I CATTOLICI E LA CONOSCENZA DELLE SACRE SCRITTURE (I Vangeli)
Chi abbia seguito con un minimo di attenzione l'impegno con cui il governo italiano, facendo da eco ai comprensibili sforzi in materia della chiesa cattolica, ha cercato di fare inserire nella costituzione europea che le radici dell'Europa sono radici giudaico-cristiane, e nello stesso tempo, chi si è soffermato sugli sforzi che lo stesso governo in prima persona ha ripetutamente esperito per affermare la regola dell'obbligatorietà del crocifisso nelle scuole e negli uffici pubblici, fino a cercare di difendere tale regola con ricorsi alla Corte dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo, non può che convincersi che la religiosità del popolo italiano a tutti i livelli deve essere un inestinguibile incendio che coinvolge non solo l'organizzazione ecclesiastica, ma le grandi masse popolari, le forze politiche, le associazioni culturali e tutto ciò che si muove nel paese nella sfera pubblica e nei comportamenti famigliari e personali. Un osservatore straniero che attraversa il paese, e che si aspetterebbe un popolo religiosissimo a fronte del quale polacchi, croati e irlandesi, per i quali la religione cattolica è un elemento inscindibile dall'identità nazionale, credo rimanga sconvolto di fronte al bassissimo livello di religiosità degli italiani: non solo sotto il profilo dei comportamenti etici, non solo se si considera la scarsa assiduità con cui si rispettano i precetti del culto, ma soprattutto ci si misura con l'assoluta ignoranza diffusa sui contenuti dei Testi Sacri: non solo il Vecchio Testamento che in fin dei conti riguarda la storia e la religione ebraica, ma sui Vangeli (quelli ufficiali) che, pure, dovrebbero essere considerati con l'attenzione e la reverenza di testi che parlano della vita e delle predicazioni di Gesù, e cioè del Figlio di Dio.
Mi viene così impellente il bisogno di rendere pubblici i problemi e gli interrogativi che sono stato costretto a pormi da quando, divenuta di pubblico dominio la mia conversione all'Islam, mi sono trovato al centro di una fitta rete di continue provocazioni, di insulti neppure tanto velati e di domande stupide, rivelatrici soltanto di totale ignoranza religiosa oltre che di un malcelato razzismo anti islamico. L'ultimo esempio in ordine di tempo è la domanda che mi è stata rivolta da un personaggio noto per il suo livello culturale e in passato titolare di prestigiose cariche istituzionali, che nell'incontrarmi per caso all'indomani della morte di Bin Laden mi ha chiesto:
"Non hai messo il lutto per la morte del tuo capo?". Sconcertato da tanta stupida volgarità ho riflettuto qualche istante, poi gli ho chiesto: "E tu metti un segno di lutto nell'anniversario della morte di Mussolini o di Hitler?". Episodi di questo genere mi capitano con frequenza quasi quotidiana, quasi sempre da persone acculturate che, peraltro, non sono note per il loro particolare fervore religioso. Poiché non sono talmente forte da seguire il precetto di Gesù, sia Egli Benedetto nella Pace del Signore, e cioè la massima: "Se ti danno uno schiaffo su una guancia tu porgi l'altra guancia" d'ora in avanti pubblicherò su questo blog in difesa dell'Islam non solo post che riguardano l'attualità o i contenuti della mia fede di musulmano ma mi dedicherò anche, finalmente, a dilungarmi su quelli che il defunto pontefice Giovanni Paolo II ha definito "I Gravi Peccati della Chiesa".
Ebrei, Cristiani di ogni orientamento e musulmani sono chiamati anche "La gente del Libro" (in lingua greca il termine "Biblos" da cui deriva la parola Bibbia significa appunto "Libro"), perché fondano o dovrebbero fondare la propria fede, i propri precetti e i propri comportamenti etici su testi dettati o ispirati direttamente da Dio. Ne consegue che i credenti di una di queste tre religioni dovrebbero avere non solo il diritto, ma addirittura il dovere di leggere, studiare e comprendere le Sacre Scritture. Tale regola vale sicuramente per i musulmani per i quali leggere ogni giorno qualche sura del Corano è praticamente un precetto imperativo; anche i protestanti cristiani si dedicano alla lettura della Bibbia, al punto che chiunque pernotti in un albergo britannico o statunitense troverà un'edizione della Bibbia sopra o dentro il comodino.
La stragrande maggioranza dei cattolici, invece, conosce poco o nulla del Vecchio e del Nuovo Testamento, e solo un'esigua minoranza sa che c'è un libro intitolato Corano. Una volta ho voluto fare un esperimento statistico e ho scoperto che su dieci persone la metà ignorava persino che Gesù era di religione ebraica. Qualcuno mi ha risposto che naturalmente era cristiano: quel signore doveva sicuramente aver letto un'opera di Nietzsche ("L'Anticristo") nella quale il filosofo tedesco sosteneva che la religione cristiana non è mai esistita perché il suo unico seguace era morto in croce.
Viene spontaneo chiedersi a cosa sia dovuta l'ignoranza cattolica sulla loro religione. Escludiamo la tesi razzista secondo la quale l'ignoranza degli italiani è dovuta alla loro maggiore pigrizia rispetto ai popoli germanici ed anglosassoni e cerchiamo di trovare le cause storiche profonde dell'ignoranza odierna.
Il problema delle religioni rilevate e consegnate a un testo scritto è la lingua. Quando una fede di questo tipo si diffonde presso popoli che parlano altre lingue o anche quando nel luogo stesso dove è nata, la naturale evoluzione nel corso dei secoli fa mutare profondamente il linguaggio. Succede così che la rivelazione rischia di non essere più compresa dalla maggior parte dei credenti.
Mentre questo problema ha cominciato a porsi per i musulmani quando l'Islam si è diffuso presso i numerosi popoli che non parlavano arabo, già prima della nascita di Gesù gli ebrei, che avevano comunità sparse in tutto l'oriente ellenistico e nel bacino Mediterraneo, si trovarono a fronteggiare questo problema. Il Vecchio Testamento era scritto in ebraico, ma molti ebrei di seconda o terza generazione conoscevano il greco meglio della propria lingua madre; inoltre anche molti "Gentili" non ebrei di lingua greca potevano avvicinarsi con curiosità al culto ebraico.
Il problema venne risolto traducendo la Bibbia dalla lingua ebraica che oltretutto non era più parlata dal secondo secolo a.C. ed era stata sostituita dall'aramaico (la lingua parlata da Gesù). Nacque così la Bibbia dei Settanta. San Girolamo tradusse in latino Vecchio e Nuovo Testamento in un periodo compreso tra il 347 e il 420 d.C. Si trattava di un'iniziativa necessaria: il Cristianesimo si diffondeva sempre più nei territori occidentali dell'impero romano dove la lingua più diffusa era il latino. Ancora oggi la versione di San Girolamo è conosciuta col nome di "Vulgata" ("popolare"); e più o meno negli stessi anni un'operazione simile venne fatta da un vescovo che aveva aderito all'eresia ariana, Wulfila che inventò addirittura un nuovo alfabeto per tradurre la Bibbia in gotico e renderla così accessibile ai popoli germanici. Qualche secolo più tardi i santi Cirillo e Metodio inventarono il primo alfabeto slavo per poter diffondere la fede cristiana fra i loro popoli.
Con la caduta dell'impero romano d'occidente il latino decadde e fra i popoli che ne avevano fatto parte nacquero le varie lingue volgari, tanto che all'alba dell'anno mille, in Europa, il latino era ormai solo la lingua dei sapienti e dei giuristi, sconosciuta alla grande massa della gente comune. Sarebbe stato logico che la chiesa cattolica promuovesse rapidamente la traduzione della Bibbia e del Vangelo nelle nuove lingue nazionali in modo che i fedeli potessero, se non studiarli, almeno sentirli recitare in una lingua comprensibile. L'autorità ecclesiastica procedette invece in senso completamente opposto, e a partire da un certo momento tutti gli sforzi per rendere le Sacre Scritture comprensibili ai popoli furono duramente condannati e i loro artefici sottoposti a persecuzioni.
Il motivo di tale atteggiamento a dir poco singolare è che i cosiddetti eretici e tutti coloro che avevano motivi di contestazione nei confronti del potere politico della chiesa, utilizzavano le Sacre Scritture per dimostrare alla gente come la Chiesa ufficiale avesse praticamente rinnegato gli originali comandamenti evangelici di povertà, umiltà e carità.
Nel 1199 papa Innocenzo III, l'inventore delle crociate contro i cosiddetti eretici, si scagliò con parole durissime contro quegli uomini quelle donne che "in segrete adunanze si sono arrogati il diritto di esporre scritti del genere e di predicare gli uni agli altri".
Nel 1229 il Concilio di Tolosa istituì la Santa Inquisizione e venne convocato nel sud della Francia, dove erano stati sterminati decine di migliaia di Catari e di Albigesi, proibì ai laici di possedere e leggere la Bibbia fatta eccezione dei salmi di re David e di pochi altri passi contenuti in breviari autorizzati: lo studio e la predicazione della Bibbia divennero così affari riservati del clero e chiunque provasse a farlo in proprio rischiava il rogo come eretico; anzi la maggior parte dei processi contro gli eretici veniva promossa sotto l'accusa di "traduzione e lettura non autorizzata dei Vangeli". Si comprende così come la traduzione in tedesco della Bibbia da parte di Martin Lutero gettò nel panico l'alto clero cattolico. Nel 1533 una commissione di prelati sull'argomento venne inviata al papa: "Debbono farsi tutti gli sforzi possibili affinché si permetta il meno possibile la lettura del Vangelo...Basti quel pochissimo che suol leggersi nella Messa, né più di quello sia permesso di leggere chi che sia. Finché gli uomini si accontentarono di quel poco gli interessi della santità vostra prosperarono, ma quando si volle leggere di più cominciarono a decadere...Bisogna perciò sottrarre le Sacre Scritture alla vista del popolo, usando grande cautela per non suscitare tumulti".
Tre secoli dopo papa Pio VII affermerò che: "Le associazioni che vanno formandosi nella maggior parte d'Europa per tradurre in lingua volgare e espandere la parola di Dio, mi fanno orrore...Bisogna distruggere questa peste con tutti i mezzi possibili" (Bolla del 28/06/1816).
L'uso delle lingue nazionali nella liturgia, a posto del latino, è stato introdotto solo con il Concilio Vaticano II indetto da papa Giovanni XXIII e proseguito da papa Paolo VI. La decisione conciliare provocò un piccolo scisma reazionario guidato dal vescovo francese Jean Le Fèvre che non si limitò ad autorizzare i preti a lui fedeli a celebrare la messa in latina, ma avvalendosi della sua autorità di vescovo cominciò ad ordinare sacerdoti; e per questo motivo fu scomunicato da Paolo VI.
Giovanni Paolo II ne ha disposto il perdono e la riammissione nella Chiesa e naturalmente lo ha lasciato libero di celebrare in latino. Evidentemente si torna all'antico.
