lunedì 12 settembre 2011

10 Settembre 2011


Ore di paura all'ambasciata israeliana

GERUSALEMME — E adesso? Il settembre nero della diplomazia israeliana — che doveva raggiungere il suo peggio fra dieci giorni con l'assemblea generale dell'Onu e la proclamazione plebiscitaria del nuovo Stato palestinese, che è già cominciato le settimane scorse col richiamo del rappresentante egiziano a Tel Aviv e con l'espulsione di quello israeliano ad Ankara — si fa d'un nero inaspettato. Quello dei baffi di fuliggine al diciassettesimo piano del palazzo di Giza, dov'è l'ambasciata israeliana assaltata nella notte del Cairo. Della cenere della bandiera con la stella di David, incendiata in strada. Del buio in cui è finita, in poche settimane, la politica estera di Bibi Netanyahu. Un attacco come non se ne vedevano dai tempi di Teheran o di Belgrado: otto ore d'assedio, 4 mila persone con mazze e martelli, un muro di protezione sfondato, tre morti, mille feriti, venti arresti, sei del Mossad salvati dal linciaggio, gli archivi consolari saccheggiati, l'ambasciatore Yitzhak Levanon costretto a fuggire con le famiglie d'altri 80 diplomatici, l'umiliazione del premier di dover chiamare Obama da Gerusalemme, l'inviso Obama, e doverlo poi ringraziare pubblicamente per il suo intervento presso gli egiziani... «Incidente serio, ma siamo impegnati a preservare la pace. È stato evitato il disastro», dice Bibi, ma si riferisce solo al fatto che l'altra notte s'è arrivati a un niente dalla fine della pace fredda, dei trent'anni di Camp David: perché qui nessuno si nasconde che adesso il peggio può arrivare.
Adesso. Cioè già domani. Con la visita al Cairo del premier turco Recep Erdogan, sulla via per Tunisi e Tripoli. Prima tappa del primo tour d'un leader mondiale nei Paesi della primavera araba. Singolare tempismo: Erdogan, inferocito ex alleato d'Israele, ha appena degradato le relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico, si propone come riferimento delle nuove democrazie, promette visite a Gaza e scorte armate alle flottiglie pacifiste che ne rompano il blocco, esalta «i 500 mila che al Cairo stanno maledicendo gli ebrei», incoraggia il nuovo quartier generale di Hamas che vuole traslocare da Damasco alle Piramidi. È probabile che venga a offrire una nuova alleanza strategica al dopo-Mubarak.
Sfruttando l'ira popolare per le guardie di frontiera egiziane uccise in agosto, dopo l'attacco terroristico a Eilat. Precipitando Israele in una solitudine d'altri tempi: «Siamo impegnati a preservare la pace con l'Egitto», è il refrain di Netanyahu, assai simile al «vogliamo aggiustare i rapporti» col quale sta gestendo le intemperanze turche. 
Non è detto che la giunta del maresciallo Tantawi si schieri con Erdogan, per ora. In questi mesi, nonostante gli attentati al gasdotto che rifornisce Israele e le aperture all'Iran e l'annunciato richiamo dell'ambasciatore a Tel Aviv, il nuovo Egitto ha tenuto aperti canali di collaborazione. Venerdì notte, a muovere le teste di cuoio egiziane, è stato decisivo l'intervento della Casa Bianca, principale sponsor militare del Cairo, sgomenta a guardare questa rissa fra i suoi tre grandi alleati mediorientali. Tantawi promette la corte marziale per chi ha organizzato la devastazione: sostenitori di Mubarak, sostiene la stampa egiziana; Fratelli musulmani, scrivono a Gerusalemme. Il premier Essan Sharaf ha offerto le dimissioni (respinte) per non aver saputo prevedere la notte dei roghi. Ma Israele sta diventando un tabù. E la piazza ribolle: «Mandateli al diavolo! — maledice la madre d'uno degli assalitori uccisi —. Perché l'esercito egiziano protegge loro e ammazza i nostri?».

