sabato 28 maggio 2011

L'ISLAM NEL MONDO ATTUALE - 9a parte

IX - IL PAKISTAN 


Nato da una divisione dell'antico dominio britannico in India, chiesto nel 1947 dal leader della lega musulmana Muhammad Jinnah contro la volontà di Gandhi e di Nehru, il Pakistan ebbe fin dall'inizio come unico cemento nazionale la fede religiosa dei suoi abitanti: ciò rese enormemente difficile la sua esistenza come stato, i cui deboli organi di governo si trovarono in lotta con problemi quasi insolubili di ordinamento politico, di impianto economico e di composizione etnica. A rendere più difficile la vita del nuovo stato stava la sua conformazione "bipartita": esso era infatti costituito da una regione occidentale attraversata dal fiume indo e comprendente tra l'altro le regioni del Sind, del Punjab, del Belucistan, del Kashmir, e da una parte orientale costituita dal Bengala, divise tra loro dalle migliaia di km di territorio indiano.
Le relazioni con l'India furono fin dall'inizio molto tese: la spartizione, che era iniziata abbastanza pacificamente pur dando luogo a un massiccio spostamento e scambio di popolazioni, con milioni di induisti che si dirigevano in India e milioni di musulmani che muovevano verso il Pakistan, degenerò presto in un terribile mattatoio con bande armate impegnate a massacrarsi lungo le strade percorse nei due sensi e con terribili massacri che non potevano non coinvolgere la popolazione civile; i morti si contarono a milioni.
Successivamente la tensione si collegò alla questione del Kashmir che, pur essendo di popolazione musulmana, venne in gran parte annesso dall'India. Morto Jinnah nel 1948, il successore Liaquat Alì Khan governò fino al 1951, quando venne assassinato. Da allora le difficoltà si aggravarono e apparve chiaro che le forme democratiche della vita statale, che con tanto successo si andavano affermando in India, coprivano una realtà arcaica dominata dalla strapotenza dei grandi proprietari terrieri e dall'impotenza di interessi regionalistici e secessionistici. In breve ogni speranza di instaurare un corretto regime parlamentare fallì, finché si giunse al colpo di stato del 1958 con il quale il comandante delle forze armate Ayub Khan assunse poteri dittatoriali.
Nel 1959 Ayub Khan, riconfermato alla carica di presidente alle elezioni del 1965, legalizzò il suo governo autoritario dando vita a un regime presidenziale denominato "democrazia di base". Sul piano internazionale la tensione con l'India diminuì con l'accordo del 1960 per la spartizione delle acque del bacino dell'Indo, ma a partire dal 1963 la crisi del Kashmir peggiorò rapidamente fino a sfociare nel Settembre 1965 in una vera e propria guerra. D'altra parte la politica estera del Pakistan viveva la profonda contraddizione tra il progressivo avvicinamento alla Cina in funzione anti-indiana e il bisogno di aiuti economici occidentali.
Intanto in Pakistan prendeva corpo un'opposizione di sinistra che faceva capo all'ex ministro degli esteri Alì Bhutto, mentre i gravi problemi riguardanti la struttura dello stato diventavano esplosivi a causa di un potere militare, cui non si affiancava una moderna élite politica in grado di operare una modernizzazione del paese. Peggiorò inoltre sensibilmente la situazione nel Pakistan orientale, ridotto allo stato di semi-colonia sovrappopolata continuamente tormentata dalle alluvioni monsoniche, che continuava a essere sacrificata dalla classe dirigente espressione delle élites della regione occidentale.
