Questo Blog si propone di dare risposta agli interrogativi e alle polemiche che più frequentemente hanno per oggetto la religione islamica e il Corano. Tale attività è particolarmente necessaria in Italia, data la totale disinformazione che gli italiani hanno sulla religione di un miliardo seicento milioni di musulmani in tutto il mondo.
domenica 20 novembre 2011
lunedì 14 novembre 2011
LA VERA ESSENZA DI ISRAELE E DEL SIONISMO
Dal punto di vista strategico più evidente, Israele appare in impressionante declino geopolitico: dal punto di vista di un occidentale la "Primavera Araba" è con tutta evidenza "l'Inverno Israeliano". Sotto il profilo della sicurezza dello stato ebraico la contabilità degli sconvolgimenti in corso dalla fine del 2010 nella regione porta la bilancia a "meno 5". L'unico segno "più" può forse considerarsi la reazione immediata dell'Arabia Saudita al pericolo di destabilizzazione del Golfo, cui l'Arabia Saudita ha fatto fronte con l'invasione militare del Bahrein; e tuttavia l'attivismo del Qatar, con la sua bomba atomica mediatica di Al Jazeera non serve certo gli interessi di Gerusalemme.
Sulla colonna negativa della sicurezza israeliana vanno allineati i seguenti punti:
I - La perdita della Turchia, massimo bastione "dell'alleanza della periferia" che un tempo comprendeva Iran ed Etiopia;
II - La caduta di alcuni dei più affidabili dittatori arabi, da Ben Alì a Mubarak;
III - La prospettiva di una coalizione di fatto tra militari nazionalisti e Fratelli Musulmani in Egitto;
IV - Lo scivolamento dell'Iraq, con le sue risorse energetiche, nell'orbita dell'arci-nemico iraniano;
V - La mossa di Abu Mazen a caccia di un seggio o, almeno, di una presenza non solo simbolica all'ONU, che internazionalizza la disputa con Israele;
VI - Il rischio di perdere l'imbelle nemico siriano, che non è stato mai un gran problema;
VII - La caduta di influenza degli Stati Uniti, massimo garante della sicurezza israeliana, nel Medio Oriente del mondo; ed è proprio quest'ultimo elemento la radice di tutti i punti prima elencati. Alla perdita di potenza USA si accompagna anche la divaricazione tra interessi israeliani e americani, percepita a Washington e specialmente al Pentagono. Le affinità elettive fra Israele e Stati Uniti restano, ma nell'immediato la concordia è meno scontata.
Robert Gaters, già capo della CIA e Ministro della Difesa, ha espresso giudizi durissimi su Netanyahu: "Malgrado l'assistenza militare, tecnologica e di intelligence offerta a Gerusalemme, gli Stati Uniti non hanno ottenuto niente in cambio, specie per quel che riguarda il processo di pace". Netanyahu non è solo ingrato, ma mette in pericolo il suo paese rifiutandosi di affrontare il crescente isolamento di Israele e le sfide demografiche che gli derivano da voler controllare la Cisgiordania.
Gli osservatori più approfonditi tendono a ricollegare tutte queste debolezze al contesto della plurimillenaria vicenda ebraica, perché è in questa, e non nell'olocausto strumentalizzato in chiave propagandistica che l'Israele odierna trova la sua legittimazione.
Il carattere permanente di Israele è il particolarismo ebraico che ha tenuto gli ebrei non in sincronia con il resto del mondo (da notare che questo giudizio non è di un assatanato anti sionista ma di uno storico ebraico come Dan Vittorio Segre. Si tratta di un isolazionismo genetico stabilito nella sacra scrittura e prescritto agli ebrei osservanti ma sentito anche da numerosi ebrei che si professano laici. Il testo più citato sono le parole di Dio a Mosè (Esodo, XIX, 6): "Sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa...Ecco un popolo che abita a parte e non si conta tra le genti, perché tu sei un popolo consacrato al tuo Dio. Il Signore ti ha scelto per essergli popolo prediletto fra tutti i popoli che ci sono sulla faccia della Terra".
Secoli di diaspora, assimilazione, persecuzioni e tentativi di sterminio non hanno sradicato nella nazione ebraica il segno del patto divino. Il terzo Israele fondato nel 1948 è la moderna traduzione geopolitica del contratto tra Dio e la nazione eletta ristabilita "nella nostra terra" come canta l'inno nazionale di Israele. Non un popolo tra gli altri e neppure uno stato tra gli altri ma un popolo e uno stato superiori agli altri. Ciò spiega molto del vincolo con l'America, celebrata da numerosi scrittori e pensatori americani come l'Israele dei nostri giorni: una nazione grande e una piccola, accomunate da un Manifest Destiny di matrice divina, non omologabili alle sovranità banalmente terrestri: in buona sostanza l'alleanza tra Israele e gli Stati Uniti è il legame tra due "fuori classe".
Di tale elemento era ben consapevole il primo vero leader dell'OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) Yassir Arafat il quale, facendo delle acute considerazioni sul suo popolo, paragonò il destino dei palestinesi a quello degli indiani d'America, quasi sterminati e chiusi nelle riserve per far posto al miti americano del "Destino-Manifesto". Cos'è in fin dei conti la politica cocciutamente perseguita da tutti i governi di Israele di "rosicchiare" come un famelico topo i territori palestinesi per insediarvi isole di civiltà in un mare di barbarie. Del resto l'attuale revisionismo nazionalista degli intellettuali israeliani, teorici del muro di ferro tra il futuro Israele e gli arabi, non fa che aggiornare l'immagine cara al leader laburista Ehud Barak, oggi ministro della difesa: "Israele è come una villa nella giungla, un'isola di civiltà circondata da barbari di basso spirito e privi di civiltà".
Netanyahu ha in qualche modo aggiornato questa visione e l'ha resa se possibile ancora più drastica e stanno cedendo a una pericolosissima visione dettata da una sorta di ubriacatura nazional-religiosa. Egli sogna, con molti dei suoi ministri un quarto Israele ispirato a re David quando gli ebrei dominavano dal Sinai a Damasco e all'Eufrate. Fondare la geopolitica su una religione che, oltretutto inventa una Israele mitica che non è mai esistita, significa negare la geografia e la politica. La geoteologia è una droga potente, perché fa sentire liberi da ogni vincolo di tempo e di spazio e padroni assoluti del proprio destino, e del tutto indifferenti agli altri.
C'è solo da chiedersi in che cosa il delirio ultrà degli attuali governanti sionisti si differenzia dal delirio fortemente beffeggiato di Osama Bin Laden, che vagheggiava la rinascita di un califfato musulmano esteso dall'Atlantico al fiume Indo e comprendente anche la Spagna. I metodi, a ben vedere dello stato di Israele e del terrorismo di Al Qaeda, differiscono solo nelle dimensioni; ma almeno i sogni di Bin Laden facevano riferimento ad un califfato musulmano che è effettivamente esistito ed è stato fattore di civiltà, e a un impero Ottomano che per almeno 300 anni è stato la massima potenza politica e militare del mondo.
Sulla colonna negativa della sicurezza israeliana vanno allineati i seguenti punti:
I - La perdita della Turchia, massimo bastione "dell'alleanza della periferia" che un tempo comprendeva Iran ed Etiopia;
II - La caduta di alcuni dei più affidabili dittatori arabi, da Ben Alì a Mubarak;
III - La prospettiva di una coalizione di fatto tra militari nazionalisti e Fratelli Musulmani in Egitto;
IV - Lo scivolamento dell'Iraq, con le sue risorse energetiche, nell'orbita dell'arci-nemico iraniano;
V - La mossa di Abu Mazen a caccia di un seggio o, almeno, di una presenza non solo simbolica all'ONU, che internazionalizza la disputa con Israele;
VI - Il rischio di perdere l'imbelle nemico siriano, che non è stato mai un gran problema;
VII - La caduta di influenza degli Stati Uniti, massimo garante della sicurezza israeliana, nel Medio Oriente del mondo; ed è proprio quest'ultimo elemento la radice di tutti i punti prima elencati. Alla perdita di potenza USA si accompagna anche la divaricazione tra interessi israeliani e americani, percepita a Washington e specialmente al Pentagono. Le affinità elettive fra Israele e Stati Uniti restano, ma nell'immediato la concordia è meno scontata.
Robert Gaters, già capo della CIA e Ministro della Difesa, ha espresso giudizi durissimi su Netanyahu: "Malgrado l'assistenza militare, tecnologica e di intelligence offerta a Gerusalemme, gli Stati Uniti non hanno ottenuto niente in cambio, specie per quel che riguarda il processo di pace". Netanyahu non è solo ingrato, ma mette in pericolo il suo paese rifiutandosi di affrontare il crescente isolamento di Israele e le sfide demografiche che gli derivano da voler controllare la Cisgiordania.
Gli osservatori più approfonditi tendono a ricollegare tutte queste debolezze al contesto della plurimillenaria vicenda ebraica, perché è in questa, e non nell'olocausto strumentalizzato in chiave propagandistica che l'Israele odierna trova la sua legittimazione.
Il carattere permanente di Israele è il particolarismo ebraico che ha tenuto gli ebrei non in sincronia con il resto del mondo (da notare che questo giudizio non è di un assatanato anti sionista ma di uno storico ebraico come Dan Vittorio Segre. Si tratta di un isolazionismo genetico stabilito nella sacra scrittura e prescritto agli ebrei osservanti ma sentito anche da numerosi ebrei che si professano laici. Il testo più citato sono le parole di Dio a Mosè (Esodo, XIX, 6): "Sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa...Ecco un popolo che abita a parte e non si conta tra le genti, perché tu sei un popolo consacrato al tuo Dio. Il Signore ti ha scelto per essergli popolo prediletto fra tutti i popoli che ci sono sulla faccia della Terra".
Secoli di diaspora, assimilazione, persecuzioni e tentativi di sterminio non hanno sradicato nella nazione ebraica il segno del patto divino. Il terzo Israele fondato nel 1948 è la moderna traduzione geopolitica del contratto tra Dio e la nazione eletta ristabilita "nella nostra terra" come canta l'inno nazionale di Israele. Non un popolo tra gli altri e neppure uno stato tra gli altri ma un popolo e uno stato superiori agli altri. Ciò spiega molto del vincolo con l'America, celebrata da numerosi scrittori e pensatori americani come l'Israele dei nostri giorni: una nazione grande e una piccola, accomunate da un Manifest Destiny di matrice divina, non omologabili alle sovranità banalmente terrestri: in buona sostanza l'alleanza tra Israele e gli Stati Uniti è il legame tra due "fuori classe".
Di tale elemento era ben consapevole il primo vero leader dell'OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) Yassir Arafat il quale, facendo delle acute considerazioni sul suo popolo, paragonò il destino dei palestinesi a quello degli indiani d'America, quasi sterminati e chiusi nelle riserve per far posto al miti americano del "Destino-Manifesto". Cos'è in fin dei conti la politica cocciutamente perseguita da tutti i governi di Israele di "rosicchiare" come un famelico topo i territori palestinesi per insediarvi isole di civiltà in un mare di barbarie. Del resto l'attuale revisionismo nazionalista degli intellettuali israeliani, teorici del muro di ferro tra il futuro Israele e gli arabi, non fa che aggiornare l'immagine cara al leader laburista Ehud Barak, oggi ministro della difesa: "Israele è come una villa nella giungla, un'isola di civiltà circondata da barbari di basso spirito e privi di civiltà".
Netanyahu ha in qualche modo aggiornato questa visione e l'ha resa se possibile ancora più drastica e stanno cedendo a una pericolosissima visione dettata da una sorta di ubriacatura nazional-religiosa. Egli sogna, con molti dei suoi ministri un quarto Israele ispirato a re David quando gli ebrei dominavano dal Sinai a Damasco e all'Eufrate. Fondare la geopolitica su una religione che, oltretutto inventa una Israele mitica che non è mai esistita, significa negare la geografia e la politica. La geoteologia è una droga potente, perché fa sentire liberi da ogni vincolo di tempo e di spazio e padroni assoluti del proprio destino, e del tutto indifferenti agli altri.
C'è solo da chiedersi in che cosa il delirio ultrà degli attuali governanti sionisti si differenzia dal delirio fortemente beffeggiato di Osama Bin Laden, che vagheggiava la rinascita di un califfato musulmano esteso dall'Atlantico al fiume Indo e comprendente anche la Spagna. I metodi, a ben vedere dello stato di Israele e del terrorismo di Al Qaeda, differiscono solo nelle dimensioni; ma almeno i sogni di Bin Laden facevano riferimento ad un califfato musulmano che è effettivamente esistito ed è stato fattore di civiltà, e a un impero Ottomano che per almeno 300 anni è stato la massima potenza politica e militare del mondo.
sabato 12 novembre 2011
REPETITA IUVANT
Alcune puntualizzazioni sul Medio Oriente
I - I FRATELLI MUSULMANI
La confraternita dei Fratelli Musulmani (Jama'Ah) è un movimento riformatore islamico fondato nel 1928 da Hassan Al Ban, ucciso nel 1942 da sicari del governo monarchico di re Faruk, ma protagonista della lotta di liberazione dell'Egitto dalla presenza coloniale inglese. Il motto dei Fratelli Musulmani è tratto dal Corano (3°, 200): "Shiru Wa Subiru Wa Rabitu Wa Taqullah, La' Allakum Tuflihuna"..."Perseverate, incitatevi alla perseveranza, lottate e temete solo Dio, affinché si possa prosperare".
La fratellanza musulmana non ha mai avuto una sede centrale vera e propria ma è sempre consistita in centinaia di istituzioni collegate tra loro: associazioni caritatevoli e categorie professionali, patronati, scuole, biblioteche, istituti culturali, una rete che ha sempre costituito quei nuclei di società civile che hanno continuato a tener viva la speranza di un paese migliore in grado di confidare sulle sue risorse umane e produttive, oltre che sulla misericordia divina.
Dagli anni della sua fondazione in Egitto la presenza dei Fratelli Musulmani si è diffusa in decine di paesi e in ogni parte del mondo e in primo luogo in tutta la Umma: la credibilità della fratellanza è stata garantita dalla coerenza delle sue posizioni politiche che possono essere definite di democrazia sociale ispirata ai principi di solidarietà contenuti nel Corano. In Europa esistono due organizzazioni che fanno capo ai Fratelli Musulmani: la FIOE (Federation of Islam Organization in Europe), e il CAIR (Concil of American Islamic Relations). Leader riconosciuti della fratellanza sono Rashid Gannouci, tunisino leader del partito Ennahda, recente vincitore delle prime elezioni democratiche tunisine; Abdel Majid Zendahi, yemenita, fondatore e rettore dell'università dell'imam Hassan Tourabi, intellettuale sudanese, fondatore del Fronte Nazionale per lunghi anni al governo di quel paese, Yussuf Qaradawi, rettore dell'università islamica del Qatar, presidente del consiglio di "Fatwa" d'Europa saggista, considerato il gran Mufti dei Fratelli Musulmani.