Corriere della Sera



La folla devasta l' ambasciata d' Israele tre morti e oltre mille feriti al Cairo

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE FABIO SCUTO GERUSALEMME - È stata una notte drammatica al Cairo, una notte di battaglia fra migliaia di dimostranti e la polizia seguita all' assalto della folla all' ambasciata israeliana nella capitale egiziana. Scontri che sono andati avanti fino all' alba di sabato con un bilancio di tre morti e oltre mille feriti. Uno scenario del tutto simile all' assalto all' ambasciata Usa di Teheran nel 1979. Devastata la sede diplomatica, uffici distrutti, migliaia i documenti trafugati, gettati dalle finestre; i sei addetti alla sicurezza, barricati in un ufficio, a un passo dal linciaggio sono stati salvati dall' intervento dei commandos egiziani. Febbrili telefonate si sono incrociate per tutta la nottata tra Gerusalemme, Washington e il Cairo. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu subito informato della drammatica crisi ha chiamato il presidente Usa Barack Obama per chiedere l' aiuto degli Usa, la Casa Bianca ha preso contatto al Cairo con la Giunta militare egiziana mentre il ministro israeliano della Difesa Ehud Barak era al telefono con il capo del Pentagono Leon Panetta. Solo dopo questo giro di conversazioni l' esercito egiziano è sceso con decisione nelle strade attorno Sharia Ibn-El Malek - nell' elegante zona dove si trova l' ambasciata israeliana - per disperdere le migliaia di manifestanti ed è stata guerriglia fino all' alba. In piena notte un aereo militare israeliano è arrivato al Cairo dove ha preso a bordo l' ambasciatore Yitzhak Levanon e altre 80 persone fra personale diplomatico e familiari per una «evacuazione d' emergenza». La guerriglia notturna ha provocato una riunione straordinaria del governo egiziano, dove il premier Essam Sharaf ha presentato le sue dimissioni che sono state respinte. Nello stesso vertice con la Giunta militare sono state riattivate le "leggi d' emergenza" che danno maggiori poteri per contenere le proteste, leggi che i manifestanti di Piazza Tahrir vogliono abolire. La manifestazione di venerdì sfociata poi nella guerriglia era stata convocata per chiedere al governo egiziano la stessa fermezza della Turchia nell' esigere da Israele le scuse formali per l' uccisione di sei guardie di frontiera durante i raid seguiti all' attentato di Eilat dello scorso agosto. A Gerusalemme il premier Netanyahu, ha parlato di «disastro evitato» e di «un grave incidente» che avrebbe potuto essere «ben peggiore». E ha aggiunto: «Lavoriamo con l' Egitto per rispettare e preservare la pace». Ma il crollo delle relazioni con il Cairo e la contemporanea crisi diplomatica con la Turchia è per Israele un veroe proprio tsunami. Ritirare anche temporaneamente i diplomatici dal Cairo mette in seria difficoltà il governo Netanyahu. Nonostante la nuova leadership militare egiziana abbia assicurato che rispetterà l' accordo di pace del 1979, il difficile equilibrio del dopo-Mubarakè saltato con l' uccisione delle guardie di frontiera in agosto. Con Ankara, dopo le mancate scuse per i morti turchi nell' assalto alla Freedom Flotilla, si è passati dal gelo alla guerriglia diplomatica innescando una pericolosa escalation. La Turchia ha deciso di denunciare Israele alla Corte penale internazionale dell' Aja per crimini di guerra a Gaza, di denunciare all' Aiea l' arsenale militare nucleare israeliano (mai ammesso da Israele), di attivare la Commissione Onu per i diritti umani di Ginevra, di sostenere con ogni suo mezzo la prossima dichiarazione d' indipendenza della Palestina all' Onu. E il premier Erdogan è proprio alla vigilia di una sua visita ufficiale in Egitto - la seconda in un mese - nella quale cercherà di elevare i rapporti economici e militari già ben saldi con la nuova leadership.



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