Questo Blog si propone di dare risposta agli interrogativi e alle polemiche che più frequentemente hanno per oggetto la religione islamica e il Corano. Tale attività è particolarmente necessaria in Italia, data la totale disinformazione che gli italiani hanno sulla religione di un miliardo seicento milioni di musulmani in tutto il mondo.
venerdì 22 luglio 2011
mercoledì 20 luglio 2011
"Siria, un milione in piazza" 28 morti fra i dimostranti
Hillary Clinton: "Il Paese non tornerà più indietro"
La rivolta siriana entra nel quinto mese, con un venerdì di protesta segnato da nuovi morti e feriti. Le forze di sicurezza fanno fuoco sui dimostranti in varie città attraverso il Paese, con un bilancio fra i 14 morti, secondo l'Osservatorio dei diritti umani (Odu), e i 28 stando al calcolo dei Comitati locali di coordinamento. Un milione di manifestanti avrebbe riempito le piazze, raggiungendo il numero più alto dall´inizio della ribellione senza precedenti contro il regime. Se il dato, diffuso dall´Odu verrà confermato, sarebbe in contrasto con le affermazioni diffuse di recente da alcuni comitati filogovernativi riguardo a un "progressivo calo" nella partecipazione ai cortei. Come dice all´Afp Rami Abdel Rahmane, dell´Odu, si tratterebbe di «uno sviluppo importante e di un messaggio rivolto alle autorità per dire che le manifestazioni si amplificano».
Hillary Clinton, segretario di Stato americano in visita in Turchia, ribadisce che il presidente siriano Bashar al Assad «ha perso legittimità» in seguito alla repressione: «il Paese non può più tornare indietro», dice Clinton, e la situazione in Siria «è aperta». Robert Ford, l´ambasciatore di Washington a Damasco, avverte che il regime rischia di «essere spazzato via dalle piazze», e rivolge ad Assad l´invito «urgente» di «prendere la decisione difficile», e cioè di impegnarsi nelle riforme. Anche l´Unione europea esprime parole di condanna: in una dichiarazione rilasciata ieri fa sapere che continuerà «a seguire e a rafforzare» la politica delle sanzioni contro la Siria. Il documento dovrà essere ufficialmente adottato lunedì dai ministri europei degli Affari esteri.
Ieri in Siria gli scontri più duri sono avvenuti nella capitale e nelle periferie. A Damasco, nel quartiere di Midani, dopo le preghiere all´uscita della moschea Al Hassan, teatro di raduni da settimane, un imponente schieramento di forze della sicurezza ha disperso migliaia di dimostranti. Raffiche di armi da fuoco si sarebbero sentite nei quartieri di Qabun, con 10 morti, Jobar (almeno un morto), l´area curda di Rukn Eddin (3 morti), Duma (2), oltre a Deraa nel Sud al confine con la Giordania, e nella provincia di Idlib, a Nord. L´agenzia di Stato Sana accusa «bande armate», e attribuisce loro «morti e feriti fra i cittadini e le forze dell´ordine nei quartieri di Qabun e di Rukn Eddin». La tv pubblica aggiunge l´uccisione di un civile a Idlib, e di un agente della sicurezza a Homs.
Nella città ribelle di Hama, invece, dove s´è vista la folla più numerosa, ieri non sarebbero avvenuti scontri. Stando agli attivisti, dopo un accordo raggiunto fra le autorità e i rappresentanti di una delegazione cittadina, sono state smontate le barricate dalle strade principali. Restano quelle a protezione di alcuni quartieri, in attesa - dicono i militanti - che il governo mantenga le promesse, compresa quella di liberare tutti i prigionieri.
Hillary Clinton, segretario di Stato americano in visita in Turchia, ribadisce che il presidente siriano Bashar al Assad «ha perso legittimità» in seguito alla repressione: «il Paese non può più tornare indietro», dice Clinton, e la situazione in Siria «è aperta». Robert Ford, l´ambasciatore di Washington a Damasco, avverte che il regime rischia di «essere spazzato via dalle piazze», e rivolge ad Assad l´invito «urgente» di «prendere la decisione difficile», e cioè di impegnarsi nelle riforme. Anche l´Unione europea esprime parole di condanna: in una dichiarazione rilasciata ieri fa sapere che continuerà «a seguire e a rafforzare» la politica delle sanzioni contro la Siria. Il documento dovrà essere ufficialmente adottato lunedì dai ministri europei degli Affari esteri.
Ieri in Siria gli scontri più duri sono avvenuti nella capitale e nelle periferie. A Damasco, nel quartiere di Midani, dopo le preghiere all´uscita della moschea Al Hassan, teatro di raduni da settimane, un imponente schieramento di forze della sicurezza ha disperso migliaia di dimostranti. Raffiche di armi da fuoco si sarebbero sentite nei quartieri di Qabun, con 10 morti, Jobar (almeno un morto), l´area curda di Rukn Eddin (3 morti), Duma (2), oltre a Deraa nel Sud al confine con la Giordania, e nella provincia di Idlib, a Nord. L´agenzia di Stato Sana accusa «bande armate», e attribuisce loro «morti e feriti fra i cittadini e le forze dell´ordine nei quartieri di Qabun e di Rukn Eddin». La tv pubblica aggiunge l´uccisione di un civile a Idlib, e di un agente della sicurezza a Homs.
Nella città ribelle di Hama, invece, dove s´è vista la folla più numerosa, ieri non sarebbero avvenuti scontri. Stando agli attivisti, dopo un accordo raggiunto fra le autorità e i rappresentanti di una delegazione cittadina, sono state smontate le barricate dalle strade principali. Restano quelle a protezione di alcuni quartieri, in attesa - dicono i militanti - che il governo mantenga le promesse, compresa quella di liberare tutti i prigionieri.
martedì 19 luglio 2011
SI AVVERTONO I CORTESI LETTORI DEL PRESENTE BLOG CHE NEI PROSSIMI POST VERRANNO PUBBLICATI TESTI MONOGRAFICI PER ILLUSTRARE QUELLI CHE IL PONTEFICE E GIOVANNI PAOLO II DEFINI' "I PECCATI E I DELITTI DELLA CHIESA CATTOLICA NELLA STORIA". CI TROVIAMO COSTRETTI A FARLO PER RISPONDERE A TUTTE LE FAVOLE RACCONTATE SULLE "EFFERATEZZE" DEI MUSULMANI NELLA STORIA DELL'UOMO.
SIAMO COSTRETTI A TORNARE SU ISRAELE
Nelle lettere al Corriere della Sera di Lunedì 18/07/2011, sono state pubblicate una lettera a firma Franco Cohen con la relativa risposta di Sergio Romano: il tutto sotto il titolo
"Due pesi e due misure. Israele e la crisi siriana"
Credo fermamente che questo mondo sarebbe molto migliore se esistesse una maggiore imparzialità. Mi riferisco, nel caso specifico, alle vicende del Vicino Oriente e vorrei chiedere un suo parere. Il regime siriano massacra ormai da mesi la propria popolazione civile, che manifesta pacificamente, uccidendo oltre mille persone. Ebbene, non c’è minima traccia in Italia di manifestazioni di piazza, solidarietà incendio di bandiere siriane, ecc. Se viceversa si verifica qualcosa da parte Israeliana, di proporzioni infinitamente minori, la piazza si scatena con manifestazioni violente, accuse infamanti, ecc. ecc. Saprebbe spiegare questa preoccupante sperequazione?
Franco Cohen
Caro Cohen, Quando la bandiera israeliana è stata bruciata, all’epoca della guerra di Gaza o dopo il cruento arrembaggio della flottiglia proveniente dalla Turchia, vi fu nell’opinione pubblica occidentale un coro di proteste indignate. Israele gode di molte simpatie e può contare su numerosi sostenitori. Non credo ai boicottaggi e fra questi a quelli promossi contro Israele perché, come le sanzioni, colpiscono anzitutto imprenditori e lavoratori; ma la campagna per il boicottaggio dei prodotti agricoli provenienti dai territori occupati appartiene all’arsenale delle proteste democratiche e non può essere definita un’azione violenta. Aggiungo che fra la questione palestinese e la questione siriana esiste una importante differenza. Ciò che accade in Siria è condannabile ed è stato condannato dalla maggior parte dei Paesi democratici con espressioni particolarmente severe. Ma è pur sempre una questione interna dello Stato siriano. Il concetto di ingerenza umanitaria sembra essere entrato nella cultura politica della democrazia occidentale da qualche anno, ma nessuno può dire con precisione se e quanto i dimostranti di Aleppo, Hama e altre città siriane siano rappresentativi dei sentimenti della maggioranza della popolazione. Si può scendere in piazza, naturalmente, per denunciare le repressioni poliziesche del regime di Bashar al Assad, ma i nostri governi, soprattutto dopo gli infelici risultati della guerra libica, si accontenteranno di qualche condanna verbale e staranno a guardare. La questione palestinese è alquanto diversa. Lo Stato d’Israele è stato costituito, grazie a una risoluzione della maggiore organizzazione internazionale su un territorio che è stato lungamente abitato da una popolazione indigena non ebraica. Quando gli Stati arabi rifiutarono la spartizione e cercarono di cancellare dalla carta geografica lo Stato appena costituito, Israele si difese, vinse e riuscì a occupare nuove terre; e così accadde nelle guerre successive. Sul piano politico, nulla da obiettare. Uno Stato ha il diritto di difendersi e di mettere il proprio territorio al sicuro, per quanto possibile, da altre minacce. Ma nei territori occupati esiste una popolazione che ha il diritto morale di considerare quella terra come la sua casa. Nella storia europea molti Stati si sono ingranditi occupando province abitate da popolazioni straniere, ma l’occupazione è diventata legittima e duratura soltanto quando il conquistatore ha trattato gli abitanti dei territori conquistati come cittadini. Lo Stato ebraico invece non può trattare i palestinesi dei territori occupati (e per molti aspetti neppure quelli del proprio territorio nazionale) nel modo in cui la Francia, per fare un esempio, ha trattato gli alsaziani. E i palestinesi, dal canto loro, hanno più volte dimostrato, con l’Intifada e con il voto, di volere l’indipendenza. Non è sorprendente che essi hanno abbiano suscitato la simpatia delle opinioni pubbliche occidentali.
Sergio Romano
L'obbiettività della risposta di Sergio Romano e la solidità degli argomenti addotti mi dispenserebbe dal fare troppi commenti su un argomento che, del resto, ho già ampiamente affrontato nei post raccolti sotto il titolo
"Il conflitto israelo-palestinese". Voglio tuttavia aggiungere alcune osservazioni che normalmente sfuggono e che ridimensionano molto l'argomento principe che gli ebrei sionisti adducono per dare un fondamento alla loro pretesa sulla Palestina e su Gerusalemme: l'argomento consisterebbe nel fatto che si tratterebbe della terra che Dio ha assegnato al popolo di Israele come suggello dell'Alleanza.
Vale la pena osservare che:
I - La terra su cui i sionisti hanno edificato il loro stato era conosciuta fin dalla più remota antichità e fino all'epoca dell'impero ottomano di cui era provincia col nome di Palestina. Il termine deriva dal nome della popolazione che vi abitava molto prima degli ebrei e che era nota col nome di "Falasthin" (o filistei). Secondo gli archeologi i filistei (o palestinesi) erano una popolazione fortemente affine dal punto di vista etnico e linguistico con le popolazioni pelasgiche che risiedevano prima dell'indoeuropei in tutte le isole del Mar Egeo, a cominciare da Creta. Dal Vecchio Testamento risulta che gli antichi ebrei ebbero lunghe guerre con i filistei ma non riuscirono mai a sottometterli o a conquistarne il territorio. Le 7 città di Gaza conservarono sempre la loro indipendenza fieramente difesa. Gli ebrei esercitarono la loro sovranità effettiva su una parte della Palestina (Giudea e Israele) soltanto poco più di un secolo, fino a quando gli Assiri li deportarono in Mesopotamia. Restituiti alla loro terra dal persiano Ciro il Grande, mantennero la loro indipendenza solo per un breve l'asso di tempo in epoca ellenistica. Successivamente caddero definitivamente sotto il potere dei romani che in due fasi (prima sotto l'imperatore Tito quindi sotto l'imperatore Adriano) li distrussero e li dispersero in tutto il Mediterraneo. Quel che è certo è che nessuna forma di sovranità gli ebrei hanno più esercitato sulle terre di Palestina. Dal punto di vista storico la loro rivendicazione sulla Palestina ha un fondamento molto minore di quello che potrebbe avere la pretesa dei Greci di esigere la restituzione dell'Italia meridionale, a cominciare dalla Sicilia, dove il dominio greco è durato parecchie centinaia di anni. Siracusa era più grande di Atene.
