venerdì 22 luglio 2011

QUESTIONI SULLA CHIESA CATTOLICA - parte I

I CATTOLICI E LA CONOSCENZA DELLE SACRE SCRITTURE (I Vangeli)

Chi abbia seguito con un minimo di attenzione l'impegno con cui il governo italiano, facendo da eco ai comprensibili sforzi in materia della chiesa cattolica, ha cercato di fare inserire nella costituzione europea che le radici dell'Europa sono radici giudaico-cristiane, e nello stesso tempo, chi si è soffermato sugli sforzi che lo stesso governo in prima persona ha ripetutamente esperito per affermare la regola dell'obbligatorietà del crocifisso nelle scuole e negli uffici pubblici, fino a cercare di difendere tale regola con ricorsi alla Corte dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo, non può che convincersi che la religiosità del popolo italiano a tutti i livelli deve essere un inestinguibile incendio che coinvolge non solo l'organizzazione ecclesiastica, ma le grandi masse popolari, le forze politiche, le associazioni culturali e tutto ciò che si muove nel paese nella sfera pubblica e nei comportamenti famigliari e personali. Un osservatore straniero che attraversa il paese, e che si aspetterebbe un popolo religiosissimo a fronte del quale polacchi, croati e irlandesi, per i quali la religione cattolica è un elemento inscindibile dall'identità nazionale, credo rimanga sconvolto di fronte al bassissimo livello di religiosità degli italiani: non solo sotto il profilo dei comportamenti etici, non solo se si considera la scarsa assiduità con cui si rispettano i precetti del culto, ma soprattutto ci si misura con l'assoluta ignoranza diffusa sui contenuti dei Testi Sacri: non solo il Vecchio Testamento che in fin dei conti riguarda la storia e la religione ebraica, ma sui Vangeli (quelli ufficiali) che, pure, dovrebbero essere considerati con l'attenzione e la reverenza di testi che parlano della vita e delle predicazioni di Gesù, e cioè del Figlio di Dio.
Mi viene così impellente il bisogno di rendere pubblici i problemi e gli interrogativi che sono stato costretto a pormi da quando, divenuta di pubblico dominio la mia conversione all'Islam, mi sono trovato al centro di una fitta rete di continue provocazioni, di insulti neppure tanto velati e di domande stupide, rivelatrici soltanto di totale ignoranza religiosa oltre che di un malcelato razzismo anti islamico. L'ultimo esempio in ordine di tempo è la domanda che mi è stata rivolta da un personaggio noto per il suo livello culturale e in passato titolare di prestigiose cariche istituzionali, che nell'incontrarmi per caso all'indomani della morte di Bin Laden mi ha chiesto:
"Non hai messo il lutto per la morte del tuo capo?". Sconcertato da tanta stupida volgarità ho riflettuto qualche istante, poi gli ho chiesto: "E tu metti un segno di lutto nell'anniversario della morte di Mussolini o di Hitler?". Episodi di questo genere mi capitano con frequenza quasi quotidiana, quasi sempre da persone acculturate che, peraltro, non sono note per il loro particolare fervore religioso. Poiché non sono talmente forte da seguire il precetto di Gesù, sia Egli Benedetto nella Pace del Signore, e cioè la massima: "Se ti danno uno schiaffo su una guancia tu porgi l'altra guancia" d'ora in avanti pubblicherò su questo blog in difesa dell'Islam non solo post che riguardano l'attualità o i contenuti della mia fede di musulmano ma mi dedicherò anche, finalmente, a dilungarmi su quelli che il defunto pontefice Giovanni Paolo II ha definito "I Gravi Peccati della Chiesa".