Nel 1966 il Pakistan orientale fu scosso da vaste agitazioni autonomiste, promosse dalla lega Awami, che vennero sanguinosamente represse. Dopo periodici sussulti, la situazione precipitò nell'Autunno 1968 con l'esplosione di violente agitazioni, espressione del malcontento sociale latente, a cui il governo rispose con una brutale repressione. La spirale di violenza continuò a crescere rivelando la debolezza di Ayub, schiacciato tra la possibilità di essere travolto dal movimento popolare e la minaccia di un putsch militare di destra. La rivolta popolare, tuttavia, dilagò fino a minacciare direttamente le autorità statali di Dacca e ogni tentativo di mediazione promosso dal governo fallì. Nel Marzo 1969 Ayub Khan si dimise e il generale Yahia Khan, appoggiato dall'esercito e dalla destra, assunse i pieni poteri, deciso a ripristinare l'ordine con ogni mezzo. Nel Novembre 1969 Yahia Khan varò un programma di progressiva legalizzazione del nuovo regime, annunciò elezioni a suffragio universale per la fine dell'anno successivo pur mantenendo la legge marziale, la concessione di larghe autonomie regionali e l'equiparazione della rappresentanza politica tra Pakistan orientale e Pakistan occidentale.
La stabilità del regime di Yahia Khan era tuttavia minata dal sostegno di un forte partito politico organizzato e la ripresa di sanguinosi moti sociali nella regione orientale guidati dalla lega Awami.
Tra il Dicembre 1970 e il Gennaio 1971 si tennero elezioni politiche che mostrarono con drammatica evidenza un paese politicamente scisso nei suoi due tronconi geografici. Il Pakistan occidentale registrò infatti la vittoria del "partito del popolo" di Alì Bhutto mentre quello orientale vide il trionfo della lega Awami e del suo programma secessionista. Yahia Khan aggiornò la convocazione della nuova assemblea nazionale e impose la legge marziale per impedire alla lega Awami, maggioritaria anche su scala nazionale, di assumere la guida del paese.
Poco dopo il governo pakistano mise al bando la lega Awami, che rispose proclamando l'indipendenza del Pakistan orientale, sotto il nome di Bangladesh. Seguirono pesanti scontri tra l'esercito pakistano e i guerriglieri del Bangladesh, che ottennero pieno appoggio dall'India. Nello stesso periodo si intensificarono gli incidenti sul confine orientale indo-pakistano e in Dicembre, dopo un attacco contro alcuni aeroporti in India, questa dichiarò guerra al Pakistan e penetrò con le proprie truppe nel Pakistan orientale riconoscendolo come repubblica del Bangladesh.
La guerra ebbe termine il 17 Dicembre 1971 con la resa del Pakistan, in seguito alla quale gli ambienti militari decisero la destituzione di Yahia Khan e la sua sostituzione con Alì Bhutto. Sul piano internazionale l'accettazione pakistana della perdita della provincia orientale favorì una ripresa nel dialogo con l'India. All'interno Bhutto tentò di dare un più stabile assetto al paese proclamando nel 1973 una costituzione che istituiva un sistema bicamerale e divideva le cariche di presidente della repubblica e di capo del governo.
L'esplosione di istanze separatiste nella provincia del Belucistan e il conseguente insorgere del terrorismo spinsero Alì Bhutto ad adottare la maniera forte e a sospendere l'attività del parlamento. Confermata la presidenza del consiglio dopo le elezioni del 1977, Bhutto fu contestato da vasti settori del suo partito e dalle gerarchie militari e venne deposto da un colpo di stato, in seguito al quale il generale Muhammad Zia Ul-Haq assunse la carica di primo ministro a Binterin. Poco dopo Bhutto fu arrestato con l'accusa di aver fatto assassinare un suo nemico politico e, dopo essere stato condannato a morte venne giustiziato nel 1979.