II - Anche se si volesse, per assurdo, sostenere che i palestinesi non hanno niente a che vedere con i filistei e che la popolazione che fino al 1948 ha costituito il 60% degli abitanti del mandato britannico sulla Palestina, e che gli attuali palestinesi sono in realtà arabi a tutti gli effetti è certo che con questa identità hanno occupato, abitato e coltivato la Palestina a partire dal VII secolo d.C. I crociati cristiani incrociarono le loro armi con i sultani di Gerusalemme, divenuta nel frattempo Al-Quds (la Santa): non risulta che Saladino fosse un sionista "ante litteram" (prima del tempo). Il nucleo più consistente di popolazione ebraica esistente in Palestina sotto l'impero ottomano era costituito da ebrei spagnoli (sefarditi) che furono ospitati in un quartiere di Gerusalemme grazie alla munificenza di Suleiman il Magnifico, sultano turco.
Uno dei principali argomenti per legittimare agli occhi dell'opinione pubblica mondiale l'occupazione della Palestina da parte degli ebrei sono state le infami persecuzioni note con il nome di Shoah: i rappresentanti dei paesi arabi in assemblea dell'ONU che discuteva il destino del protettorato inglese di Palestina e la necessità di costituirvi un "focolare ebraico", nella sua amara ironia non era certamente priva di fondamento:
"E' giusto risarcire gli ebrei delle sofferenze subite dai tedeschi? Dategli la Baviera".
Su una questione il Signor Cohen ha comunque ragione. E' una vergogna, non solo degli europei sempre pronti a scendere in piazza contro le infamie israeliane, che non ci sia stata neppure un'ombra di manifestazione o di iniziativa a sostegno dei giovani arabi, in primo luogo siriani, che affrontano a mani pressoché nude gli sgherri dei regimi dittatoriali lasciati in eredità dalla dominazione coloniale europea e che in pochi mesi hanno avuto migliaia di morti, decine di migliaia di feriti e un numero imprecisato di arrestati e di torturati. Ma Dio è Grande, ed è anche Giusto...
"Due pesi e due misure. Israele e la crisi siriana"
Credo fermamente che questo mondo sarebbe molto migliore se esistesse una maggiore imparzialità. Mi riferisco, nel caso specifico, alle vicende del Vicino Oriente e vorrei chiedere un suo parere. Il regime siriano massacra ormai da mesi la propria popolazione civile, che manifesta pacificamente, uccidendo oltre mille persone. Ebbene, non c’è minima traccia in Italia di manifestazioni di piazza, solidarietà incendio di bandiere siriane, ecc. Se viceversa si verifica qualcosa da parte Israeliana, di proporzioni infinitamente minori, la piazza si scatena con manifestazioni violente, accuse infamanti, ecc. ecc. Saprebbe spiegare questa preoccupante sperequazione?
Franco Cohen
Caro Cohen, Quando la bandiera israeliana è stata bruciata, all’epoca della guerra di Gaza o dopo il cruento arrembaggio della flottiglia proveniente dalla Turchia, vi fu nell’opinione pubblica occidentale un coro di proteste indignate. Israele gode di molte simpatie e può contare su numerosi sostenitori. Non credo ai boicottaggi e fra questi a quelli promossi contro Israele perché, come le sanzioni, colpiscono anzitutto imprenditori e lavoratori; ma la campagna per il boicottaggio dei prodotti agricoli provenienti dai territori occupati appartiene all’arsenale delle proteste democratiche e non può essere definita un’azione violenta. Aggiungo che fra la questione palestinese e la questione siriana esiste una importante differenza. Ciò che accade in Siria è condannabile ed è stato condannato dalla maggior parte dei Paesi democratici con espressioni particolarmente severe. Ma è pur sempre una questione interna dello Stato siriano. Il concetto di ingerenza umanitaria sembra essere entrato nella cultura politica della democrazia occidentale da qualche anno, ma nessuno può dire con precisione se e quanto i dimostranti di Aleppo, Hama e altre città siriane siano rappresentativi dei sentimenti della maggioranza della popolazione. Si può scendere in piazza, naturalmente, per denunciare le repressioni poliziesche del regime di Bashar al Assad, ma i nostri governi, soprattutto dopo gli infelici risultati della guerra libica, si accontenteranno di qualche condanna verbale e staranno a guardare. La questione palestinese è alquanto diversa. Lo Stato d’Israele è stato costituito, grazie a una risoluzione della maggiore organizzazione internazionale su un territorio che è stato lungamente abitato da una popolazione indigena non ebraica. Quando gli Stati arabi rifiutarono la spartizione e cercarono di cancellare dalla carta geografica lo Stato appena costituito, Israele si difese, vinse e riuscì a occupare nuove terre; e così accadde nelle guerre successive. Sul piano politico, nulla da obiettare. Uno Stato ha il diritto di difendersi e di mettere il proprio territorio al sicuro, per quanto possibile, da altre minacce. Ma nei territori occupati esiste una popolazione che ha il diritto morale di considerare quella terra come la sua casa. Nella storia europea molti Stati si sono ingranditi occupando province abitate da popolazioni straniere, ma l’occupazione è diventata legittima e duratura soltanto quando il conquistatore ha trattato gli abitanti dei territori conquistati come cittadini. Lo Stato ebraico invece non può trattare i palestinesi dei territori occupati (e per molti aspetti neppure quelli del proprio territorio nazionale) nel modo in cui la Francia, per fare un esempio, ha trattato gli alsaziani. E i palestinesi, dal canto loro, hanno più volte dimostrato, con l’Intifada e con il voto, di volere l’indipendenza. Non è sorprendente che essi hanno abbiano suscitato la simpatia delle opinioni pubbliche occidentali.
Sergio Romano
L'obbiettività della risposta di Sergio Romano e la solidità degli argomenti addotti mi dispenserebbe dal fare troppi commenti su un argomento che, del resto, ho già ampiamente affrontato nei post raccolti sotto il titolo
"Il conflitto israelo-palestinese". Voglio tuttavia aggiungere alcune osservazioni che normalmente sfuggono e che ridimensionano molto l'argomento principe che gli ebrei sionisti adducono per dare un fondamento alla loro pretesa sulla Palestina e su Gerusalemme: l'argomento consisterebbe nel fatto che si tratterebbe della terra che Dio ha assegnato al popolo di Israele come suggello dell'Alleanza.
Vale la pena osservare che:
I - La terra su cui i sionisti hanno edificato il loro stato era conosciuta fin dalla più remota antichità e fino all'epoca dell'impero ottomano di cui era provincia col nome di Palestina. Il termine deriva dal nome della popolazione che vi abitava molto prima degli ebrei e che era nota col nome di "Falasthin" (o filistei). Secondo gli archeologi i filistei (o palestinesi) erano una popolazione fortemente affine dal punto di vista etnico e linguistico con le popolazioni pelasgiche che risiedevano prima dell'indoeuropei in tutte le isole del Mar Egeo, a cominciare da Creta. Dal Vecchio Testamento risulta che gli antichi ebrei ebbero lunghe guerre con i filistei ma non riuscirono mai a sottometterli o a conquistarne il territorio. Le 7 città di Gaza conservarono sempre la loro indipendenza fieramente difesa. Gli ebrei esercitarono la loro sovranità effettiva su una parte della Palestina (Giudea e Israele) soltanto poco più di un secolo, fino a quando gli Assiri li deportarono in Mesopotamia. Restituiti alla loro terra dal persiano Ciro il Grande, mantennero la loro indipendenza solo per un breve l'asso di tempo in epoca ellenistica. Successivamente caddero definitivamente sotto il potere dei romani che in due fasi (prima sotto l'imperatore Tito quindi sotto l'imperatore Adriano) li distrussero e li dispersero in tutto il Mediterraneo. Quel che è certo è che nessuna forma di sovranità gli ebrei hanno più esercitato sulle terre di Palestina. Dal punto di vista storico la loro rivendicazione sulla Palestina ha un fondamento molto minore di quello che potrebbe avere la pretesa dei Greci di esigere la restituzione dell'Italia meridionale, a cominciare dalla Sicilia, dove il dominio greco è durato parecchie centinaia di anni. Siracusa era più grande di Atene.
II - Anche se si volesse, per assurdo, sostenere che i palestinesi non hanno niente a che vedere con i filistei e che la popolazione che fino al 1948 ha costituito il 60% degli abitanti del mandato britannico sulla Palestina, e che gli attuali palestinesi sono in realtà arabi a tutti gli effetti è certo che con questa identità hanno occupato, abitato e coltivato la Palestina a partire dal VII secolo d.C. I crociati cristiani incrociarono le loro armi con i sultani di Gerusalemme, divenuta nel frattempo Al-Quds (la Santa): non risulta che Saladino fosse un sionista "ante litteram" (prima del tempo). Il nucleo più consistente di popolazione ebraica esistente in Palestina sotto l'impero ottomano era costituito da ebrei spagnoli (sefarditi) che furono ospitati in un quartiere di Gerusalemme grazie alla munificenza di Suleiman il Magnifico, sultano turco.
Uno dei principali argomenti per legittimare agli occhi dell'opinione pubblica mondiale l'occupazione della Palestina da parte degli ebrei sono state le infami persecuzioni note con il nome di Shoah: i rappresentanti dei paesi arabi in assemblea dell'ONU che discuteva il destino del protettorato inglese di Palestina e la necessità di costituirvi un "focolare ebraico", nella sua amara ironia non era certamente priva di fondamento:
"E' giusto risarcire gli ebrei delle sofferenze subite dai tedeschi? Dategli la Baviera".
Su una questione il Signor Cohen ha comunque ragione. E' una vergogna, non solo degli europei sempre pronti a scendere in piazza contro le infamie israeliane, che non ci sia stata neppure un'ombra di manifestazione o di iniziativa a sostegno dei giovani arabi, in primo luogo siriani, che affrontano a mani pressoché nude gli sgherri dei regimi dittatoriali lasciati in eredità dalla dominazione coloniale europea e che in pochi mesi hanno avuto migliaia di morti, decine di migliaia di feriti e un numero imprecisato di arrestati e di torturati. Ma Dio è Grande, ed è anche Giusto...
DELLA LIBIA SI PARLA TUTTI I GIORNI, DELLA SIRIA MENO...
Libia, l´ultima offerta degli Usa a Gheddafi
Gli Stati Uniti hanno deciso di stringere i tempi con Muhammar Gheddafi. Per la prima volta dall´inizio della guerra in Libia due inviati dell´amministrazione Obama hanno incontrato in Tunisia esponenti del governo di Tripoli per passare un ultimatum al Colonnello: entro pochi giorni lui e i suoi figli dovranno lasciare il potere prima che le operazioni militari americane riprendano con una forza che sino ad oggi la guerra di Libia non aveva ancora conosciuto.
L´indiscrezione, rilanciata negli Usa dalla Cnn, viene confermata in Italia da fonti libiche e italiane: «Il capo di gabinetto di Gheddafi, Bashir, e altri suoi uomini avrebbero incontrato in Tunisia nelle scorse ore l´ex ambasciatore americano a Tripoli e l´inviato della Clinton per il Medio Oriente, Jeffrey Feltman». L´incontro non viene interpretato come un atto di rinuncia, come un avvio di negoziato da parte degli Usa, ma come la consegna di un vero e proprio ultimatum a Gheddafi, per fermare la guerra prima che i danni siano ancora più pesanti a patto che il colonnello cessi ogni resistenza.