II - LE PRINCIPALI NOTIZIE STORICHE SULLA FRATELLANZA MUSULMANA
Negli anni trascorsi dalla morte di Hassan Al Ban, la Jama'Ah ha subito ogni genere di persecuzione, oltraggio e mistificazione della sua realtà morale, spirituale e ideologica. Seguendo l'insegnamento del suo fondatore la Fratellanza si è sforzata di conciliare la modernità e gli assunti di democrazia e di libertà individuali che l'occidente proponeva con la fede nei principi coranici nella missione del Profeta Muhammad e nella adesione alla tradizione e alla giurisprudenza islamica. Tutto ciò non è stato permesso: non si poteva ammettere che i principi dell'Islam potessero essere armonicamente declinati con i principi di democrazia. I paesi europei e gli USA hanno appoggiato caste militari e dittatori, ideologicamente influenzabili e comunque subalterni alle linee neo colonialiste e agli interessi petroliferi occidentali; in qualche paese il cosiddetto socialismo arabo (Siria e Iraq), in altri la democrazia "popolare" (Libia), in altri ancora monarchie reazionarie che si sono impadronite del patrimonio di lotta e di sacrifici che i popoli arabi si erano sobbarcati per resistere e insorgere contro il colonialismo hanno negato ai Fratelli Musulmani la legittimazione del potere democratico espresso dal basso da una vera democrazia rappresentativa. In qualche occasione l'elemento etnico e religioso nella vita pubblica che viene spacciata come laicità è stata usata contro l'identità arabo-musulmana della Fratellanza; in tal modo è stata negata ai popoli arabi il diritto di essere uniti come Umma mentre in occidente i governi non hanno mai smesso di coalizzarsi tra loro, in qualche caso diventando alleanze occupanti di paesi musulmani come Iraq e l'Afghanistan; ciò nonostante i Fratelli Musulmani sono stati in qualche caso coinvolti in fatti d'armi sanguinosi anche se l'uccisione di Sadat, il presidente egiziano responsabile di un trattato di pace unilaterale con il nemico israeliano, gli ha visti del tutto estranei e ha in ogni caso scatenato una seconda grande repressione dopo quella della dittatura Nasseriana. In Egitto molte centinaia di Fratelli Musulmani furono assassinati, incarcerati o costretti all'esilio e i governi e i media occidentali gareggiarono nell'etichettare la Fratellanza come entità terroristica ed estremista. In tal modo l'élite intellettuale, morale e culturale dell'Egitto subì un tentativo di genocidio culturale, che si estese gradualmente in tutti i paesi arabi nei quali la Fratellanza aveva diffuso la sua influenza e posto radici profonde nel popolo. Particolarmente feroce fu la repressione scatenata dal regime siriano di Assad padre, che culminò nella distruzione a cannonate della città di Hama, che provocò oltre 20 mila morti; ma anche il regime sedicente-socialista di Saddam per lungo tempo fedele esecutore degli ordini di Washington usò nei confronti dei Fratelli Musulmani gli stessi metodi usati in Egitto e in Siria al pari del dittatore tunisino Ben Alì.
Il modificato carattere del governo turco, indispensabile alleato degli USA ma non più condizionato dal laicismo reazionario della casta militare ma anzi in larga misura ispirato ai principi della Fratellanza, ha indotto l'ultimo presidente degli Stati Uniti Barack Obama a considerare una diversa linea di comportamento nei confronti di essa: e questa è una delle chiavi di lettura delle rivoluzioni arabe vittoriose in Tunisia e in Egitto e in piena lotta contro il tirannico regime del giovane Assad siriano.
Alla luce di queste considerazioni è così possibile definire con obiettività la vera natura del movimento dei Fratelli Musulmani: non già un'entità "fondamentalista", confessionale, "islamista" collegata con movimenti terroristici ed estremisti, ma una forza autenticamente popolare, radicata tra le masse popolari arabe che aspira a portare nei paesi del Medio Oriente sistemi di governo retti da principi di democrazia e di libertà, di eguaglianza e di rispetto dei diritti umani, e tuttavia profondamente fedele alla religione dell'Islam e ai principi di cui è maestro supremo il Corano rivelato al Profeta Muhammad.
I - I FRATELLI MUSULMANI
La confraternita dei Fratelli Musulmani (Jama'Ah) è un movimento riformatore islamico fondato nel 1928 da Hassan Al Ban, ucciso nel 1942 da sicari del governo monarchico di re Faruk, ma protagonista della lotta di liberazione dell'Egitto dalla presenza coloniale inglese. Il motto dei Fratelli Musulmani è tratto dal Corano (3°, 200): "Shiru Wa Subiru Wa Rabitu Wa Taqullah, La' Allakum Tuflihuna"..."Perseverate, incitatevi alla perseveranza, lottate e temete solo Dio, affinché si possa prosperare".
La fratellanza musulmana non ha mai avuto una sede centrale vera e propria ma è sempre consistita in centinaia di istituzioni collegate tra loro: associazioni caritatevoli e categorie professionali, patronati, scuole, biblioteche, istituti culturali, una rete che ha sempre costituito quei nuclei di società civile che hanno continuato a tener viva la speranza di un paese migliore in grado di confidare sulle sue risorse umane e produttive, oltre che sulla misericordia divina.
Dagli anni della sua fondazione in Egitto la presenza dei Fratelli Musulmani si è diffusa in decine di paesi e in ogni parte del mondo e in primo luogo in tutta la Umma: la credibilità della fratellanza è stata garantita dalla coerenza delle sue posizioni politiche che possono essere definite di democrazia sociale ispirata ai principi di solidarietà contenuti nel Corano. In Europa esistono due organizzazioni che fanno capo ai Fratelli Musulmani: la FIOE (Federation of Islam Organization in Europe), e il CAIR (Concil of American Islamic Relations). Leader riconosciuti della fratellanza sono Rashid Gannouci, tunisino leader del partito Ennahda, recente vincitore delle prime elezioni democratiche tunisine; Abdel Majid Zendahi, yemenita, fondatore e rettore dell'università dell'imam Hassan Tourabi, intellettuale sudanese, fondatore del Fronte Nazionale per lunghi anni al governo di quel paese, Yussuf Qaradawi, rettore dell'università islamica del Qatar, presidente del consiglio di "Fatwa" d'Europa saggista, considerato il gran Mufti dei Fratelli Musulmani.
II - LE PRINCIPALI NOTIZIE STORICHE SULLA FRATELLANZA MUSULMANA
Negli anni trascorsi dalla morte di Hassan Al Ban, la Jama'Ah ha subito ogni genere di persecuzione, oltraggio e mistificazione della sua realtà morale, spirituale e ideologica. Seguendo l'insegnamento del suo fondatore la Fratellanza si è sforzata di conciliare la modernità e gli assunti di democrazia e di libertà individuali che l'occidente proponeva con la fede nei principi coranici nella missione del Profeta Muhammad e nella adesione alla tradizione e alla giurisprudenza islamica. Tutto ciò non è stato permesso: non si poteva ammettere che i principi dell'Islam potessero essere armonicamente declinati con i principi di democrazia. I paesi europei e gli USA hanno appoggiato caste militari e dittatori, ideologicamente influenzabili e comunque subalterni alle linee neo colonialiste e agli interessi petroliferi occidentali; in qualche paese il cosiddetto socialismo arabo (Siria e Iraq), in altri la democrazia "popolare" (Libia), in altri ancora monarchie reazionarie che si sono impadronite del patrimonio di lotta e di sacrifici che i popoli arabi si erano sobbarcati per resistere e insorgere contro il colonialismo hanno negato ai Fratelli Musulmani la legittimazione del potere democratico espresso dal basso da una vera democrazia rappresentativa. In qualche occasione l'elemento etnico e religioso nella vita pubblica che viene spacciata come laicità è stata usata contro l'identità arabo-musulmana della Fratellanza; in tal modo è stata negata ai popoli arabi il diritto di essere uniti come Umma mentre in occidente i governi non hanno mai smesso di coalizzarsi tra loro, in qualche caso diventando alleanze occupanti di paesi musulmani come Iraq e l'Afghanistan; ciò nonostante i Fratelli Musulmani sono stati in qualche caso coinvolti in fatti d'armi sanguinosi anche se l'uccisione di Sadat, il presidente egiziano responsabile di un trattato di pace unilaterale con il nemico israeliano, gli ha visti del tutto estranei e ha in ogni caso scatenato una seconda grande repressione dopo quella della dittatura Nasseriana. In Egitto molte centinaia di Fratelli Musulmani furono assassinati, incarcerati o costretti all'esilio e i governi e i media occidentali gareggiarono nell'etichettare la Fratellanza come entità terroristica ed estremista. In tal modo l'élite intellettuale, morale e culturale dell'Egitto subì un tentativo di genocidio culturale, che si estese gradualmente in tutti i paesi arabi nei quali la Fratellanza aveva diffuso la sua influenza e posto radici profonde nel popolo. Particolarmente feroce fu la repressione scatenata dal regime siriano di Assad padre, che culminò nella distruzione a cannonate della città di Hama, che provocò oltre 20 mila morti; ma anche il regime sedicente-socialista di Saddam per lungo tempo fedele esecutore degli ordini di Washington usò nei confronti dei Fratelli Musulmani gli stessi metodi usati in Egitto e in Siria al pari del dittatore tunisino Ben Alì.
Il modificato carattere del governo turco, indispensabile alleato degli USA ma non più condizionato dal laicismo reazionario della casta militare ma anzi in larga misura ispirato ai principi della Fratellanza, ha indotto l'ultimo presidente degli Stati Uniti Barack Obama a considerare una diversa linea di comportamento nei confronti di essa: e questa è una delle chiavi di lettura delle rivoluzioni arabe vittoriose in Tunisia e in Egitto e in piena lotta contro il tirannico regime del giovane Assad siriano.
Alla luce di queste considerazioni è così possibile definire con obiettività la vera natura del movimento dei Fratelli Musulmani: non già un'entità "fondamentalista", confessionale, "islamista" collegata con movimenti terroristici ed estremisti, ma una forza autenticamente popolare, radicata tra le masse popolari arabe che aspira a portare nei paesi del Medio Oriente sistemi di governo retti da principi di democrazia e di libertà, di eguaglianza e di rispetto dei diritti umani, e tuttavia profondamente fedele alla religione dell'Islam e ai principi di cui è maestro supremo il Corano rivelato al Profeta Muhammad.
GLI STRANI ATTACCHI ALLA TURCHIA
Terrore in Turchia, un traghetto ostaggio del Pkk
Un commando armato del Pkk ha dirottato un traghetto che viaggiava nel golfo di Izmit, nel mare della Marmara, con oltre venti persone a bordo, minacciando di dirigerlo dritto verso l´isola di Imrali, la fortezza blindata dove il leader del movimento indipendentista curdo, Abdullah Öcalan, sta scontando la condanna all´ergastolo.
Il capitano della nave, in contatto telefonico per pochi minuti con una televisione turca, ha riferito che i sequestratori dicono di appartenere al Hpg, il braccio armato del Pkk, il Partito di lavoratori del Kurdistan considerato un´organizzazione terroristica non solo dalla Turchia ma anche da Stati Uniti ed Unione europea.
Stando alle prime ricostruzioni, quattro o cinque uomini armati sono saliti a bordo della nave veloce, la "Kartepe", ieri intorno alle 17.45 locali e hanno fatto irruzione nella cabina di pilotaggio prendendo il comando della nave. Hanno preso in ostaggio le persone a bordo, almeno venticinque di cui diciannove passeggeri e sei membri dell´equipaggio, minacciando di far esplodere una bomba in caso di intervento da parte delle forze di sicurezza.
Non potendo avvicinarsi per non mettere a rischio la vita dei passeggeri, le imbarcazioni e gli elicotteri delle guardia costiera turca hanno seguito il traghetto a distanza. Le teste di cuoio si sarebbero preparate a intervenire per impedire ai terroristi di raggiungere l´isola-prigione di Ocalan. Imrali si trova a soli 120 chilometri da Izmit e non è chiaro se il traghetto abbia carburante sufficiente per arrivarci, anche solo per fare un´azione dimostrativa. Secondo il ministro dei Trasporti turco, Binali Yildirim, i terroristi in serata hanno chiesto gasolio, cibo e attrezzi per riparare alcuni guasti.
Imrali è inaccessibile, presidiata da un migliaio di uomini, tra cui le forze speciali delle Sas, e circondata da protezioni elettroniche. Öcalan, arrestato in Kenya nel 1999 e imprigionato in Turchia, è considerato uno degli uomini più sorvegliati del mondo. Dalla prigione continua a ispirare la guerriglia del Pkk, che si batte per l´autonomia dei curdi e dal 1984 ha causato oltre quarantamila vittime.
In Turchia vivono tra i 12 e i 15 milioni curdi su una popolazione di circa 73 milioni di abitanti. Negli ultimi mesi la questione curda si è fatta più tesa, con attentati e attacchi da parte dei militanti ai quali il governo di Erdogan ha risposto con operazioni militari e centinaia di arresti.
Il capitano della nave, in contatto telefonico per pochi minuti con una televisione turca, ha riferito che i sequestratori dicono di appartenere al Hpg, il braccio armato del Pkk, il Partito di lavoratori del Kurdistan considerato un´organizzazione terroristica non solo dalla Turchia ma anche da Stati Uniti ed Unione europea.
Stando alle prime ricostruzioni, quattro o cinque uomini armati sono saliti a bordo della nave veloce, la "Kartepe", ieri intorno alle 17.45 locali e hanno fatto irruzione nella cabina di pilotaggio prendendo il comando della nave. Hanno preso in ostaggio le persone a bordo, almeno venticinque di cui diciannove passeggeri e sei membri dell´equipaggio, minacciando di far esplodere una bomba in caso di intervento da parte delle forze di sicurezza.
Non potendo avvicinarsi per non mettere a rischio la vita dei passeggeri, le imbarcazioni e gli elicotteri delle guardia costiera turca hanno seguito il traghetto a distanza. Le teste di cuoio si sarebbero preparate a intervenire per impedire ai terroristi di raggiungere l´isola-prigione di Ocalan. Imrali si trova a soli 120 chilometri da Izmit e non è chiaro se il traghetto abbia carburante sufficiente per arrivarci, anche solo per fare un´azione dimostrativa. Secondo il ministro dei Trasporti turco, Binali Yildirim, i terroristi in serata hanno chiesto gasolio, cibo e attrezzi per riparare alcuni guasti.
Imrali è inaccessibile, presidiata da un migliaio di uomini, tra cui le forze speciali delle Sas, e circondata da protezioni elettroniche. Öcalan, arrestato in Kenya nel 1999 e imprigionato in Turchia, è considerato uno degli uomini più sorvegliati del mondo. Dalla prigione continua a ispirare la guerriglia del Pkk, che si batte per l´autonomia dei curdi e dal 1984 ha causato oltre quarantamila vittime.
In Turchia vivono tra i 12 e i 15 milioni curdi su una popolazione di circa 73 milioni di abitanti. Negli ultimi mesi la questione curda si è fatta più tesa, con attentati e attacchi da parte dei militanti ai quali il governo di Erdogan ha risposto con operazioni militari e centinaia di arresti.
Silvia Bernasconi
giovedì 10 novembre 2011
IRAN 10/11/2011
Iran, ultima sfida all'Occidente
Sembrano due pianeti distanti anni luce l´uno dall´altro l´Iran di Ahmadinejad che non intende «arretrare neppure di un millimetro» dal suo programma nucleare malgrado il rapporto dell´Aiea che, in base a "indizi convergenti", conferma l´intenzione della Repubblica islamica di voler costruire ordigni nucleari, e l´Iran della gente comune, quella maggioranza smarrita e silenziosa che fatica a sbarcare il lunario.