Zia Ul-Haq, divenuto anche presidente della repubblica, vantò al suo attivo la parziale soluzione di alcuni problemi economici, grazie a prestiti senza precedenti ottenuti dal fondo monetario internazionale e dagli Stati Uniti, per compensare il Pakistan dei "danni" subiti per i contraccolpi dell'invasione sovietica dell'Afghanistan. All'inizio degli anni 80' i partiti politici, posti sotto il giogo della legge marziale, si riunirono in un movimento per la restaurazione della democrazia, che chiedeva una sollecita consultazione popolare. Il generale Zia, che aveva cercato di ingraziarsi i fondamentalisti islamici introducendo nel paese una Sharia particolarmente rigida (che prevedeva tra l'altro la pena di morte per il delitto di blasfemia), continuò a rimandare le elezioni, malgrado l'aperta sfida della figlia di Bhutto, Benazir, principale esponente dell'opposizione. Nel 1988, subito dopo aver imposto la Sharia come legge suprema dello stato pakistano, Zia morì, e qualche mese più tardi, la sua morte riaprì la dialettica politica nel paese.
La carica di presidente ad Interim venne assunta dal capo del senato Ghuran Ishaq Khan. Le elezioni del Novembre 1988 videro la contrapposizione tra la coalizione dei partiti islamici sostenuta dagli Stati Uniti e il partito del popolo guidato da Benazir Bhutto che ottenne una vittoria travolgente. Nominata primo ministro Benazir avviò un programma democratico moderato e rispettoso della tradizione progressista musulmana che era la migliore eredità dell'Islam indiano.
L'azione di governo di Benazir Bhutto fu molto apprezzata sul piano delle relazioni internazionali, ma su quello interno la tensione non diminuì. I contrasti etnici tra Punjabi e Pashtun e l'affermarsi del radicalismo islamico più estremista, sfruttato a fini politici dall'alleanza democratica islamica, espressione dei grandi proprietari terrieri, determinarono gravi difficoltà per la premier pakistana a cui venne rimproverata l'eccessiva occidentalizzazione e la mancata soluzione dei problemi economici del paese. Nel 1990 Benazir Bhutto fu destituita dal presidente della repubblica, Ghalam Ishaq Khan che proclamò lo stato di emergenza.
Alle successive elezioni politiche anticipate dell'Ottobre 1990, l'alleanza islamica si assicurò il governo del paese. Miam Muhammad Nawaz Sharif fu nominato primo ministro e puntò la riconciliazione nazionale. La situazione interna rimase tuttavia difficile, mentre nel 1992 si aggravò la tensione nel Kashmir, tanto da portare a un rinnovato inasprimento delle relazioni con Nuova Delhi: la circostanza suscitò grave allarme internazionale perché Pakistan e India erano ormai entrate nel novero delle nazioni fornite di arma nucleare.
In seguito a una grave crisi politica interna, causata dallo scontro tra il presidente della repubblica e il primo ministro, nel 1993 furono indette elezioni anticipate, che registrarono una nuova vittoria del partito di Benazir Bhutto, che tornò alla guida del governo, mentre il suo compagno di partito Farooq Leghari, venne nominato presidente della repubblica. Il governo si trovò ad affrontare una situazione finanziaria sempre più difficile, mentre a partire dal 1994 si verificò un'escalation senza precedenti delle violenza inter-religiose, a causa dell'intensificarsi del fondamentalismo islamista. Sul piano internazionale continuò un alto livello di tensione sulla faccenda del Kashmir perché il movimento di guerriglia islamica costituitosi in forze intensificò la politica degli attentati in India.
Nel 1996 la Bhutto fu nuovamente destituita dal presidente della repubblica e le elezioni dell'anno successivo portarono alla vittoria la lega musulmana.
Sharif divenne primo ministro e perseguì una politica di forte accentramento del potere; nel 1998 fu introdotto un emendamento costituzionale che dichiarava la legge coranica legge fondamentale dello stato al di sopra della costituzione. C'è da precisare che il "Corano" a cui ci si riferiva non era certamente il libro sacro rivelato al Profeta Muhammad, ma un testo manomesso e stampato in milioni di copie dall'università statunitense del Nebraska, con un finanziamento di 5 milioni di dollari stanziato dalla CIA.