Il vertice, chiesto dai libici, è stato accordato informando i paesi alleati impegnati nell´operazione Nato, ed è stato deciso a poche ore dal vertice di Istanbul in cui l´amministrazione Obama ha varcato definitivamente il Rubicone, decidendo di riconoscere i ribelli come «unico rappresentante provvisorio del popolo libico».
Il copione prevede che gli inviati della Clinton offrano un salvacondotto finale a Gheddafi e ai suoi figli, e lavorino su tutti gli uomini ancora vicini al colonnello per convincerli che la partita è persa, ma che ancora per pochi giorni potrebbero essere coinvolti nella creazione di un comitato congiunto ribelli-gheddafiani che gestirà il paese dopo la partenza di Gheddafi.
Dal fronte bellico arrivano conferme del fatto che i ribelli rafforzano il loro controllo su Brega, il porto petrolifero fra Sirte e Bengasi. Anche con l´aiuto di «osservatori» della Nato (e con il ruolo di funzionari dell´Aise italiana), i ribelli sarebbero riusciti a circondare un´ultima sacca di resistenza dei gheddafiani. «Sono 150-200 soldati di Gheddafi», dice un Shamseddin Abdelmolah, un loro portavoce: «Noi crediamo che presto saranno costretti ad arrendersi, perché sono tagliati fuori, non hanno viveri e rifornimenti».
Ultime conferme invece nell´intervista che Abdurrahman Shalgam, ex ambasciatore di Gheddafi all´Onu, ha dato ad Al Hayat: Shalgam parla del ruolo di Tripoli nell´organizzare gli attentati terroristici di Lockerbie e contro il volo francese Uta sul Niger. Lockerbie fu «una vendetta per il bombardamento di Bab el Azizya». Sull´Uta dice: «I servizi segreti libici fecero lo esplodere perché pensavano che a bordo vi fosse un dirigente dell´opposizione, Mohammad al Megarief, ma lui non c´era».
L´indiscrezione, rilanciata negli Usa dalla Cnn, viene confermata in Italia da fonti libiche e italiane: «Il capo di gabinetto di Gheddafi, Bashir, e altri suoi uomini avrebbero incontrato in Tunisia nelle scorse ore l´ex ambasciatore americano a Tripoli e l´inviato della Clinton per il Medio Oriente, Jeffrey Feltman». L´incontro non viene interpretato come un atto di rinuncia, come un avvio di negoziato da parte degli Usa, ma come la consegna di un vero e proprio ultimatum a Gheddafi, per fermare la guerra prima che i danni siano ancora più pesanti a patto che il colonnello cessi ogni resistenza.
Il vertice, chiesto dai libici, è stato accordato informando i paesi alleati impegnati nell´operazione Nato, ed è stato deciso a poche ore dal vertice di Istanbul in cui l´amministrazione Obama ha varcato definitivamente il Rubicone, decidendo di riconoscere i ribelli come «unico rappresentante provvisorio del popolo libico».
Il copione prevede che gli inviati della Clinton offrano un salvacondotto finale a Gheddafi e ai suoi figli, e lavorino su tutti gli uomini ancora vicini al colonnello per convincerli che la partita è persa, ma che ancora per pochi giorni potrebbero essere coinvolti nella creazione di un comitato congiunto ribelli-gheddafiani che gestirà il paese dopo la partenza di Gheddafi.
Dal fronte bellico arrivano conferme del fatto che i ribelli rafforzano il loro controllo su Brega, il porto petrolifero fra Sirte e Bengasi. Anche con l´aiuto di «osservatori» della Nato (e con il ruolo di funzionari dell´Aise italiana), i ribelli sarebbero riusciti a circondare un´ultima sacca di resistenza dei gheddafiani. «Sono 150-200 soldati di Gheddafi», dice un Shamseddin Abdelmolah, un loro portavoce: «Noi crediamo che presto saranno costretti ad arrendersi, perché sono tagliati fuori, non hanno viveri e rifornimenti».
Ultime conferme invece nell´intervista che Abdurrahman Shalgam, ex ambasciatore di Gheddafi all´Onu, ha dato ad Al Hayat: Shalgam parla del ruolo di Tripoli nell´organizzare gli attentati terroristici di Lockerbie e contro il volo francese Uta sul Niger. Lockerbie fu «una vendetta per il bombardamento di Bab el Azizya». Sull´Uta dice: «I servizi segreti libici fecero lo esplodere perché pensavano che a bordo vi fosse un dirigente dell´opposizione, Mohammad al Megarief, ma lui non c´era».
La Repubblica, 19/07/2011, Vincenzo Nigro
sabato 16 luglio 2011
LA MALAFEDE DELL'OCCIDENTE
Secondo gli onesti ed acuti politologi dell'occidente, i paesi arabi dopo qualche secolo di dominio coloniale europeo, dopo essere stati divisi in stati dalle frontiere astruse e dopo aver subito regimi dittatoriali graditi ai fondamentalisti democratici europei statunitensi, dovrebbero edificare democrazia perfette dal punto di vista formale e sostanziale in qualche mese: altrimenti le loro sommosse si rivelano una illusoria e fugace primavera. Il fatto che a battersi per la libertà siano decine di migliaia di giovani che affrontano a mani nude eserciti personali dei tiranni e servizi segreti armati fino ai denti, per lo più dall'occidente, è un elemento assolutamente secondario.
In genere si usa ricollegare la nascita della democrazia occidentale alla "Gloriosa rivoluzione inglese del 1689" (dopo un centinaio d'anni di guerre civili, un parziale genocidio del popoli irlandese e nord scozzese e un re con la testa tagliata) alla guerra di indipendenza americana scoppiata nel 1774 (ma poi la guerra di secessione per l'abolizione della schiavitù dei neri si è conclusa nel 1865 e ha proceduto con il genocidio pressoché totale dei nativi nordamericani) la rivoluzione francese è scoppiata il 14 Luglio 1789 ma perché l'Europa avesse istituzioni democratiche minimamente stabilizzate ci sono volute il Terrore di Robespierre, le guerre risorgimentali, due guerre mondiali, il fascismo, il nazismo e lo stalinismo e altre note "piacevolezze".
E' vero che gli arabi hanno consegnato alla letteratura mondiale le favole delle "Mille e una notte", fra le quali vi sono anche quelle che raccontano la storia della "Lampada di Aladino", ma non credo che la miracolosa lampada possa essere usata per costruire in poco tempo regimi fondati sui diritti di libertà e di giustizia. Sia dia tempo al tempo, altrimenti si rischia di confondere l'esigenza di scrivere articoli di giornale quotidiani con i tempi di cui hanno bisogno gli eventi storici di grande portata.
Ad ogni buon conto anche il giorno 16/07/2011 qualche passetto avanti si è registrato.
La Repubblica, Vincenzo Nigro
Hillary Clinton, segretario di Stato americano in visita in Turchia, ribadisce che il presidente siriano Bashar al Assad «ha perso legittimità» in seguito alla repressione: «il Paese non può più tornare indietro», dice Clinton, e la situazione in Siria «è aperta». Robert Ford, l´ambasciatore di Washington a Damasco, avverte che il regime rischia di «essere spazzato via dalle piazze», e rivolge ad Assad l´invito «urgente» di «prendere la decisione difficile», e cioè di impegnarsi nelle riforme. Anche l´Unione europea esprime parole di condanna: in una dichiarazione rilasciata ieri fa sapere che continuerà «a seguire e a rafforzare» la politica delle sanzioni contro la Siria. Il documento dovrà essere ufficialmente adottato lunedì dai ministri europei degli Affari esteri.
Ieri in Siria gli scontri più duri sono avvenuti nella capitale e nelle periferie. A Damasco, nel quartiere di Midani, dopo le preghiere all´uscita della moschea Al Hassan, teatro di raduni da settimane, un imponente schieramento di forze della sicurezza ha disperso migliaia di dimostranti. Raffiche di armi da fuoco si sarebbero sentite nei quartieri di Qabun, con 10 morti, Jobar (almeno un morto), l´area curda di Rukn Eddin (3 morti), Duma (2), oltre a Deraa nel Sud al confine con la Giordania, e nella provincia di Idlib, a Nord. L´agenzia di Stato Sana accusa «bande armate», e attribuisce loro «morti e feriti fra i cittadini e le forze dell´ordine nei quartieri di Qabun e di Rukn Eddin». La tv pubblica aggiunge l´uccisione di un civile a Idlib, e di un agente della sicurezza a Homs.
Nella città ribelle di Hama, invece, dove s´è vista la folla più numerosa, ieri non sarebbero avvenuti scontri. Stando agli attivisti, dopo un accordo raggiunto fra le autorità e i rappresentanti di una delegazione cittadina, sono state smontate le barricate dalle strade principali. Restano quelle a protezione di alcuni quartieri, in attesa - dicono i militanti - che il governo mantenga le promesse, compresa quella di liberare tutti i prigionieri.
In genere si usa ricollegare la nascita della democrazia occidentale alla "Gloriosa rivoluzione inglese del 1689" (dopo un centinaio d'anni di guerre civili, un parziale genocidio del popoli irlandese e nord scozzese e un re con la testa tagliata) alla guerra di indipendenza americana scoppiata nel 1774 (ma poi la guerra di secessione per l'abolizione della schiavitù dei neri si è conclusa nel 1865 e ha proceduto con il genocidio pressoché totale dei nativi nordamericani) la rivoluzione francese è scoppiata il 14 Luglio 1789 ma perché l'Europa avesse istituzioni democratiche minimamente stabilizzate ci sono volute il Terrore di Robespierre, le guerre risorgimentali, due guerre mondiali, il fascismo, il nazismo e lo stalinismo e altre note "piacevolezze".
E' vero che gli arabi hanno consegnato alla letteratura mondiale le favole delle "Mille e una notte", fra le quali vi sono anche quelle che raccontano la storia della "Lampada di Aladino", ma non credo che la miracolosa lampada possa essere usata per costruire in poco tempo regimi fondati sui diritti di libertà e di giustizia. Sia dia tempo al tempo, altrimenti si rischia di confondere l'esigenza di scrivere articoli di giornale quotidiani con i tempi di cui hanno bisogno gli eventi storici di grande portata.
Ad ogni buon conto anche il giorno 16/07/2011 qualche passetto avanti si è registrato.
La Repubblica, Vincenzo Nigro
"Libia, il governo legittimo è dei ribelli"
Da ieri gli Stati Uniti e tutti i paesi del "gruppo di contatto" sulla Libia hanno riconosciuto una sola autorità provvisoria in tutto il paese: sono i ribelli del Cnt di Bengasi, l´ex armata Brancaleone che - nata quasi dal nulla - in 5 mesi è arrivata a un riconoscimento politico che è molto più rilevante dei difficili successi militari che ancora non ha colto. L´annuncio più importante è quello fatto da Hillary Clinton: alla riunione del "gruppo" di Istanbul il segretario di Stato ha detto che i ribelli hanno garantito gli Usa su una serie di punti (democrazia nel paese, rispetto dei diritti umani, creazione di un processo costituzionale, forma islamica ma liberale del neo-stato libico). E per questo lei ha fatto un annuncio solenne: «Finché un´autorità ad interim non sarà insediata, gli Stati Uniti riconosceranno il Cnt quale legittima autorità di governo per la Libia e tratteremo con esso su quella base». C´è una conseguenza immediata, e sostanziale, di questo passo politico e giuridico: i fondi sequestrati all´ormai ex governo libico di Gheddafi (che ha definito in un messaggio «di nessun valore» il riconoscimento del Cnt) da adesso possono essere utilizzati a garanzia di prestiti per i ribelli di Bengasi. Sono miliardi di dollari, e anzi qualche governo si preparerebbe ad una interpretazione estensiva che permette di "espropriare" direttamente i soldi gheddafiani.