Il primo vanta di possedere strumenti bellici in grado di «distruggere Israele» un istante dopo l´eventuale attacco contro le sue installazioni nucleari (lo ha affermato ieri il capo di stato maggiore delle forze armate iraniane, Massud Jazayeri) e accusa il direttore dell´Aiea, Yukiya Amano, di essere un «servo degli americani». Il secondo, il popolo minuto, teme invece l´aggravarsi delle proprie condizioni di vita con l´imposizione di «sanzioni forti e ancora più dure».
A chiedere quelle sanzioni è parte della comunità internazionale, a cominciare dalla Francia e dall´Inghilterra, mentre l´Italia con il ministro degli Esteri Franco Frattini pretende dall´Iran «un dettagliato riscontro per dissipare le preoccupazioni destate dal rapporto dell´Aiea».
C´è poi la famigerata e minacciosa "opzione militare", seriamente e insistentemente presa in considerazione dagli israeliani, e non solo da loro: «Non si tratta di una pistola fumante», scriveva ieri il giornale israeliano Haaretz per commentare il rapporto dell´Agenzia dell´Onu che ha il compito di monitorare le attività atomiche nel mondo, ma di «un missile con la testata nucleare». Dunque, come ha detto ieri Benjamin Netanyahu dopo un lungo e emblematico silenzio: «La comunità internazionale deve fare in modo che l´Iran cessi di lavorare ad armi nucleari che mettono in pericolo il mondo e il Medi Oriente».
In questo caos tragico che regna nella Repubblica islamica, sono per la maggior parte giovani, ragazzi e ragazze spaventati che in questi giorni di «trambusto di tamburi che annuncia l´imminente guerra» cercano di trovare rifugio nelle pagine dei blog per scambiarsi pareri, per consolarsi e per sfogare la rabbia accumulata in seguito alla brutale repressione che ha soffocato il movimento di protesta per la rielezione di Ahmadinejad. Si firmano come un Ali qualsiasi, un Firuz che può essere ognuno di loro, una Shahla che ha il volto di mille altre Shahla, e il sostantivo più frequente nelle loro lamentele è l´inquietudine.
Sono i blogger la voce narrante dell´Iran che ignora i calcoli del regime, le sue reali possibilità di sopportare le sanzioni o i blitz militari e ha paura che l´insieme dagli apparati politico-militari del regime, sempre più gradassi e sicuri di sé quando si tratta di regolare i conti con l´Occidente, siano in realtà degli spavaldi "bluffer" e che alla fine sarà il popolo a pagare le conseguenze delle loro complicate acrobazie sui piani nucleari del paese.
«In nessuna fase della storia del nostro paese la guerra e l´invasione degli stranieri sono state a vantaggio della nostra gente e non lo saranno neppure questa volta. La guerra non conviene, né a noi iraniani né ad altri», ha scritto quell´Ali qualsiasi sul blog "Libertà e sviluppo". Vengono rievocate l´invasione degli arabi che hanno sconfitto l´Impero iraniano, quella dei mongoli che hanno elevato cumuli di cadaveri in ogni angolo del paese; si ricordano le interferenze della Cia che hanno determinato la fine di un governo apprezzato, quello di Mohammad Mossadegh negli anni Cinquanta, e soprattutto non si dimenticano le ferite provocate dagli otto anni di guerra imposta da Saddam Hussein. E quello dei blogger non è un pacifismo di maniera: è il terrore per il ritorno di un passato remoto e recente.
Ma è difficile che la repulsione nei confronti dell´invasore straniero renda accettabile un regime inviso. In un libro che non ha passato l´esame della censura e quindi è stato sintetizzato in un breve articolo sulla rete, l´accademico Rahimi Brugerdi scrive che l´Iran di oggi subisce ogni anno danni paragonabili al 75 per cento di quelli provocati in ciascuno degli anni di guerra con gli iracheni; che il governo di Ahmadinejad ha sperperato miliardi di dollari provenienti dalle vendite di petrolio in spese occulte oppure per scopi militari e che l´80 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà guadagnando meno di 500 euro al mese. Brugerdi elenca 23 voci per descrivere l´attuale situazione socio-economica del paese, citando le statistiche nazionali e quelle degli enti internazionali: una lenta agonia che non permette agli iraniani di occuparsi delle beghe tra Ahmadinejad e Khamenei, come fossero rassegnati a un male incurabile e a un destino maledetto.
Il senso d´impotenza che rasenta l´apatia, è cresciuto con la violenta sconfitta del movimento verde. L´eventualità di una guerra in questa situazione, che molti ritengono sia anche una speranza del regime, prospetta un triste panorama già visto, già vissuto: martellanti richiami all´orgoglio nazionale, a serrare le fila intorno al regime, mentre si farà scorrere acqua color sangue dalle fontane nelle piazze e si tappezzeranno le facciate degli edifici con le gigantografie degli eroi e dei martiri.
Tutto a vantaggio degli ayatollah ultraconservatori, dei pasdaran e dei nazional-militaristi che gestiscono il governo. Così qualcuno si aggrappa ai paradossi pur di uscire dell´odierno vicolo cieco e scrive: «Nessuna dittatura nella storia se n´è andata se non in seguito ad una guerra. Gli iraniani hanno di fronte due strade: chiedere con una sola voce la fine del regime, oppure accettare che sia una guerra a spazzarlo via. La prima soluzione non sembra a portata di mano: non ci resta che la guerra», ha scritto Iradj, un Iradj qualsiasi, ma la sua è una voce isolata.
Intanto gli strateghi della Repubblica islamica, insieme alle minacce, partendo dalla debolezza dell´Occidente a causa della crisi economica, dall´impasse degli Stati Uniti che faticano a uscire dal pantano afgano e dalle paludi mesopotamiche a un anno dalle elezioni presidenziali, non escludono la ripresa dei colloqui negoziali: «purché si faccia in un clima di rispetto reciproco», come sosteneva ieri il portavoce della diplomazia iraniana Rahim Mehmanparast. E puntano a tornare alle trattative, questa volta da una posizione di forza, proprio grazie al rapporto dell´Aiea e al sostegno della Russia, che giudica il dossier sul nucleare «non nuovo e politicizzato», e della Cina con entrambi i Paesi che già hanno fatto sapere di «non permettere che ci sia un attacco militare contro l´Iran». Da tempo infatti a Teheran molti pensano che con la bomba già pronta si negozia meglio. E si fa l´esempio della Corea del Nord, presa seriamente dagli americani soltanto quando si è accertato che Pyongyang possedeva l´ordigno atomico. Ma anche questo potrebbe essere un azzardo che fa crescere l´incertezza e l´inquietudine del popolo.
Il primo vanta di possedere strumenti bellici in grado di «distruggere Israele» un istante dopo l´eventuale attacco contro le sue installazioni nucleari (lo ha affermato ieri il capo di stato maggiore delle forze armate iraniane, Massud Jazayeri) e accusa il direttore dell´Aiea, Yukiya Amano, di essere un «servo degli americani». Il secondo, il popolo minuto, teme invece l´aggravarsi delle proprie condizioni di vita con l´imposizione di «sanzioni forti e ancora più dure».
A chiedere quelle sanzioni è parte della comunità internazionale, a cominciare dalla Francia e dall´Inghilterra, mentre l´Italia con il ministro degli Esteri Franco Frattini pretende dall´Iran «un dettagliato riscontro per dissipare le preoccupazioni destate dal rapporto dell´Aiea».
C´è poi la famigerata e minacciosa "opzione militare", seriamente e insistentemente presa in considerazione dagli israeliani, e non solo da loro: «Non si tratta di una pistola fumante», scriveva ieri il giornale israeliano Haaretz per commentare il rapporto dell´Agenzia dell´Onu che ha il compito di monitorare le attività atomiche nel mondo, ma di «un missile con la testata nucleare». Dunque, come ha detto ieri Benjamin Netanyahu dopo un lungo e emblematico silenzio: «La comunità internazionale deve fare in modo che l´Iran cessi di lavorare ad armi nucleari che mettono in pericolo il mondo e il Medi Oriente».
In questo caos tragico che regna nella Repubblica islamica, sono per la maggior parte giovani, ragazzi e ragazze spaventati che in questi giorni di «trambusto di tamburi che annuncia l´imminente guerra» cercano di trovare rifugio nelle pagine dei blog per scambiarsi pareri, per consolarsi e per sfogare la rabbia accumulata in seguito alla brutale repressione che ha soffocato il movimento di protesta per la rielezione di Ahmadinejad. Si firmano come un Ali qualsiasi, un Firuz che può essere ognuno di loro, una Shahla che ha il volto di mille altre Shahla, e il sostantivo più frequente nelle loro lamentele è l´inquietudine.
Sono i blogger la voce narrante dell´Iran che ignora i calcoli del regime, le sue reali possibilità di sopportare le sanzioni o i blitz militari e ha paura che l´insieme dagli apparati politico-militari del regime, sempre più gradassi e sicuri di sé quando si tratta di regolare i conti con l´Occidente, siano in realtà degli spavaldi "bluffer" e che alla fine sarà il popolo a pagare le conseguenze delle loro complicate acrobazie sui piani nucleari del paese.
«In nessuna fase della storia del nostro paese la guerra e l´invasione degli stranieri sono state a vantaggio della nostra gente e non lo saranno neppure questa volta. La guerra non conviene, né a noi iraniani né ad altri», ha scritto quell´Ali qualsiasi sul blog "Libertà e sviluppo". Vengono rievocate l´invasione degli arabi che hanno sconfitto l´Impero iraniano, quella dei mongoli che hanno elevato cumuli di cadaveri in ogni angolo del paese; si ricordano le interferenze della Cia che hanno determinato la fine di un governo apprezzato, quello di Mohammad Mossadegh negli anni Cinquanta, e soprattutto non si dimenticano le ferite provocate dagli otto anni di guerra imposta da Saddam Hussein. E quello dei blogger non è un pacifismo di maniera: è il terrore per il ritorno di un passato remoto e recente.
Ma è difficile che la repulsione nei confronti dell´invasore straniero renda accettabile un regime inviso. In un libro che non ha passato l´esame della censura e quindi è stato sintetizzato in un breve articolo sulla rete, l´accademico Rahimi Brugerdi scrive che l´Iran di oggi subisce ogni anno danni paragonabili al 75 per cento di quelli provocati in ciascuno degli anni di guerra con gli iracheni; che il governo di Ahmadinejad ha sperperato miliardi di dollari provenienti dalle vendite di petrolio in spese occulte oppure per scopi militari e che l´80 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà guadagnando meno di 500 euro al mese. Brugerdi elenca 23 voci per descrivere l´attuale situazione socio-economica del paese, citando le statistiche nazionali e quelle degli enti internazionali: una lenta agonia che non permette agli iraniani di occuparsi delle beghe tra Ahmadinejad e Khamenei, come fossero rassegnati a un male incurabile e a un destino maledetto.
Il senso d´impotenza che rasenta l´apatia, è cresciuto con la violenta sconfitta del movimento verde. L´eventualità di una guerra in questa situazione, che molti ritengono sia anche una speranza del regime, prospetta un triste panorama già visto, già vissuto: martellanti richiami all´orgoglio nazionale, a serrare le fila intorno al regime, mentre si farà scorrere acqua color sangue dalle fontane nelle piazze e si tappezzeranno le facciate degli edifici con le gigantografie degli eroi e dei martiri.
Tutto a vantaggio degli ayatollah ultraconservatori, dei pasdaran e dei nazional-militaristi che gestiscono il governo. Così qualcuno si aggrappa ai paradossi pur di uscire dell´odierno vicolo cieco e scrive: «Nessuna dittatura nella storia se n´è andata se non in seguito ad una guerra. Gli iraniani hanno di fronte due strade: chiedere con una sola voce la fine del regime, oppure accettare che sia una guerra a spazzarlo via. La prima soluzione non sembra a portata di mano: non ci resta che la guerra», ha scritto Iradj, un Iradj qualsiasi, ma la sua è una voce isolata.
Intanto gli strateghi della Repubblica islamica, insieme alle minacce, partendo dalla debolezza dell´Occidente a causa della crisi economica, dall´impasse degli Stati Uniti che faticano a uscire dal pantano afgano e dalle paludi mesopotamiche a un anno dalle elezioni presidenziali, non escludono la ripresa dei colloqui negoziali: «purché si faccia in un clima di rispetto reciproco», come sosteneva ieri il portavoce della diplomazia iraniana Rahim Mehmanparast. E puntano a tornare alle trattative, questa volta da una posizione di forza, proprio grazie al rapporto dell´Aiea e al sostegno della Russia, che giudica il dossier sul nucleare «non nuovo e politicizzato», e della Cina con entrambi i Paesi che già hanno fatto sapere di «non permettere che ci sia un attacco militare contro l´Iran». Da tempo infatti a Teheran molti pensano che con la bomba già pronta si negozia meglio. E si fa l´esempio della Corea del Nord, presa seriamente dagli americani soltanto quando si è accertato che Pyongyang possedeva l´ordigno atomico. Ma anche questo potrebbe essere un azzardo che fa crescere l´incertezza e l´inquietudine del popolo.
Bijan Zarmandili
Ora con Teheran un vero negoziato
Israele è pronto alla guerra preventiva contro l´Iran per impedirgli di dotarsi dell´arma atomica. Non è più questione di voci o di rivelazioni informali, è dibattito pubblico nello Stato ebraico e nel mondo. Specie dopo che l´ultimo rapporto dell´Agenzia Internazionale per l´Energia Atomica ha sostanziato e circostanziato i sospetti sull´obiettivo recondito del programma nucleare di Teheran: costruire la Bomba.
Prima di trovarsi di fronte al fatto compiuto e irreversibile di uno scontro armato nel cuore del Medio Oriente, è utile porsi tre domande. Che grado di certezza abbiamo che i persiani stiano davvero producendo un arsenale atomico? Quanto minaccioso sarebbe il progetto iraniano per Israele e per il mondo? Quanto pericoloso sarebbe l´attacco israeliano per l´Iran e per il mondo?
Sul primo quesito, alziamo le mani. Non avremo mai una risposta certa, almeno finché l´Iran sarà uno Stato sovrano in grado di proteggere i propri segreti. Ma le intelligence arabe e occidentali convergono nell´accreditare lo stato piuttosto avanzato del progetto atomico iraniano, in termini di know how, tecnologie e materiali necessari a battezzare l´arma estrema. La differenza, non irrilevante, è sui tempi (molti mesi o pochi anni) necessari al regime di Teheran per disporre del primo ordigno, base di un più vasto e spendibile arsenale. In questo caso non contano dunque i fatti certificabili, ma la ragionevole sicurezza - categoria soggettiva - che i fatti stiano in un certo modo. In Israele e non solo, l´opinione dominante è che il rischio di un Iran atomico sia effettivo, probabilmente imminente. In Arabia Saudita, arcirivale geopolitico, energetico e religioso dell´Iran - e per conseguenza paradossale alleato dello Stato ebraico in questa partita - la psicosi da Bomba persiana è financo più acuta. Mentre negli Stati Uniti, potenza protettrice di Gerusalemme, l´approccio è più conservativo, anche se gli allarmisti guadagnano terreno.