Ebrei, Cristiani di ogni orientamento e musulmani sono chiamati anche "La gente del Libro" (in lingua greca il termine "Biblos" da cui deriva la parola Bibbia significa appunto "Libro"), perché fondano o dovrebbero fondare la propria fede, i propri precetti e i propri comportamenti etici su testi dettati o ispirati direttamente da Dio. Ne consegue che i credenti di una di queste tre religioni dovrebbero avere non solo il diritto, ma addirittura il dovere di leggere, studiare e comprendere le Sacre Scritture. Tale regola vale sicuramente per i musulmani per i quali leggere ogni giorno qualche sura del Corano è praticamente un precetto imperativo; anche i protestanti cristiani si dedicano alla lettura della Bibbia, al punto che chiunque pernotti in un albergo britannico o statunitense troverà un'edizione della Bibbia sopra o dentro il comodino.
La stragrande maggioranza dei cattolici, invece, conosce poco o nulla del Vecchio e del Nuovo Testamento, e solo un'esigua minoranza sa che c'è un libro intitolato Corano. Una volta ho voluto fare un esperimento statistico e ho scoperto che su dieci persone la metà ignorava persino che Gesù era di religione ebraica. Qualcuno mi ha risposto che naturalmente era cristiano: quel signore doveva sicuramente aver letto un'opera di Nietzsche ("L'Anticristo") nella quale il filosofo tedesco sosteneva che la religione cristiana non è mai esistita  perché il suo unico seguace era morto in croce.
Viene spontaneo chiedersi a cosa sia dovuta l'ignoranza cattolica sulla loro religione. Escludiamo la tesi razzista secondo la quale l'ignoranza degli italiani è dovuta alla loro maggiore pigrizia rispetto ai popoli germanici ed anglosassoni e cerchiamo di trovare le cause storiche profonde dell'ignoranza odierna.
Il problema delle religioni rilevate e consegnate a un testo scritto è la lingua. Quando una fede di questo tipo si diffonde presso popoli che parlano altre lingue o anche quando nel luogo stesso dove è nata, la naturale evoluzione nel corso dei secoli fa mutare profondamente il linguaggio. Succede così che la rivelazione rischia di non essere più compresa dalla maggior parte dei credenti.
Mentre questo problema ha cominciato a porsi per i musulmani quando l'Islam si è diffuso presso i numerosi popoli che non parlavano arabo, già prima della nascita di Gesù gli ebrei, che avevano comunità sparse in tutto l'oriente ellenistico e nel bacino Mediterraneo, si trovarono a fronteggiare questo problema. Il Vecchio Testamento era scritto in ebraico, ma molti ebrei di seconda o terza generazione conoscevano il greco meglio della propria lingua madre; inoltre anche molti "Gentili" non ebrei di lingua greca potevano avvicinarsi con curiosità al culto ebraico.
Il problema venne risolto traducendo la Bibbia dalla lingua ebraica che oltretutto non era più parlata dal secondo secolo a.C. ed era stata sostituita dall'aramaico (la lingua parlata da Gesù). Nacque così la Bibbia dei Settanta. San Girolamo tradusse in latino Vecchio e Nuovo Testamento in un periodo compreso tra il 347 e il 420 d.C. Si trattava di un'iniziativa necessaria: il Cristianesimo si diffondeva sempre più nei territori occidentali dell'impero romano dove la lingua più diffusa era il latino. Ancora oggi la versione di San Girolamo è conosciuta col nome di "Vulgata" ("popolare"); e più o meno negli stessi anni un'operazione simile venne fatta da un vescovo che aveva aderito all'eresia ariana, Wulfila che inventò addirittura un nuovo alfabeto per tradurre la Bibbia in gotico e renderla così accessibile ai popoli germanici. Qualche secolo più tardi i santi Cirillo e Metodio inventarono il primo alfabeto slavo per poter diffondere la fede cristiana fra i loro popoli.
Con la caduta dell'impero romano d'occidente il latino decadde e fra i popoli che ne avevano fatto parte nacquero le varie lingue volgari, tanto che all'alba dell'anno mille, in Europa, il latino era ormai solo la lingua dei sapienti e dei giuristi, sconosciuta alla grande massa della gente comune. Sarebbe stato logico che la chiesa cattolica promuovesse rapidamente la traduzione della Bibbia e del Vangelo nelle nuove lingue nazionali   in modo che i fedeli potessero, se non studiarli, almeno sentirli recitare in una lingua comprensibile. L'autorità ecclesiastica procedette invece in senso completamente opposto, e a partire da un certo momento tutti gli sforzi per rendere le Sacre Scritture comprensibili ai popoli furono duramente condannati e i loro artefici sottoposti a persecuzioni.
Il motivo di tale atteggiamento a dir poco singolare è che i cosiddetti eretici e tutti coloro che avevano motivi di contestazione nei confronti del potere politico della chiesa, utilizzavano le Sacre Scritture per dimostrare alla gente come la Chiesa ufficiale avesse praticamente rinnegato gli originali comandamenti evangelici di povertà, umiltà e carità.
Nel 1199 papa Innocenzo III, l'inventore delle crociate contro i cosiddetti eretici, si scagliò con parole durissime contro quegli uomini quelle donne che "in segrete adunanze si sono arrogati il diritto di esporre scritti del genere e di predicare gli uni agli altri".
Nel 1229 il Concilio di Tolosa istituì la Santa Inquisizione e venne convocato nel sud della Francia, dove erano stati sterminati decine di migliaia di Catari e di Albigesi, proibì ai laici di possedere e leggere la Bibbia fatta eccezione dei salmi di re David e di pochi altri passi contenuti in breviari autorizzati: lo studio e la predicazione della Bibbia divennero così affari riservati del clero e chiunque provasse a farlo in proprio rischiava il rogo come eretico; anzi la maggior parte dei processi contro gli eretici veniva promossa sotto l'accusa di "traduzione e lettura non autorizzata dei Vangeli". Si comprende così come la traduzione in tedesco della Bibbia da parte di Martin Lutero gettò nel panico l'alto clero cattolico. Nel 1533 una commissione di prelati sull'argomento venne inviata al papa: "Debbono farsi tutti gli sforzi possibili affinché si permetta il meno possibile la lettura del Vangelo...Basti quel pochissimo che suol leggersi nella Messa, né più di quello sia permesso di leggere chi che sia. Finché gli uomini si accontentarono di quel poco gli interessi della santità vostra prosperarono, ma quando si volle leggere di più cominciarono a decadere...Bisogna perciò sottrarre le Sacre Scritture alla vista del popolo, usando grande cautela per non suscitare tumulti".
Tre secoli dopo papa Pio VII affermerò che: "Le associazioni che vanno formandosi nella maggior parte d'Europa per tradurre in lingua volgare e espandere la parola di Dio, mi fanno orrore...Bisogna distruggere questa peste con tutti i mezzi possibili" (Bolla del 28/06/1816).
L'uso delle lingue nazionali nella liturgia, a posto del latino, è stato introdotto solo con il Concilio Vaticano II indetto da papa Giovanni XXIII e proseguito da papa Paolo VI. La decisione conciliare provocò un piccolo scisma reazionario guidato dal vescovo francese Jean Le Fèvre che non si limitò ad autorizzare i preti a lui fedeli a celebrare la messa in latina, ma avvalendosi della sua autorità di vescovo cominciò ad ordinare sacerdoti; e per questo motivo fu scomunicato da Paolo VI.
Giovanni Paolo II ne ha disposto il perdono e la riammissione nella Chiesa e naturalmente lo ha lasciato libero di celebrare in latino. Evidentemente si torna all'antico.

Nessun commento:

Posta un commento