Nell'Autunno 1999 Sharif fu deposto da un colpo di stato militare guidato dal generale Pervez Musharraf, che nel 2001 assunse anche la carica di presidente della repubblica. Allo scoppiare della crisi internazionale del Settembre 2001, Musharraf si schierò con gli Stati Uniti contro il regime dei talebani afghani, in precedenza sostenuto dal Pakistan, ottenendo in cambio forti aiuti economici da Washington, ma suscitando il malcontento di ampi settori della popolazione, che esplose in scontri con la polizia dopo l'inizio dei bombardamenti in Afghanistan. Oltre al radicalizzarsi delle tensioni interne il conflitto afghano comportò per il Pakistan il difficile problema della gestione di milioni di profughi.
Tra la fine degli anni 90' e l'inizio del nuovo secolo anche le relazioni con l'India furono caratterizzate da forti tensioni sia per la disputa sul Kashmir, dove nel 2002 si registrarono scontri particolarmente sanguinosi, sia per la questione aperta degli armamenti nucleari.
Nell'Aprile 2002 si tenne il referendum per la riconferma di Musharraf al potere, ma la sua legittimità fu contestata dai partiti di opposizione forti del sostegno della corte suprema. Alle elezioni parlamentari dell'Ottobre 2002 la lega musulmana ottenne la vittoria e nel Novembre successivo Mir Zarafullah Khan Jamali fu nominato primo ministro del primo governo formato da civili dopo il colpo di stato di Musharraf, il quale mantenne il controllo dell'esercito e la facoltà di licenziare il primo ministro. L'ambiguo atteggiamento tenuto dai servizi segreti pakistani nei rapporti con i movimenti di guerriglia talebana in Afghanistan e, soprattutto i sospetti sempre più gravi che il governo americano nutriva sul fatto che le zone di confine (le cosiddette aree tribali) sembravano essere il rifugio inespugnabile di Al Qaeda e del suo leader Osama Bin Laden, spinsero il governo americano a togliere ogni sostegno a Musharraf, che fu costretto a lasciare ogni carica militare.
Alle nuove elezioni che vennero immediatamente indette partecipò come candidata del partito popolare, Benazir Bhutto, la quale venne assassinata nel corso di un attentato, la cui responsabilità venne accertata ufficialmente in capo ai servizi segreti. Mentre il figlio della Bhutto veniva nominato presidente del partito, il ruolo di primo ministro fu assegnato al vedovo della Bhutto, in attesa che il figlio raggiungesse la maggiore età. Il Pakistan seguita ad essere tragicamente squassato dalle vicende afghane, dalla presenza di Al Qaeda e dai sempre crescenti scontri inter-etnici: oggi il Pakistan può essere considerato uno dei principali focolari di tensione a livello internazionale.


Nonostante sia sempre stato un groviglio di etnie diversissime tra loro (pashtun e tagichi di ceppo iranico, azhara di ceppo mongolo, uzbechi e turkeni, di ceppo turco, beluci, arabi, urdu, kafiri di religione idolatrica, sherpa delle aree himalayane, ecc.ecc.) in perenne guerra intestina e nonostante non si sia veramente affermata una struttura statale con poteri centrali di qualche spessore, l'Afghanistan è stato uno dei pochi territori al mondo che non ha mai subito dominazioni coloniali troppo prolungate. Gli afghani, infatti, pur essendo perennemente impegnati in interminabili guerre inter-tribali, quando un esercito straniero prova a invadere il loro territorio, si uniscono in fronte comune  e impartiscono agli invasori severe punizioni.
Una storia autonoma dell'Afghanistan inizia nel secolo XVIII quando Ahmed Shah, capo della tribù dei Durrani, fondò il nuovo regno, aggredito agli inizi dell'800 dall'emiro pashtun Dost Muhammad, che riuscì ad estendere la sua autorità su tutto il paese. L'ultimo erede della dinastia durranica per far fronte all'emiro Dost Muhammad ottenne l'intervento delle truppe inglesi, ma queste ultime furono costrette a ritirarsi, pagando la disastrosa ritirata da Kabul al passo Kyber con oltre 20 mila morti: le truppe inglesi vennero completamente sterminate e l'unico sopravvissuto fu un medico che portò a Lahore il messaggio che gli avevano consegnato i seguaci di Dost Muhammad: "Non provate più a mettere il naso nelle faccende interne del nostro paese".