Un fattore decisivo ma quasi imperscrutabile riguarda il fronte politico iraniano. Lo scontro fra la Guida Suprema Ali Khamenei e il presidente Mahmud Ahmadinejad - agli occhi del primo un eretico, accomodante con l´America, dunque traditore - è al calor bianco. Nei prossimi mesi assisteremo alla resa dei conti ai vertici della Repubblica Islamica, anche in vista dell´elezione del successore di Ahmadinejad.
Quanto alla seconda domanda, in apparenza la risposta è lampante: l´arsenale nucleare di Teheran sarebbe una minaccia esistenziale per Israele, un pericolo per tutta la regione e per il mondo. A uno sguardo meno superficiale, questo giudizio si rivela semplicistico. Nessun paese dotato di bombe atomiche - Israele incluso - le ha finora mai impiegate, salvo gli Stati Uniti nel 1945. Sarebbe stupido inferirne che non sarà mai così. Ma gli stessi leader israeliani, compresi coloro che favoriscono l´ipotesi di un attacco preventivo ai siti nucleari persiani, sono consapevoli che l´Iran non ha una vocazione suicida. Nel momento in cui, in un atto di suprema follia, Teheran lanciasse dei missili con testata atomica su Tel Aviv, avrebbe la certezza di venire vetrificata nel giro di minuti dalla replica dei missili nucleari israeliani lanciati dai sottomarini Dolphin e da una copiosa rappresaglia atomica americana, se non atlantica.
La questione non è quindi riducibile all´aspetto militare. Il sottotesto decisivo è geopolitico. Ammettendo che l´Iran produca nel tempo bombe e vettori in quantità sufficiente da dotarsi di una credibilità nucleare paragonabile a quella dei vicini pachistano, russo o israeliano, il suo rango nella regione e nel mondo ne verrebbe notevolmente innalzato. Teheran si affermerebbe come egemone nel Golfo e in Asia occidentale, con grande scorno non solo di Israele e degli occidentali, ma soprattutto dell´Arabia Saudita, degli altri Stati arabi e del Pakistan. Si scatenerebbe la corsa regionale all´atomica. In prima linea Turchia, Egitto e Arabia Saudita, forse altri attori minori. Una proliferazione che renderebbe assai labile il paradigma della deterrenza e più concreta l´alea della catastrofe atomica anche solo accidentale.
Alla terza domanda si può replicare con le parole dell´ex capo del Mossad, Meir Dagan, che ha bollato i piani di attacco israeliani agli impianti nucleari persiani come "follia". Nell´establishment politico-militare di Gerusalemme è in atto un confronto non meno virulento di quello che divide le élite iraniane. In compenso, è largamente pubblico. Il premier Netanyahu e il ministro della Difesa Barak - cui di recente si è aggiunto il ministro degli Esteri Lieberman - sarebbero pronti a sferrare l´attacco nei prossimi mesi. Buona parte dei generali e soprattutto del Mossad dubita alquanto della convenienza e dell´utilità di bombardare l´Iran. La più che probabile rappresaglia iraniana si materializzerebbe in una pioggia di missili forse anche con testate chimiche, di attentati terroristici e di contromisure (blocco dello Stretto di Hormuz, da cui transita gran parte degli idrocarburi diretti ai paesi sviluppati), con rischio di guerra regionale, intervento americano e di altre potenze esterne. Il prezzo dell´energia salirebbe alle stelle, almeno per qualche mese, con effetti economici devastanti. Chi è disposto ad accettare questi rischi, in cambio del ritardo di qualche anno nello sviluppo della Bomba iraniana?
Combinando le risposte alle tre domande, la conclusione ragionevole parrebbe di inasprire le sanzioni contro l´Iran e insieme di aprire con Teheran un vero negoziato. Obiettivo: impedire al regime dei pasdaran di sviluppare l´arsenale nucleare in cambio del riconoscimento del suo ruolo regionale e della sua reintegrazione in ciò che resta del "sistema internazionale". Ipotesi forse troppo razionale per diventare realtà.
Prima di trovarsi di fronte al fatto compiuto e irreversibile di uno scontro armato nel cuore del Medio Oriente, è utile porsi tre domande. Che grado di certezza abbiamo che i persiani stiano davvero producendo un arsenale atomico? Quanto minaccioso sarebbe il progetto iraniano per Israele e per il mondo? Quanto pericoloso sarebbe l´attacco israeliano per l´Iran e per il mondo?
Sul primo quesito, alziamo le mani. Non avremo mai una risposta certa, almeno finché l´Iran sarà uno Stato sovrano in grado di proteggere i propri segreti. Ma le intelligence arabe e occidentali convergono nell´accreditare lo stato piuttosto avanzato del progetto atomico iraniano, in termini di know how, tecnologie e materiali necessari a battezzare l´arma estrema. La differenza, non irrilevante, è sui tempi (molti mesi o pochi anni) necessari al regime di Teheran per disporre del primo ordigno, base di un più vasto e spendibile arsenale. In questo caso non contano dunque i fatti certificabili, ma la ragionevole sicurezza - categoria soggettiva - che i fatti stiano in un certo modo. In Israele e non solo, l´opinione dominante è che il rischio di un Iran atomico sia effettivo, probabilmente imminente. In Arabia Saudita, arcirivale geopolitico, energetico e religioso dell´Iran - e per conseguenza paradossale alleato dello Stato ebraico in questa partita - la psicosi da Bomba persiana è financo più acuta. Mentre negli Stati Uniti, potenza protettrice di Gerusalemme, l´approccio è più conservativo, anche se gli allarmisti guadagnano terreno.
Un fattore decisivo ma quasi imperscrutabile riguarda il fronte politico iraniano. Lo scontro fra la Guida Suprema Ali Khamenei e il presidente Mahmud Ahmadinejad - agli occhi del primo un eretico, accomodante con l´America, dunque traditore - è al calor bianco. Nei prossimi mesi assisteremo alla resa dei conti ai vertici della Repubblica Islamica, anche in vista dell´elezione del successore di Ahmadinejad.
Quanto alla seconda domanda, in apparenza la risposta è lampante: l´arsenale nucleare di Teheran sarebbe una minaccia esistenziale per Israele, un pericolo per tutta la regione e per il mondo. A uno sguardo meno superficiale, questo giudizio si rivela semplicistico. Nessun paese dotato di bombe atomiche - Israele incluso - le ha finora mai impiegate, salvo gli Stati Uniti nel 1945. Sarebbe stupido inferirne che non sarà mai così. Ma gli stessi leader israeliani, compresi coloro che favoriscono l´ipotesi di un attacco preventivo ai siti nucleari persiani, sono consapevoli che l´Iran non ha una vocazione suicida. Nel momento in cui, in un atto di suprema follia, Teheran lanciasse dei missili con testata atomica su Tel Aviv, avrebbe la certezza di venire vetrificata nel giro di minuti dalla replica dei missili nucleari israeliani lanciati dai sottomarini Dolphin e da una copiosa rappresaglia atomica americana, se non atlantica.
La questione non è quindi riducibile all´aspetto militare. Il sottotesto decisivo è geopolitico. Ammettendo che l´Iran produca nel tempo bombe e vettori in quantità sufficiente da dotarsi di una credibilità nucleare paragonabile a quella dei vicini pachistano, russo o israeliano, il suo rango nella regione e nel mondo ne verrebbe notevolmente innalzato. Teheran si affermerebbe come egemone nel Golfo e in Asia occidentale, con grande scorno non solo di Israele e degli occidentali, ma soprattutto dell´Arabia Saudita, degli altri Stati arabi e del Pakistan. Si scatenerebbe la corsa regionale all´atomica. In prima linea Turchia, Egitto e Arabia Saudita, forse altri attori minori. Una proliferazione che renderebbe assai labile il paradigma della deterrenza e più concreta l´alea della catastrofe atomica anche solo accidentale.
Alla terza domanda si può replicare con le parole dell´ex capo del Mossad, Meir Dagan, che ha bollato i piani di attacco israeliani agli impianti nucleari persiani come "follia". Nell´establishment politico-militare di Gerusalemme è in atto un confronto non meno virulento di quello che divide le élite iraniane. In compenso, è largamente pubblico. Il premier Netanyahu e il ministro della Difesa Barak - cui di recente si è aggiunto il ministro degli Esteri Lieberman - sarebbero pronti a sferrare l´attacco nei prossimi mesi. Buona parte dei generali e soprattutto del Mossad dubita alquanto della convenienza e dell´utilità di bombardare l´Iran. La più che probabile rappresaglia iraniana si materializzerebbe in una pioggia di missili forse anche con testate chimiche, di attentati terroristici e di contromisure (blocco dello Stretto di Hormuz, da cui transita gran parte degli idrocarburi diretti ai paesi sviluppati), con rischio di guerra regionale, intervento americano e di altre potenze esterne. Il prezzo dell´energia salirebbe alle stelle, almeno per qualche mese, con effetti economici devastanti. Chi è disposto ad accettare questi rischi, in cambio del ritardo di qualche anno nello sviluppo della Bomba iraniana?
Combinando le risposte alle tre domande, la conclusione ragionevole parrebbe di inasprire le sanzioni contro l´Iran e insieme di aprire con Teheran un vero negoziato. Obiettivo: impedire al regime dei pasdaran di sviluppare l´arsenale nucleare in cambio del riconoscimento del suo ruolo regionale e della sua reintegrazione in ciò che resta del "sistema internazionale". Ipotesi forse troppo razionale per diventare realtà.
Lucio Caracciolo
martedì 8 novembre 2011
LE DIFFICOLTA' DEL DIALOGO INTER CULTURALE IN ITALIA
La crescente presenza di immigrati di religione islamica in Italia (secondo gli ultimi dati una cifra compresa tra il milione e mezzo e il milione e settecento mila, più un numero imprecisato di "irregolari" o "clandestini") ha reso ineludibile il bisogno di un dialogo inter religioso e inter culturale tra Islam e Cattolicesimo.
In questo dialogo l'Italia arriva buon ultima: perché è recentissima la sua trasformazione da terra di emigrazione a terra di immigrati; perché a differenza di altri grandi paesi europei gli italiani non sono culturalmente e psicologicamente attrezzati per instaurare "rapporti normali" con l'Altro; perché la presenza e il peso politico della Chiesa Cattolica e del Vaticano hanno fatto si che più che altrove l'enfatizzazione delle radici cristiano cattoliche è stata più accentuata. Tutti ricordano che il governo italiano, facendosi carico delle precise istanze vaticane, è stato il porta bandiera dell'inserimento nella costituzione europea delle espressioni "radici cristiane dell'Europa e dell'Italia in particolare"; a ben vedere sia l'Europa, sia l'Italia, di radici ne hanno molte altre e non meno profonde, dal diritto romano all'arte e alla filosofia greca, dagli apporti inconsapevoli delle invasione barbariche, germanico,slave alle influenze dei popoli colonizzati; non si comprende perché tra le radici, e neppure tra le più piccole non possa trovare posto anche la radice islamica. Una grande regione come la Sicilia è stata governata per 300 anni dagli arabi e in un periodo che va dall'VIII secolo al XIII secolo la cultura araba ha permeato di se la scienza, l'architettura e persino la poesia: i primi poeti italiani sono stati i poeti siciliani cresciuti alla corte arabo-normanna di Federico II. Accenniamo appena agli innumerevoli vocaboli di origine araba presenti nella nostra lingua e alle non conosciute tracce che gli arabi hanno lasciato nel nostro costume: solo ieri ho scoperto che Dante Alighieri era un appassionato di un gioco misto di dadi e dama il cui nome era "Dazara": la parola Azar è araba e da essa deriva l'espressione "Gioco d'Azzardo".
Escludere come se si trattasse di un'inaccettabile contaminazione la presenza di queste radici nella nostra storia, nella nostra cultura e nelle nostra lingua è già di per se un elemento che getta una macchia sulle possibilità di dialogo tra la cultura italica di matrice europea e la cultura arabo-islamica che, pure, ha in comune con quella italiana il fatto di essere l'erede delle grandi civiltà che hanno dominato il Mediterraneo per migliaia di anni e formato i popoli che vi si affacciano.
A livello di massa sono pochi, specie nelle regioni del nord Italia dove allinea il becero razzismo della Lega, disposti a riconoscere che l'identità italica è molto più vicina a quella degli egiziani e dei nord africani che non a quella degli scandinavi, degli slavi e degli stessi tedeschi. Credendo di fare una battuta di sicuro effetto propagandistico un politico come Casini, nel polemizzare con chi sosteneva le ragioni dell'incontro e dello scambio fra civiltà ebbe ad esclamare in una trasmissione televisiva che lui voleva seguitare ad andare a messa la domenica e non il venerdì, alludendo al fatto che il venerdì è il giorno di preghiera dei musulmani ma ignorando che essi, nelle moschee, non celebrano messe di alcun genere anche perché non hanno preti.
Il fatto che la gran parte dei musulmani presenti in Italia siano immigrati provenienti da paesi considerati arretrati culturalmente e sottosviluppati dal punto di vista economico, genera nella maggioranza degli italiani la diffusa convinzione che i musulmani siano poco più che dei selvaggi; e questo complesso di superiorità, per non dire di disprezzo, viene esteso anche a chi, nato in Italia, cresciuto in Italia e fornito di livelli d'istruzione e di cultura superiore alla media si è "infangato" abbracciando una religione di fondamentalisti intolleranti e non di rado sanguinari terroristi.
Anche la Chiesa Cattolica nella sua versione ("ufficiale") non manca in molte occasioni di accingersi al dialogo con i musulmani non accantonando del tutto i pregiudizi accumulati dei secoli nei confronti dei "saraceni", dei turchi e dei "mori": il che da spesso agli incontri con qualche prelato dall'atteggiamento benevolmente paternalistico un tono inconsciamente missionario e salvifico: non dimentichiamo che mentre per l'Islam il Vangelo di Gesù è un testo sacro ispirato da Dio e che Gesù è il solo Profeta cui Dio ha dato il potere di compiere miracoli: riconoscimenti neppure lontanamente accostabili a quanto viene concesso al Corano e al Profeta Muhammad.
Purtroppo non manca nella Chiesa chi tende ad imbastire il dialogo inter religioso e inter culturale con quei musulmani che, per opportunismo, scarsa fede e deplorevole tendenza a compromessi non paritari, sono pronti a rivendicare per se la qualifica di musulmani moderati, tacciando gli altri dell'arbitrario attributo di islamisti o islamici estremisti.
Su questa linea abbiamo registrato anche a Vicenza negativi comportamenti che si sono estesi agli uomini politici, presenti nelle istituzioni, che più facilmente amano assumere atteggiamenti clericali.
E questo è un tema che approfondiremo in un prossimo post alla luce di alcuni episodi accaduti nella città di Vicenza.