Le decisioni del Gruppo arrivano in un momento di difficoltà per le operazioni militari, visto che i bombardamenti della Nato non hanno indotto ancora Gheddafi a cedere il potere. Ma ieri a Istanbul il Gruppo ha dato una nuova scossa ai paesi che vogliono la partenza del colonnello, e anche se i tempi rimangono poco chiari, per il momento le incertezze politiche dei giorni scorsi sembrano superate. «L´unico dubbio è come e quando, ma Gheddafi se ne deve andare», ripete Franco Frattini: il ministro degli Esteri italiano spiega che a questo punto il governo italiano, dopo la norma legislativa inserita nel decreto-missioni, nel giro di qualche giorno verserà i primi 100 milioni di aiuti al Consiglio di transizione. Dal punto di vista politico, il Gruppo ha sottoscritto una road map che spera possa essere seguita nelle prossime settimane: «Gheddafi dovrà lasciare il potere secondo delle tappe ben definite che verranno annunciate pubblicamente», scrivono i governi del Gruppo nel documento finale della riunione di Istanbul aggiungendo che l´unico a negoziare sarà l´inviato Onu.
Per costringere Gheddafi a cedere, lo strumento militare rimane centrale. E per questo la Nato farà di più: gli inglesi schiereranno altri 4 cacciabombardieri Tornado. Il segretario della Nato Rasmussen fa pressioni sui paesi Nato che non partecipano ai bombardamenti (per esempio l´Olanda) perché cambino idea. E non ci sarà nessuna interruzione degli attacchi, neppure durante il Ramadan. Dice Alain Juppè, ministro degli Esteri francese: «I rappresentanti di parecchi paesi musulmani ci hanno detto che non ci sono controindicazioni a proseguire le operazioni». Un portavoce dei ribelli, Mahmud Shammam, dice che «Maometto ha combattuto grandi battaglie durante il Ramadan alla Mecca, non c´è nessun precetto religioso che ci impedisce di combattere per la libertà».
Le decisioni del Gruppo arrivano in un momento di difficoltà per le operazioni militari, visto che i bombardamenti della Nato non hanno indotto ancora Gheddafi a cedere il potere. Ma ieri a Istanbul il Gruppo ha dato una nuova scossa ai paesi che vogliono la partenza del colonnello, e anche se i tempi rimangono poco chiari, per il momento le incertezze politiche dei giorni scorsi sembrano superate. «L´unico dubbio è come e quando, ma Gheddafi se ne deve andare», ripete Franco Frattini: il ministro degli Esteri italiano spiega che a questo punto il governo italiano, dopo la norma legislativa inserita nel decreto-missioni, nel giro di qualche giorno verserà i primi 100 milioni di aiuti al Consiglio di transizione. Dal punto di vista politico, il Gruppo ha sottoscritto una road map che spera possa essere seguita nelle prossime settimane: «Gheddafi dovrà lasciare il potere secondo delle tappe ben definite che verranno annunciate pubblicamente», scrivono i governi del Gruppo nel documento finale della riunione di Istanbul aggiungendo che l´unico a negoziare sarà l´inviato Onu.
Per costringere Gheddafi a cedere, lo strumento militare rimane centrale. E per questo la Nato farà di più: gli inglesi schiereranno altri 4 cacciabombardieri Tornado. Il segretario della Nato Rasmussen fa pressioni sui paesi Nato che non partecipano ai bombardamenti (per esempio l´Olanda) perché cambino idea. E non ci sarà nessuna interruzione degli attacchi, neppure durante il Ramadan. Dice Alain Juppè, ministro degli Esteri francese: «I rappresentanti di parecchi paesi musulmani ci hanno detto che non ci sono controindicazioni a proseguire le operazioni». Un portavoce dei ribelli, Mahmud Shammam, dice che «Maometto ha combattuto grandi battaglie durante il Ramadan alla Mecca, non c´è nessun precetto religioso che ci impedisce di combattere per la libertà».
La Repubblica, Alix Vanburen
"Siria, un milione in piazza" 28 morti fra i dimostranti
La rivolta siriana entra nel quinto mese, con un venerdì di protesta segnato da nuovi morti e feriti. Le forze di sicurezza fanno fuoco sui dimostranti in varie città attraverso il Paese, con un bilancio fra i 14 morti, secondo l´Osservatorio dei diritti umani (Odu), e i 28 stando al calcolo dei Comitati locali di coordinamento. Un milione di manifestanti avrebbe riempito le piazze, raggiungendo il numero più alto dall´inizio della ribellione senza precedenti contro il regime. Se il dato, diffuso dall´Odu verrà confermato, sarebbe in contrasto con le affermazioni diffuse di recente da alcuni comitati filogovernativi riguardo a un "progressivo calo" nella partecipazione ai cortei. Come dice all´Afp Rami Abdel Rahmane, dell´Odu, si tratterebbe di «uno sviluppo importante e di un messaggio rivolto alle autorità per dire che le manifestazioni si amplificano».Hillary Clinton, segretario di Stato americano in visita in Turchia, ribadisce che il presidente siriano Bashar al Assad «ha perso legittimità» in seguito alla repressione: «il Paese non può più tornare indietro», dice Clinton, e la situazione in Siria «è aperta». Robert Ford, l´ambasciatore di Washington a Damasco, avverte che il regime rischia di «essere spazzato via dalle piazze», e rivolge ad Assad l´invito «urgente» di «prendere la decisione difficile», e cioè di impegnarsi nelle riforme. Anche l´Unione europea esprime parole di condanna: in una dichiarazione rilasciata ieri fa sapere che continuerà «a seguire e a rafforzare» la politica delle sanzioni contro la Siria. Il documento dovrà essere ufficialmente adottato lunedì dai ministri europei degli Affari esteri.
Ieri in Siria gli scontri più duri sono avvenuti nella capitale e nelle periferie. A Damasco, nel quartiere di Midani, dopo le preghiere all´uscita della moschea Al Hassan, teatro di raduni da settimane, un imponente schieramento di forze della sicurezza ha disperso migliaia di dimostranti. Raffiche di armi da fuoco si sarebbero sentite nei quartieri di Qabun, con 10 morti, Jobar (almeno un morto), l´area curda di Rukn Eddin (3 morti), Duma (2), oltre a Deraa nel Sud al confine con la Giordania, e nella provincia di Idlib, a Nord. L´agenzia di Stato Sana accusa «bande armate», e attribuisce loro «morti e feriti fra i cittadini e le forze dell´ordine nei quartieri di Qabun e di Rukn Eddin». La tv pubblica aggiunge l´uccisione di un civile a Idlib, e di un agente della sicurezza a Homs.
Nella città ribelle di Hama, invece, dove s´è vista la folla più numerosa, ieri non sarebbero avvenuti scontri. Stando agli attivisti, dopo un accordo raggiunto fra le autorità e i rappresentanti di una delegazione cittadina, sono state smontate le barricate dalle strade principali. Restano quelle a protezione di alcuni quartieri, in attesa - dicono i militanti - che il governo mantenga le promesse, compresa quella di liberare tutti i prigionieri.
venerdì 15 luglio 2011
Ahmadinejad, "Difende le Donne"
L'autrice racconta di un nuovo scontro tra il presidente iraniano con la "Guida Suprema" Khamenei e sfida la suprema autorità religiosa bloccando la separazione dei sessi nelle università.
Il ministro dell'istruzione, favorevole alla separazione, viene così costretto a fare marcia indietro. Ma gli "ultras" insorgono.
In se e per se non vi sono nel testo novità particolarmente interessanti. Sapevamo già che, a onta delle bugie occidentali, le segregate, umiliate e declassate donne iraniane che frequentano l'università sono più numerose degli uomini (2 milioni di studentesse su 3,5 milioni di studenti); sapevamo anche che il monolite clericale iraniano che tanto piace descrivere agli occidentali è una delle tante invenzioni anti-islamiche tanto di moda. Quel che ci colpisce ogni volta è invece la grandissima capacità di quasi tutti i commentatori di fare dell'Islam un unico intero fascio, procedendo sistematicamente alla continua confusione tra sciiti iranici e sunniti musulmani: che sarebbe come mettere nello stesso pentolone i cristiani cattolici apostolici romani (cui, per la verità, gli sciiti per molti aspetti somigliano) e i protestanti, che, per la mancanza di un clero organizzato, di un papa, per la scarsa simpatia o per il rifiuto dei santi, dei sacramenti, del culto delle reliquie e dei miracoli, ai sunniti maggiormente si avvicinano. Prendiamo tuttavia spunto dall'articolo che di seguito pubblichiamo per evidenziare la ineguagliabile tendenza degli occidentali di fare delle culture altrui una specie di notte "Egegliana" nella quale "tutte le vacche sono nere". Rinvieremo a uno specifico post la capacità degli stessi occidentali, e in particolare dei cattolici, di raccontare con la più grande disinvoltura bugie di dimensioni incalcolabili soprattutto quando si parla di musulmani.
Articolo di Vanna Vannuccini, La Repubblica, 15/05/2011
Ahmadinejad paladino dei diritti delle donne e della libertà della scienza? C´è da dubitarne. Ma lo scontro di potere ai vertici della Repubblica islamica può arrivare anche a questo. Da una parte c´è il leader Khamenei e i religiosi che lo sostengono, che in questi giorni hanno deciso di vietare nelle università le classi miste, riservando piani separati degli atenei alle donne che resteranno off limits per i maschi. Dall´altra c´è il presidente, con il suo gruppo di consiglieri, che cerca di cambiare la struttura del potere religioso per instaurare una dittatura più iraniana che islamica e che ha subito chiesto lo stop dei nuovi provvedimenti. Di questo scontro di potere, vale la pena ricordarlo, fa anche parte l´ambizione del presidente di darsi una propria legittimità religiosa che si richiama al Mahdi, l´Imam scomparso, più che al suo vicario in terra, che è appunto Khamenei.
Il ministro dell´Istruzione, che aveva varato i provvedimenti, ha fatto marcia indietro, accogliendo «di cuore» l´ordine del presidente, come ha sottolineato l´agenzia Irna (vicina a Ahmadinejad). Ma gli ultrà religiosi sono di nuovo passati all´attacco: «I rettori delle Università che hanno attuato il piano di separazione dei sessi dovrebbe ricevere una medaglia di onore al merito invece dei rimproveri del governo», ha detto il più fanatico dei "predicatori del Venerdì" - e un tempo sostenitore di Ahmadinejad - l´ayatollah Ahmad Khatami (nulla a che vedere con l´ex presidente riformatore Khatami ormai ridotto al silenzio).
Nelle Università iraniane ci sono più di 2 milioni di studentesse su 3,5 milioni di studenti, ma per gli ultrà religiosi le ragazze restano solo carne. L´ossessione con il corpo femminile dei religiosi è ben illustrata dalla frase pronunciata dall´hojatoleslam Fazlali, rappresentante di Khamenei in una Università di Teheran, a sostegno della la separazione: «Nelle scuole medie ragazzi e ragazze hanno studiato in classi separate. Metterli insieme ora è come mettere un gatto davanti a un pezzo di carne. Si può immaginare che vi rinunci?». Nei blog ormai gli studenti si autodefiniscono ironicamente "gatto" e "pezzo di carne".