Nel 1855 Dost Muhammad fu riconosciuto emiro dalla Gran Bretagna e la sua dinastia continuò a governare il paese. Nel 1880 la Gran Bretagna cercò di imporre il proprio protettorato ma l'emiro Amanullah Khan ne ottenne la rinuncia formale nel 1919. Questi fu il promotore della modernizzazione dell'Afganistan, assunse nel 1926 il titolo di re, ma tre anni dopo fu deposto da un colpo di stato organizzato dai capi tribù. Dopo una lotta per la successione fu proclamato re Muhammad Nadir Khan assassinato nel 1933. A lui successe il figlio Muhammad Zahir, che durante la Seconda Guerra Mondiale mantenne la neutralità per due anni, quindi dichiarò la guerra alla Germania e nel 1946 entrò a far parte dell'ONU.
La nascita del Pakistan suscitò gravi questioni sulla frontiera orientale, dove le tribù pashtun, incluse nel Pakistan e aspiranti all'indipendenza, vennero sostenute dal governo di Kabul.
Nel corso degli anni 50' vi furono numerosi momenti di tensione tra l'Afghanistan e il Pakistan. Il più drammatico si registrò nel biennio 1955-1956, quando il Pakistan aderì a due alleanze create sotto l'egida degli Stati Uniti, il Patto di Baghdad e la SEATO. Per reazione l'Afghanistan intensificò i suoi rapporti con l'URSS, ma in seguito accettò le offerte di aiuto dell'USA e ripristinò normali relazioni con il Pakistan. Sul piano interno le delusioni provocate dal lento processo di democratizzazione provocarono nel 1973 un colpo di stato anti monarchico che destituì re Muhammad Nadir Khan e instaurarono una repubblica presidenziale. Capo degli insorti e nuovo capo dello stato fu Muhammad Daud Khan il cui governo varò un piano di riforma agraria, nazionalizzò l'industria mineraria e riconobbe la parità giuridica fra i due sessi. Nel 1978 il partito democratico del popolo afghano attuò un nuovo colpo di stato e Nur Muhammad Taraki, segretario del partito, proclamò la repubblica democratica dell'Afghanistan di cui assunse le cariche di presidente e di primo ministro.
Presto esplosero i primi contrasti nel governo e il vice primo ministro, Babrak Karmal, venne esiliato. Furono comunque avviate ulteriori riforme nel settore agrario frenate tuttavia dalle componenti conservatrici della società afghana: capi tribali, "signori della guerra", grandi proprietari terrieri coltivatori di oppio.
Taraki ricorse allora all'URSS, da cui ottenne l'invio di consiglieri militari. Nel Settembre 1979 emerse drammaticamente il dissidio tra i vertici del partito: Hazfizullah Amin, primo ministro da Marzo, allontanò dal potere Taraki; ma in Dicembre Babrak Karmal assunse il potere con un nuovo colpo di stato e si servì dei soldati sovietici per combattere la guerriglia anti-governativa. La presenza dei soldati dell'Armata Rossa contribuì ad estendere i focolari di ribellione; particolarmente ostile fu la guerriglia del gruppo islamico dei Mujahidin, la cui espansione fu provocata dall'atteggiamento ottuso dei responsabili militari delle truppe sovietiche.