In questo dialogo l'Italia arriva buon ultima: perché è recentissima la sua trasformazione da terra di emigrazione a terra di immigrati; perché a differenza di altri grandi paesi europei gli italiani non sono culturalmente e psicologicamente attrezzati per instaurare "rapporti normali" con l'Altro; perché la presenza e il peso politico della Chiesa Cattolica e del Vaticano hanno fatto si che più che altrove l'enfatizzazione delle radici cristiano cattoliche è stata più accentuata. Tutti ricordano che il governo italiano, facendosi carico delle precise istanze vaticane, è stato il porta bandiera dell'inserimento nella costituzione europea delle espressioni "radici cristiane dell'Europa e dell'Italia in particolare"; a ben vedere sia l'Europa, sia l'Italia, di radici ne hanno molte altre e non meno profonde, dal diritto romano all'arte e alla filosofia greca, dagli apporti inconsapevoli delle invasione barbariche, germanico,slave alle influenze dei popoli colonizzati; non si comprende perché tra le radici, e neppure tra le più piccole non possa trovare posto anche la radice islamica. Una grande regione come la Sicilia è stata governata per 300 anni dagli arabi e in un periodo che va dall'VIII secolo al XIII secolo la cultura araba ha permeato di se la scienza, l'architettura e persino la poesia: i primi poeti italiani sono stati i poeti siciliani cresciuti alla corte arabo-normanna di Federico II. Accenniamo appena agli innumerevoli vocaboli di origine araba presenti nella nostra lingua e alle non conosciute tracce che gli arabi hanno lasciato nel nostro costume: solo ieri ho scoperto che Dante Alighieri era un appassionato di un gioco misto di dadi e dama il cui nome era "Dazara": la parola Azar è araba e da essa deriva l'espressione "Gioco d'Azzardo".
Escludere come se si trattasse di un'inaccettabile contaminazione la presenza di queste radici nella nostra storia, nella nostra cultura e nelle nostra lingua è già di per se un elemento che getta una macchia sulle possibilità di dialogo tra la cultura italica di matrice europea e la cultura arabo-islamica che, pure, ha in comune con quella italiana il fatto di essere l'erede delle grandi civiltà che hanno dominato il Mediterraneo per migliaia di anni e formato i popoli che vi si affacciano.
A livello di massa sono pochi, specie nelle regioni del nord Italia dove allinea il becero razzismo della Lega, disposti a riconoscere che l'identità italica è molto più vicina a quella degli egiziani e dei nord africani che non a quella degli scandinavi, degli slavi e degli stessi tedeschi. Credendo di fare una battuta di sicuro effetto propagandistico un politico come Casini, nel polemizzare con chi sosteneva le ragioni dell'incontro e dello scambio fra civiltà ebbe ad esclamare in una trasmissione televisiva che lui voleva seguitare ad andare a messa la domenica e non il venerdì, alludendo al fatto che il venerdì è il giorno di preghiera dei musulmani ma ignorando che essi, nelle moschee, non celebrano messe di alcun genere anche perché non hanno preti.
Il fatto che la gran parte dei musulmani presenti in Italia siano immigrati provenienti da paesi considerati arretrati culturalmente e sottosviluppati dal punto di vista economico, genera nella maggioranza degli italiani la diffusa convinzione che i musulmani siano poco più che dei selvaggi; e questo complesso di superiorità, per non dire di disprezzo, viene esteso anche a chi, nato in Italia, cresciuto in Italia e fornito di livelli d'istruzione e di cultura superiore alla media si è "infangato" abbracciando una religione di fondamentalisti intolleranti e non di rado sanguinari terroristi.
Anche la Chiesa Cattolica nella sua versione ("ufficiale") non manca in molte occasioni di accingersi al dialogo con i musulmani non accantonando del tutto i pregiudizi accumulati dei secoli nei confronti dei "saraceni", dei turchi e dei "mori": il che da spesso agli incontri con qualche prelato dall'atteggiamento benevolmente paternalistico un tono inconsciamente missionario e salvifico: non dimentichiamo che mentre per l'Islam il Vangelo di Gesù è un testo sacro ispirato da Dio e che Gesù è il solo Profeta cui Dio ha dato il potere di compiere miracoli: riconoscimenti neppure lontanamente accostabili a quanto viene concesso al Corano e al Profeta Muhammad.
Purtroppo non manca nella Chiesa chi tende ad imbastire il dialogo inter religioso e inter culturale con quei musulmani che, per opportunismo, scarsa fede e deplorevole tendenza a compromessi non paritari, sono pronti a rivendicare per se la qualifica di musulmani moderati, tacciando gli altri dell'arbitrario attributo di islamisti o islamici estremisti.
Su questa linea abbiamo registrato anche a Vicenza negativi comportamenti che si sono estesi agli uomini politici, presenti nelle istituzioni, che più facilmente amano assumere atteggiamenti clericali.
E questo è un tema che approfondiremo in un prossimo post alla luce di alcuni episodi accaduti nella città di Vicenza.
domenica 6 novembre 2011
CONTRIBUTI A UN SERIO E NON PROPAGANDISTICO DISCORSO FINALIZZATO A UN PROFICUO DIALOGO TRA RELIGIONI MONOTEISTICHE E, IN PARTICOLARE ISLAM E CRISTIANESIMO
La presenza in Italia di un milione e seicentomila musulmani, di cui circa un terzo in possesso della cittadinanza italiana, fa dell'Islam la seconda religione del nostro paese. Poiché l'Italia è nella stragrande maggioranza popolata da cittadini di religione cattolica, per altro collegabili alle più importanti correnti di pensiero che nel cattolicesimo moderno agiscono, impone ai musulmani di avviare un serio e articolato dialogo inter religioso con i fedeli della religione nata dalla figura del Santo Profeta Gesù, oggetto di grandissimo rispetto e per certi aspetti di fedeltà in tutto il mondo islamico. Gesù è indicato nel Santo Corano come "Messia" e "Verbo Incarnato delle Parole di Dio di Bontà e di Carità" e, unico dei Profeti, dotato dall'Altissimo del potere di compiere miracoli.
E' perciò evidente che i rapporti tra musulmani e cristiani debbono ispirarsi più che quelli con altre fedi religiose al dettato coranico "Nessuna costrizione è ammessa nella religione". Per evitare che un discorso in questa direzione si inizi disquisendo in maniera accademica su questioni secondarie o su iniziative non di rado improntate a superficiale folklorismo, vogliamo iniziare il nostro tentativo di costruire una piattaforma comune dal terreno che a prima vista potrebbe apparire il più difficile: la Preghiera.
E' innegabile che nel loro manifestarsi nella storia umana le religioni tendono a enfatizzare la propria importanza, pur sapendo che non la religione ma Dio è il principio e il fine ultimo dell'umanità; e su questo punto è auspicabile che concordino perfettamente musulmani cristiani ed ebrei. In un epoca come l'attuale nella quale i rapporti fra esseri umani di ogni angolo della terra diventano sempre più stretti, nella quale l'economia mondiale è ormai globalizzata e le religioni diverse dalla nostra non appaiono più come entità sconosciute ma fanno parte della vita quotidiana, molte persone cominciano a chiedersi se i credenti delle varie religioni non abbiano qualcosa che gli accomuna, oltre alla condivisione di valori e norme etiche, e che dovrebbe rendere possibile rivolgersi all'unico Dio con un'identica preghiera.
Musulmani, cristiani ed ebrei pregano lo stesso Dio: chiedersi se sia possibile pregare in comune significa porre una questione che in linea di principio è risolvibile con un minimo di buona volontà e di spirito amichevole: riteniamo assolutamente possibile che i credenti delle 3 religioni che si collegano ad Abramo preghino insieme sempre più spesso. Naturalmente continueranno a sussistere differenze notevoli rispetto alla concezione di Dio, ma la realtà dell'essere supremo supera ogni rappresentazione umana; una diversa concezione di Dio non può rappresentare un ostacolo ad una preghiera comune all'Unico Dio.
L'eventualità di una preghiera comune tra cristiani ed ebrei non dovrebbe porre grandi problemi dato che sia gli uni che gli altri recitano insieme i salmi e altre preghiere della tradizione biblica ebraica. Analogamente per molti ebrei non dovrebbe essere un problema recitare ad esempio il "Padre Nostro" con i cristiani dato che questa preghiera risale nelle sue parti essenziali alla preghiera per il Kaddesh ebraico che Gesù recitò alla folla di galilei che erano accorsi ad ascoltare la sua parola e che gli avevano chiesto: "Maestro, insegnaci a pregare".
Non dovrebbe essere teologicamente discutibile il fatto di recitare insieme ai musulmani alcune delle più belle preghiere del Corano, che afferma che è lo stesso Dio ad aver parlato ad Abramo, ai Profeti, a Gesù e Muhammad. Il credente cristiano che abbia assistito almeno una volta alla preghiera collettiva dei musulmani il venerdì sa che anche lui potrebbe prostrarsi davanti all'unico Dio di Abramo, anche se come cristiano non manifesterà la stessa devozione verso Muhammad. Ne ai musulmani che risiedono in Italia dovrebbe mancare la disponibilità a recitare con i cristiani le preghiere rivolte all'unico Dio Clemente e Misericordioso.
Nonostante tutte le ricordate affinità, vanno evidenziati chiaramente i limiti di una preghiera in comune che deve in ogni caso tener conto delle specificità di una data religione e l'assoluta particolarità della sua fede. Non possiamo certo pensare che un ebreo concluda la sua preghiera al Dio di Israele aggiungendo le parole:
"Per Cristo nostro Signore!", ne si può pensare che un musulmano possa recitare la formula trinitaria: "Lode al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo" o altre formule ebraiche che considerano la terra di Israele come la terra promessa. Non è neppure pensabile che cristiani ed ebrei possano estendere la professione di fede nell'unico Dio anche al Profeta Muhammad. Se si vuole formulare una preghiera recitabile da tutti i credenti alla quale possano partecipare tutti occorre dotarci di una effettiva sensibilità inter religiosa. Ci sembra perciò opportuno indicare da musulmani due preghiere provenienti dal Cristianesimo che potrebbero essere recitate anche dai musulmani:
E' perciò evidente che i rapporti tra musulmani e cristiani debbono ispirarsi più che quelli con altre fedi religiose al dettato coranico "Nessuna costrizione è ammessa nella religione". Per evitare che un discorso in questa direzione si inizi disquisendo in maniera accademica su questioni secondarie o su iniziative non di rado improntate a superficiale folklorismo, vogliamo iniziare il nostro tentativo di costruire una piattaforma comune dal terreno che a prima vista potrebbe apparire il più difficile: la Preghiera.
E' innegabile che nel loro manifestarsi nella storia umana le religioni tendono a enfatizzare la propria importanza, pur sapendo che non la religione ma Dio è il principio e il fine ultimo dell'umanità; e su questo punto è auspicabile che concordino perfettamente musulmani cristiani ed ebrei. In un epoca come l'attuale nella quale i rapporti fra esseri umani di ogni angolo della terra diventano sempre più stretti, nella quale l'economia mondiale è ormai globalizzata e le religioni diverse dalla nostra non appaiono più come entità sconosciute ma fanno parte della vita quotidiana, molte persone cominciano a chiedersi se i credenti delle varie religioni non abbiano qualcosa che gli accomuna, oltre alla condivisione di valori e norme etiche, e che dovrebbe rendere possibile rivolgersi all'unico Dio con un'identica preghiera.
Musulmani, cristiani ed ebrei pregano lo stesso Dio: chiedersi se sia possibile pregare in comune significa porre una questione che in linea di principio è risolvibile con un minimo di buona volontà e di spirito amichevole: riteniamo assolutamente possibile che i credenti delle 3 religioni che si collegano ad Abramo preghino insieme sempre più spesso. Naturalmente continueranno a sussistere differenze notevoli rispetto alla concezione di Dio, ma la realtà dell'essere supremo supera ogni rappresentazione umana; una diversa concezione di Dio non può rappresentare un ostacolo ad una preghiera comune all'Unico Dio.
L'eventualità di una preghiera comune tra cristiani ed ebrei non dovrebbe porre grandi problemi dato che sia gli uni che gli altri recitano insieme i salmi e altre preghiere della tradizione biblica ebraica. Analogamente per molti ebrei non dovrebbe essere un problema recitare ad esempio il "Padre Nostro" con i cristiani dato che questa preghiera risale nelle sue parti essenziali alla preghiera per il Kaddesh ebraico che Gesù recitò alla folla di galilei che erano accorsi ad ascoltare la sua parola e che gli avevano chiesto: "Maestro, insegnaci a pregare".
Non dovrebbe essere teologicamente discutibile il fatto di recitare insieme ai musulmani alcune delle più belle preghiere del Corano, che afferma che è lo stesso Dio ad aver parlato ad Abramo, ai Profeti, a Gesù e Muhammad. Il credente cristiano che abbia assistito almeno una volta alla preghiera collettiva dei musulmani il venerdì sa che anche lui potrebbe prostrarsi davanti all'unico Dio di Abramo, anche se come cristiano non manifesterà la stessa devozione verso Muhammad. Ne ai musulmani che risiedono in Italia dovrebbe mancare la disponibilità a recitare con i cristiani le preghiere rivolte all'unico Dio Clemente e Misericordioso.
Nonostante tutte le ricordate affinità, vanno evidenziati chiaramente i limiti di una preghiera in comune che deve in ogni caso tener conto delle specificità di una data religione e l'assoluta particolarità della sua fede. Non possiamo certo pensare che un ebreo concluda la sua preghiera al Dio di Israele aggiungendo le parole:
"Per Cristo nostro Signore!", ne si può pensare che un musulmano possa recitare la formula trinitaria: "Lode al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo" o altre formule ebraiche che considerano la terra di Israele come la terra promessa. Non è neppure pensabile che cristiani ed ebrei possano estendere la professione di fede nell'unico Dio anche al Profeta Muhammad. Se si vuole formulare una preghiera recitabile da tutti i credenti alla quale possano partecipare tutti occorre dotarci di una effettiva sensibilità inter religiosa. Ci sembra perciò opportuno indicare da musulmani due preghiere provenienti dal Cristianesimo che potrebbero essere recitate anche dai musulmani:
"Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfano
et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie mi’ Signore, cun tucte le tue creature..."
Ogni musulmano è in grado di riconoscere in queste parole le stessa della prima sura del Corano, "Apriente":
"Lode a Dio, il Clemente, il Misericordioso, Creatore dei Mondi, Sovrano del Giorno del Giudizio. Te invochiamo in soccorso, a Te rivolgiamo le nostre preghiere..."
Vogliamo anche citare il magnifico contributo dato ad un'ipotesi di preghiera comune dal teologo cristiano Hans Kung:
"Dio nascosto, eterno, immenso, misericordioso
al di fuori del quale non vi è altro Dio.
Tu sei grande e degno di ogni lode,
la tua forza e la tua grazia sostengono l'universo.
Tu, Dio della fede senza menzogna, giusto e vero,
hai eletto Abramo, tuo servo devoto
come padre di molti popoli e hai parlato attraverso i profeti.
Il tuo nome sia santificato e glorificato in tutto il mondo
e sia fatta la tua volontà ovunque vivano esseri umani.
Dio vivente e buono, ascolta la nostra preghiera;
grande è diventata la nostra colpa.
Perdona ai figli di Abramo le nostre guerra, le nostre inimicizie,
le nostra reciproche malvagità.
Liberaci da ogni miseria e donaci la pace.
Benedici, signore del nostro destino i governanti e i capi delle nazioni,
affinché non bramino potere e prestigio,
ma agiscano con responsabilità per il bene e la pace degli uomini.
Guida le nostre comunità religiose e i loro capi,
affinché non si limitino ad annunciare,
ma vivano essi stessi il messaggio di pace.