L´islamizzazione degli atenei cominciò però proprio dall´inizio della presidenza Ahmadinejad, che allora era sulla stessa linea degli oltranzisti religiosi (dopo la rivoluzione c´era stata per qualche tempo la separazione dei sessi ma lentamente le cose si erano normalizzate). Ad Ahmadinejad interessava soprattutto sradicare dalle Università ogni vento di liberalismo o di critica: decine di professori sono stati licenziati o mandati in pensione anticipata. Che il presidente non sia mai stato un sostenitore della parità dei diritti lo testimoniano le decine di donne condannate perché lottavano per «un milione di firme». Ma è stato sempre pronto a cogliere ogni occasione di crearsi consenso, non a caso aveva concesso alle donne di accompagnare i mariti allo stadio. La decisione fu poi revocata su intervento di Khamenei. Lo scontro continua. Ormai ad ogni decisione presa da uno dei due gruppi di potere, l´altro risponde annullandola. Non finirà presto.
Il ministro dell'istruzione, favorevole alla separazione, viene così costretto a fare marcia indietro. Ma gli "ultras" insorgono.
In se e per se non vi sono nel testo novità particolarmente interessanti. Sapevamo già che, a onta delle bugie occidentali, le segregate, umiliate e declassate donne iraniane che frequentano l'università sono più numerose degli uomini (2 milioni di studentesse su 3,5 milioni di studenti); sapevamo anche che il monolite clericale iraniano che tanto piace descrivere agli occidentali è una delle tante invenzioni anti-islamiche tanto di moda. Quel che ci colpisce ogni volta è invece la grandissima capacità di quasi tutti i commentatori di fare dell'Islam un unico intero fascio, procedendo sistematicamente alla continua confusione tra sciiti iranici e sunniti musulmani: che sarebbe come mettere nello stesso pentolone i cristiani cattolici apostolici romani (cui, per la verità, gli sciiti per molti aspetti somigliano) e i protestanti, che, per la mancanza di un clero organizzato, di un papa, per la scarsa simpatia o per il rifiuto dei santi, dei sacramenti, del culto delle reliquie e dei miracoli, ai sunniti maggiormente si avvicinano. Prendiamo tuttavia spunto dall'articolo che di seguito pubblichiamo per evidenziare la ineguagliabile tendenza degli occidentali di fare delle culture altrui una specie di notte "Egegliana" nella quale "tutte le vacche sono nere". Rinvieremo a uno specifico post la capacità degli stessi occidentali, e in particolare dei cattolici, di raccontare con la più grande disinvoltura bugie di dimensioni incalcolabili soprattutto quando si parla di musulmani.
Articolo di Vanna Vannuccini, La Repubblica, 15/05/2011
Ahmadinejad paladino dei diritti delle donne e della libertà della scienza? C´è da dubitarne. Ma lo scontro di potere ai vertici della Repubblica islamica può arrivare anche a questo. Da una parte c´è il leader Khamenei e i religiosi che lo sostengono, che in questi giorni hanno deciso di vietare nelle università le classi miste, riservando piani separati degli atenei alle donne che resteranno off limits per i maschi. Dall´altra c´è il presidente, con il suo gruppo di consiglieri, che cerca di cambiare la struttura del potere religioso per instaurare una dittatura più iraniana che islamica e che ha subito chiesto lo stop dei nuovi provvedimenti. Di questo scontro di potere, vale la pena ricordarlo, fa anche parte l´ambizione del presidente di darsi una propria legittimità religiosa che si richiama al Mahdi, l´Imam scomparso, più che al suo vicario in terra, che è appunto Khamenei.
Il ministro dell´Istruzione, che aveva varato i provvedimenti, ha fatto marcia indietro, accogliendo «di cuore» l´ordine del presidente, come ha sottolineato l´agenzia Irna (vicina a Ahmadinejad). Ma gli ultrà religiosi sono di nuovo passati all´attacco: «I rettori delle Università che hanno attuato il piano di separazione dei sessi dovrebbe ricevere una medaglia di onore al merito invece dei rimproveri del governo», ha detto il più fanatico dei "predicatori del Venerdì" - e un tempo sostenitore di Ahmadinejad - l´ayatollah Ahmad Khatami (nulla a che vedere con l´ex presidente riformatore Khatami ormai ridotto al silenzio).
Nelle Università iraniane ci sono più di 2 milioni di studentesse su 3,5 milioni di studenti, ma per gli ultrà religiosi le ragazze restano solo carne. L´ossessione con il corpo femminile dei religiosi è ben illustrata dalla frase pronunciata dall´hojatoleslam Fazlali, rappresentante di Khamenei in una Università di Teheran, a sostegno della la separazione: «Nelle scuole medie ragazzi e ragazze hanno studiato in classi separate. Metterli insieme ora è come mettere un gatto davanti a un pezzo di carne. Si può immaginare che vi rinunci?». Nei blog ormai gli studenti si autodefiniscono ironicamente "gatto" e "pezzo di carne".
L´islamizzazione degli atenei cominciò però proprio dall´inizio della presidenza Ahmadinejad, che allora era sulla stessa linea degli oltranzisti religiosi (dopo la rivoluzione c´era stata per qualche tempo la separazione dei sessi ma lentamente le cose si erano normalizzate). Ad Ahmadinejad interessava soprattutto sradicare dalle Università ogni vento di liberalismo o di critica: decine di professori sono stati licenziati o mandati in pensione anticipata. Che il presidente non sia mai stato un sostenitore della parità dei diritti lo testimoniano le decine di donne condannate perché lottavano per «un milione di firme». Ma è stato sempre pronto a cogliere ogni occasione di crearsi consenso, non a caso aveva concesso alle donne di accompagnare i mariti allo stadio. La decisione fu poi revocata su intervento di Khamenei. Lo scontro continua. Ormai ad ogni decisione presa da uno dei due gruppi di potere, l´altro risponde annullandola. Non finirà presto.
PROSEGUE LA COMMEDIA DELLE PARTI FRA COLONNELLO GHEDDAFI, NATO, USA E RIBELLI VARI
Il colonnello proclama: "Resisteremo!", poi, memore dei tradimenti del suo fido amico e alleato Berlusconi, aggiunge: "Mai più petrolio all'ENI". Intanto gli alleati, dopo aver minacciato arresti e processi davanti al tribunale dell'Aja e aver innumerevoli volte garantito che ormai Gheddafi è alle corde, premono per un governo di unità tra "gheddafiani" e ribelli. Si veda sui temi l'articolo di Vincenzo Nigro, La Repubblica, 15/07/2011
ZAGABRIA - Torna Gheddafi, parla al suo popolo, mobilitato e trasferito dai miliziani del regime in piazza per ascoltare la voce registrata del capo. Un´arringa destinata soprattutto alle potenze internazionali, che lo bombardano dal cielo, e che oggi si riuniscono in Turchia per capire come andare avanti nella guerra di Libia. Il colonnello accusa la Nato, e conferma di voler continuare a lottare: «Resisteremo fino alla fine», urla il capo libico, «la Nato sta uccidendo bambini innocenti; i criminali di guerra europei dovrebbero essere mandati di fronte alla Corte penale internazionale». Intanto innesca altre mosse di propaganda: il suo primo ministro Al Baghdadi dice che «con l´Eni abbiamo chiuso per sempre, non vi sarà più alcun partenariato, e in futuro l´Italia non avrà parte alcuna nei contratti petroliferi libici». La risposta italiana arriva, in totale sintonia, dal ministro degli Esteri Franco Frattini e dello Sviluppo economico Romani: «Siamo noi che non vogliamo e non possiamo fare contratti con Gheddafi, che è sotto embargo».
I messaggi di propaganda in arrivo dalla Libia, però, al quarto mese di guerra confermano una resistenza di Gheddafi, che inizia a far breccia nella volontà bellica della Nato. Il mediatore russo Mikhail Margelov fa sapere che il Colonnello non ha ancora schierato i missili, e ha un piano suicida: «Far esplodere Tripoli se i ribelli prenderanno la città».
Un primo, vero segnale di volontà di trattare da parte dell´Alleanza potrebbe venire da Istanbul, oggi, dove verrà sottoposta ai ribelli l´idea di creare un governo di «unità nazionale». Un riconoscimento che Gheddafi non è sconfitto, e che quindi anche se lui e suo figlio Saif dovranno abbandonare il potere, ministri "gheddafiani" dovrebbero sedere in un esecutivo di transizione destinato a far cessare la guerra e avviare un processo di pacificazione. L´idea sarà presentata ai ribelli dai Paesi del «gruppo di contatto» (Usa, Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna) assieme a Turchia, Emirati e Qatar. Il piano è basato su una proposta del ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu; ma ci sarebbe il sostegno degli alleati Nato.
In missione in Croazia assieme al presidente Giorgio Napolitano, Frattini ieri ha aggiornato i giornalisti sulla riunione in Turchia. La sensazione è questa: se pure il piano dovesse essere bloccato dai ribelli, il solo fatto che le potenze occidentali lo abbiano messo in piedi è un segnale di riconoscimento per Gheddafi. Frattini parla di un governo «pan-libico». La traduzione della formula diplomatica è nel piano confezionato dai turchi: Gheddafi e il figlio verrebbero allontanati dal potere. Verrebbe formato un governo di unità nazionale con metà dei ministri espressi dai ribelli e l´altra metà dal gruppo di potere gheddafiano. Il governo designerebbe un premier interinale, e avrebbe come obiettivo, oltre alla gestione degli affari correnti, quello di preparare un´assemblea costituente e poi elezioni libere in Libia.
Infine: mentre l´Onu già avvia i piani per una forza di pace, una potenza bene accetta da ribelli e gheddafiani schiererebbe in Libia alcune migliaia di militari per garantire ad interim la sicurezza. «I turchi si sono già fatti avanti», conferma un diplomatico italiano.
ZAGABRIA - Torna Gheddafi, parla al suo popolo, mobilitato e trasferito dai miliziani del regime in piazza per ascoltare la voce registrata del capo. Un´arringa destinata soprattutto alle potenze internazionali, che lo bombardano dal cielo, e che oggi si riuniscono in Turchia per capire come andare avanti nella guerra di Libia. Il colonnello accusa la Nato, e conferma di voler continuare a lottare: «Resisteremo fino alla fine», urla il capo libico, «la Nato sta uccidendo bambini innocenti; i criminali di guerra europei dovrebbero essere mandati di fronte alla Corte penale internazionale». Intanto innesca altre mosse di propaganda: il suo primo ministro Al Baghdadi dice che «con l´Eni abbiamo chiuso per sempre, non vi sarà più alcun partenariato, e in futuro l´Italia non avrà parte alcuna nei contratti petroliferi libici». La risposta italiana arriva, in totale sintonia, dal ministro degli Esteri Franco Frattini e dello Sviluppo economico Romani: «Siamo noi che non vogliamo e non possiamo fare contratti con Gheddafi, che è sotto embargo».
I messaggi di propaganda in arrivo dalla Libia, però, al quarto mese di guerra confermano una resistenza di Gheddafi, che inizia a far breccia nella volontà bellica della Nato. Il mediatore russo Mikhail Margelov fa sapere che il Colonnello non ha ancora schierato i missili, e ha un piano suicida: «Far esplodere Tripoli se i ribelli prenderanno la città».
