak, Fotoh è sostenuto dagli islamisti moderati ma anche da parte dei giovani della rivoluzione e da alcuni liberali e socialisti. Se sono profondamente divisi sulla politica interna, sulla politica estera tutti i candidati hanno fatto delle relazioni future con Israele - con cui esiste il trattato di pace di Camp David firmato nel 1979 - il centro del loro programma: quel trattato va rivisto ed emendato e relazioni diplomatiche fra i due Paesi vanno inserite in un contesto diverso.
Se al voto di domani e giovedì nessun candidato dovesse ottenere la maggioranza assoluta, è previsto un ballottaggio il 16 e 17 giugno. E proprio entro la fine di giugno il Consiglio Supremo delle Forze Armate, la Giunta che regge il Paese, ha promesso che cederà i poteri al neo-eletto presidente; un passaggio invocato a gran voce in questi mesi dalle numerose proteste che hanno continuato ad animare e insanguinare piazza Tahrir. Ieri sera l´icona della rivolta anti-regime era sporca e piena di spazzatura, invasa dagli ambulanti che vendono di tutto. Sui marciapiedi male illuminati il solito piccolo contrabbando, i ragazzi che spacciano l´hashish all´angolo con la Talaat Harb. Ma potrebbe ricambiare volto in un attimo.

Fabio Scuto

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