A noi tutti, e anche a chi non è dei nostri,
dona la tua grazia, la tua misericordia e ogni bene.
Guidaci o Dio della vita, sulla retta via che porta alla tua gloria eterna"
sabato 5 novembre 2011
5 Novembre 2011 - Prima parte
Siria, un‘azienda italiana per spiare gli oppositori
MILANO - L´azienda ha sede a Vizzola Ticino, un minuscolo paese - 553 abitanti - in provincia di Varese. È lì, secondo quanto rivela l´agenzia Bloomberg, nei laboratori della «Area spa», società specializzata nella produzione di software per intercettazioni, che è stata concepita una delle armi di repressione più insidiose del regime siriano: un sistema informatico che controlla le e-mail dirette a chiunque risieda nel Paese. L´intelligence di Damasco, scrive il sito Bloomberg, sta facendo pressioni perché la commessa sia consegnata al più presto. Saranno i servizi segreti di Assad a supervisionare il progetto, che si avvale di tecnologie fornite da aziende americane ed europee. I dipendenti italiani della società sono già a Damasco dove, in un quartiere residenziale, stanno lavorando al sistema, attualmente in fase di test.
Area spa, amministrata dall´imprenditore 42enne Andrea Formenti, è una delle più grosse società del settore in Italia, dove si è occupata delle intercettazioni disposte da molte procure come Milano e Firenze (ad esempio, per l´inchiesta sulla «cricca» su Bertolaso e gli altri). L´azienda, che in passato ha lamentato ritardi nei pagamenti del ministero della Giustizia, sta attraversando una fase di crisi: nel 2010 gli utili sono passati da 5,1 milioni a 842mila euro e da febbraio una parte dei dipendenti è in cassa integrazione. Ora Formenti lavora per la dittatura di Damasco, responsabile della morte di più di tremila civili. Intervistato da ilsole24ore. com, Formenti si limita ad assicurare che la società è in regola con tutte le leggi sulle esportazioni. Altre aziende coinvolte nel progetto siriano, però, hanno preso le distanze. L´ad di Qosmos, Thibaut Bechetoille, per esempio, ha dichiarato di voler ritirarsi dal progetto per «non dare supporto a questo regime». Osama Edward Mousa, un blogger siriano in esilio per le sue critiche al regime, avverte che «ogni singola azienda che vende al governo siriano tecnologia per tenere sotto controllo il popolo è complice degli assassinii del regime».
Ieri il governo siriano ha annunciato un amnistia per tutti i cittadini che fino al 12 novembre consegneranno le armi in loro possesso. Chi lo farà sarà «immediatamente rimesso in libertà». Nei giorni scorsi Damasco aveva stretto un accordo con la Lega Araba: prevedeva il ritiro dei carri armati dalle strade, il rilascio dei prigionieri e l´avvio di trattative con la dissidenza. Ma nel frattempo altri 27 oppositori sono stati uccisi.
Area spa, amministrata dall´imprenditore 42enne Andrea Formenti, è una delle più grosse società del settore in Italia, dove si è occupata delle intercettazioni disposte da molte procure come Milano e Firenze (ad esempio, per l´inchiesta sulla «cricca» su Bertolaso e gli altri). L´azienda, che in passato ha lamentato ritardi nei pagamenti del ministero della Giustizia, sta attraversando una fase di crisi: nel 2010 gli utili sono passati da 5,1 milioni a 842mila euro e da febbraio una parte dei dipendenti è in cassa integrazione. Ora Formenti lavora per la dittatura di Damasco, responsabile della morte di più di tremila civili. Intervistato da ilsole24ore. com, Formenti si limita ad assicurare che la società è in regola con tutte le leggi sulle esportazioni. Altre aziende coinvolte nel progetto siriano, però, hanno preso le distanze. L´ad di Qosmos, Thibaut Bechetoille, per esempio, ha dichiarato di voler ritirarsi dal progetto per «non dare supporto a questo regime». Osama Edward Mousa, un blogger siriano in esilio per le sue critiche al regime, avverte che «ogni singola azienda che vende al governo siriano tecnologia per tenere sotto controllo il popolo è complice degli assassinii del regime».
Ieri il governo siriano ha annunciato un amnistia per tutti i cittadini che fino al 12 novembre consegneranno le armi in loro possesso. Chi lo farà sarà «immediatamente rimesso in libertà». Nei giorni scorsi Damasco aveva stretto un accordo con la Lega Araba: prevedeva il ritiro dei carri armati dalle strade, il rilascio dei prigionieri e l´avvio di trattative con la dissidenza. Ma nel frattempo altri 27 oppositori sono stati uccisi.
Davide Carlucci
Che strutture più o meno legate ai servizi segreti italiani ed entità predisposte a servizi "sporchi" al servizio di qualche dittatore siano sempre stati una specialità del controspionaggio italiano e ditte collegate non è mai stato un mistero. Così, ad esempio, il servizio segreto italiano guidato dal generale Pollari consegnò, su mandato della CIA un Imam musulmano che operava a Milano alla polizia segreta egiziana che lo considerava un pericoloso agente dei Fratelli Musulmani. L'Imam Omar fu rapito dagli 007 italiani e la polizia segreta di Mubarak che lo prese in consegna lo sottopose per mesi a un nutrito campionario di torture specialistiche.
Del resto che in Italia abbiano sempre operato servizi segreti "deviati", quasi sempre sospettati di essere dietro il terrorismo di destra e di sinistra e alle numerose stragi di stato che hanno funestato 20 anni della nostra storia recente, usufruendo dei consigli del grande suggeritore "americano", non è un mistero per nessuno. Ora le notizie che ci arrivano sul fatto che in Italia sta operando un'azienda di Varese che fornisce uomini e software per intercettare i dissidenti siriani contrari al regime dittatoriale di Assad, funzionando in tal modo da "orecchio" di Damasco è una singolare novità, perché dischiude uno scenario nel quale gli spioni italiani possono fornire innumerevoli prove della loro poliedricità e del loro infimo livello morale.
"Israele, l´attacco all´Iran si avvicina"
GERUSALEMME - Sale rapidissima la tensione sul nucleare iraniano e si avvicina la possibilità che Israele possa arrivare a un "attacco preventivo" contro i siti atomici degli ayatollah. Da giorni il "caso Iran" – se, come e dove colpire – è in prima pagina sui giornali israeliani che ogni giorno pubblicano nuove rivelazioni sui preparativi di quest´attacco. Non è un segreto che il premier Benjamin Netanyahu vuole un attacco sui siti iraniani sospettati di preparare l´arma atomica il prima possibile, in questo è sostenuto dal suo ministro della Difesa Ehud Barak e dal suo ministro degli Esteri Avigdor Lieberman. Ma Netanyahu nel consiglio dei ministri non ha raggiunto ancora quella maggioranza di voti necessaria per impartire un ordine d´attacco che equivale a una dichiarazione di guerra.
Ieri sera intervistato dalla rete privata israeliana "Channel 2" anche il presidente Shimon Peres ha detto che «l´opzione militare nei confronti dell´Iran, da parte di Israele e di altri Paesi, sembra avvicinarsi mentre le chance di una soluzione diplomatica si stanno affievolendo». Contrari ad un attacco in questo momento gli Stati Uniti, che però sono molto avanti della preparazione a un eventuale attacco: hanno mobilitato due flotte che incrociano tra il Mar Rosso e l´Oceano indiano, sono di ieri le rivelazioni sulla partecipazione della Gran Bretagna con navi e sommergibili all´attacco americano contro i siti nucleari sospetti.
«I servizi di sicurezza di tutti i Paesi comprendono che il tempo stringe e di conseguenza avvertono i rispettivi dirigenti», ha detto ancora Peres ieri sera durante l´intervista, «a quanto pare l´Iran si avvicina alle armi nucleari. Nel tempo che resta dobbiamo esigere dai Paesi al mondo di agire, e dire loro che devono rispettare gli impegni che hanno assunto, e far fronte alle loro responsabilità: sia che si tratti di sanzioni severe sia che si tratti di una operazione militare».
Anche se la Casa Bianca ha ricevuto assicurazioni attraverso il capo del Pentagono Leon Panetta, che ha visto recentemente il premier Netanyahu ricevendone l´assicurazione che Israele non attaccherà l´Iran senza coordinarsi con altri Paesi, i preparativi in Israele sono molto avanti e diversi segnali indicano che il dispositivo militare, tutta la forza aerea possibile, è pronto a scattare. Negli ultimi giorni è stato testato un missile balistico di tipo "Gerico", che può anche essere armato con ordigni nucleari, in grado di raggiungere l´Iran e tutti i media israeliani hanno riportato con grande evidenza la notizia. Poi la rivelazione che nell´ambito di un addestramento presso una delle basi Nato nel Mediterraneo, quella di Decimomannu in Sardegna, i top-gun israeliani hanno simulato attacchi – lo riferito il portavoce militare – sul "lungo raggio".
Ma se il capo del governo israeliano Netanyahu è ben deciso a dare l´ordine di attacco, chi deve poi eseguire l´ordine avanza le sue perplessità. Sono contrari all´attacco contro i siti nucleari iraniani tutti i vertice dell´intelligence, del Mossad, del servizio segreto interno Shin Bet, del servizio segreto militare Aman. A cui aggiungono le perplessità del capo di stato maggiore Benny Gantz e di quello dell´Aeronautica. Troppi gli obiettivi da colpire contemporaneamente e molti protetti da veri e propri bunker, nella presunzione di avere informazioni certe su tutti gli obiettivi da colpire. Il risultato stimato è quello non di distruggere il programma nucleare iraniano ma di rallentarlo di due-tre anni, aprendo invece un conflitto destinato a sconvolgere gli equilibri del Medio Oriente.
Ieri sera intervistato dalla rete privata israeliana "Channel 2" anche il presidente Shimon Peres ha detto che «l´opzione militare nei confronti dell´Iran, da parte di Israele e di altri Paesi, sembra avvicinarsi mentre le chance di una soluzione diplomatica si stanno affievolendo». Contrari ad un attacco in questo momento gli Stati Uniti, che però sono molto avanti della preparazione a un eventuale attacco: hanno mobilitato due flotte che incrociano tra il Mar Rosso e l´Oceano indiano, sono di ieri le rivelazioni sulla partecipazione della Gran Bretagna con navi e sommergibili all´attacco americano contro i siti nucleari sospetti.
«I servizi di sicurezza di tutti i Paesi comprendono che il tempo stringe e di conseguenza avvertono i rispettivi dirigenti», ha detto ancora Peres ieri sera durante l´intervista, «a quanto pare l´Iran si avvicina alle armi nucleari. Nel tempo che resta dobbiamo esigere dai Paesi al mondo di agire, e dire loro che devono rispettare gli impegni che hanno assunto, e far fronte alle loro responsabilità: sia che si tratti di sanzioni severe sia che si tratti di una operazione militare».
Anche se la Casa Bianca ha ricevuto assicurazioni attraverso il capo del Pentagono Leon Panetta, che ha visto recentemente il premier Netanyahu ricevendone l´assicurazione che Israele non attaccherà l´Iran senza coordinarsi con altri Paesi, i preparativi in Israele sono molto avanti e diversi segnali indicano che il dispositivo militare, tutta la forza aerea possibile, è pronto a scattare. Negli ultimi giorni è stato testato un missile balistico di tipo "Gerico", che può anche essere armato con ordigni nucleari, in grado di raggiungere l´Iran e tutti i media israeliani hanno riportato con grande evidenza la notizia. Poi la rivelazione che nell´ambito di un addestramento presso una delle basi Nato nel Mediterraneo, quella di Decimomannu in Sardegna, i top-gun israeliani hanno simulato attacchi – lo riferito il portavoce militare – sul "lungo raggio".
Ma se il capo del governo israeliano Netanyahu è ben deciso a dare l´ordine di attacco, chi deve poi eseguire l´ordine avanza le sue perplessità. Sono contrari all´attacco contro i siti nucleari iraniani tutti i vertice dell´intelligence, del Mossad, del servizio segreto interno Shin Bet, del servizio segreto militare Aman. A cui aggiungono le perplessità del capo di stato maggiore Benny Gantz e di quello dell´Aeronautica. Troppi gli obiettivi da colpire contemporaneamente e molti protetti da veri e propri bunker, nella presunzione di avere informazioni certe su tutti gli obiettivi da colpire. Il risultato stimato è quello non di distruggere il programma nucleare iraniano ma di rallentarlo di due-tre anni, aprendo invece un conflitto destinato a sconvolgere gli equilibri del Medio Oriente.
Fabio Scuto
Lo storico medievalista Franco Garbini nella sua testimonianza che introduce il bellissimo libro del nostro caro fratello Hamza Piccardo "Miracolo a Baghdad" (Libreria Islamica Italiana Ed. Al Hikma) fa riferimento all'esistenza di un immaginario "ministero dell'informazione corretta" (MIC) che ci controlla ed è convinto che le idee altrui, quando non ci piacciono, non vanno ne discusse ne contestate in alcun modo, specie quando si sa che sono fondate: "Dinanzi ad esse il MIC si comporta o ignorandole o oscurandole quanto prima e meglio si possa, oppure distorcendole, calunniandole, demonizzandole. In questo secondo caso si adotta l'efficace "mantra" scomunicatorio racchiuso nelle tre parole magiche "Anti-Americano, Anti-Sionista, Anti-Semita".
Siamo convinti che il MIC sta operando nei confronti del nostro blog con lo stesso formulario di scomunica (del resto il Giornale di Vicenza ha già provveduto a cancellare completamente qualsiasi accenno all'esistenza di una comunità islamica vicentina collegabile all'U.C.O.I.I. (Unione Comunità e Organizzazioni Islamiche Italiane), che raccoglie la stragrande maggioranza dei musulmani residenti a Vicenza, e da invece ampio spazio ad una fantomatica organizzazione islamica denominata COREIS, facente capo a un signore che si chiama Pallavicini e in Vicenza ad un altro signore di nome Giovanni Zanolo, sedicente Imam di una comunità musulmana veneta, più malleabile nei rapporti con le istituzioni e più benevola nel rapporto con le autorità ecclesiastiche).
Naturalmente riteniamo l'eventuale attribuzione al nostro blog della triplice nomenclatura prima citata una totale idiozia: non siamo anti-americani quando pensiamo alle straordinarie bellezze umane, politiche e storiche attribuibili al popolo americano. Appartengo per la mia età ad una generazione e a una città che ben ricorda quando i soldati statunitensi liberarono Roma dalla fame, dai nazisti, dai fascisti e dalla guerra. Questo non significa che nel ricordo di quel grandioso evento non possiamo tacere di fronte agli innumerevoli misfatti che i governi americani hanno compiuto successivamente quando, dimentichi dell'atto di fondazione degli Stati Uniti d'America, hanno condotto guerre imperialistiche vergognose e sostenuto le tirannie di mezzo mondo. Rifiutiamo altresì l'attributo di "anti-semiti". Come musulmani riconosciamo come nostri profeti i grandi profeti inviati da Dio al popolo ebraico, da Abramo a Mosè fino a Gesù. Del resto una buona parte del Corano è dedicata alle storie dei profeti ebraici compresi i re David (Daud) e Salomone (Suleiman). Del resto si sa che il termine "semita" designa un particolare gruppo linguistico che comprende l'arabo, l'ebraico, l'aramaico, il babilonese, il caldeo, ecc.ecc. Dire a un musulmano che è anti-semita sarebbe come dire a un italiano o a uno spagnolo che è un anti-latino.