Un primo, vero segnale di volontà di trattare da parte dell´Alleanza potrebbe venire da Istanbul, oggi, dove verrà sottoposta ai ribelli l´idea di creare un governo di «unità nazionale». Un riconoscimento che Gheddafi non è sconfitto, e che quindi anche se lui e suo figlio Saif dovranno abbandonare il potere, ministri "gheddafiani" dovrebbero sedere in un esecutivo di transizione destinato a far cessare la guerra e avviare un processo di pacificazione. L´idea sarà presentata ai ribelli dai Paesi del «gruppo di contatto» (Usa, Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna) assieme a Turchia, Emirati e Qatar. Il piano è basato su una proposta del ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu; ma ci sarebbe il sostegno degli alleati Nato.
In missione in Croazia assieme al presidente Giorgio Napolitano, Frattini ieri ha aggiornato i giornalisti sulla riunione in Turchia. La sensazione è questa: se pure il piano dovesse essere bloccato dai ribelli, il solo fatto che le potenze occidentali lo abbiano messo in piedi è un segnale di riconoscimento per Gheddafi. Frattini parla di un governo «pan-libico». La traduzione della formula diplomatica è nel piano confezionato dai turchi: Gheddafi e il figlio verrebbero allontanati dal potere. Verrebbe formato un governo di unità nazionale con metà dei ministri espressi dai ribelli e l´altra metà dal gruppo di potere gheddafiano. Il governo designerebbe un premier interinale, e avrebbe come obiettivo, oltre alla gestione degli affari correnti, quello di preparare un´assemblea costituente e poi elezioni libere in Libia.
Infine: mentre l´Onu già avvia i piani per una forza di pace, una potenza bene accetta da ribelli e gheddafiani schiererebbe in Libia alcune migliaia di militari per garantire ad interim la sicurezza. «I turchi si sono già fatti avanti», conferma un diplomatico italiano.
mercoledì 13 luglio 2011
PRIMAVERE ARABE E INVERNO EUROPEO
Con una punta di simpatica ironia Lucio Caracciolo, nel suo articolo di presentazione all'ultimo numero di "Limes", osserva che poiché essendo nei paesi arabi le primavere molto brevi, le opinioni pubbliche europee sembrano repentinamente passate dall'esaltazione lirica delle rivoluzioni alla stagione autunnale dominata dalla depressione economica, dall'emergenza sociale e dall'insicurezza geopolitica che sembra investire lo spazio geografico che si affaccia sul Mediterraneo.
Probabilmente hanno contribuito a questo cambiamento d'umore i tornado e gli tsunami provocati nei paesi europei affacciati sul Mediterraneo dalle crisi finanziarie che hanno ridotto la Grecia a una condizione di permanente pre-fallimento, il Portogallo a qualcosa che gli somiglia, la Spagna all'imperversare di una disoccupazione soprattutto giovanile che supera il 30% e l'Italia che oltre all'instabilità politica, si è quasi rotta l'osso del collo a causa degli assalti della speculazione finanziaria (che ha approfittato del disastroso debito pubblico che grava come un macigno sulla nostra economia: e ci asteniamo dal formulare giudizi sulla qualità della classe politica perché se lo facessimo sarebbe come sparare sulla Croce Rossa).
Per quanto riguarda la sponda sud del Mediterraneo credo si possa dire che l'eccessiva enfatizzazione è stata provocata dal carattere improvviso dei sommovimenti avvenuti, che hanno interessato praticamente l'intera fascia che va dal Marocco ai confini dell'Iran. Lasciamo fuori dall'analisi riassuntiva che vogliamo fare del quadro il Pakistan e l'Afghanistan, la cui crisi dura ormai da 40 anni, ne accenna a risolversi e anzi sembra presentare sintomi gravi di aggravamento:
I - Il 22 Giugno il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha pronunciato il più importante discorso della sua presidenza: poca retorica e un fermo proposito..."America, è tempo di concentrarsi sulla ricostruzione della nazione in casa nostra". Di qui la decisione di ritirarsi dall'Afghanistan entro il 2014 e dall'Iraq entro l'anno. E' sotto inteso che il Pakistan deve arrangiarsi con i propri mezzi a risolvere lo stato permanente di crisi sociale che l'attanaglia. Il discorso di Obama, comunque, rappresenta la presa d'atto di un paese indebitato fino al collo che non può sperperare 1000 miliardi di dollari in dieci anni di illusoria "guerra al terrore" per ridursi "a fumare il calumet della pace con il mullah Omar" dato per morto più di una decina di volte. Anche rispetto alla Libia Obama ha affermato che l'America può limitarsi "ad aggregare l'azione internazionale" senza schierare un solo soldato. in altri termini la NATO deve coprire la ritirata americana, sopportandone costi e rischi, ma senza metter bocca nelle scelte di Washington. C'è solo da sperare che con questi propositi non si dia corso a una strana politica in cui si decide di ritirarsi dal globo sperando di dominarlo.
II - Rimossi i dittatori tunisino ed egiziano, le aspirazione alla libertà e alla democrazia sono rese incerte dalle reazioni dei poteri tradizionali, militari in testa: anche se, per la verità a parte qualche manifestazione che periodicamente riempie Piazza Tahir al Cairo, i due paesi sembrano disporre dei requisiti per costruire due compagini statali finalmente avviate sulla strada di una modernità vera e propria: che, se lo levino dalla testa gli islamofobi di tutto il mondo, non potrà che tener conto delle strade attraverso le quali nella civiltà araba si costruiscono le strutture del potere: la Umma coranica, l'importanza delle strutture tribali, la rete tutt'ora robusta delle fedeltà genealogiche. Pensare che dei paesi islamici diventeranno democratici cessando di essere musulmani è una grossa scemenza.
III - La serie di rivoluzioni e controrivoluzioni che coinvolge il medio oriente, dalla Siria allo Yemen passando per il Bahrin sembra profilarsi come l'espansione di instabilità prodotta dall'esaurirsi della Guerra Fredda, anche perché la superpotenza residua non può non concentrare le sue risorse nel golfo a scapito dell'Europa e del Mediterraneo. Si tenga conto che le sabbie mobili che stanno inghiottendo la Siria e lo Yemen potrebbero presto minacciare la monarchia saudita e cioè il serbatoio energetico mondiale. E allora sarebbe inverno gelido per tutti. Fortunatamente a stabilizzare l'area della Mezzaluna Fertile concorre finalmente la sempre crescente forza della Turchia, in grado di concorrere in questo campo con tre soggetti di sicura solidità, Germania, Russia e Cina.
IV - La guerra di Libia si presenta sempre più come qualcosa che ha poco da dividere con gli eventi tunisini egiziani e medio orientali. Essa sembra piuttosto l'esplosione di una guerra secessionista che somiglia molto a quella che ha finito col portare alla creazione dei due stati in Sudan e al caos che da decenni regna in Somalia. Uno scontro all'ultimo sangue tra Tripolitania e Cirenaica può aver avuto come punto di partenza il carattere tirannico del colonnello Gheddafi, ma le sue radici sono molto più antiche e molto più profonde. Ad aggravare il conflitto, comunque, ha contribuito non poco l'ansia di Sarkozy di recuperare un pò della faccia perduta con le figuracce fatte davanti agli eventi tunisini ed egiziani.
Nel nord del mondo quasi tutti i capi di stato e di governo tifano in segreto per i "controrivoluzionari arabi" al cui vertici stanno i reali sauditi, da cui hanno preso saggiamente le distanze gli altri re esistenti nel mondo arabo quello di Giordania e, soprattutto, quello del Marocco. E tuttavia sarebbe bene che i governanti dell'occidente tengano presente che ricacciare il genio delle rivoluzioni e dei sommovimenti in una immaginaria "lampada di Aladino" non è possibile. Nei territori investiti dal vento di rivolta si è aperta una finestra di opportunità i cui esiti non sono scritti; e si tenga conto che in questione non c'è solo il carattere che assumeranno i regimi del medio oriente e del golfo, ma i nuovi rapporti di forza tra i protagonisti della grande area: Arabia Saudita, Israele, Turchia, Iran e sicuramente, il Pakistan.
Probabilmente hanno contribuito a questo cambiamento d'umore i tornado e gli tsunami provocati nei paesi europei affacciati sul Mediterraneo dalle crisi finanziarie che hanno ridotto la Grecia a una condizione di permanente pre-fallimento, il Portogallo a qualcosa che gli somiglia, la Spagna all'imperversare di una disoccupazione soprattutto giovanile che supera il 30% e l'Italia che oltre all'instabilità politica, si è quasi rotta l'osso del collo a causa degli assalti della speculazione finanziaria (che ha approfittato del disastroso debito pubblico che grava come un macigno sulla nostra economia: e ci asteniamo dal formulare giudizi sulla qualità della classe politica perché se lo facessimo sarebbe come sparare sulla Croce Rossa).
Per quanto riguarda la sponda sud del Mediterraneo credo si possa dire che l'eccessiva enfatizzazione è stata provocata dal carattere improvviso dei sommovimenti avvenuti, che hanno interessato praticamente l'intera fascia che va dal Marocco ai confini dell'Iran. Lasciamo fuori dall'analisi riassuntiva che vogliamo fare del quadro il Pakistan e l'Afghanistan, la cui crisi dura ormai da 40 anni, ne accenna a risolversi e anzi sembra presentare sintomi gravi di aggravamento:
I - Il 22 Giugno il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha pronunciato il più importante discorso della sua presidenza: poca retorica e un fermo proposito..."America, è tempo di concentrarsi sulla ricostruzione della nazione in casa nostra". Di qui la decisione di ritirarsi dall'Afghanistan entro il 2014 e dall'Iraq entro l'anno. E' sotto inteso che il Pakistan deve arrangiarsi con i propri mezzi a risolvere lo stato permanente di crisi sociale che l'attanaglia. Il discorso di Obama, comunque, rappresenta la presa d'atto di un paese indebitato fino al collo che non può sperperare 1000 miliardi di dollari in dieci anni di illusoria "guerra al terrore" per ridursi "a fumare il calumet della pace con il mullah Omar" dato per morto più di una decina di volte. Anche rispetto alla Libia Obama ha affermato che l'America può limitarsi "ad aggregare l'azione internazionale" senza schierare un solo soldato. in altri termini la NATO deve coprire la ritirata americana, sopportandone costi e rischi, ma senza metter bocca nelle scelte di Washington. C'è solo da sperare che con questi propositi non si dia corso a una strana politica in cui si decide di ritirarsi dal globo sperando di dominarlo.
II - Rimossi i dittatori tunisino ed egiziano, le aspirazione alla libertà e alla democrazia sono rese incerte dalle reazioni dei poteri tradizionali, militari in testa: anche se, per la verità a parte qualche manifestazione che periodicamente riempie Piazza Tahir al Cairo, i due paesi sembrano disporre dei requisiti per costruire due compagini statali finalmente avviate sulla strada di una modernità vera e propria: che, se lo levino dalla testa gli islamofobi di tutto il mondo, non potrà che tener conto delle strade attraverso le quali nella civiltà araba si costruiscono le strutture del potere: la Umma coranica, l'importanza delle strutture tribali, la rete tutt'ora robusta delle fedeltà genealogiche. Pensare che dei paesi islamici diventeranno democratici cessando di essere musulmani è una grossa scemenza.
III - La serie di rivoluzioni e controrivoluzioni che coinvolge il medio oriente, dalla Siria allo Yemen passando per il Bahrin sembra profilarsi come l'espansione di instabilità prodotta dall'esaurirsi della Guerra Fredda, anche perché la superpotenza residua non può non concentrare le sue risorse nel golfo a scapito dell'Europa e del Mediterraneo. Si tenga conto che le sabbie mobili che stanno inghiottendo la Siria e lo Yemen potrebbero presto minacciare la monarchia saudita e cioè il serbatoio energetico mondiale. E allora sarebbe inverno gelido per tutti. Fortunatamente a stabilizzare l'area della Mezzaluna Fertile concorre finalmente la sempre crescente forza della Turchia, in grado di concorrere in questo campo con tre soggetti di sicura solidità, Germania, Russia e Cina.