Seguirono anni di aspra lotta che distrussero praticamente l'economia del paese. Dopo l'avvento al potere di Gorbaciov in URSS, Karmal venne sostituito da Muhammad Najibullah 1986, che tentò una politica di riconciliazione rifiutata dai Mujahidin. Nel 1988 Gorbaciov ordinò il ritiro delle truppe sovietiche, dietro garanzia di un non-intervento degli USA, già attivissimi sostenitori della guerriglia. Najibullah tentò di combattere quest'ultima anche sul piano diplomatico aprendo il regime alle componenti non comuniste e manifestando rispettosa considerazione verso le autorità religiose. Malgrado ciò, per comune accordo delle funzioni guerrigliere egli fu sostituito alla guida del governo da Sibghapullah Modjaddedi, mentre il potere supremo veniva affidato a un consiglio direttivo che successivamente nominò presidente della repubblica Burhanubdin Rabbani.
Nel 1993 si potevano identificare in Afghanistan 4 forze politico-militare contrapposte: le truppe del Jamiat-i Islami di Ahmat Shah Massud e del presidente Rabbani, per lo più di etnia Tagika; le milizie uzbeke del terribile generale Dostom; gli sciiti dello Hezd-i Wahdat guidati dallo sceicco Alì Mazari e sostenuti dall'Iran; i fondamentalisti dello Hezb-i Islami di Gulbuddin Hekmatyar, di ceppo pashtun e sostenuti dal Pakistan.
Nonostante gli accordi che nel Marzo 1963 assegnarono a Hekmatyar la carica di primo ministro, le fazioni continuarono a combattersi aspramente, saccheggiando a turno il paese, fino alla comparsa nel 1994 di una nuova forza politica, il Taliban, (studenti di teologia formatisi nelle scuole religiose al confine con il Pakistan e finanziati attraverso i servizi segreti dalla CIA).
Il movimento dei Taliban affermò rapidamente la propria supremazia militare e conquisto gran parte del territorio afghano di Kabul nell'Ottobre 1996. Giunti al potere essi impiccarono tutte le persone in qualche modo compromesse con la presenza sovietica, e imposero un regime dispotico rigidamente teocratico che soppresse con violenza i diritti civili, in particolare delle donne. Nel corso degli anni i Taliban resero sempre più rigida l'osservanza dei principi dell'integralismo islamista, abbatterono le gigantesche statue del Buddha a Bamyan Una, imposero alla popolazione induista un drappo giallo come segno distintivo. Sul piano internazionale, dal Novembre 1999 subì sanzioni economiche previste dal consiglio di sicurezza dell'ONU in seguito al rifiuto del governo Taliban di concedere l'estradizione di Osama Bin Laden, il miliardario accusato di essere il capo dell'organizzazione terroristica responsabile degli attentati alle ambasciate americane nell'Agosto del 1998 e quelli disastrosi avvenuto nel Settembre 2001 a New York e a Washington. Un mese dopo gli Stati Uniti appoggiati dai paesi della Nato, iniziarono azioni di guerra in territorio afghano per catturare Osama Bin Laden e per rovesciare il regime dei Taliban che lo sosteneva. Nel Dicembre 2001 il regime Taliban venne sconfitto: i delegati delle diverse etnie riuniti in conferenza a Bonn nominarono un governo provvisorio guidato dal capo tribù Hamid Kazai e convocarono l'assemblea dei capi tribali afghani (Loya Jirga). Nel 2002 quest'ultima, riunita a Kabul confermò alla guida del governo e nominò presidente del paese Karzai, mentre il governo di transizione da lui presieduto ebbe l'incarico di indire entro il 2004 nuove elezioni generali.
Per un breve periodo una precaria pace sembrò essere ritornata, ma subito dopo lo svolgimento delle elezioni, vinte da Karzai la guerriglia Taliban riesplose in tutta la sua violenza arrivando a controllare gran parte del territorio afghano e minacciando la stessa capitale Kabul. Le truppe americane e Nato hanno subito in Afghanistan pesanti perdite, e non si vede in che modo riusciranno a venire a capo di una vicenda che trae alimento dalla sempre più evidente complicità dei servizi segreti pakistani.

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