Siamo invece convintamente e compattamente anti-sionisti e consideriamo Israele il prodotto di una sequenza di atti di pirateria internazionale sponsorizzati dagli americani, e un pericolo costante per la pace mondiale. In tale categoria di atti rientra la recentissima minaccia di Simon Peres di sferrare un attacco militare contro l'Iran. Si rendono conto i governanti delle principali potenze mondiali di quale livello di pericolosità rappresenti una minaccia del genere? E come si fa a non collegare questa minaccia al fatto che recentemente lo stato sionista ha subito due rovesci diplomatici come il voto dell'assemblea generale dell'ONU a favore di uno stato palestinese e la decisione dell'UNESCO di ammettere come stato membro la Palestina araba? Vedremo sfilare con la bandierina israeliana i soliti cialtroni italiani che sfilarono a difesa di Israele quando l'aviazione sionista bombardò con bombe al fosforo la città di Gaza.
giovedì 3 novembre 2011
Palestina, prove tecniche di stato
Ramallah. «Abbiamo una patria che è fatta solo di parole», scriveva Mahmoud Darwish, il grande poeta palestinese scomparso un paio di anni fa. Oggi forse quelle parole amare, tristi e senza una speranza nel futuro se non l´ostinazione estrema, non sarebbero più scritte. Fra i marosi della diplomazia internazionale, passo dopo passo, sta prendendo lentamente forma la Palestina, ormai più che un cantiere politico o una speranza appesa a un angolo del cuore per quattro milioni di palestinesi. Prima la richiesta all´Onu di Abu Mazen per il riconoscimento dello Stato lo scorso 23 settembre, su cui a fine mese si pronuncerà il Consiglio di Sicurezza dell´Onu.
Poi lunedì la battaglia vinta all´Unesco che ha votato a stragrande maggioranza l´ingresso della Palestina come Stato membro, ora l´annuncio che entro qualche settimana ci sarà richiesta di adesione ad altre 16 agenzie delle Nazioni Unite, prima fra tutte l´Oms, dove i palestinesi vorrebbero sedere a pieno diritto.
Certo agli americani e agli israeliani "la scorciatoia dell´Onu" non è piaciuta e vi si sono opposti con ogni mezzo. Ieri sera il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato dure ritorsioni contro l´Anp come il blocco del trasferimento delle tasse pagate per le merci destinate ai palestinesi (60 milioni di dollari al mese) e l´intensificazione nella costruzione di insediamenti ebraici nei Territori occupati con 2000 nuove case sui terreni oggetto della (ormai ex) trattativa di pace sostenuta da Stati Uniti e Europa. I palestinesi erano coscienti che lo "smacco dell´Unesco" non sarebbe rimasto senza risposta ma sembrano decisi ad andare avanti, la strada del riconoscimento all´Onu come Stato è considerata quella giusta. «Forse non siamo ancora davvero uno Stato, ma possiamo dire che i lavori sono in corso», dice convinto Salah Khalil, il libraio che sta nel centro di Ramallah , «potremmo chiamarle prove tecniche per uno Stato, basta guardarsi attorno per vedere come in questi ultimi cinque anni la situazione sia completamente cambiata».
L´atmosfera ieri nella Muqata, il palazzo presidenziale che era la sede del governatorato britannico ai tempi della Palestina mandataria, era colma d´orgoglio «Gli israeliani dovevano essere i primi a congratularsi con noi, invece…», dice Saeb Erekat, il capo dei negoziatori palestinesi, mentre infila in una cartella i telegrammi di complimenti arrivati a Ramallah dai quattro angoli del mondo.
«Quella all´Unesco è stata la prova del riconoscimento internazionale del diritto del nostro popolo a uno Stato indipendente», osserva nel suo ufficio al secondo piano Nabil Shaath, ex premier e ex ministro degli Esteri, ora consigliere del presidente Abu Mazen. Poi si alza e chiude la finestra per allontanare il fragore dei caterpillar che lavorano sulla collina davanti alla Muqata perché la capitale de facto della Palestina è un cantiere incessante, una frenesia edilizia sta completamente trasformando la skyline della città. Anche perché Ramallah è parte di quel 40 per cento della Cisgiordania dove i palestinesi possono costruire senza bisogno dei permessi israeliani. Spuntano grattacieli avveniristici in vetro e cemento destinati alle Banche arabe che hanno aperto qui sedi di "primo livello", magazzini, centri commerciali e centinaia di nuovi palazzi destinati ad abitazioni. Fervono lavori anche nella Muqata che ha perso quell´aria di fortino sotto assedio e sta per diventare un vero e proprio palazzo presidenziale con giardini e fontane. Il complesso è stato ampliato e ospiterà presto sette ministeri e l´ufficio del primo ministro. Già completato invece il grattacielo per Banca centrale palestinese. Nuove strade, una circonvallazione per aggirare il centro sempre assediato dalle auto. Guardando i titoli della Borsa di Nablus che scorrono sul maxi schermo su un lato di Piazza Manara si direbbe che la Borsa palestinese ha più successo di quelle in altre parti del mondo arabo. Ramallah sta assumendo sempre di più il ruolo destinato a Gerusalemme Est nei piani e nel cuore dei leader palestinesi. Per ora è la capitale futura della Palestina.
Questo boom edilizio e economico è uno dei segni più evidenti della crescita economica della Cisgiordania che è oltre l´8 per cento, la disoccupazione è scesa cento, grazie alla generosità dei Paesi donatori ma anche alla stabilità di questi ultimi cinque anni. Il tasso di violenza è crollato e le autorità israeliane hanno aumentato le tipologie e le quantità di merci che è possibile importare, ma le decine di check point di "sicurezza" sono ancora l´ostacolo maggiore a un vero sviluppo economico. Ma la questione scottante resta: l´Anp è in grado di gestire la transizione verso uno Stato reale?
Molto è stato detto e scritto sulla crescita economica, meno sulla effettiva capacità di governare. Prendiamo i cambiamenti nel sistema giudiziario. A differenza di quando c´era Yasser Arafat, la polizia palestinese non può più effettuare fermi arbitrari, detenere una persona senza portarla davanti a un giudice che ne convalidi l´arresto. E il numero dei giudici - grazie a un programma sostenuto dall´Unione Europea - è in aumento. I sondaggi di opinione indicano che il senso di sicurezza nelle grandi città è cresciuto e il miglioramento è sensibile anche nelle strade al visitatore distratto. Si esprime nella forte diminuzione della criminalità e nelle chiamate dei cittadini alla polizia palestinese. I civili armati, che erano una presenza regolare quasi a ogni angolo di strada, sono per la maggior parte scomparsi, alcuni arrestati dall´esercito israeliano, altri dalla sicurezza palestinese.
L´Onu, la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale hanno annunciato all´inizio di quest´anno che l´Anp è in grado di gestire uno Stato, con strutture moderne e dinamiche. Certo tutte queste istituzioni hanno esaminato solo la Cisgiordania, dove l´Autorità nazionale palestinese mantiene uno stretto controllo grazie ai 45mila membri delle sue varie forze di sicurezza. Diversa la situazione a Gaza, dove Hamas controlla tutto dal 2007 e dove proliferano gruppi e gruppetti estremisti sempre ben armati. Anche a un livello superficiale l´Anp non sembra in grado di governare la Striscia, né Hamas è disposto a cedere i suoi poteri e rinunciare alle sue forze di sicurezza. Il destino di Gaza è una delle grandi incognite.
Lo sforzo principale del premier dell´Anp Salam Fayyad - ex dirigente della Banca Mondiale - si è concentrato sulla Cisgiordania, con infrastrutture e sanità al primo posto. L´Anp, il cui bilancio di quest´anno è di quattro miliardi di dollari (di cui uno di aiuti esteri), ha investito una grande quantità di denaro per ristrutturare scuole e aprirne di nuove, oltre a pavimentare di tutte le città. Ramallah oggi può vantare un centro di cardiologia di primo livello, un ospedale pediatrico e una banca del sangue, che prima non esisteva. C´è anche la Palestine Football Association, ospitata in un palazzetto moderno non distante dal Parlamento che riunisce le 12 squadre che partecipano alla Premier League della Palestina. Il suo presidente? Un ex guerrigliero che è stato anche capo dei servizi segreti palestinesi ma che ora si è convertito alla "non violenza". «Abbiamo una terra che è nostra e un presidente», mi spiega convinto il gestore dello "Stars&Bucks Café" che si affaccia su Piazza Manara, «istituzioni, strutture, scuole, università, una nazionale di calcio, il nostro inno nazionale. Uno Stato lo siamo già da tempo, solo qualcuno non l´ha ancora capito».
Poi lunedì la battaglia vinta all´Unesco che ha votato a stragrande maggioranza l´ingresso della Palestina come Stato membro, ora l´annuncio che entro qualche settimana ci sarà richiesta di adesione ad altre 16 agenzie delle Nazioni Unite, prima fra tutte l´Oms, dove i palestinesi vorrebbero sedere a pieno diritto.
Certo agli americani e agli israeliani "la scorciatoia dell´Onu" non è piaciuta e vi si sono opposti con ogni mezzo. Ieri sera il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato dure ritorsioni contro l´Anp come il blocco del trasferimento delle tasse pagate per le merci destinate ai palestinesi (60 milioni di dollari al mese) e l´intensificazione nella costruzione di insediamenti ebraici nei Territori occupati con 2000 nuove case sui terreni oggetto della (ormai ex) trattativa di pace sostenuta da Stati Uniti e Europa. I palestinesi erano coscienti che lo "smacco dell´Unesco" non sarebbe rimasto senza risposta ma sembrano decisi ad andare avanti, la strada del riconoscimento all´Onu come Stato è considerata quella giusta. «Forse non siamo ancora davvero uno Stato, ma possiamo dire che i lavori sono in corso», dice convinto Salah Khalil, il libraio che sta nel centro di Ramallah , «potremmo chiamarle prove tecniche per uno Stato, basta guardarsi attorno per vedere come in questi ultimi cinque anni la situazione sia completamente cambiata».
L´atmosfera ieri nella Muqata, il palazzo presidenziale che era la sede del governatorato britannico ai tempi della Palestina mandataria, era colma d´orgoglio «Gli israeliani dovevano essere i primi a congratularsi con noi, invece…», dice Saeb Erekat, il capo dei negoziatori palestinesi, mentre infila in una cartella i telegrammi di complimenti arrivati a Ramallah dai quattro angoli del mondo.
«Quella all´Unesco è stata la prova del riconoscimento internazionale del diritto del nostro popolo a uno Stato indipendente», osserva nel suo ufficio al secondo piano Nabil Shaath, ex premier e ex ministro degli Esteri, ora consigliere del presidente Abu Mazen. Poi si alza e chiude la finestra per allontanare il fragore dei caterpillar che lavorano sulla collina davanti alla Muqata perché la capitale de facto della Palestina è un cantiere incessante, una frenesia edilizia sta completamente trasformando la skyline della città. Anche perché Ramallah è parte di quel 40 per cento della Cisgiordania dove i palestinesi possono costruire senza bisogno dei permessi israeliani. Spuntano grattacieli avveniristici in vetro e cemento destinati alle Banche arabe che hanno aperto qui sedi di "primo livello", magazzini, centri commerciali e centinaia di nuovi palazzi destinati ad abitazioni. Fervono lavori anche nella Muqata che ha perso quell´aria di fortino sotto assedio e sta per diventare un vero e proprio palazzo presidenziale con giardini e fontane. Il complesso è stato ampliato e ospiterà presto sette ministeri e l´ufficio del primo ministro. Già completato invece il grattacielo per Banca centrale palestinese. Nuove strade, una circonvallazione per aggirare il centro sempre assediato dalle auto. Guardando i titoli della Borsa di Nablus che scorrono sul maxi schermo su un lato di Piazza Manara si direbbe che la Borsa palestinese ha più successo di quelle in altre parti del mondo arabo. Ramallah sta assumendo sempre di più il ruolo destinato a Gerusalemme Est nei piani e nel cuore dei leader palestinesi. Per ora è la capitale futura della Palestina.
Questo boom edilizio e economico è uno dei segni più evidenti della crescita economica della Cisgiordania che è oltre l´8 per cento, la disoccupazione è scesa cento, grazie alla generosità dei Paesi donatori ma anche alla stabilità di questi ultimi cinque anni. Il tasso di violenza è crollato e le autorità israeliane hanno aumentato le tipologie e le quantità di merci che è possibile importare, ma le decine di check point di "sicurezza" sono ancora l´ostacolo maggiore a un vero sviluppo economico. Ma la questione scottante resta: l´Anp è in grado di gestire la transizione verso uno Stato reale?
Molto è stato detto e scritto sulla crescita economica, meno sulla effettiva capacità di governare. Prendiamo i cambiamenti nel sistema giudiziario. A differenza di quando c´era Yasser Arafat, la polizia palestinese non può più effettuare fermi arbitrari, detenere una persona senza portarla davanti a un giudice che ne convalidi l´arresto. E il numero dei giudici - grazie a un programma sostenuto dall´Unione Europea - è in aumento. I sondaggi di opinione indicano che il senso di sicurezza nelle grandi città è cresciuto e il miglioramento è sensibile anche nelle strade al visitatore distratto. Si esprime nella forte diminuzione della criminalità e nelle chiamate dei cittadini alla polizia palestinese. I civili armati, che erano una presenza regolare quasi a ogni angolo di strada, sono per la maggior parte scomparsi, alcuni arrestati dall´esercito israeliano, altri dalla sicurezza palestinese.
L´Onu, la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale hanno annunciato all´inizio di quest´anno che l´Anp è in grado di gestire uno Stato, con strutture moderne e dinamiche. Certo tutte queste istituzioni hanno esaminato solo la Cisgiordania, dove l´Autorità nazionale palestinese mantiene uno stretto controllo grazie ai 45mila membri delle sue varie forze di sicurezza. Diversa la situazione a Gaza, dove Hamas controlla tutto dal 2007 e dove proliferano gruppi e gruppetti estremisti sempre ben armati. Anche a un livello superficiale l´Anp non sembra in grado di governare la Striscia, né Hamas è disposto a cedere i suoi poteri e rinunciare alle sue forze di sicurezza. Il destino di Gaza è una delle grandi incognite.
Lo sforzo principale del premier dell´Anp Salam Fayyad - ex dirigente della Banca Mondiale - si è concentrato sulla Cisgiordania, con infrastrutture e sanità al primo posto. L´Anp, il cui bilancio di quest´anno è di quattro miliardi di dollari (di cui uno di aiuti esteri), ha investito una grande quantità di denaro per ristrutturare scuole e aprirne di nuove, oltre a pavimentare di tutte le città. Ramallah oggi può vantare un centro di cardiologia di primo livello, un ospedale pediatrico e una banca del sangue, che prima non esisteva. C´è anche la Palestine Football Association, ospitata in un palazzetto moderno non distante dal Parlamento che riunisce le 12 squadre che partecipano alla Premier League della Palestina. Il suo presidente? Un ex guerrigliero che è stato anche capo dei servizi segreti palestinesi ma che ora si è convertito alla "non violenza". «Abbiamo una terra che è nostra e un presidente», mi spiega convinto il gestore dello "Stars&Bucks Café" che si affaccia su Piazza Manara, «istituzioni, strutture, scuole, università, una nazionale di calcio, il nostro inno nazionale. Uno Stato lo siamo già da tempo, solo qualcuno non l´ha ancora capito».