IV - La guerra di Libia si presenta sempre più come qualcosa che ha poco da dividere con gli eventi tunisini egiziani e medio orientali. Essa sembra piuttosto l'esplosione di una guerra secessionista che somiglia molto a quella che ha finito col portare alla creazione dei due stati in Sudan e al caos che da decenni regna in Somalia. Uno scontro all'ultimo sangue tra Tripolitania e Cirenaica può aver avuto come punto di partenza il carattere tirannico del colonnello Gheddafi, ma le sue radici sono molto più antiche e molto più profonde. Ad aggravare il conflitto, comunque, ha contribuito non poco l'ansia di Sarkozy di recuperare un pò della faccia perduta con le figuracce fatte davanti agli eventi tunisini ed egiziani.
Nel nord del mondo quasi tutti i capi di stato e di governo tifano in segreto per i "controrivoluzionari arabi" al cui vertici stanno i reali sauditi, da cui hanno preso saggiamente le distanze gli altri re esistenti nel mondo arabo quello di Giordania e, soprattutto, quello del Marocco. E tuttavia sarebbe bene che i governanti dell'occidente tengano presente che ricacciare il genio delle rivoluzioni e dei sommovimenti in una immaginaria "lampada di Aladino" non è possibile. Nei territori investiti dal vento di rivolta si è aperta una finestra di opportunità i cui esiti non sono scritti; e si tenga conto che in questione non c'è solo il carattere che assumeranno i regimi del medio oriente e del golfo, ma i nuovi rapporti di forza tra i protagonisti della grande area: Arabia Saudita, Israele, Turchia, Iran e sicuramente, il Pakistan.
martedì 12 luglio 2011
ANCHE LE DONNE RAVVIVANO LE RIVOLUZIONI ISLAMICHE
Articoli di Cecilia Zecchinelli
LA PRINCIPESSA RIBELLE SCUOTE IL REGNO SAUDITA. BASMA, NIPOTE DEL RE: "RIFORME O SARA' LA FINE"
Inutile opporsi ai «venti del cambiamento che in questa stagione soffiano sul mondo arabo, nessuno ne è immune: se qualcuno lo afferma, ebbene si sbaglia» . Parole sentite e risentite negli ultimi mesi. Ma a pronunciarle è ora la figlia di re Saud che regnò in Arabia fino al 1964, la nipote del sovrano in carica, l’anziano Abdullah. Appartenente quindi al cerchio più interno e potente della famiglia che ha fondato la monarchia forse più assoluta del mondo, scossa anche lei dai «venti» del cambiamento. Non solo: Sua altezza reale Basma bint Saud, madre siriana, studi in Libano e Gran Bretagna, cinque figli ed ex imprenditrice, scrittrice e attivissima sul fronte sociale, in un’intervista alla Bbc in arabo affronta il tema del giorno nel Regno, la rivolta delle donne che dal 17 giugno hanno sfidato il divieto di guidare. Munite di patente internazionale (sono in 50 mila ad averla), sono state qualche centinaio o forse meno a impugnare il volante, documentando il loro gesto su Internet. Molte continuano a farlo, «fino alla vittoria» . Dopo l’iniziale tolleranza delle autorità, martedì si sono segnalati i primi cinque arresti di guidatrici. Basma bint Saud si schiera con loro «perché nessuno può negare loro questo diritto» . E se la prende poi apertamente con il Comitato per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio, o come dicono con sprezzo i sauditi i «mutawwa» , ovvero la polizia religiosa. «Fondata da mio padre, dal suo iniziale compito di prevenire la corruzione — accusa la principessa — è passata ad opprimere la società e soprattutto le donne, messe sotto la lente d’ingrandimento per vedere se sono poco coperte, se incontrano qualcuno, costrette a vivere nel terrore » . Poi Basma lancia un allarme: «Dovremmo stare attenti, aprire un dialogo nazionale anziché aspettare che le cose precipitino. Concediamo più libertà prima d’arrivare a uno scontro aperto» . Non è la prima volta che un membro della vastissima famiglia reale chiede riforme. Tra gli anziani figli di Abdulaziz, il «principe rosso» Talal è da sempre il più esplicito, da giovane fu perfino esiliato in Egitto. Ma la sua generazione è in genere per la «stabilità» : lo è il re 89enne, lo sono ben più il «delfino» Sultan, 87 anni, e il 78enne Nayaf, temutissimo ministro dell’Interno. Tra i nipoti del fondatore del Regno come Basma, e ancor più tra i più giovani principi, sta invece crescendo l’irrequietezza. Non solo per le manovre in vista della successione, ma per la consapevolezza che perfino in Arabia l’immobilismo non è più difendibile. Dalla Siria al Bahrein, dallo Yemen all’Oman le proteste ai confini o poco lontano continuano. Finora in Arabia il fermento c’è stato tra gli sciiti dell’Est e le donne, senza violenze e sommosse. Ma il vento ha iniziato a soffiare e non si fermerà, come dice Basma.
Mi capita spesso di imbattermi in personaggi, normalmente acculturati e professionalmente affermati, i quali citando esperienze visive fatte direttamente mentre erano in giro turistico in un paese musulmano, raccontano di essere stati testimoni oculari di inauditi episodi di violenza di cui erano autori padri, mariti o, forse fratelli maggiori, che pestavano con nodosi bastoni le loro mogli e sorelle. La circostanza mi ha incuriosito perché pur non potendosi escludere qualche caso di violenza fisica che un uomo esercita nell'esercizio di una sua presunta potestà su una donna, va aggiunto che con l'eccezione di qualche paese, la violenza fisica esercitata pubblicamente verrebbe immediatamente perseguita con tanto di arresto da parte di solerti poliziotti.
A me è capitato invece, in Italia e precisamente a Vicenza davanti al bar Loggetta, al caso di una signora marocchina di almeno 50 anni, la quale, reduce da un intervento chirurgico alla gola, era stata consigliata dal medico curante di proteggersi le vie respiratorie con una mascherina anti-smog, di uso abbastanza frequente nelle nostre città inquinate. Un signore, ben vestito e ben curato, l'ha interpellata con queste parole: "Ehi ti troia levete quea maschera che non te si al paese tuo!"; la signora ha cercato di spiegare che la mascherina non era una versione ridotta del burqa ma una necessità sanitaria. L'educato signore ha ripreso ad insultarla e la signora le ha mollato uno schiaffo. Il signore, dismessi atteggiamenti dell'uomo civilizzato, è regredito immediatamente allo stadio dell'uomo preistorico, ha sferrato un pugno alla signora e le ha fatto saltare 2 denti. La polizia è intervenuta subito dopo, chiamata dal titolare del bar e ha proceduto al fermo dell'energumeno. Erano le 11 di mattina e il fermo dell'aggressore non è durato molto perché appena dopo mezzogiorno beveva tranquillamente un caffè nello stesso bar. Che in quel sito si trovasse un esemplare della violenza islamica contro le donne, simile a quella del padre marocchino che ha sgozzato la figlia che rifiutava il marito destinatogli dalla famiglia o al padre pakistano che ha ammazzato la moglie a colpi di mattone perché dava manforte alla figlia che rifiutava il marito scelto dal padre e dal fratello. Naturalmente l'episodio di cui sono stato testimone non ha avuto l'onore di due righe del Giornale di Vicenza, mentre sui due casi dei padri assassini "per motivi religiosi" stampa e televisioni si sono profuse per qualche settimana, dando corpo a una visione della donna musulmana brutalmente oppressa dalla violenza dei loro congiunti di sesso maschile, che ricorda tanto la campagna sistematica che si fa per dimostrare che gli arabi in specie e i musulmani in genere non sono adatti alla democrazia.
Donna e democrazia hanno fortune parallele.
Donna e democrazia hanno fortune parallele.
In occidente vengono ammazzate alcune centinaia di donne ogni anno dai loro mariti, amanti, fidanzati e ex; e non parliamo del divertito commento che la maggior parte dei maschi italiani fa quando accenna alle avventure delle varie escort che popolano le cronache politiche del nostro paese. Però si dice che in Italia la donna è rispettata e se vi sono isolati episodi di violenza fisica o morale contro una donna, ciò si vede a un puro caso sfortunato. Nell'Islam, invece, gli atti di violenza di qualsiasi tipo compiuti contro le donne sono, secondo l'opinione più diffusa, una componente essenziale della religione islamica.
Vogliamo citare così un brano tratto da un'opera pubblicata di recente da una giovane donna europea di nazionalità francese recante il titolo "L'Islam, la donna e l'integralismo, diario di una giovane europea"
edito nel 1988:
"La donna è la metà del genere umano. E' la madre dell'uomo, sua sorella, la sua sposa, sua figlia, l'anima presso la quale egli assapora la pace e scopre il senso della vita."
"Non è per disprezzare la donna e denigrarla che l'Islam le prescrive di nascondere le bellezze del suo corpo all'esterno della dimora coniugale, ma è per proteggerla contro l'insorgere della concupiscenza e dei capricci dei comportamenti e degli sguardi malsani."
"Proteggere il pudore della donna vuol dire proteggere l'unità della famiglia, tutelare l'avvenire spirituale e morale dei figli, edificare basi solite per l'intera società."
"Così come l'uomo, la donna musulmana ha il diritto di vivere pienamente e decorosamente la sua vita, di studiare (più della metà delle donne musulmane ha un titolo di scuola media-superiore e di università), possedere dei beni, esprimere le proprie opinioni, scegliere con chi sposarsi, pregare ed elevarsi al più alto grado della spiritualità."
"Il fatale errore commesso dalle femministe è quello di aver spinto la donna ad entrare in concorrenza con l'uomo, a inseguire il miraggio dell'eguaglianza in nome della quale sacrifica il suo diritto alla femminilità e alla maternità."
"Non è la concorrenza che bisogna promuovere tra i due sessi, ma la complementarietà; non è l'uguaglianza esteriore e quantitativa che bisogna cercare di instaurare tra i due sessi, ma l'equità e la giustizia".
Alexsis Carrel, premio Nobel, nelle sue "riflessioni sulla strada della vità" afferma: "L'uomo e la donna sono diverse l'uno dall'altra, ma complementari. Non è solo per i loro organi genitali e la loro morfologia che si distinguono. Le loro cellule, i loro umori, il loro stesso sangue portano l'impronta anatomica e chimica del loro sesso. Le funzioni organiche e psichiche della donna sono incentrate sulle modificazioni cicliche del loro corpo. La rigenerazione ovulare, la preparazione all'eventuale maternità, la gravidanza, l'allattamento costituiscono l'alto destino naturale della donna. Sottrarsi a tale destino non è esente da pericoli: lo squilibrio nervoso e mentale è il prezzo che la donna deve pagare quando le condizioni di vita e la sua stessa volontà si oppongono al compimento della funzione naturale che gli ha assegnato l'Altissimo".
Nell'Islam la donna è l'asse intorno alla quale gravitano gli elementi di una famiglia. In occidente l'equilibrio della famiglia, privata di tale asse è completamente sconvolto.
Nell'Islam, la donna è il tesoro gelosamente custodito da tutta la famiglia: ciascun membro vede in lei l'eredità del venire e la garanzia dell'avvenire. In occidente la donna è spesso ridotta a una merce a buon mercato, manipolata dalla pubblicità e schiacciata dal rullo compressore della produzione e del consumo.
Iscriviti a:
Post (Atom)