Fabio Scuto
La vicenda riportata nei due articoli precedenti è significativa della impossibilità di trattare con il governo israeliano in termini di normale civiltà umana. Mentre gli israeliani hanno per decenni affermato la mancanza di uno spazio di trattativa con i palestinesi e con i loro movimenti politici accampando come pretesti, oltre alla natura terroristica delle azioni di un popolo scacciato in larga parte dalla propria terra con la violenza e le guerre di aggressione, il fatto che i palestinesi avrebbero sempre rifiutato di riconoscere l'esistenza dello stato ebraico.
La pretestuosità e l'essenza menzognera dell'affermazione emerge con chiarezza dall'atteggiamento che i rappresentanti israeliani hanno di recente esplicitato nelle due prese di posizione tenute in organismi internazionale. La prima volta è capitato quando, nonostante la stragrande maggioranza degli stati rappresentati all'ONU, hanno votato a favore dell'ammissione di uno stato di Palestina nell'assemblea generale delle Nazioni Unite: con ciò si è dimostrato che se c'è un soggetto che non riconosce l'esistenza dell'altro, questo è lo stato di Israele e non certo i palestinesi che rivendicano dallo stato sionista di riconoscere legittimità alla presenza dello stato arabo di Palestina nell'ambito dell'ONU: in conformità a decine e decine di deliberazioni sempre bloccate dal veto degli Stati Uniti d'America. Le isteriche reazioni al fatto che l'assemblea dell'UNESCO abbia ammesso nel suo seno anche la Palestina araba è il segno più evidente di come il rifiuto israeliano nei confronti di un popolo che ha dato il nome alla terra che i sionisti abusivamente occupano conferma il carattere banditesco della entità sionista.
Purtroppo il sostegno che a certi livelli viene concesso a un'entità che se ne infischia dell'ONU e dei suoi organismi e dell'opinione pubblica internazionale è a volte sconcertante.
Alcuni anni fa il settimanale "L'Espresso" pubblicò in allegato una serie di pubblicazioni dedicate alla grandi civiltà antiche: vi erano volumi dedicati alla civiltà greca, a quella romana, a quella induista, cinese, azteca, maya, islamica e, infine, a Israele. Incuriosito da quest'ultimo volume è considerato che sulla base delle mie conoscenze storico-artistiche non risulta che un'entità statale chiamata Israele abbia avuto nell'antichità una durata superiore ai 250 anni (successivamente vi furono la conquista babilonese, assira, persiana, ellenistica e romana che cancellarono ogni traccia delle per altro scarse opere architettoniche create dal popolo giudeo, al punto che tutto ciò che resta della presunta civiltà ebraica è il cosiddetto "muro del pianto", unico resto del secondo tempio di Gerusalemme, per altro costruito da un monarca della tribù degli Idumei e non dei Giudei).
Scoprii così, con mia grande sorpresa, che venivano assegnate alla civiltà architettonico-artistica di Israele i reperti lasciati in terra di Palestina dai sovrani ellenistici, dai romani e, soprattutto, dagli arabi: la grande moschea del califfo Omar e la moschea di Al Aqsa, sorte sulla spianata detta appunto delle moschee in Gerusalemme, sarebbero state creazioni di una fantomatica civiltà israeliana, al pari dei reperti lasciati dai regni latini creati dai crociati nell'epoca appunto delle spedizioni "crociate". Di israeliano nelle civiltà che si sono succedute nella terra palestinese non c'è niente: l'asserita civiltà di Israele è una pura invenzione costruita con finalità propagandistiche dal moderno movimento sionista, grazie alla grande disponibilità di mezzi finanziari di cui esso ha sempre disposto e della incondizionata "amicizia" del protettore statunitense: una versione artistica della natura artificiale dello stato sionista che si è affermato su terre che appartenevano ad un altro popolo.
martedì 1 novembre 2011
PALESTINA - 1 Novembre 2011
L´Unesco riconosce la Palestina Gli Usa: "Inopportuno, stop ai fondi"
GERUSALEMME - «Una vittoria del diritto, della giustizia, della libertà». «Una tragedia». Non potrebbero essere più distanti in questo momento Israele e Palestina. Il voto parigino dell´Assemblea generale dell´Unesco ieri pomeriggio sulla richiesta di adesione presentata dall´Anp - passata con 107 sì, 52 astensioni e 14 no - ha aperto un nuovo fronte: quello diplomatico, che coinvolge anche gli Stati Uniti e l´Europa. Gli Stati Uniti fortemente contrari insieme a Israele all´adesione - convinti che solo da negoziati diretti fra le parti ci possa essere il riconoscimento della Palestina come Stato - hanno messo in campo tutto il loro peso politico e tutte le loro risorse, minacciando o blandendo i delegati, per evitare il voto e la dèbacle annunciata. «Una mossa controproducente, inopportuna e prematura», il secco e stizzito commento della Casa Bianca dopo la votazione. Minaccia il premier israeliano Netanyahu: «Non ce ne staremo seduti con le braccia conserte verso queste mosse che danneggiano Israele». Difficile in questo clima riavviare i tanto evocati negoziati diretti di pace. I delegati europei hanno votato in ordine sparso, sancendo ancora una volta le divisioni dentro l´Unione su una politica estera comune: sì della Francia, del Belgio, della Spagna e dell´Austria, no della Germania, astensione della Gran Bretagna e dell´Italia. Favorevoli la Russia, la Cina, l´India insieme alla quasi totalità dei Paesi arabi e latinoamericani. Deluso sull´Italia il ministro degli Esteri palestinese al-Malki: «Visti i nostri rapporti Roma avrebbe dovuto votare sì».
Il voto dell´Unesco - l´organizzazione per l´Educazione, la Scienza e la Cultura creata nel 1946 - ha un grande valore simbolico per i palestinesi ma uno scarso peso politico. Per Abu Mazen rappresenta un primo importante successo in attesa che il Consiglio di sicurezza dell´Onu si pronunci sull´ammissione della Palestina alle Nazioni Unite. Ma su quella richiesta pende il veto annunciato dagli Stati Uniti al Consiglio di sicurezza, nella convinzione che uno Stato palestinese vada riconosciuto nell´ambito di un negoziato con Israele, che bloccherà la richiesta.
L´Unesco, la prima agenzia Onu ad aver messo in agenda la questione dello status palestinese, adesso si trova esposta ai tagli del contributo che gli Stati Uniti le versano. Ieri sera il Dipartimento di Stato americano ha annunciato il congelamento dei finanziamenti di Washington che da soli rappresentano il 22 per cento del budget dell´Agenzia. Due leggi approvate negli anni ´90 dagli Usa vietano il finanziamento di qualsiasi organizzazione Onu che accetti la Palestina come membro a pieno titolo. Problema che ha ben chiaro anche il segretario generale dell´Onu Ban Ki-moon. «L´ammissione della Palestina come membro dell´Unesco ha potenziali implicazioni sui finanziamenti garantiti da alcuni degli Stati membri», ha detto il segretario in una conferenza stampa a New York, ma ha anche voluto ricordare che il compito dei Paesi che fanno parte del sistema Onu è di assicurare il supporto politico e finanziario all´organizzazione. Gli Usa sono rientrati nell´Unesco solo nel 2003, dopo anni di boicottaggio nei confronti di quella che il Dipartimento di Stato definiva «la crescente disparità tra la politica estera Usa e gli obiettivi dell´Unesco».
Il primo passo della Palestina all´Unesco, ora che ne è Stato membro e può chiedere la protezione dei suoi siti storici e religiosi, sarà quello di far partire la richiesta ufficiale perché Betlemme - la città della Natività strangolata dal Muro "di sicurezza" - entri a far parte della lista dei siti protetti come Patrimonio universale
Il voto dell´Unesco - l´organizzazione per l´Educazione, la Scienza e la Cultura creata nel 1946 - ha un grande valore simbolico per i palestinesi ma uno scarso peso politico. Per Abu Mazen rappresenta un primo importante successo in attesa che il Consiglio di sicurezza dell´Onu si pronunci sull´ammissione della Palestina alle Nazioni Unite. Ma su quella richiesta pende il veto annunciato dagli Stati Uniti al Consiglio di sicurezza, nella convinzione che uno Stato palestinese vada riconosciuto nell´ambito di un negoziato con Israele, che bloccherà la richiesta.
L´Unesco, la prima agenzia Onu ad aver messo in agenda la questione dello status palestinese, adesso si trova esposta ai tagli del contributo che gli Stati Uniti le versano. Ieri sera il Dipartimento di Stato americano ha annunciato il congelamento dei finanziamenti di Washington che da soli rappresentano il 22 per cento del budget dell´Agenzia. Due leggi approvate negli anni ´90 dagli Usa vietano il finanziamento di qualsiasi organizzazione Onu che accetti la Palestina come membro a pieno titolo. Problema che ha ben chiaro anche il segretario generale dell´Onu Ban Ki-moon. «L´ammissione della Palestina come membro dell´Unesco ha potenziali implicazioni sui finanziamenti garantiti da alcuni degli Stati membri», ha detto il segretario in una conferenza stampa a New York, ma ha anche voluto ricordare che il compito dei Paesi che fanno parte del sistema Onu è di assicurare il supporto politico e finanziario all´organizzazione. Gli Usa sono rientrati nell´Unesco solo nel 2003, dopo anni di boicottaggio nei confronti di quella che il Dipartimento di Stato definiva «la crescente disparità tra la politica estera Usa e gli obiettivi dell´Unesco».
Il primo passo della Palestina all´Unesco, ora che ne è Stato membro e può chiedere la protezione dei suoi siti storici e religiosi, sarà quello di far partire la richiesta ufficiale perché Betlemme - la città della Natività strangolata dal Muro "di sicurezza" - entri a far parte della lista dei siti protetti come Patrimonio universale
dell´Umanità.
Fabio Scuto
"America e Stato ebraico isolati questo voto è segno di una svolta"
«La conquista di un seggio palestinese all´Unesco ha un valore simbolico. Quel riconoscimento, però, è anche un segnale importante: rivela un cambiamento profondo nell´opinione mondiale, l´isolamento crescente di Stati Uniti e Israele». Juan Cole, storico del Medio Oriente all´Università del Michigan, invita a calcolare i voti espressi ieri dall´assemblea di Parigi per distillarne il significato politico. «L´ingresso della Palestina all´Unesco è stato approvato dalla stragrande maggioranza: 107 membri a favore, e soltanto 14 contrari. Siamo di fronte a un´inversione di rotta, anche rispetto a pochi anni fa».
Professore Cole, la Francia ha rotto i ranghi. Italia e Gran Bretagna si sono astenute. Lei come lo interpreta?
«È la dimostrazione che il fronte del rifiuto contro la nascita di uno Stato palestinese va sfaldandosi. Ieri si sono viste diserzioni significative, in particolare della Francia. Tutto questo annuncia due novità: la prima è la debolezza crescente, l´irrilevanza dell´America nelle questioni del mondo arabo. Per Washington, si è trattato di una sconfitta. La seconda novità è la percezione diversa di Israele da parte della comunità internazionale».
Che cos´è cambiato?
«Sono cambiate molte cose nell´ultimo decennio: ci sono state la guerra del Libano nel 2006, di Gaza nel 2008-2009, il blocco della Striscia, poi l´affare della Mavi Marmara con l´assalto alla nave turca della Freedom Flotilla nel 2010. Sono episodi che hanno modificato l´immagine di Israele, nel trattamento dei palestinesi. Il voto all´Unesco manifesta l´opposizione dell´America Latina, l´Africa, l´Asia, e anche parte dell´Occidente, alla politica della destra al governo in Israele».
Ma l´accesso all´Unesco non garantirà ai palestinesi uno Stato. La loro, è una diplomazia vincente?
«Intanto, il risultato di ieri ha ramificazioni legali: se alcuni siti storici e religiosi verranno designati patrimonio dell´umanità sotto la bandiera palestinese, questi saranno in qualche misura protetti dall´espansione delle colonie israeliane. Quanto alla strategia diplomatica, l´efficacia si vedrà nel lungo termine. Del resto, dopo le promesse inevase di Oslo, dopo l´inconsistenza del processo di pace, una nuova generazione colta di avvocati palestinesi vuole rompere l´isolamento indirizzandosi alla comunità internazionale».
E che risultato otterrà, secondo lei, quando il Consiglio di sicurezza voterà il riconoscimento di uno Stato palestinese?
«Probabilmente, otterrà niente. Servono 9 voti per una maggioranza, e i palestinesi ne hanno soltanto 8. Washington non dovrà nemmeno opporre il veto. È una faccenda tutta simbolica. Però si capisce che il vento è cambiato. Il mondo si muove in una nuova direzione».
Professore Cole, la Francia ha rotto i ranghi. Italia e Gran Bretagna si sono astenute. Lei come lo interpreta?
«È la dimostrazione che il fronte del rifiuto contro la nascita di uno Stato palestinese va sfaldandosi. Ieri si sono viste diserzioni significative, in particolare della Francia. Tutto questo annuncia due novità: la prima è la debolezza crescente, l´irrilevanza dell´America nelle questioni del mondo arabo. Per Washington, si è trattato di una sconfitta. La seconda novità è la percezione diversa di Israele da parte della comunità internazionale».
Che cos´è cambiato?
«Sono cambiate molte cose nell´ultimo decennio: ci sono state la guerra del Libano nel 2006, di Gaza nel 2008-2009, il blocco della Striscia, poi l´affare della Mavi Marmara con l´assalto alla nave turca della Freedom Flotilla nel 2010. Sono episodi che hanno modificato l´immagine di Israele, nel trattamento dei palestinesi. Il voto all´Unesco manifesta l´opposizione dell´America Latina, l´Africa, l´Asia, e anche parte dell´Occidente, alla politica della destra al governo in Israele».
Ma l´accesso all´Unesco non garantirà ai palestinesi uno Stato. La loro, è una diplomazia vincente?
«Intanto, il risultato di ieri ha ramificazioni legali: se alcuni siti storici e religiosi verranno designati patrimonio dell´umanità sotto la bandiera palestinese, questi saranno in qualche misura protetti dall´espansione delle colonie israeliane. Quanto alla strategia diplomatica, l´efficacia si vedrà nel lungo termine. Del resto, dopo le promesse inevase di Oslo, dopo l´inconsistenza del processo di pace, una nuova generazione colta di avvocati palestinesi vuole rompere l´isolamento indirizzandosi alla comunità internazionale».
E che risultato otterrà, secondo lei, quando il Consiglio di sicurezza voterà il riconoscimento di uno Stato palestinese?
«Probabilmente, otterrà niente. Servono 9 voti per una maggioranza, e i palestinesi ne hanno soltanto 8. Washington non dovrà nemmeno opporre il veto. È una faccenda tutta simbolica. Però si capisce che il vento è cambiato. Il mondo si muove in una nuova direzione».
Alix Van Buren
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